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Donato Sabia e uno stentoreo annunciatore

 

Due copertine delle riviste italiane che per tanti anni ci hanno aiutato a conoscere il nostro sport. A sinistra, la testata federale del marzo 1984 fissa il successo di Sabia ai Campionati europei in pista coperta a Göteborg. A fianco, una strana smorfia dell'atleta rubata dall'obbiettivo di Vittorio Muttoni per la rivista «Atletica Leggera» (giugno - luglio 1987): dalle bretelle della maglietta (Pro Patria Osama) si deduce che era una competizione di club, quasi sicuramente la Coppa dei campioni, disputata all'Arena Civica di Milano, durante la quale Sabia vinse gli 800 metri, davanti al francese Lahbi. Poi portò il suo contributo anche alla staffetta 4 x 400, ultima frazione, stimata in 45.7

Ho dei ricordi miei di Donato Sabia, che se ne è andato qualche notte fa, in un ospedale di Potenza, a raggiungere il suo papà morto solo qualche giorno prima, ennesime vittime di una bestia immonda che sembra che nessuno, al momento, riesca a domare. E, come tutti i vecchi, ho piacere raccontarli, 'sti ricordi, a modo mio. Ammesso che a qualcuno interessino e mi stia ad ascoltare. Altrimenti, fa tanto lo stesso.

La prima parte della mia storia inizia al Campo Comunale di Busto Arsizio intitolato a Carlo Speroni, gran podista degli anni 1910 - 1925: pista, cross, strada, primo italiano a correre più di 18 km in un'ora, gli daranno un lavoro come custode del campo sportivo, dopo aver partecipato a un paio di Olimpiadi ('20 e '24). Dunque sono a Busto, come mai e a che fare? Mi ci aveva chiamato Renato Tammaro, ispiratore della Riccardi Milano e organizzatore della «Pasqua dell'atleta», tappa fissa degli esordi primaverili, ogni anno. E i miei ricordi erano vividi di belle gare della «Pasqua» che andavo a vedere da giovinetto, con treno Piacenza - Milano e ritorno. Salvo qualche rara interruzione, erano sempre state le pietre malandate della Civica Arena milanese a far da cornice alla manifestazione atletica che tanto cara era all'Arcivescovo di Milano, chiunque egli fosse, che quasi sempre impartiva la Sua Santa Benedizione agli atleti. Io non portavo nessuna benedizione, che ci andavo a fare allora a Busto? Andavo in virtù del mio mestiere di imbrattacarte delle pagine sportive del «Giornale di Brescia», che a quel tempo mi pagava, con grande regolarità devo dire, lo stipendio mensile? No, non proprio, Tammaro mi aveva assoldato, con mia gran sorpresa, come annunciatore in campo, quello che chiamano tutti speaker, l'inglese fa sempre snob. Come mai? Con tanti altri speakettari che c'erano su piazza, Milano e dintorni abbondava, proprio a me lo veniva a chiedere? Mi intrigava, ma Tammaro, come tutti gli assidui frequentatori di ovattate stanze arcivescovili, aveva un tono paterno, convincente e benedicente. Scoprirò poi, e vi renderò partecipi delle motivazioni. Ebbene, anduma a Busto.

Era il 26 maggio 1984, un sabato. C'era parecchia gente sulla tribunona bustocca. In campo un buon schieramento di atleti che andavano per la maggiore, con qualche rinforzino straniero, il biondone ariano Carlo Thränhärdt e il suo clone Dietmar Mögenburg esperti nello sfidare la legge di gravità. Ma gli occhi erano per il cittadino di Barletta, per li brianzolo bititolato europeo e mondiale cantato da quella gran persona che era Paolo Rosi, per il bambino di Altofonte. Microfono in mano, tacabanda. Impianto efficientissimo, per una volta, normalmente non funzionavano mai e doveva accorrere il custode del campo; la mia vociona, amplificata da qualche milione di decibel complice una acustica che si stampava sulle gradinate quasi fossero cannonate, spaccava i timpani, e non solo quelli, a tutti. Segnacci dai federali presenti, intervento di elettricisti a regolare il micro, ma era la voce da regolare. Scrisse Dante Merlo sulla rivista «Atletica Leggera»:" Non facciano neppure a tempo a chiedere a....che uno stentoreo annunzio dello speaker, per l'occasione Ottavio Castellini, ci fa sobbalzare sullo scranno. Sono le 15,33 e la riunione è incominciata da appena tre minuti". Io tuonai a tutto volume, chissà le maledizioni:"Marco Martino ha lanciato a 66.30, nuovo primato nazionale del disco".

