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Lo sport ha bisogno di uno scenario nuovo

Questa immagine mi riporta al 5 agosto 2016, alle tribune dello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, dove, insieme al mio amico Carlos Fernández Canet, assistevo alla cerimonia di apertura della XXXI Olimpiade. La bella , immaginifica foto fu scattata da Carlos

Daniele Poto, giornalista e autore di libri, che mi offre, di tanto in tanto, una sua apprezzata «opinione» su argomenti che ci hanno coinvolto professionalmente, il giornalismo e lo sport, mi / ci, offre una riflessione che sostanzialemente è una domanda: cosa succederà dopo? Come sarà il day after? Mi ha chiesto di dire anche la mia, a fianco alla sua. Lo farò, ma desidero che prima, chi vuol leggere, legga Daniele, libero da altri condizionamenti. Se poi qualcuno volesse dire anche la sua, lo faccia. Evitate però di scrivermi e di dirmi "lo dico a te ma non è da pubblicare". Allora fate a meno, per favore.

Siamo più preoccupati per il futuro che per il presente. Andrà tutto bene? Abbiamo paura che possa andare peggio quando riprenderemo la normale attività. Già ma come usare la definizione “normale” perché per l’homo sapiens la vita non potrà più essere la stessa, non potrà più essere normale. Dove sono finite le discussioni sul Pil, sulla crescita, sul terrorismo e sulle sardine? Tutte spazzate via da un’esigenza primaria, quella di sopravvivere. E se parliamo di sport, e per quello che più ci interessa di atletica leggera, ci accorgiamo di parlare di un mondo piccolo e ci sentiamo quasi meschini a parlare di ripresa degli allenamenti, di speranze per entrare in una finale olimpica o del duello per la presidenza della FIDAL. La crisi emergenziale ci ha fatto accorgere quanto sia fragile e si sia gonfiato come un’enorme bolla economica questo mondo costruito col business, con professionisti miliardari che alla faccia di De Coubertin e dei suoi sodali, partecipano ai Giochi Olimpici solo se opportunamente remunerati con una fiche d’ingresso o un arricchimento di prestigio, con personaggi dello star system riabilitati dopo provate infrazioni all’antidoping.

Onestamente non vorremo essere nei panni dei colleghi giornalisti sportivi in attività. Sto comprando più quotidiani del solito ma la leggerezza dei temi è disarmante e costruirà di rimbalzo una nuova fuga del lettore dalla carta stampata. Ci si arrangia con anniversari, revival su Owens, stucchevoli descrizioni di come trascorrono la giornata i campioni. Un Grande Fratello sportivo a misura di condominio. Perché si prova a delineare un futuro su cui nessuno ha certezza. Le date scolpite sono quelle della nuova Olimpiade 2021 che per ragioni commerciali sarà iscritta come un evento del 2020 e con lo spostamento a catena delle grandi manifestazioni mondiali. Un anno sabbatico con una grande incertezza per lo svolgimento dei tornei nonché per il completamento delle operazioni di qualificazione per i Giochi. Tanta fatica per nulla per quelli di calcio, basket, pallavolo e pallanuoto?

Ma la riflessione, nel periodo di attesa, non può che criticare lo smodato gigantismo con cui le istituzioni sportive hanno partorito autentici mostri. Nel basket la squadra di Milano, dove Armani investe o disinveste milioni a palate,  oltre all’ordinario campionato nostrano doveva sobbarcarsi qualcosa come 34 partite di Eurolega per eventualmente qualificarsi nei playoff riservati alle prime otto? C’è qualcosa di diverso dall’elefantiasi della NBA? E come recuperare ora che il coronavirus ha ingoiato mesi di svolgimento?

Il cambiamento dopo la pandemia può avvenire dentro di noi. Ma c’è bisogno che questa potenzialità si eserciti a un livello collettivo con una palingenesi attesa e quasi inevitabile. Un grande esercizio di realismo per un  mondo che non potrà più essere come quello di prima. C’è da creare un nuovo modello, un nuovo asset, un nuovo approccio. E lo sport non potrà rifiutarsi a questa necessaria riconversione. Criteri e modalità tutti da stabilire. Ma con una pregiudiziale perché non si potrà evitare di ascoltare le parole più autorevole, quella degli atleti. Una costruzione dal basso che ridimensioni gigantismo, business, enfasi sui diritti televisivi. Forse stiamo sognando ma la storia è stata fatta anche di grandi utopie. A volte realizzate.

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