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200 metri: Filippo facci un pensierino

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Il mio amico Daniele Poto mi ha proposto la sua opinione su Filippo Tortu, questo ragazzo - che comunque sta crescendo, quindi attenzione che «quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia» - osannato, coccolato, lautamente sponsorizzato, perfino cavalierato, che corre abbastanza forte ma non fortissimo i 100 metri. Non conosco il ragazzo, non gli ho mai parlato, dicono sia un bravo ragazzo, ci credo. Alcuni, che frequentano ancora - hanno buontempo - l'atletica nazionale, mi dicono che il cerchio magico che gli sta attorno lo sta rovinando. Non ne so niente, e poco o nulla mi importa sapere.

Io, l'ex ragazzo Filippo Tortu l'ho visto correre in due manifestazioni mondiali, quando tiravo la paga alla Federatletica mondiale, e non l'ho mai visto vincere. No, ho detto una fesseria: l'ho visto vincere una batteria e una semifinale. Andò così. 2014: Nanchino, Cina, seconda edizione del Giochi Olimpici per i giovani. Tortu corre i 200, la terza batteria, era arrivato lì con un miglior tempo di 21.42, corre in 21.38, bravo, ma non vince, lo precede un cinesino di Taipei, 21.03. È in finale, ma non correrà, causa il rovinoso capitombolo sull'arrivo della batteria, si ruppe qualche arto (me par) oltre alle spelacchiature. Passan due anni, stavolta siamo in Polonia, Bydgoszcz, ci sarò stato negli anni iaffini sei o sette volte, organizzavano tutto loro, ed erano anche veramente bravi, ce ne fossero stati sempre così. Trattasi di Campionato mondiale I.A.A.F. juniores, che, con un colpo di genio che non t'aspetti, viene ribattezzato Under 20. Di 100 metri parliamo stavolta. Batteria, la quarta: Filippo primo, 10.29; semifinale, la prima: Filippo ri-primo, 10.26. L'attesa è da tremori incontrollabili, dall'Italia arriva in tutta fretta il presidente federale, che sembra in preda al ballo di San Vito. Pronti, bum, via, bravissimo il Filippo nostro, 10.24, ma è secondo. E sapete chi ha davanti? Un ragazzotto yankee, Noah Lyles, che fa 10.17. Lyles, Lyles...ma...ma è quello di Nanchino, che vinse i 200 alle Olimpiadi per i bambini! Il quale Noah l'anno scorso nell'affollatissimo (ohhhh...) stadio di Doha - Qatar, quelli che ci vendono il gas per scaldarci d'inverno - si è messo in «berta» due titoli mondiali (200 e staffetta).

Pensierino della sera:«quant'è bella giovinezza...di doman non c'è certezza». Ecco, appunto, se s'ha da vincere il titolo olimpico, forza, Filippo vincilo. Te lo auguro di cuore. Due prima di te ci son riusciti: Livio Berruti (il mio idolo, due anni più tardi Tito Morale) e Pietro Paolo Mennea. Adesso il mio amico Daniele vi spiega come la vede lui, ed è molto più bravo di me. (Le foto: Archivio FIDAL / sparate da quel brontolone del mio amico Giancarlo Colombo)

“o Franza o Spagna, purché se magna”, 100 o 200 purché se vinca

di Daniele Poto

L’atletica italiana, quando va a stringere il focus su un personaggio, inevitabilmente punta l’indice su Filippo Tortu. Perché è giovane, è vistosamente un bravo ragazzo, ha l’appeal giusto per essere indicato, velleitariamente, come “il successore di Berruti” (più che di Mennea, lo stile di corsa fa il velocista). Non è un caso che per farlo correre più forte Fastweb l’abbia messo sotto contratto contribuendo vistosamente allo sviluppo della sua denuncia dei redditi. L’inserimento nella finale mondiale dei  100 (meritato indubbiamente ma con quel pizzico di fortuna che giova ad ogni causa), conclusa al settimo posto (una volta si sarebbe detto al penultimo) contribuisce all’esposizione mediatica. Intanto il suo staff si gonfia di preparatori, di addetti a qualcosa, neanche fosse un componente della famiglia reale o, nel campo dell’atletica, uno che si è decisamente affermato. Non si contano le ospitate nei premi e in televisione, obbligo dello sponsor beninteso. Nelle ultime interviste il ragazzo Tortu si è esposto pericolosamente chiarendo al colto e all’inclita che il suo desiderio ormai non più nascosto è di vincere una finale olimpica o mondiale. Sogno o son desto?

