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La decadenza del giornalismo sportivo in Italia

Questa è la seconda parte della analisi - impietosa, ma ineccepibile - scritta da Daniele Poto sullo stato attuale del giornalismo sportivo in Italia, una volta terra con il primato indiscusso dei quotidiani di sola informazione sportiva. Ma non solo: terra di «penne» brillanti, colte, competenti, imparentate strettamente con la lingua italiana, innovatrici (si pensi solo a Gianni Brera), ironiche. Ho pubblicato la prima parte di queste considerazioni dell'amico Daniele qualche settimana fa in questo stesso spazio. Chi volesse può andarsele a rileggere (o a leggere?) ha solo da sfogliare un paio di pagine. Se poi qualcuno fosse punto da interesse di confrontarsi con visioni diverse, si senta libero di farlo. Non serve solo mugugnare nei ristretti spazi di tribune stampa sempre meno affollate, o solo fra quattro amici al bar. Forse è solo prudenza: se dico cose che non piacciono al mio redattore capo, o direttore, e, peggio, editore? L'autocensura ha sempre fatto parte delle tecniche giornalistiche,  forse la  più utilizzata, e del bagaglio del «giornalista prudente».

La linea a Daniele Poto.

Completiamo le riflessioni sullo stato di salute della stampa sportiva oggi in Italia, dall’interno di una frequentazione durata 36 anni e dall’esterno di una visione che si protrae da 7. Dovrebbe far riflettere che le vendite dei quotidiani sportivi si impennino d’estate proprio quando il calcio dovrebbe lasciare la ribalta agli sport stagionali (atletica, nuoto, ciclismo)? Più tempo a disposizione per bagnanti in vacanza? Sì, anche quello ma soprattutto diffusione indiscriminata del mercato, quella seduzione sottile che stimola l’italiano tifoso nel momento in cui la sua squadra, dalla superfetazione degli articoli sembra in procinto di vincere lo scudetto senza aver giocato una sola partita. Così prima che Lukaku si trasferisca all’Inter almeno una quindicina di prime pagine possono essere dedicate al “colosso d’ebano” capace di correre i 100 metri in 12” (“ma guarda un po’ che exploit, avrebbe preso venti metri da Mennea). D’estate il calcio mangia ancora più spazio agli altri sporti di quanto non faccia a campionato e Coppe in corso. Un ricordo personale. Il mio primo impatto con la gavetta a Tuttosport avvenne seguendo noiosissime partite di baseball, un trittico di partite che si protraevano nel week end per almeno 10 ore complessive per la soddisfazione di scrivere 10 righe siglate sulle performance delle squadre romane del diamante. Ora come potrebbe cominciare così la carriera di un qualunque giornalista sportivo? Più che l’inizio sarebbe la fine, un invito a bazzicare altri campi. Beh, allora il baseball aveva dignità di stampa, di tabellini e di commenti, ora la soddisfazione è per una breve nel “Non tutto notizie” quando va bene. L’aspirante giornalista è pregato di girare al largo da sport come pallamano, hockey su prato, tiro con l’arco, tiro a segno. Il futuro è altrove, naturalmente nel calcio. Nell’invenzione di immaginifici titoli di mercato. Che nessuno smentirà, che nessuno farà oggetto di querela perché fa parte delle regole del gioco fingere di credere a quello che si legge o si scrive, magari rilanciato sul giornale in extremis perché “l’ha detto Sky o Dazn”. In un giornalismo sportivo povero di inchieste, di domande e di spunti, il futuro è a rimorchio dell’immagine televisiva. Con inviati davanti al video, raramente impegnati di persona al centro dell’evento. Così si abitua il giornalista a scrivere meglio ciò che non vede rispetto a quello che vede con i propri occhi, creando uno spettro deformante che si riverbera sul lettore. Gli “sport vari” nei giornali sportivi sono delle oasi sempre più desertificate e quasi invivibili. Nei giorni feriali i giornalisti di atletica e basket (sempre meno, sempre più frustrati) cureranno pagine di calcio. Perché i loro giornali sono in stato di crisi e vengono gestiti da poche menti operative. Poi c’è da diffondersi sul decadimento dell’aspetto tecnico. Avremmo mai immaginato un tempo che i risultati dei campionati assoluti di atletica avrebbero riguardato solo il primo classificato su testate che avevano il culto della statistica e della precisione? Solo il vincente ha ragione. Non è più tempo dei Marco Cassani, dei Giulio Signori e degli Aronne Anghileri. E meno che mai dei Roberto L. Quercetani. Chi legge più le statistiche All Time italiane per ricordarsi che Boccarini corse una tantum i 100 metri in 10”08, cioè un tempo dalle parti di Tortu e Jacobs per poi perdersi nelle nebbie dell’anonimato? Il decadimento della specializzazione e della tecnica è figlio irreversibile dei tempi. In piscina un utente mi ha chiesto il prestito della Gazzetta dello Sport per l’indispensabilità della consultazione del Fantacalcio. Sportivo, tifoso, ludopata? Il mondo finto e virtuale del para-football che prende il sopravvento sul sacrificio e il sudore dell’allenamento.

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