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La decadenza del giornalismo sportivo in Italia (2)

L'amico Giorgio Barberis mi ha fatto avere le poche righe che seguono come aggiunta alle analisi di Daniele Poto sul giornalismo sportivo in Italia. Giorgio ha esercitato la professione per tutta la vita, prima alla «Gazzetta dello Sport» e, in seguito, a «La Stampa». Esperto di atletica e di pallavolo, fu inviato a Giochi Olimpici, Campionati del mondo dei due sport citati, Giochi mondiali universitari, e tanto altro ancora. È autore di alcuni bei libri, in particolare uno cui sono affezionato: la storia degli atleti italiani che hanno conquistato la medaglia d'oro in atletica ai Giochi Olimpici, prezioso volumetto edito dalla editrice SEI pochi anni fa. Ho scritto «poche righe», ma sufficienti a capire qualcosa di quello che era un aspetto, non sicuramente il più importante, del giornalismo sportivo, e, anche, a sorridere. E a fare qualche inevitabile confronto con l'attualità. Mi capita di sfogliare quotidiani, soprattutto locali, e di vedere nella stessa pagina due firme, tre sigle, uno psudonimo (che tutti conoscono) dello stesso scriba. Un assurdo, un vero e proprio culto della personalità, che ha come destinatari quegli ambienti presso i quali ci si vuole accreditare. «Vedete? In questa redazione faccio tutto io! Chi vuol scrivere di corsa nei sacchi, deve passare da me...». Ma l'aspetto più vergognoso è che di tutto quello che ha frettolosamente scarabocchiato non ha visto nulla dal vero, non ha presenziato a nessun evento, manifestazione, corsa pedestre o ciclistica, o gara di bocce. Gli sherpa gli hanno telefonato le notizie, a modo loro...i veri giornalisti oggi sono loro: quelli che in cambio della servizievole telefonata, colorano le notizie a modo loro. Ma i capiservizio, capiredattore, direttore, ecc, quando vistano le pagine, le guardano? Non credo, oppure le guardano a rovescio. La giustificazione? Dobbiamo ridurre i costi, quindi niente uscite. Ma questo non cambia la sostanza. Il primo direttore che ho avuto al «Giornale di Brescia», Vincenzo Cecchini, mai e poi mai mi avrebbe passato due firme nella stessa pagina. E forse neanche una firma e una sigla. E dire che il signor Cecchini non era proprio un uomo di sport e le pagine relative le guardava, e le vistava, perchè era il direttore, ma le osservazione le faceva, eccome ...Altri tempi, altra cultura, altra educazione giornalistica.

E adesso sorridete con Giorgio Barberis.

"Come non essere d'accordo con Daniele? Ti regalo un "nanetto": quando approdai alla «Stampa» scoprii finalmente che cosa significava la sigla "c.p." che compariva a volte nelle pagine sportive. Era il modo per sottolineare che l'articolo era stato fatto in redazione elaborando delle agenzie e rappresentava una sorta di mea culpa dell'estensore, in quanto la versione integrale sarebbe stata "che piciu". Mi spiace per la volgarità ma così è... Quanto meno però era una sorta di dignità comune di tutta la redazione, alla quale aderii naturalmente anch'io...".

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