A tutti è già sembrato un miracolo che il “bianco” Tortu si inserisse in una finale monocolore nei 100 in una stagione in cui non ha migliorato il proprio primato personale. Ovvio che in un’intervista non puoi dichiarare di voler arrivare sesto ma di qui a una medaglia d’oro nella gara più veloce (e per certi versi più retribuita in ragione dei secondi di esibizione) ce ne corre. E Tortu rischia di rimanere al palo. Intanto ci sono dei dubbi sulla sua leadership in Italia perché alla sua fortuna mondiale si è abbinato il colmo della sfortuna iridata per Marcel Lamont Jacobs che nel preliminare aveva destato migliore impressione visiva.

E poi siamo sicuri che i 100 siano la distanza ideale per il più che ventenne sprinter vista l’irriducibile concorrenza con cui si trova e si troverà a confliggere? Tortu chiarisce anche questo nelle interviste. Dei 200 parla poco e malvolentieri. Eppure, a ben guardare, è sul mezzo giro di pista che il suo potenziale potrebbe completamente dispiegarsi colmando l’handicap dei tempi di reazione allo start, migliorati sotto la guida di Stegfano Tilli ma non ancora ottimali. Quanti sprinter sono davanti a lui nell’attuale ranking? Tanti? Troppi! Nei 100 tra Tortu e il miglior velocista del mondo ci sono tre metri di forbice di distacco difficilmente rimontabili. Invece in ambito europeo un podio continentale sarebbe a portata di miglioramento con una completa dedizione alla distanza, un deciso impegno in allenamento, una riconversione dei programmi con un primo obiettivo minimo di scendere sotto i 20”. Che diamine, con tutto il rispetto, ha sfiorato il muro uno come Desalu che occhio e croce vale tre decimi in più sui 100. Ci vorrebbe un allenatore e una Federazione che lo facesse riflettere su questo. Non si tratta di violare una profonda motivazione personale ma di costruire un solido futuro per il vessillo dell’atletica italiana per il prossimo decennio.

Oggi, in chiave olimpica, Tortu ha maggiori probabilità di entrare in una finale nella 4 x 100 (se la qualificazione verrà centrata) che nella gara individuale, tenuto anche conto che la concorrenza nello sprint puro salirà di tono a Tokyo. E alla sua giovane età un passo indietro verrà visto come un sintomo di precoce declino. Invece il futuro nei 200, partendo da un tempo relativamente mediocre, è tutto da scrivere e gli potrebbe dare ampie e rassicuranti gratificazioni. Ci auguriamo che il rpensamento arrivi già nella stagione olimpica perché i Giochi del 2024 sembra sufficientemente lontani per riaprire il nuovo capitolo tecnico. 

Febbraio 2020: anno bisesto, anno funesto

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Se il cattivo giorno si vede dal mattino, questo gennaio non poteva essere peggiore. Il coronavirus sta mietendo vittime, ma soprattutto sta generando una paura indomabile. È lo stato d'animo che fa ancor più danni. Questo febbraio da 29 giorni inizia dunque oggi nel segno di questa calamità che attanaglia tutto il mondo. Il mondo ha sempre vissuto grandi epidemie, pestilenze, febbri di vari colori, ma ha saputo uscirne, anche se spesso pagando altri tributi di morte. Ed è con questa speranza, meglio, certezza, che i miei amici Chantal, Marco e Pietro, che hanno fermato con i loro obiettivi immagini piene d'incanto, insieme a me che ho il solo merito di essere loro amico, vi offriamo una immagine riposante, di un mondo che, forse, sta scomparendo. Quella «santella» nel muro rustico di questa casa infonde conforto a chi ha fede. Dobbiamo averne, e se non di fede religiosa tutti siamo dotati, almeno di fede illuministica nella scienza. L'augurio è di arrivare al 1° marzo un po' più sereni. E che il virus sia solo un brutto ricordo.

