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Società militari nello sport: roba da guerra fredda

Una bella immagine (Foto A.R.T.) del poderoso lanciatore di peso, primatista del mondo e campione olimpico ai Giochi di Los Angeles '84, Alessandro Andrei con la maglia amaranto, come la Topolino della canzone di Paolo Conte, della Polizia, meglio conosciuta nel mondo dell'atletica come Fiamme Oro Padova. Le altre sono le Fiamme Gialle (Finanza) e le Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria)

Annosa, dibattuta, irrisolta questione dell'atletica italiana, e di tutte le discipline sportive in genere: società militari sì, società militari no. Se ne parla, se ne mugugna soprattutto - antica malattia dell'atletica italiana - ma il problema, se problema esiste, non si schioda. Il nostro columnist (e vai!) Daniele Poto ha ritirato fuori il tema, in vista delle elezioni del presidente e del Consiglio Federale a fine 2020, come sempre a Giochi Olimpici archiviati. Manca più di un anno, ma è anche più di un anno che si fanno nomi di pretendenti veri, finti, presunti, fantasiosi. Avanti di questo passo, saranno in maggioranza i candidati alla presidenza FIDAL rispetto agli atleti da mandare ai Giochi Olimpici Tokyo 2020 con qualche possibilità di ben figurare. Vabbuó, leggiamo quello che Daniele Poto ha da dire. Se mai ci fosse qualcun altro che vuol dire la sua, si faccia avanti.

Sport di Stato, ci ricorda la vecchia DDR

di Daniele Poto

Una questione vecchia sul tavolo della riformanda atletica italiana. Ma irrisolta. Il predominio (l’invadenza) delle società militari nello sport di vertice ha raggiunto picchi percentuali paragonabili alla leadership dello sport di Stato nella vecchia DDR, oggi rievocata in coincidenza del trentennale dell’abbattimento del famigerato muro di Berlino. Non vorremo ripetere la coincidenza in materia di doping anche se pure qualche caso si affaccia con modalità imbarazzanti per i Comandi.  I gruppi sportivi con le stellette non danno neanche il tempo al talento di sbocciare e di maturare nell’ambiente di origine che, con un veloce arruolamento, lo riciclano sotto le proprie dominanti insegne.

Sono i club che regalano medaglie olimpiche, divise indossate raramente in coincidenza di qualche festività ma anche una valanga di ragione demotivanti che fa si che la maggio parte dei tesserati consideri il servizio militare una sinecura per guadagnare lo stipendio alla fine del mese. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Una certa maniera dopolavoristica di considerare lo sport è invalsa a regime tra le abitudini dell’agonismo nostrano in salsa militare. A meno di non interpretarla in altre accezione. Come un autobus da cui è opportuno scendere al momento opportuno (v. Alberto Tomba) abbracciando i vantaggi del campionismo mediatico. Ha fatto discutere il recente arruolamento da parte dei Carabinieri (più che mai nell’occhio del ciclone per qualche scandalo interno non proprio trascurabile, v. caso Cucchi, v. caso Serena Mollicone) di diciassettenni. Dunque anche i minorenni non sono risparmiati da questa precocissima trasformazione di sigle.

Ci piacerebbe soddisfare qualche curiosità. Quanti giorni ha trascorso in una caserma Libania Grenot, cubana che fino a che era in attività si allenava in altro continente, con allenatore non italiano, libera da ogni vincolo tecnico con la Fidal e con i finanzieri, salvo comparire in qualche passerella ufficiale come un militare qualunque? Per caso il suo ridotto rendimento negli ultimi anni di carriera non sarà proprio dipeso da questo eccessivo permissivismo? L’invadenza partecipativa ha evidentemente un corrispettivo anche sul fronte dirigenziale. Gianni Gola è stato presidente della Fidal come il suo omologo Valentino per la Fisi. E oggi il generale Parrinello, onnipresente negli organigrammi delle ultime gestioni, aspira a un salto di qualità candidandosi per la presidenza, pronto a riconvertirsi in una delle tante cordate esistenti.

L’impostazione del CONI con presidenti vari ha sempre incoraggiato questa primazia dello sport militare. Che andrebbe bene se fossero valorizzate nei contributi (non solo economici) i club civili che un tempo potevano contendere a poliziotti, finanzieri, agenti di custodia, la pole position nei campionati società. Sono gli stessi dirigenti che li guidano (o li guidavano, la generazione è al tramonto), depressi, anziani se non addirittura defunti che hanno visto azzerati meeting e manifestazioni in ragione anche di questo monopolio. Se usciamo fuori dai confini di Chiasso (Francia, Germania) ci accorgiamo che il sistema sportivo occidentale non è così caratterizzato da questo meccanismo. Pagante? Diremo di no vedendo i risultati di Olimpiade, mondiali, europei dove la partecipazione è stata quantitativa e non qualitativa. Con una gran massa di atleti militari (due su tre ai mondiali di Doha) eliminati al primo turno. Quando verrà il momento di una revisione e di autocritica su un bilancio decisamente fallimentare? Certo non ci si potrà attendere che CONI e Federazioni auto-emendano questa ragione esogena che porta riconoscimenti e medaglie ma anche tanta zavorra. Con stipendi correnti che alla fine vengono pagati dalla collettività e senza restituzioni alcuna. La metafora perfetta di quelle che logisticamente sono le “servitù militari”.

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