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Chi vuole mettere le mani sullo sport italiano?

Il mio amico Augusto Frasca mi ha risparmiato una piccola fatica e, in più, mi fa fare bella figura. Lui è uno che sa come tenere la penna in mano (in senso figurato, di questi tempi), non uno zappaterra come me. In breve. Ieri ricevo il nuovo numero, telematico, della «rivista internazionale di arte, cultura e sport Spiridon Italia», e, a pagina 3, nella rubrica «Fuori Tema», Augusto dedica una elegante rasoiata al C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), che da mesi è soggetto di attenzioni, a dir poco, sospette. A sua volta Daniele Poto, altro amico che arricchisce questo mio povero spazio di intelligenti opinioni, mi aveva fatto avere un testo sempre sullo stesso argomento «conifero». Io, pelandrone, lo avevo lasciato lì, sono un po' svogliato di questi tempi. Lo pubblico oggi, lo pubblico domani, e il tempo scorre come le acque del torrente Toscolano che stanno non lontano da casa mia. Volevo anche dire la mia sull'argomento, ma visto che Augusto lo ha fatto prima e meglio, facciamolo dire a lui. Che sarà molto onorato - ne sono sicuro - di apparire su «L'Eco del Pizzocolo», e magari non mi chiede i diritti d'autore. Da parte mia, da quello che ho letto negli ultimi giorni qua e là, ho la percezione che siamo alle solite: il giorno del teatrino (farsa? esagero) dell'assegnazione dei Giochi Olimpici a una Nazione e a una città, adesso due, va di moda, urla, pugni alzati non in stile falce e martello, lacrime, orgia di abbracci (attenzione a chi ne approfitta), dichiarazioni tonanti, a volte addirittura "i nostri Giochi saranno i best ever", quando mancano ancora sette anni. E poi? Inizia l'altra farsa del dico e dico il contrario. Chi io? Nessuno mi ha mai interpellato (leggi Stefano Domenicali, ricordate? direttore della Gestione Sportiva della Ferrari), per fare il CEO dei Giochi, adesso ha stesso incarico alla Lamborghini. Oppure: manteniamo l'unità d'intenti, il che significa che unità non c'è.  Alt. Lascio la parola, prima ad Augusto Frasca, e poi a Daniele Poto.

"Sul piano generale degli scivolosi rapporti esistenti tra la dirigenza sportiva nazionale (Giovanni Malagò con le sue trincee all'esterno e all'interno di un Foro Italico ridotto ad un amaro spezzatino) e la nuova composizione ministeriale delegata alle politiche giovanili e allo sport (Vincenzo Spadafora), cresce il contrasto sul versante invernale Milano-Cortina. Non è novità che una vigilia olimpica sia segnata da una ingombrante quantità di polemiche, di dissapori e di interessi, leciti e meno, contrapposti. C'è chi vuole e chi non vuole. C'è chi non lo vuole, ma Spadafora ne è immune, ed è il caso dell'aeroporto di Sant'Anna di Fiames, inaugurato nel 1962, sei anni dopo l'edizione olimpica invernale, prima cronologicamente nella storia dello sport nazionale, utile nei tracciati incrociati Venezia-Milano-Torino e chiuso nel 1976 dopo un gravoso incidente. Ed è il caso dei litigi, e qui Spadafora c'entra mani e piedi, di attualità e relativi alla nomina dell'uomo che dovrà gestire l'evento nel massimo dei ruoli. C'è chi lo vuole e chi non lo vuole: Stefano Domenicali, l'uomo che nel 2008 subentrò a Jean Todt nella gestione della Ferrari uscendone pochi anni dopo, era il 2014, con note poco esaltanti, secondo tradizioni aziendali e padronali, con un unico titolo per case costruttrici e una sequela di modeste prestazioni individuali. Si tratta di uno di quei casi in cui ognuno insegue le proprie idee, affidandole ai comunicati e non ai confronti diretti, dando la chiara sensazione di come in alcune altitudini il buon senso sembri smarrirsi. Lo vuole Malagò, non lo vuole, almeno in apparenza per una questione formale, Spadafora, che nel poco tempo al vertice del dicastero sembra aver fatto punto o poco per migliorare la confusione ereditata dal predecessore Giorgetti con l'istituzione di Sport&salute. Scopiazzando senza pudori Archibald Joseph Cronin: e lo sport resta a guardare. Ma anche Thomas Bach, ancora per poco, dalla sede di Losanna".