Dove: Muslone, Comune di Gargnano - Apparecchio: NIKON D300S - Ottica: 8.0 - 16.00 mm f/4.5 -5.6 - Tempo esposizione: 1/200 - Diaframma: f/8.0

Qui sosta in silenzio, quando ti allontani parla

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L'Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità 

da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria

Primo Levi

  

 

A sinistra: una veduta del campo di concentramento di Neuengamme, sullo sfondo la ciminiera del crematorio; nell'altra immagine, il registro dei morti tenuto nell'infermeria del campo, porta la data 26 marzo 1943 (dal sito https://www.kz-gedenkstaette-neuengamme.de)

 Oggi è la «Giornata della memoria». Voglio sperare che tutti coloro, o almeno la maggioranza, che leggono questa mia pagina (per fortuna son pochi), sappiano di cosa sto parlando. Vorrei che lo ricordassero quelle belve che stanno riesumando scritte che fanno venire i brividi alle persone civili e vanno a insozzare le porte del vicino di casa. Non si può più far finta di niente, o derubricare questi gesti atroci a livello di bravate, di ragazzate. No, no, e poi no. È ora di piantarla di essere accomodanti. O, peggio, indifferenti. O pensare, stupidamente, che non ci riguarda. Oppure finiremo con i marchi disegnati sulle camice per identificare il diverso. Ha detto qualche giorno fa il giornalista Paolo Berizzi, costretto a vivere sotto scorta, in un convegno sull'uso del linguaggio:«Il più grande favore che si può fare ai fascisti è dire che non esistono». Lo stesso valeva, e vale, per la mafia.

Ho scelto, per il titolo, l'epitaffio inciso su una lapide posta in un giardino di rose a commemorazione dei venti bambini ebrei trucidati a Neuengamme dai nazisti. Questa località, non lontano da Amburgo, era inizialmente una fabbrica di mattoni, trasformata nel 1938 in campo di concentramento: un regno del terrore. Decine di migliaia di prigionieri furono usati come schiavi nella fabbrica e nell'intero distretto di Bergedorf. Era uno degli atroci campi più estesi utilizzati dai nazisti: gli internati furono utilizzati nella costruzione di canali, di armi, di mattoni, e trattati con estrema brutalità, in condizioni di alloggi invivibili, malnutriti, picchiati fino ad ammazzarli. Quello che avveniva ovunque, in ogni campo di concentramento. Quando il soldati inglesi entrarono a Neuengamme, il 2 maggio 1945, circa 43 mila uomini, donne e bambini erano già stati uccisi, si calcola che circa centomila esseri umani sono passati da qui, estirpati a forza dai Paesi occupati dai nazisti. Solo 14 addetti a questo tempio dell'orrore furono processati e condannati.

Dopo la guerra, nel 1948, il campo fu utilizzato dalla città di Amburgo come prigione (l'avreste detto? Bella scelta...), sollevando una ondata di proteste, soprattutto da parte dei sopravvissuti che si batterono per il riconoscimento del sito come patrimonio della memoria. Nel 1965 fu eretto un monumento a ricordo delle vittime. Quando, finalmente, le autorità di Amburgo si decisero a spostare altrove le carceri, all'interno dell'area vennero trasformate le stesse baracche dei prigionieri in edifici per un centro culturale, mostre, convegni e ricerche su quel tragico periodo.

Durante la giornata pubblicherò altre opinioni celebri sull'Olocausto.


“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi.

