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I birignao dei somari dell'inglese spannometrico

Ne avevo trovato uno che la pensava come me, e se ne è andato. Non perchè ha cambiato idea, proprio perchè è  deceduto, recentemente. Gianni Mura, uno degli ultimi e ormai pochissimi scrittori di cose sportive degno del nome di «giornalista sportivo», lascia - almeno per me - un vuoto enorme in quella categoria. Tra l'altro, devo dire che ho trovato di pessimo gusto che il quotidiano per cui scriveva abbia sostituito in poche settimane la sua rubrica domenicale «Sette giorni di cattivi pensieri» con un surrogato firmato da altra persona, proprio la domenica. Uso il criterio di Mura: voto 4, alla direzione del giornale (senza parlare della nuova proprietà che ultimamente ha dato ampia prova di poco stile, leggasi vicenda del cambio del direttore) e al responsabile delle pagine sportive. E non solo poco stile, ma anche scarsa fantasia.

Gianni Mura ha avuto, nella sua ricca vita, molti interessi: lo sport, il ciclismo e il Tour de France ai primi due posti della classifica, la musica dei cantautori francesi o italiani che fossero, la poesia, gli anagrammi, il buon mangiare e il buon bere. Per ricordare questo giornalista che ho stimato molto e del quale ho letto qualcosa, ho tirato giù da uno scaffale della libreria, dove stanno a dimora libri, guide e riviste del genere Méditations de gastronomie (© Brillat - Savarin), un suo libro del 2015, che avevo già letto una prima volta nel 2017: «Non c'è gusto - Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante». Utile per evitare (cercare di evitare) fregature, scritto senza spocchia da un tale che, per sua ammissione, non sapeva cucinare due uova ma che si cucì addosso la «professione del cliente». Centootto pagine in puro stile Mura, piane, semplici, chiare, soprattutto oneste.

E, rimessomi a leggere, sono arrivato, come pedalando in discesa, a pagina 53, e lì la folgorazione (me ne ero scordato): ho letto che Mura la pensava come me. Gli lascio la parola (sta parlando dei siti gestiti direttamente dai ristoranti):

"A questo punto devo dire che non ho nessuna allergia alimentare ma ne ho nei confronti dell'abuso di termini stranieri, specie quelli ispirati a un birignao senza senso. Quindi, se in un sito trovo termini come location, happy hour, trendy, lo boccio a priori. Non parliamo la stessa lingua, non possiamo avere gli stessi gusti o lo stesso palato. Non incontrarsi e dirsi addio".

Di questi birignao ce n'è uno che mi fa andare in bestia: location. Una idiozia entrata con una violenza inarrestabile nelle urla spesso sgraziate e illetterate di presentatori di provincia che a mala pena sanno mettere insieme il soggetto, il verbo e il complemento. Ma location non manca mai. Chissà mai cosa credono di dire, quale magico e nascosto fluido emana da questo suono. Sicuramente farò sorridere il mio amico Enzo che conosce l'odio che porto a questo termine e l'antipatia profonda per chi lo pronuncia. E non ne faccio mistero, spesso mi alzo e me ne vado. E non solo questo: trovo idiota questo uso scriteriato di termini stranieri appiccicati all'interno di una cultura e varietà di linguaggio come l'italiano. Ecco, in questo sono un feroce sostenitore della Brexit, che se li tengano i loro termini e la smettano di inquinarci. Così come ho sempre considerata una idiozia che per far promozione dei prodotti italiani si scriva «Made in Italy».

Grazie Gianni Mura, e non solo per questo.

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