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La decadenza dell'impero giornalistico sportivo

«Inviati davanti al video per risparmiare. E il calcio che uccide le discipline olimpiche». Nel linguaggio delle redazioni la riga che sta sopra il titolo si chiama «occhiello». Quello che ho trascritto è l'occhiello al titolo della riflessione di un nuovissimo collaboratore di questo spazio. Daniele Poto ha esercitato la professione per moltissimi anni, nella redazione del quotidiano sportivo «Tuttosport», ma non è stato, e non è, solo questo. La sua biografia fa concorrenza, quanto a dimensioni, a un instant book; io ve la propino, sta qui, avverto che ha una bella lunghezza, il soggetto lo merita. Io ve l'ho detto, voi fate come volete (copyright da una predica di don Alessandro Capanni ai suoi parrocchiani, chiesa di Sant'Antonio, Montecatini Terme), se lo leggerete avrete lo spessore del nostro nuovo collaboratore.

Daniele inizia questa collaborazione - profumatamente retribuita, come potete immaginare... - con un argomento che mi sta (forse stava, giorno dopo giorno l'interesse, anche polemico, va dissolvendosi in questo deserto di idee, valori, assenza di reazioni, piattume) molto a cuore: il giornalismo sportivo. Per il momento non aggiungo altro, serve leggere, rileggere, guardare i giornali oggi, domani, dopodomani, soffermarsi sull'insieme e sui dettagli. Daniele ha ragione? Sì, no, forse, però...vedremo, insieme, se ci saranno reazioni. Sì, no, forse, mah...ecco appunto: mah, lo scrivo senza acca finale: ma chi li legge ancora i giornali sportivi, e non sportivi? Li comprano i bar per vendere qualche cappuccino in più, pochi ormai perfino i barbieri.

La stampa sportiva verso l'anno zero

di Daniele Poto

Il mondo cambia velocemente. E anche la stampa scritta. Che oggi annaspa e sembra quasi alludere a un possibile anno zero, a un simil Fahrenheit 451. Quando non si leggerà più alcun giornale ricorrendo ad altre fonti di informazione. Il giornalismo sportivo nell’unicità di tre testate a regime (ma in passato sono state anche cinque) ha ridotto le proprie vendite del 50%. Guida il gruppo la Gazzetta dello Sport, uscita da una turbolenta crisi e apparentemente risanata sotto la guida di Urbano Cairo il cui unico difetto per ora appare una sorta di incessante smania di presenzialismo. Si parla tanto (spesso a vuoto) di conflitto di interesse ma cosa deve pensare il lettore della Gazzetta (ma anche quello del Corriere della Sera) quando Cairo compare a ogni piè sospinto sulle pagine dei suoi giornali come presidente del Torino, come dirigente più affidabile del calcio, come innovatore confindustriale e tant’altro? Il pericolo maggiore che avvertono i colleghi è che quello che una volta veniva definito un “Berlusconi minore” possa entrare in politica imitando quell’esempio. Un boomerang per la trasparenza editoriale per l’attuale sovraesposizione che non sarebbe solo a quel punto un’esibizione di pessimo gusto. “E’ la stampa, bellezza”. E la stampa sportiva modifica usi e costumi. Riducendo organici, manovrando stati di crisi finti e reali, attivando service, snaturando il cronista e l’inviato. Negli anni ’70, ’80, ’90 sarebbe sembrato normale spedire un inviato per un campionato italiano di atletica. Tanto per fornire un esempio ricordo presenze numerose di inviati per il cross di Clusone (Bergamo). Oggi la trasferta suona come un’autentica anomalia, roba da appassionati. Giornalisti che si auto-tassano per seguire una manifestazione e darne testimonianza. Così è invalsa un’altra abitudine che scende a cascata dal calcio che, guarda un po’ è il gioco sport che ha schiacciato nel corso degli anni tutti gli altri. L’inviato esercita le proprie funzioni davanti al televisore. Segue il commento, copia le interviste della Caporale, consulta le agenzie e offre un pastone-velina. Sta all’attenzione del lettore giudicare se quel servizio così curiosamente e poco ortodossamente assemblato, conterrà un valore aggiunto rispetto alla cronaca televisiva. Dunque se il lettore fiuterà il bluff non comprerà quel giornale e la stampa avrà perso un fedelissimo. Una sorta di serpente che si morde la coda. E badate che questo avviene per i lontanissimi mondiali di nuoto in Corea del Sud, come per una manifestazione su suolo patrio. Dov’è finito il senso critico, la visione sul posto, l’inchiesta? Evaporate per volere dell’editore più che del direttore, a volte docile zimbello al suo servizio.  Risparmi amministrativi a parte c’è poi un problema nel merito. E muoviamo un altro esempio. La Gazzetta dello Sport come ha presentato la modesta rassegna dei campionati italiani 2019? Con un servizio-intervista-anticipazione alla giovane Iapichino-May, fresca d’oro giovanile. Scelta appropriata? Sarebbe stati i campionati di Jacobs, di Re, di Sottile. La ragazza presa a simbolo della manifestazione nemmeno arriva in finale nei 100 hs che non è chiaramente la sua gara, disertando il lungo che avrebbe potuto vincere facilmente.

Sul Corriere dello Sport di martedì 30 luglio 40 pagine su 48 sono dedicate al calcio. L’esangue redazione degli sport vari combatte quotidianamente una battaglia per la conquista degli spazi regolarmente persa. A Tuttosport bisogna riconoscere il merito di precursore dell’ideologia pro calcio al direttore che fu Piero Dardanello di cui rimase famoso il motto: “Fa vendere più un cross di Roccotelli che un record mondiale di Mennea”. Il pubblico oggi segue a ruota questo mainstream. Non è un caso che l’estate sorride alla stampa sportiva per gli eventi dubbi e compromissori del calciomercato. Quel curioso rito che dimostra la fallimentare strategia del calcio italiano. Cutrone e Kean, due ventenni, aspiranti a un posto fisso in Nazionale, vengono venduti senza alcun rimpianto rispettivamente da Milan e Juventus per 40 e 25 milioni con l’unico scopo di far cassa. Senza che la stampa batta ciglio. A dimostrazione della completa fuga da un possibile controllo critico del reale.

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