La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia”

Primo Levi


“La storia è la memoria di un popolo,

e senza una memoria,

l'uomo è ridotto al rango di animale inferiore”

Malcon X

(attivista per i diritti umani negli Stati Uniti)


"Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo"

La frase si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau


Incontri ravvicinati con dislivelli emotivi (2)

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Nell’incontro all’Hotel Boutique Villa Sostaga fra organizzatori e atleti di competizioni etichettate come «Trail», roba da lassù dove volano le aquile, ho ritrovato, dopo tre decenni di mia latitanza, una persona che tutti dovrebbero conoscere: Franco Solina. A Brescia non serve dire chi è. Qui, a Navazzo, in questa occasione, ha vestito i panni dell’ospite d’onore. Ho già compitato qualche riga in precedenza e non mi voglio ripetere. Questa vuol essere solo una lunga didascalia alla foto scattata da Elio Forti. E anche per raccontare un episodio elargito da Franco Solina ai presenti. Narrò dunque l’oratore, con il suo tono suadente, che la notte in cui veniva a scadenza un secolo e si etichettava quello nuovo con cifra diversa, lui, dopo aver goduto della compagnia di amici e aver alzato il calice allo scoccar dei fatidici dodici rintocchi, si infilò nella sua auto e raggiunse le sponde del lago di Garda, nelle alture alle spalle di Salò, se l’udito non mi tradì. Lì, dopo aver indossato adeguato equipaggiamento, iniziò a salire, ad ascendere verso una cima. Quella dei 1581 metri del Monte Pizzocolo.

Pizzocolo? Un tuffo al cuore, il mio Pizzocolo, la mia montagna, quella che vedo ogni giorno dalle mie finestre, dalla mia terrazza, dal mio giardino. Quel «gu», da guglia, punta, come la chiamano gli indigeni che la osservano da altra prospettiva, cui dico «buongiorno» ogni mattina. E nel mio rimbambimento sono certo che mi risponde. Franco Solina, quell’1 di gennaio dell’anno 2000, raggiunse la cima e lì restò come pietra che non vacilla. Per premiare la sua fatica, il cielo, dove dimora qualcuno che è sempre magnanimo, gli regalò una bellissima alba, che lui fotografò, e «quando la guardo, provo una certa commozione».

E io una certa invidia. Per quella foto. Allora ho deciso di rifarmi, ed ho fatto dono, un dono piccino piccino, a Franco del calendario 2020 che i miei amici Chantal, Pietro e Marco hanno riempito di tredici splendide foto. Il Pizzocolo domina la copertina e ci introduce alle bellezze – ad alcune, ce ne sono tante altre – del Montegargnano e dei sui intorni.

Con affetto Franco, a ricordo di qualche manciata di minuti che ci ha uniti nei corridoi, nella sale di redazione, nella tipografia, del «Giornale di Brescia». Era tanto tempo fa, canta il refrain della canzone.

Incontri ravvicinati con dislivelli emotivi

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«Ottavio». Un bel signore che ha conosciuto una robusta gioventù nutrita dalle castagne raccolte in Maddalena, la montagna di casa dei bresciani di città, ancora dritto come i cocuzzoli delle tante montagne che ha scalato in tutto il mondo ("Mi manca l'Australia", ha fatto sapere con un sorriso), mi ha apostrofato così affacciandosi da un porta laterale del gazebo del Boutique Hotel Villa Sostaga, che ospitava un incontro a mezzo fra una presentazione e una premiazione. L'esclamazione era ricambiata:«Franco». L'abbraccio sembrava programmato in favore di telecamere, ma non c'erano le telecamere, c'è stato invece un allacciarsi di braccia, dentro al quale si sono stemperati affetto, amicizia, sorpresa. Un incontro fra due persone che avevano frequentato, lo stesso ambiente, e da oltre trent'anni si erano perduti per le strade del mondo, come cantava Sergio Endrigo, in una bellissima canzone del 1962. Parlo di Franco Solina, scalatore, fotografo, innamorato della montagna, ha detto stamane "La montagna non è bella o brutta, è la montagna". Scalatore, ma mai arrampicatore sociale, questa sua passione l'ha vissuta intimamente, religiosamente, senza sfoggio, senza esibizioni. Libri, soprattutto fotografici, articoli, serate per parlare delle montagne, insegnante, questo sì, divulgatore, solitario camminatore. La sua figura mi ha ricordato alcune pagine di «Camminare» scritto da Henry David Thoreau, punto di riferimento del pensiero anarchico non violento. Ci incontravamo al «Giornale di Brescia», con Franco Solina, io redattore sportivo con il morbo pernicioso - ma non contagioso, pochi gli ammalati - dell'atletica leggera, lui apprezzato collaboratore, amico fraterno del direttore della tipografia, un altro galantuomo, Franco Maestrini, pure affetto da vertigine da alte quote. Mi vergognerei a guardarmi nello specchio (già avviene normalmente) se mi avventurassi a dirvi cosa significa Franco Solina nel mondo urbi et orbi dell'alpinismo. Non avete che da aprire le 24.300 pagine che Google gli dedica.

