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Riforma dello sport: per chi tifare? Nessuno

 

Qual è il sostantivo che negli ultimi quindici anni è stato ripetuto pappagallescamente fino alla nausea? Casta. Che bello: tutti contro la casta! Un successone il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uscito nel maggio 2007 ad ottobre dello stesso anno era già alla diciannovesima edizione. L'ho letto pure io, e provai qualche brivido di rivolta. Poi però...poi però mi è venuto un dubbio sempre più insistente: non sarà che questi che sbraitano contro la casta, sono interessati, subdolamente, a sostituire questa casta con la loro? Fu tutto uno sbraitare, un ululare di «vaffanculo», di Vday; prese potere uno che nella vita aveva sempre cercato di far ridere, anche lui ringhiava, e gli italiani giù tutti a ridere, come se un Paese, una Nazione, fosse cosa da riderci sopra. Quasi contemporaneamente fecero la loro comparsa i «rottamatori», e io  mi chiesi: non sarà come per la lavapiatti? Rottamo la vecchia, che farebbe ancora il suo onesto lavoro, e la sostituisco con una nuova. Ma sempre lavapiatti è. E infatti, la logica è, era e sarà, «fatti più in là che al tuo posto mi ci metto io».  E, soprattutto, ci rimango.

In tutto questo baillame di «di caccia al politico da rottamare», ci si è dimenticati di altre categorie che hanno vocazione all'inamovibilità: sono gli ungulati dello sport, quelli che si arpionano a posti e posticini dove si gestiscono le attività sportive. Vanno di moda le prove di resistenza, ma i veri campioni di ultradistance sono loro, quelli che una volta entrati non escono più. Ci sono esempi che possono essere citati nei libri di storia dello sport italiano, e anche mondiale. La faccio corta: oggi ci risiamo, ed è in atto il braccio di ferro fra politica e sport, que par de dos! direbbero i miei amici spagnoli, come dire te li raccomando quei due. Nella mia lunga esperienza in organismi sportivi, nazionali e internazionali, sempre come impiegato tanto per chiarire, ne ho viste di tutti i colori. Ve ne racconto una come esempio illuminante. Dunque: un tale vuol diventare presidente di una federazione sportiva, si fa scrivere il programma elettorale dal suo ghostwriter, che, terra terra, significa uno che conosce un po' la lingua italiana e la condisce con qualche sostantivo o aggettivo che quasi nessuno conosce a Petralia Sottana. Fa mettere nero su bianco che uno dei punti cardine del suo prgramma è il limite di due mandati, otto annetti, mica scherzi, comunque va bene. Eletto, dopo il primo mandato, comincia la litania: due mandati son troppo pochi, non si fa a tempo a capire i meccanismi, a imparare tutto quel che serve...e via salmodiando. Ma se ti sei candidato per andare ad occupare una carica, voleva dire che avevi un bagaglio di conoscenza tale da ricoprire quel posto con assoluta padronanza. O no? Oppure i primi quattro anni sei andato alla scuola primaria ad imparare, i secondi quattro alla secondaria? E quando mai sarai pronto per l'esame? 

Leggete quel che Daniele Poto ha scritto per questo mio zibaldone. Lo dice chiaro: uno degli argomenti di massima fibrillazione è il numero dei mandati. Perchè, gira e rigira, è meglio fare il presidente della federazione della corsa nei sacchi piuttosto che lavorare. Frase storica che veniva usata per quei pelandroni dei giornalisti, ma vale per tante altre categorie. Questa dello sport, sicuramente. E con privilegi che neppure i ministri hanno. E soprattutto, con la cassa, che il virus però ha messo drasticamente a dieta.

Federazione del braccio di ferro: Spadafora contro Malagò

di Daniele Poto

Ma davvero possiamo immaginare un’Italia istituzionalmente censurata costretta a una partecipazione monca all’Olimpiade post-datata di Tokyo 2021? Tempi strani, tempi difficili, anche come interpretazione, quelli che vivono C.O.N.I. e ministero dello Sport (e sullo sfondo il Governo, solidale con il ministro Spadafora). Improba anche la separazione del pensiero di Bach, rettore del C.I.O., da quello di Malagò, primo dirigente del C.O.N.I. in cerca di solidarietà internazionale sul tema della riforma governativa.