Malagò, un presidente in trincea

di Daniele Poto

Al CONI sembra di vivere gli ultimi giorni di Pompei. Il presidente Malagò- per gli amici Megalò per un non infondato sospetto di megalomania- fa rintoccare un sinistro cupio dissolvi per la perdita di potere istillata dal Governo con la creazione di “Sport e salute”. Tra le gocce che fanno traboccare un vaso peraltro già pieno la perdita di un robusto deterrente per il clientelismo ovvero la dotazione di centinaia di biglietti omaggio per le partite di Roma e Lazio, fonte lobbystica per invita ad onorevoli e magnati, l’occasione per ricambiati favori. Ora il pacchetto passa nelle mani di Sabelli e toglie al CONI una non trascurabile arma di contrattazione. Vale la pena di ricordare quanti personaggi passavano a suo tempo nella stanza di Ernesto Sciommeri, plenipotenziario alle pubbliche relazioni sotto vari presidenti dell’ente. E quante litigate in nome di un biglietto in Tribuna d’Onore! Ma c’è anche qualcosa di più sostanziale nel conflitto. Intitolabile al momento “Malagò contro tutti”. Non basta a consolare il rampante venditore di automobili di lusso la nomina a presidente del CIO. La riforma governativa ispirata da Giorgetti l’ha spinto a un evidente colpo basso con la drammatizzazione della riforma e un sospetto di tradimento enfatizzato al CIO. Malagò ha esternato la possibile violazione della carta olimpica e ha messo in gioco tutta la propria task force per adombrare l’ipotesi che possa essere ritirata la credenziale al suo ente. Calcando i toni fino al punto di mettere in dubbio la già pattuita assegnazione dell’Olimpiade bianca del 2026 a Milano e Cortina. La forzatura è sotto gli occhi di tutti e le possibilità adombrate non godono di alcun possibile sviluppo reale. Anticipazioni giornalistiche hanno mostrato la goffa mossa che sollecitava l’aiuto esterno per ribaltare il senso della riforma. Malagò non ha però rinunciato a difendersi con toni estremi. “Ho scritto a Bach perché sono preoccupato. I giornali invece di concentrarsi sui rischi che corre il CONI si concentrano sulla mia segnalazione. Non capendo che noi siamo vittime assolute. Ci hanno voluto ridimensionare politicamente. Non siamo aggressori ma aggrediti”. Messa in campo goffamente anche la sua pupilla Federica Pellegrini che per spalleggiare il presidente se ne usciva così: “Il fatto che ci sia una pur minima ipotesi di non poter gareggiare sotto il tricolore ai Giochi di Tokyo 2020 è una cosa che noi atleti abbiamo preso molto male”. Si consoli la Pellegrini. Le probabilità che l’Italia sia esclusa dalla prossima Olimpiade sono zero, virgola zero. Per non farsi mancare nulla Malagò è in forte polemica con alcuni presidenti che contano nel Gotha delle Federazioni. Con Binaghi per la copertura del Foro Italico in versione tennistica. Anche qui Malagò ha tracimato: “Binaghi delira, non si permetta più di mistificare la realtà dei fatti”. Non ci interessa il merito della questione ma la durezza dei toni. Esasperati e esacerbati dal momento. Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Gli altri contradditori di Malagò non sono presidenti da poco. C’è Petrucci, pur reduce dal disastro del mondiale, che accusa Malagò di scarsa diplomazia (“Non ci si può contrapporre così duramente al Governo. Io quando ero presidente del CONI era propenso a trattare”). C’è Barelli che ha girato i tribunali per un’antica querelle di Malagò (in comune i due hanno la brutta figura del mancato completamento della piscina mondiale di Tor Vergata progettata per i Mondiali 2009 e mai ultimata) e Di Rocco, influente n. 1 del ciclismo. Malagò non può contare nella sua azione nella solidarietà di un CONI unito. Brutti chiari di luna se Binaghi può insinuare: “Sabelli ci ha ribadito che ci sarà oggettività, è finita la bancarella e verranno premiati i migliori. Si passa dal medioevo al futuro”.    


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