Pochi attimi per scambiare un po' di parole, dopo tanto tempo. Franco era, perfetta la scelta, ospite d'onore di questo incontro, testimonial lo hanno definito, e gli è scappato un sorriso benevolo, come nella sua natura. Incontro per parlare di queste corse che adesso coinvolgono folle di arditi, lo chiamano «Trail», cammino, ridotto con semplicità. Qui, dove ho messo forse le radici definitive, alcuni amici (Franco Ghitti capocordata) se ne sono inventato uno che hanno chiamato «BVG», Bassa Via del Garda. Roba da 70 chilometri con quasi 5000 metri di dislivello nelle prime edizioni, ma gli sembravano pochi e allora, da quest'anno (segnare con pennarello rigorosamente rosso: 4 aprile) ne hanno aggiunta una ancora più lunga, 85 chilometri. Intendiamoci, ragazzi, niente di nuovo sotto il sole: 40 - 50 anni fa esisteva già questo tipo di gare, ma era un mondo ristretto. Ricordo la «Cinque Quattromila» in Svizzera, me ne parlava e ne scriveva Noël Tamini, giornalista, scrittore, giramondo. Me par, ma so mia sicur, che l'abbia fatta anche il mio amico Giulio Salamina. Oggi sembra che il mondo si sia allargato, come il mio stomaco: folle sempre più numerose di aspiranti a toccare il cielo con un dito.

Discorsi, premiazioni, applausi. È stata anche l'occasione per premiare i più bravi e le più brave nella classifica finale combinata su tre gare, lo hanno etichettato «Trittico dei Laghi», una questa BVG gardesana, poi una in Trentino e una nelle Dolomiti, tris confermato anche nel 2020. Lo dico sbrigativamente per non rubare il pane a chi presenterà compiutamente la parte organizzativa - agonistico - sportiva sul sito del GS Montegargnano o sul quello diretto della BVG. Intanto, se volete, andatevi a guardare qualche decina di foto su questo link (Elio Forti ve le offre gratis, meglio approfittarne).

Le mie vetuste coronarie sono state messe a dura prova da un secondo inatteso incontro. Luigi Mombelli, dirigente della Fabarm Bovezzo, club fra i più antichi e fattivi dell'atletica bresciana, componente instancabile del Gruppo Giudici Gare, mi si è parato davanti mostrandomi, quasi con pudore, la copertina di un mio libercolo del 1987, tema, che allora mi entusiasmava, la maratona. Turbine di ricordi, cui mi sono lasciato andare, anzi ci siamo. Caro vecio Mombell, toccato profondamente da recente doloroso lutto, facciamo squadra, fin che possiamo. Ma si sa, i vecchi parlano solo di se stessi e del loro passato. Provate voi a fermarli. E provate a fermare me, se ci riuscite.

Selezione di foto scattate da Elio Forti: da sinistra, in senso orario: Franco Solina durante il suo apprezzato intervento; sempre Franco alla consegna di premi a due gentili atlete; incontro fra Luigi Mombelli e Ottavio Castellini; e infine foto di gruppo per i premiati del «Trittico dei Tre Laghi»

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