Il malcontento sembra accomunare questa volta tutti i vertici del Foro Italico, senza distinzione alcuna. Spadafora per la verità raccoglie anche le conseguenze della precedente riforma voluta dal leghista Giorgetti. Le ha dato continuità e si scontra con quelli che dal punto di vista lessicale è difficile non chiamare satrapi. Barelli (nuoto), Aracu (hockey), Binaghi (tennis), per non parlare di Petrucci (basket), sono lì da una vita e per una vita al vertice vorrebbero restare senza limiti di mandati, a costo di fare come alcuni sindaci del Belpaese. Un giro fermi con un proprio affidabile incaricato (meglio ancora se parente) e poi nuova giostra, nuova corsa.  Guarda caso tre dei quattro presidenti citati hanno avuto cariche politiche e sono fortemente etichettabili sul fronte centro-destra.

La semantica del conflitto è quasi inestricabile tanto più che appare evidente che per tamponare gli effetti ci sia un po’ di Malagò nel testo di Spadafora. La differenza tra chi è esperto, e conosce il mondo con la diplomazia che utilizzava nei colloqui quasi quotidiani con Gianni Agnelli, e chi viene da un altro mondo, in tutti i sensi, anche se deve adattarsi alla trasformazione del Movimento 5 Stelle in autentico partito, con tutte le conseguenze del caso. Lo spauracchio prospettato come “drammatica conseguenza finale” è il disconoscimento del C.I.O. che parla di “tradimento” dei principi fissati dalla Carta Olimpica. Anticipiamo che mai succederà e la sua evocazione è solo uno strumento tattico per approdare a una pace di compromesso secondo le italiche abitudini.

Per avere un quadro più aggiornato degli equilibri in campo bisogna anche ricordare che Spadafora ha la solidarietà del presidente del Consiglio, Conte, e non tanto per un rapporto personale o di stima ma perché, specie dopo le elezioni Regionali e il trionfo dei “sì” al Referendum, non è prevista una crisi di Governo ma neanche un rimpasto. Spadafora dunque ha buoni margini di manovra sapendo di poter rimanere in sella, accada quel che accada. Ma non è neanche suo precipuo interesse aggravare il conflitto, esacerbare i toni anche se qualche parola grossa è già stata utilizzata persino su documenti ufficiali, da una parte e dall’altra.

Come si può immaginare uno degli argomenti di massima fibrillazione è il numero dei mandati. La boutade del dilettantismo non è più gettonata nel consesso degli agonisti olimpici, figurarsi se può essere ancora credibile per dirigenti che sono professionisti a tempo pieno e trovano sostentamento economico dal proprio mandato e dal suo prolungamento nel tempo. La mancanza di rinnovamento delle poltrone nello sport italiano è proverbiale, così come l’assenza significativa di profili femminili, a parte signore cooptate e di discutibile competenza come Evelina Christillin.

Quali sono i saggi a cui chiedere un consiglio in questi casi? A seconda delle correnti politiche, vi verrà suggerito di rivolgersi a Franco Carraro, anni 81, già presidente del C.O.N.I., già sindaco di Roma, già ministro dello Sport, già tante cose; oppure a Mario Pescante, anni 82, disarcionato dal C.O.N.I. per lo scandalo del laboratorio anti-doping di Roma, poi vicepresidente vicario del C.I.O. (da cui si dimise), ma ancora saldamente in attività come “esperto”. Intanto, allo stato dell’arte, rimane la ferma opposizione del mondo dello sport, imprevedibilmente compatto, rispetto all’attuale bozza del testo unico sul riordino dell’ordinamento sportivo. Sull’ordinamento lo sport non vuole ordini, scusate la tautologia. 

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