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Maggio 2020, io speriamo che me la cavo

Qualche ora fa, era notte nera, mi sono messo davanti al bel calendario reso prezioso dalle fotografie dei miei amici Chantal, Pietro e Marco. Orologio in mano ho aspettato le 00,00 per girare pagina, oscurare il mese di aprile e chiamare alla luce quello di maggio. Un rito personale per esorcizzare il macigno che è caduto sopra le nostre teste mentre andavamo in giro alteri, sussiegosi, illusi di aver piegato il mondo a tutti i nostri capricci. E invece, qualcuno, qualcosa, chi? dove? ci ha fatto piegare le ginocchia, e ci sta facendo piangere. Da quando ho chiuso la porta sul mondo esterno (orsono ben 55 giorni) mi interrogo su come sarà il futuro immediato, il futuro-futuro, che ne sarà dei miei progetti, dei miei affetti, delle mie amicizie. Che ne sarà della mia vita, dello scampolo di vita che (forse) mi resta?

Attorno, da lontano e con i molti filtri (veri? falsi?) che sono costretto a usare per leggere anche solo il giorno dopo, traggo segnali sconfortanti, come dicevano gli aruspici che leggevano le interiora degli animali sacrificati, segnali nefasti. Vedo un formicaio di piccoli esseri che ancora si agitano all'impazzata, senza sapere bene cosa sono, cosa vogliono, dove andranno. E quando si stancheranno di cantare e di suonare dai terrazzi, che ne sarà di noi? Cosa vogliono lo sanno, eccome, il ritornello è sempre quello: soldi, soldi, soldi, danè, schei. Assalto alla diligenza, c'è posto per tutti i Jesse James del 2020: mafia / mafie; delinquenti che non si arrestano neppure davanti ai chilometri di bare e spacciano materiali taroccati; delinquenti comuni che violentano un valore che dovrebbe essere sacro per chiunque, la vecchiaia; pantegane che si sono annidate da tempo nei gangli vitali dello Stato e non ne sono più uscite, e fanno affari d'oro con le Istituzioni che faticano a trovare risposte, e loro, le pantegane, imbrogliano con grandi sorrisi telegenici. Commercianti di gadget, di biciclette elettriche costruite in Cina, playboy squattrinati, tutti si sono improvvisati bottegai di materiale sanitario raffazzonato, inutilizzabile, inadeguato, come ha certificato l'Università di Torino, me par, che ha testato migliaia di mascherine traendone il terrificante responso che otto su dieci non valgono un tubo.

E adesso verrà il bello, cioè il brutto, altro che «Magio lè el mes dele bune òpere» come dicono da secoli gli indigeni (quelli che restano) delle mie montagnette gardesane. Qui bisogna far ricorso ancora una volta al maestro elementare Marcello D'Orta e al suo libro «Io speriamo che me la cavo», raccolta dei componimenti dei suoi alunni napoletani. Ma ho tanto paura che invece andrà a finire come scrisse con una saggezza spicciola, popolaresca, ma di solidità millenaria un altro bambino: «Chi nasce poverello e sfortunato gli piovono cazzi in culo anche se sta assettato».

E adesso la foto che ci regala un' oasi di pace nella frazione Costa, che comprerei in blocco avessi i quattrini. Sta a quasi 1000 metri, qui a pochi chilometri da casa mia, lo dico per gli amici lontani che Navazzo e dintorni non conoscono. Con l'augurio che passata la tempesta siano in tanti a venirmi a trovare, io, l'uomo del monte, ma senza ananas.

Dove: Costa - Apparecchio: NIKON D300S - Lunghezza focale: 8.0 mm - Ottica: 8.0 - 16.0 mm f/4.5 - 5.6 - Tempo esposizione: 1/800 - Diaframma: f/8.0

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