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Lo sport nella deriva delle mode e del business

L'immagine può contenere: stadio e spazio all'aperto

Roma, Stadio Olimpico, 27 ottobre, Roma - Milan, foto inviatami da Carlos Passerini, giornalista del «Corriere della Sera» che mi onora della sua amicizia. Quanto a pubblico, sembra di essere al Khalifa International Stadium di Doha durante i recenti mondiali di atletica. Forse anche peggio. Ma la vulgata ci racconta che la gente, il popolo come si dice drammaticamente oggi, vuole il calcio. Dov'è il popolo?

Questo articolo è come un assist nel gioco del basket, o un passaggio smarcante nel calcio, ti porta direttamente a segnare. Mi autocito - vergogna - ricordando che lo scorso 30 settembre questa «Eco» rimbalzò un coacervo di parole che intitolai «Giochini solo per la gloria (costosa) dei dirigenti». Lì, esprimevo nella povertà del mio linguaggio, la radicata convinzione che tutte 'ste manifestazioni, vecchie e nuove, che ho chiamato «giochini», non fossero altro che delle invenzioni per gratificare la megalomania di chi sta, a vari livelli, ai vertici dello sport. Oggi, il mio amico Daniele Poto analizza l'argomento: il tramonto definitivo di manifestazioni che oggi non hanno più senso e non si ha la fermezza di cancellare; la pochezza delle medaglie taroccate che producono questi eventi; la decisione che definire assurda è solo un complimento del Comitato olimpico internazionale di riconoscere i giochi elettronici come sport olimpico, roba da metterli tutti in galera per sempre. Questa ansia sconfinata del nuovo ad ogni costo, giochicchi nuovi per far credere di essere originali. Pensate all'atletica: non si corrrono più i 200 metri ostacoli, o la meravigliosa corsa sull'ora, per introdurre ridicole staffette miste, che sono solo la truffaldina genuflessione dei dirigenti alla ondata di attenzioni (sospette) alla donna (nel tentativo di farsi perdonare tutte le brutalità che l'uomo ha sempre fatto sulla donna). Ah, la moda, le mode, il nuovo a tutti i costi contro ogni logica, ogni tradizione, la moltiplicazione degli eventi, che, normalmente, scaricano i costi sulla comunità. Uno sport fatto di feste, di gala, di premiazioni, di awards (fa figo), di chiacchiere. Vento, polveri, speriamo non siano ceneri.

La parola a Daniele Poto.

Lo sport internazionale è vittima di una turbolenza, frutto dell’esposizione ai mercati e a una sempre più congrua attenzione al business. Sport che vanno e che vengono nell’esposizione olimpica. Per un karate appena inserito nel programma dei Giochi di Tokyo 2020 c’è il sentore dell’inopinata sparizione nell’edizione successiva. E in ragione di un ingente fatturato si ventila una prossima inclusione degli esports (già collaudati a titolo sperimentale nei Giochi Asiatici) corroborando l’idea che anche lo sport seduto abbia una propria validità olimpica. Non è un caso che le principali squadre di calcio abbiano varato sezioni specifiche nei videogiochi, mentre mafie e illegalità hanno fatto in tempo ad allignare in questo comparto tramite match fixing, né più né meno come nello sport vero. E chi può contestare l’invincibile avanzata dell’arrampicata?

Complice il CIO, quello sport che da De Coubertin in avanti aveva gestito con sobrietà e cauto conservatorismo progressi e agonismo ora sembra entrato in un vortice che sa di smania di novità, di esposizione mediatica, di sfruttamento dei diritti televisivi mentre sembra dimenticato quel diktat istituzionale di veder trasmessi i principali eventi sulle emittenti di Stato. Così, omologamente, anche il calendario viene manipolato e rivoluzionato.

Nell’atletica leggera abrogati gli studenteschi con uno Stadio Olimpico pieno di gente, liquidata la catena di trasmissione dei Giochi della Gioventù, un puro pro forma i campionati universitari italiani e persino le Universiadi care a Primo Nebiolo dove se a Napoli l’Italia ha avuto un buon gioco a razzolare medaglie complici evidenti sono state le assenze degli altri Paesi. Quanto valevano quei podi ha un funzionale esempio nella 4 x 400 femminile, uscita assai ridimensionata dal mondiale di Doha.

Verrebbe da chiedersi che fine hanno fatto i Giochi del Mediterraneo, sempre più ridotti a manifestazione regionale quando l’utopia degli anni ’60 era di redimere vecchie storie belligeranti nella sospensione del giudizio con le gare, né più né meno il motivo fondatore dell’antica Olimpiade greca. Ma con quello che succede in Turchia o in Siria, dopo lo sbriciolamento di quella che fu la Jugoslavia, quel miraggio non ha più estimatori. E le nazioni inviano selezioni di serie B togliendo ulteriore pathos alla manifestazione. Però nel contempo si varano i Giochi olimpici europei e proprio in una fase storica in cui l’Europa sportiva conta sempre meno, come si è constatato a Doha dove le percentuali di podi del vecchio continente nella “regina atletica” è apparsa in netta discesa.

Ma non basta. Ci sono anche i World Games dove discipline bizzarre su affacciano in concorso a destabilizzare regole e prassi. Un calendario affastellato di troppi eventi dove a fine ottobre si mettono in archivio i campionati mondiali militari con l’Italia che schiera una squadra raffazzonata e incompleta che ci regala l’ennesima brutta figura con troppi atleti a cui le stellette servono solo per incamerare lo stipendio a fine mese. Troppa carne al fuoco e troppi eventi. Sempre meno seguiti. Perché - diciamoci la verità - una volta i più considerati quotidiani sportivi viaggiavano al seguito di Federazioni paganti e invitanti.

Oggi il potere di quell’impatto è evaporato. I giornali sono in crisi e la visione televisiva basta per confezionare un servizio. Ovvio che il lettore non sia più in condizioni di palese inferiorità informativa e decida di rinunciare all’acquisto del quotidiano se questi non gli regala il valore aggiunto della presenza sul posto, dell’inchiesta, di quel quid che richiede impegno, costanza, approfondimento. È la deriva del mondo, non solo dello sport che, evidentemente, non è in grado di invertire una mesta deriva consumista. Il CONI una volta teneva la barra dritta con un dirigismo oculato. Oggi al massimo è impegnato a fare baruffe assortite con “Sport e salute”.

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