Venerdì, 09 18th

Last updateVen, 18 Set 2020 2pm

Fare giornalismo sportivo al tempo del virus (3)

Giorgio Lo Giudice ha dato una grossa parte della sua vita alla «Gazzetta dello Sport». Bella forza, ci ha lavorato tanti anni. La chiave di lettura è un'altra: Giorgio alla «rosea», redazione romana, ha dato soprattutto il cuore, al giornale, allo sport, all'atletica in particolare. Atleta niente male in gioventù, mezzofondo, fondo, 3000 siepi, anni '50, a Roma, gli anni di Spinozzi, Scavo, Brichese, Virag, Sbernadori, Chiesa, Lucchese, Paternoster, Cavalli, Leone, Coliva, Bisegna, era perfino il tempo (1957) del giovane Mario Pescante campione studentesco sui 1000 metri. Era il tempo delle società mitiche: Capitolino, CUS Roma, A.S. Roma, ovviamente Fiamme Gialle, buttate lì a caso, ma c'è di più, molto di più. Era il tempo che precedeva i Giochi Olimpici asegnati a Roma, della costruzione del nuovo Stadio Olimpico. Era tempo di entusiasmi, dell'Italia che viveva la prima parte del «miracolo economico». Giorgio abitava in una casa che si affacciava su Campo de' Fiori e sul suo mercato, a due passi dalla sezione storica del PCI in via dei Giubbonari. Un cuore grande, quello di Giorgio, come uomo, come sportivo, come giornalista. Di quelli che non si è mai fatto scrupolo a sacrificare una sera in famiglia per andare ad una partitella di Serie Z del campionato esordienti di...(fate voi) per sostituire un collega fighetto che si inventava una scusa per non andarci. Oggi invece la parola d'ordine è un'altra, e la scrive Gio' nelle ultime righe del suo intervento con spontaneità trilussiana. Qualcuno a volte mi racconta la favola del giornalismo diverso, che deve fare i conti con la TV, con Internet, con... con...con un giornalismo che deve fare i conti con se stesso, prima di tutto. E non ne ha il coraggio. Grazie Gio'!

La Gazzetta, ieri, oggi, azzardiamo a dire domani?

di Giorgio Lo Giudice

Si disse che doveva essere un periodo di riflessione, in cui la lettura avrebbe dovuto essere uno dei migliori antidoti alla noia ed allo stress di restare chiusi in casa. Purtropp però non aiuta più di tanto leggere dello sport che non c’è. La «Gazzetta dello Sport» ha provato a fare molti e lodevoli sforzi in tal senso, ma non sempre ci è riuscita, secondo me. Questione di gusti si potrebbe dire. Ma in realtà non esiste molto equilibro tra una fetta ristretta del calcio ed il resto. Lo capisco: il calcio ha un valore fondamentale con le Tv i contratti e altro (si mette in mezzo anche il Pil quando serve). Ovvio che l’80% dei lettori sono calciofili, ma questa disparità non è un merito, semmai una colpa, e forse qualcuno dovrebbe pensare a certe scelte, perché il solco si è creato nel tempo con il disinteresse progressivo verso le altre discipline scomparse nel nulla, anche se parliamo di sport olimpici.

A volte poi ci sono scelte incomprensibili per parlare appunto di altro che non sia il pallone. L’esempio lampante quello dell’atleta o ex atleta o condannato, come preferite, Alex Schwazer. Già, è condannato ed abbiamo una conferma? Che bello facciamo due pagine, così si potrà dire che trattiamo anche l’atletica (?). Due pagine in cui si accusano tutti gli altri, parlando di riscatto, di ritorno, di future Olimpiadi e altro ancora. Un po’ di equilibrio non guasterebbe. Come mai non sono state interpellate, in nessuna occasione, tutte le persone che sono state oltraggiate e poi invece assolte con formula piena? I nomi li sapete tutti: il dottor Giuseppe Fischetto, il dottor Pierluigi Fiorella, l’ex azzurra Rita Bottiglieri, che hanno subíto momenti di dolore personale e professionale, nonché processi lunghi, costosi ed infamanti per i tipi di accuse, per venire infine assolte (hanno detto i giudici "il fatto non sussiste") e quindi sono pienamente innocenti. Meglio far parlare gli accusati a cui è confermata la condanna. Scelte politiche, mi si permetta di dire, molto opinabili. Una forzatura nella quale, tra l’altro, l’intervistato viene portato per mano a raccontare la sua verità. Tutto questo ricordando che parliamo di un reo confesso di doping, non si deve mai dimenticare il punto di partenza.

Nella vecchia «Gazzetta» questo non accadeva, così come era sempre il direttore, o il suo vice, in questa come in altre situazioni importanti magari in una fase di dissenso verso il Coni o la politica, a dare voce ad un posizione critica e non al primo che passa, a prescindere dalla sua bravura nel saper scrivere. È un fatto di principio che mi è stato insegnato da Gualtiero Zanetti, Gino Palumbo e Candido Cannavò, per citare i miei maestri, dai quali spero di aver imparato qualcosa.

Sicuramente molto è cambiato con le nuove tecnologie, ma non sono cambiati i principi del giornalismo. Il signor Cairo ci sa sicuramente fare se la buttiamo sul terreno contabile, visto il quasi azzeramento (lodevole) del debito, ed addiritturala comparsa di un dividendo azionario (poi, a fronte di proteste, cancellato). Certo, non è difficile fare dividendi mentre si manda la gente in pensione anticipata, depauperando la qualità del giornale. La «Gazzetta»  non ha più un corrispondente negli Stati Uniti; se Boldrini, uno dei prepensionati, parte, scompare pure quello in Inghilterra e così via (gli altri già da tempo sono stati azzerati). Che «Gazzetta» leggiamo e leggeremo? Si dice: il calcio prende tutto. Ma quale calcio? Precisiamo: è un certo tipo di calcio a prendere tutto. Della serie D si son perse le tracce, la C e la B ridotte ai minimi termini e la stessa A per 6-8 squadre significa a malapena un servizio quando capita. Le pagine regionali «asfaltate», per non parlare dei redattori esterni. Si fa tutto per telefono, un gran risparmio. Ma la credibilità? La «Gazzetta» è sempre stata la Bibbia dello sport non solo perché c’era tutto, ma quello che usciva era credibile perché lo diceva la «Gazzetta». Un po' come oggi quando si afferma: lo ha detto la TV. Cairo, che è spesso portavoce delle sue idee sul suo giornale, può dire in tutta sincerità che sia così anche adesso? Nutro ampi dubbi.

Mi auguro, visto che anche Narducci è fra i pretendenti al prepensionamento, dopo essere già stato messo da parte sul settimanale «Sport Week», che Bongiovanni, Crivelli ed i pochi altri rimasti sappiano resistere e non essere travolti. Con l’aria che tira, ciclismo e auto a parte, tutto il resto verrà sempre più relegato in uno striminzito angolino; e come sempre più spesso è capitato, telefonando per far presente un momento importante dello sport o un evento di una qualsiasi disciplina (olimpica magari) di sentirsi rispondere: “Frega cazzi”. Mi scuso per l'espressione, ma pare vada molto di moda di questi tempi in «Gazzetta». Spero nessuno si senta offeso, per lo meno non è nelle mie intenzioni. La cruda verità a volte fa male. Le mie sono impressioni ricavate da mesi di frustrante nulla che mi hanno fatto sentire ancora più solo e più triste.

Sei qui: Home Fare giornalismo sportivo al tempo del virus (3)