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Amici miei, con trippa e manzo all'olio di Rovato

"El mundo es un pañuelo", avrebbe detto Sancho Panza nel suo idioma. Tradotto in quello di un Sancho Panza nostrano (cioè io) si intende dire che il mondo che noi pensiamo immenso alla fine non è più grande di un fazzoletto. Ne ho avuto la riprova pochi giorni fa. Ero in viaggio con il mio fedele ed efficiente Ronzinante a quattro ruote, in compagnia della mia Dulcinea del Toboso, diretto in altra località, quando venne tempo di tacitare le trippe. Trovandomi a leggere il cartello "Rovato", parte meridionale della Franzacurta, ai piedi del Monte Orfano, una specie di bozzo prealpino piantato nella vasta pianura che va verso la Bassa Bresciana, fui travolto da ondata di ricordi e ne feci sfoggio con la mia diletta.

Rovato, patria di Bruno Bonomelli, mio riconosciuto maestro di atletica. Rovato, patria del famoso manzo all'olio e di formaggi deliziosi, grazie alle mandrie che scendevano dalla Val Camonica per l'importante mercato del bestiame e ai formaggi che dagli stessi rilievi camuni venivano ad affinarsi costì. Una volta messo a dimora il quadrupede motorizzato, iniziai la ricerca di adeguata taverna. Era tanto tempo che non visitavo Rovato, arrivato nella bella piazza ovale con tanto di porticato dedicata alla memoria di Benso conte di Cavour, misi la mia sorte nelle mani di una signora tanto gentile per una onesta indicazione. E la ebbi, anzi ne ebbi due. Salendo il cammino indicato vidi l'insegna di una delle due: Trattoria del Gallo. Ebbene, vada per il gallo.

L'ambiente già risultò gradevolissimo e accogliente, quasi d'altri tempi. Gentilezza la parola d'ordine. Menù subdolamente malandrino. Fatta la scelta del mangiare e bere, chiedo la ubicazione del "locale per incipriarsi il naso", come si usava nei tempi di pudore e di rossori. Seguo le indicazioni, e mentre mi inerpico su una scala che dovrebbe aver sostenuto i piedi a Garibaldi, sento una voce che tuona "ma tu cosa ci fai qui?". Solo per istinto costringo il torso a un mezzo giro e, nello specchio di una porta che introduce ad altre tavole imbandite, mi appare il sorridente solare faccione del mio amico Aronne Romano, ormai una celebrità mediatica, primo medico nutrizionista a portare in Italia la dieta "Zona". Parentesi aperta: lanciatore di peso da oltre 15 metri, in tempi andati. Ma non era solo: ad un desco, insieme ad altri amici, un altro seguace della setta dei lanciatori della palla di ferro: il dottor Carlo Sbernini, dentista come il suo indimenticabile padre, negli anni '70 e '80, detentore del primato della vasta terra compresa fra il lago d'Iseo e il lago di Garda per oltre dieci anni.

Adesso cimentatevi a smentire l'affermazione che il mondo ha le dimensioni di un fazzoletto. Piccola riunione a fine pasto. Aronne e Carlo sono due persone gradevolissime. Al terzetto si è aggregato Alberto Bittu, uno dei proprietari della taberna. Che, datemi retta, vale la pena di visitare, senza fretta. Erano millenni che non gustavo una trippa alla bresciana di questa compattezza, sapore e aromi: la trippa da sola vale un premio. Manzo all'olio all'altezza della tradizione, e non mancano curiose innovazioni, come i maltagliati con un ragù di pecora e mirtilli. Parlo solo di quello che noi abbiamo provato. Accompagnato da calici di un Curtefranca rosso, interessante. Con la dichiarata intenzione di rivederci a breve, una specie di "Giuramento di Rovato".

Nello scatto, opera di Dulcinea, da sinistra, Aronne Romano, Sancho Panza, Carlo Sbernini e Alberto Bittu.

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