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Rumore, solo assordante, indistinto vociare

Oggi vi propongo dei brani dell'editoriale di Valeria Palermi, direttore (che dicano quel che vogliono ma a me piace di più "direttore" anche se si tratta di signora) del settimanale "D" (sta per donna, ovvio) che viene allegato ogni sabato al quotidiano "la Repubblica". La scrittrice articola il suo commento in due scene e un monologo, quasi fosse una rappresentazione teatrale.

Scena prima. "Qualche sera fa, a una cena di lavoro. Bella sala, bei tavoli, belle luci, buon cibo....In capo a poco il rumore è così forte che si riesce a parlare soltanto con le persone che hai al fianco, il resto è un vociare indistinto...".

Scena seconda. Sui mezzi. "Metro, treni, a volte aerei...ne scendo sempre frastornata. La parola giusta sarebbe rintronata...siccome non riusciamo più a concepire di poter lasciar passare qualche minuto senza comunicare con qualcun altro, prendono tutti a parlare a voce più forte del solito al telefonino. il risultato è che ti ritrovi immerso in un vociare:«Mi senti? Che hai detto? Aspetta, fra due fermate...Mi senti???».

Non si sente più niente, perchè si sente troppo. "Viviamo immersi nel rumore, nelle parole, in spezzoni di vite altrui che telefonini altrui ci infliggono, per esempio in treno, senza risparmiarci nessun dettaglio".

Anche io ho la mia personale rappresentazione teatrale sul tema. Poche settimane fa ero ad una corsa podistica immersa in una paesaggio fantastico che richiederebbe solo silenzio e ammirazione. L'arrivo dei concorrenti era scandito, ahimé, da un urlatore che ripeteva sempre la stessa litania avendo nel suo povero bagaglio una manciata di vocaboli e aggettivi, sempre quelli, ma urlati. Ed è così a tutte le manifestazioni sportive - io conosco quelle -, dai in mano un microfono al cosiddetto speaker e quello si scatena, urla per ore anche se sulle tribune ci sono quattro gatti, anzi tre ormai, nello sport che sempre più raramente frequento io.

Scena seconda. Poche sere fa ero in un bel ristorante di Rieti con il mio caro amico Sandro Giovannelli. Noi due, nessun altro commensale per almeno un'oretta, eravamo arrivati un po' troppo presto noi rispetto alla consuetudini ristorantizie. Musica a palla, Sandro non sentiva me, io non capivo quello che mi diceva lui. Ho dovuto chiedere al titolare di abbassare la musica, lo ha fatto. Ho pensato: impossibile che non ci fosse arrivato da solo? che quel rumore ci arrecava solo fastidio?

Vogliamo poi parlare dei supermercati? Una vera e propria persecuzione, un insulto ai timpani. Invece di favorire la rilassatezza del cliente, secondo me, invogliano a buttare qualcosa nel carrello e a scappar via. E l'altro malvezzo dei giornali? Ormai il titolo più abusato è "Un gol da urlo", "Un risultato da urlo", è tutto "da urlo". Fossi il direttore di un quotidiano sportivo emetterei una direttiva tassativa impendendo questa olimpica fesseria. Alla quale gli atleti e le atlete si sono adeguati: ormai tutti urlano in maniera scomposta, inelegante, un urlo fa titolo e, magari, ci scappa anche una foto. Con la bocca oscenamente aperta.

E se cominciassimo ad uscire dai ristoranti e dai bar con la musica a palla? Se non comprassimo più nei supermercati che ci stuprano le orecchie e lo facessimo sapere ai titolari? Se anche solo cominciassimo a chiedere sempre di abbassare il volume e ad andarcene se non viene fatto? Se facessimo intendere chiaramente al cretino che in autobus, in treno, in ospedale (sì, in ospedale) straparla in 'sto diabolico telefonino? Purtroppo penso che vale sempre la famosa ed abusata risposta del generale De Gaulle a quel tale che in un comizio gli suggerì:«Mio generale, morte ai cretini». «Caro amico, il suo programma è troppo ambizioso».

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