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Amatrice, possibile che nessuno provi rimorso?

24 agosto 2016 - 24 agosto 2019 - Immagini angoscianti riprese da un drone su quella che fu la città di Amatrice. Che fu. Ebbi la fortuna di conoscerla, di andarci qualche volta, anche solo una giornata o due per vivere una corsa podistica, la Amatrice - Configno, uscita dalla fantasia e dalla tenacia del mio amico Bruno D'Alessio. Ci andavo, ebbene sì, anche per quegli splendidi bucatini all'amatriciana, o alla matriciana, che fossero bianchi (senza pomodoro, solo guanciale e pecorino romano) o rossi, dell'Albergo Roma, tempio indiscusso del bucatino, dilaniato nella struttura e nei corpi dai rutti della terra. Vergognati, schifoso epicureo, scusate ma non ci riesco, anche in un momento di dolore. Vi dico una cosa: se fossi sicuro che mangiando bucatini bianchi o rossi ogni giorno contribuirei a ricostuire anche solo una stanzetta dell'Amatrice che fu, ebbene inizierei già oggi. Bianchi e rossi, invece sono verde di rabbia a pensare a quei pagliacci (sapete di chi parlo, non serve altro) che, mentre gli amatriciani che hanno trovato il coraggio di restare guardano le loro rovine e piangono i loro morti, stanno lì con la bella cravattina sempre in ordine, la giacchetta strizzata sulle natiche e con quei sorrisi idioti stampigliati sulle facce foderate di un tessuto speciale (pelle di deretano), a giocare al «governo io, governo da solo datemi pieni poteri, governo con te, no forse meglio con te». Amatrice? "Ahó, 'ndo cazzo sta' a Amatrice?” , copione scritto da Giuseppe Gioacchino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella, Meo Patacca, il Marchese del Grillo, camuffato da Alberto Sordi, e tutti gli altri grandi filosofi del pensiero romanesco.

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