I dischi stavano ancora sfarfallando quando Stefano Tilli fece un dispettaccio a Pietro Paolo, sui 100. Ce la mise tutta, tempo modesto in una pessima giornata di freddo e pioggia, ma voleva dimostrare che dovevano tener conto anche di lui per la staffetta da portare in California. La parola ancora a Merlo Senior:"Chi invece incanta, scatenando l'entusiasmo della platea, è Donato Sabia, che affronta i 500 metri con la determinazione di chi sa cosa vuole, incurante della mancanza di lepri e punti di riferimento. La gente...scarica e raddoppia il suo entusiasmo sul corridore potentino...L'apparechio segnatempo non si ferma quando Donato taglia il filo, ma lo speaker già anticipa che è successo qualcosa di grosso...". Aho, troppo forte 'sto speaker! E fatemelo dì! Ero concentratissimo, scandivo io mentalmente i secondi, forse anche i centesimi. Dovevo cercare di non distrarmi dalla insistente e non richiesta pressione di Enzo Rossi, che mi si era piazzato alle costole fin dall'inizio e martellava: dì questo, dì quest'altro, guarda i 100, occhio a Cova, citalo, citalo,...Non serve dir chi era a quei tempi Enzo Rossi, a me veniva solo la voglia di dirgli: A' Enzo, vaffan...vaffanzum, vazzanzum...come cantavano i cinque di «Amici Miei», il Perozzi, il Conte Mascetti, l'architetto Melandri, il prof. Sassaroli e il Necchi. Ma Enzo Rossi, era Enzo Rossi, non perchè era commissario tenico, ma perchè lo conoscevo e lo sopportavo.

Donato fece tutto da solo, anche gli altri furono bravini, ma stettero sempre dietro. Infine l'annuncio: miglior prestazione mondiale, 1:00.08, europea e italiana, ovvio. Forse, è ancora europea, me par.  Mi affido alle note di Guido Alessandrini, che scrisse per la rivista federale, per i puntuali dettagli tecnici:"...questo 1:00.08 è stato ottenuto con passaggi regolari di 23.2 ai 200, 34.6 ai 300, e soprattutto 46.8 ai 400 con chiusura in solitudine totale poco oltre i 13" nell'ultima frazione di 100 metri. Segno che con un avversario spalla, Sabia sarebbe sceso sotto il minuto, il che è un bell'andare". Preconizzava il prof. Carlo Vittori, non uno qualunque:"Se si velocizzasse fino a 15.5 sui 150 metri, farebbe 45 sui 400". Il resto della stagione '84 di Donato Sabia meriterebbe altra narrazione, e, soprattutto, altro narratore. 

Salutai Busto Arsizio, dove non ho mai più avuto occasione di tornare. Qualche sera dopo, ricevetti a casa una telefonata di Renato Tammaro:"Contento? Bella Pasqua, due grandi primati...E tu potrai dire di aver fatto l'annunciatore di un primato mondiale, dovresti sentirti orgoglioso...". "Sì, certo, una bella soddisfazione...". "Grazie per essere venuto, ci saranno altre occasioni...Ciao, buonasera". "...sera...". Sapete perchè vi racconto tutto questo? Perchè non ho nipotini cui raccontare che "tanti anni fa il nonno fece l'annuciatore ad una gara di atletica dove un tal...". Però, ancor oggi, mi sento orgoglioso. E soprattutto sono stato fortunato. Mi raccontò una volta il mio amico Roberto Pegoiani, bravissimo rugbista bresciano, che si presentò al presidente del suo club e gli chiese un piccolo aiuto economico, lui lavorava e per allenarsi con gli altri doveva chiedere ore che il padrone gli tratteneva dalla busta paga. Il presidente tenne un sermone lacrimevole da cui si capiva che non avrebbe scucito neppure un centesimo, e alla fine gli chiese:"Ma hai pagato la tessera annuale di socio del club?". E il povero Roberto dovette cacciare la quota, oltretutto. A me, in fondo, è andata meglio.

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