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Dedicato a Gianni Mura, maestro non solo di sport

Volevo farlo ieri, subito, come si fa in un giornale vero. Anche quello dove lavorai io, piccolo ma reale, dove imparai il significato del sostantivo femminile «immediatezza», la reazione all'arrivo di una notizia inattesa ma troppo importante per essere ignorata. E allora, spianti la pagina, o una sua parte, e cambi un testo, una posizione in pagina, un titolo, la sua dimensione. Ma questo spazio è fatto a modo suo, anzi a modo mio. E allora, ho dedicato la giornata di ieri a rileggere un po' di pagine di alcuni libri di Gianni Mura che arricchiscono la mia biblioteca. Ne ho tolti due, in particolare, dai loro anfratti, due che rispondono ad altrettante passioni della mia vita. Una è stata lo sport, una amante che mi ha dato molte delusioni. Avrei voluto essere bravo come lui e dare alle stampe anch'io un «Tanti amori», libro del 2013, edito da Feltrinelli, che raccoglie una serie di conversazioni con Marco Manzoni, studioso della dimensione etica dello sport.

Ho l'abitudine di scrivere, al termine della lettura, qualche parola sulla pagina bianca che precede, di solito, il frontespizio di un libro. È un gesto di presunzione, dare un giudizio, ma riguarda me, e solo me. Lessi due volte il libro di Mura, nel 2015. Tra le varie piccole e grandi stupidaggini che scrissi, una annotazione dice:"Dovrebbero renderne obbligatoria la lettura nelle ridicole ore di educazione fisica nelle scuole". Da tempo credo fermamente che andrebbe introdotta nelle scuole una serie di lezioni su «Sport e Etica». Gianni Mura sarebbe stato il docente ideale.

Riproduco qui il primo capitolo del libro (che Mura dedicò a Enzo Biagi, Mariangela Melato e Pietro Mennea) intitolato «L'amateur», termine che ha un duplice senso: il dilettante sportivo, ma anche colui che ama. Scegliete la vostra interpretazione. Mura è stato un artigiano delle parole e un innamorato dello sport. 

«L'amateur» di Gianni Mura

L’amateur nello sport, tradotto alla lettera, è il dilettante. Preso in un senso un po’ più esteso è un innamorato di quello sport. Credo che il suo desiderio sia provare delle emozioni se lo pratica, e anche se lo guarda.

A volte qualcuno mi chiede:” Chi è uno che fa sport?”. Per me uno che fa sport è il tipo in tuta che incrociamo sulla Paullese verso le sette di sera mentre corre rischiando la pelle: ogni tanto guarda il cronometro perché si sta allenando per una maratona, e fino a due ore prima ha lavorato in fabbrica. Fa sport per sé, probabilmente non avrà mai il suo nome sul giornale né uno sponsor, e sa che la prima regola è superare i propri limiti, prima di battere gli altri.

Se fai 100 metri in 18 secondi e dopo tre mesi li fai in 17.8 ti dici: “Però, due decimi, guarda qua”. Poi magari non migliori più, ma continui a provare a buttare lontano un giavellotto o a pedalare. E continui a provarci perché lo sport è una forma di esplorazione di se stessi, è come se uno fosse curioso di vedere fin dove può arrivare con questa sua sfida.

Penso che all’origine della scelta di uno sport ci siano motivazioni forti. Perché oggi un ragazzo decide di fare il pugile? Vuol dire pigliare molti pugni in faccia e altrove, e faticare parecchio. Ci sono sport più leggeri, o anche leggiadri, come il tennis o la ginnastica artistica.

Oggi non c’è più una scelta obbligata come nel primo dopoguerra, quando in Italia producevamo soprattutto ciclisti e pugili perché era la via più veloce per cercare di uscire dalla miseria. Ci sono altre possibilità e un giovane ha un ampio ventaglio di scelte, specie se vive in una grande città: il calcio, il nuoto, gli sport di squadra cole il basket e la pallavolo, e anche le arti marziali, che pare facciano molto bene all’auto disciplina.

Quindi, se scegli lo sport è perché ti appassiona.

All’inizio, ad appassionarti è probabilmente qualcuno che pratica quello sport ai massimi livelli: su chi inizia, il richiamo del campione è molto forte. Non è un caso, per esempio, che ai tempi di Thöni, Gros e poi anche di Tomba si fossero moltiplicati gli sciatori in erba. E non è nemmeno un caso che ci fossero tanti pallavolisti ai tempi della grande Italia di Velasco.

Ma poiché passione è una parola che può degenerare anche nella vita (“L’ho uccisa perché l’amavo”, come nel cosiddetto delitto d’onore), l’amateur deve avere una passione non contenuta tra paletti troppo stretti, però moderata. In caso contrario, il confine tra amateur e ultrà diventa sottile e la passione può anche trasformarsi in una faccenda di ordine pubblico o da codice penale, diventa una passione che deraglia.

Tante persone fanno sport in solitudine, solo per mantenersi in forma. Poi ci sono gli altri con cui competere, ma non è obbligatorio averli. Se c’è un confronto sportivo, e qualcuno deve vincere e qualcun altro perdere, è molto meglio che accada senza grandi drammatizzazioni. Le drammatizzazioni emergono quando c’è di mezzo un interesse economico e più è grande, più si drammatizza. Come nel calcio, che è pieno di soldi e che ha sostituito i costi ai valori. Che non sono la stessa cosa.

Nella rubrica Sette giorni di cattivi pensieri che tengo su “Repubblica” ho cercato di fare questo gioco di parole tra valore e costo parlando di due gesti entrambi espressione di un impulso irrefrenabile, anche se di segno opposto.

Uno è quello del calciatore Moscatelli del Chievo, che dopo aver segnato un bel gol si mette a piangere perché ha sbagliato, a pochi minuti dalla fine, quello del 3 a 0 sul Napoli: sarebbe stata la sua prima doppietta in serie A. L’altro, per nulla edificante, è quello del difensore dell’Inter Chivu, che non visto dall’arbitro tira un pugno in faccia a Rossi del Bari: poi sarà squalificato per quattro giornate.

Ho concluso il pezzo così:” Se dovessi fare una squadra compro Moscatelli, non perché costa di meno, ma perché vale di più".

Una volta, se parlavi di valori a Bearzot non c’era possibilità di essere frainteso, oggi se parli di valori si pensa subito al fattore “costi”. Il valore di un giocatore qual è? È 12 miliardi virgola 8. Non era questo che intendevo.

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