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Berlinguer, una vita per un Paese migliore

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Sono andato a rileggere alcune delle pagine scritte con il suo stile inconfondibile da uno dei migliori osservatori del mondo politico italiano: Filippo Ceccarelli. Quarant'anni di giornalismo politico fra «Panorama», «La Stampa» e «La Repubblica». Ha raccolto nella sua carriera uno sterminato archivio che ha donato alla Biblioteca della Camera dei Deputati. Ha scritto un libro nell'ottobre del 2018, edito da Feltrinelli, che, per me, è un capolavoro di storiografia politica nazionale, scritto con una leggerezza, uno humor, talvolta un sarcasmo, che lo avvicinano al romanzo più che al saggio. Se dovessi mai essere chiamato a fare il ministro dell' Istruzione, dell'Università e della Ricerca (se lo fa l'insegnante di eduzione fisica Marco Bussetti, perchè non io, son 61 anni che mi occupo di sport, l'unico neo è che non ho allenato il Basket Gallarate) mi batterei per farlo adottare negli istituti superiori. Già il titolo è un piccolo capolavoro: «Invano - Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua», dove il «questi qua» dice tutto senza bisogno di nient'altro. Parlando qualche giorno fa di Enrico Berlinguer, mi son ricordato di alcuni passaggi che Ceccarelli ha dedicato al segretario del Partito Comunista Italiano. Ne ricopio alcuni, sperando di non fare uno sgarbo all'autore, al quale va tutta la mia (insignificante) stima.

"Come tutti i timidi aveva un sorriso splendido. Mal si adatta l'espressione al personaggio, ma bucava lo schermo. «Il ritmo e il disegno simmetrico» delle sue mani impressionarono Mario Soldati...Berlinguer parlava difficile, togliendosi e rimettendosi di continuo gli occhiali. Teneva duro sull'identità comunista, forse perchè presentiva che stava venendo meno> Ma fino all'ultimo restò depositario del nesso che in lui teneva insieme passione, tecnica politica ed esistenza. «Con la questione morale» ha scritto Ernesto Galli della Loggia «egli costruì il suo monumento. Entrò per sempre nei cuori e nel ricordo di milioni di italiani facendo apparire le sue miopie ideologiche e culturali (che furono moltissime) e la sua timidezza politica (che fu non poca) come cose assolutamente irrilevanti». Vero. Ma oggi quanti miopi e timidi disonesti intrattengono milioni di italiani proclamando il nulla nei talk in prima o seconda serata? Berlinguer non intratteneva: era un testimone.

"Uomo di leggendaria discrezione, a base anche etnica, «il Sardomuto». Fece effetto la risposta a una giornalista americana che estenuata dai suoi silenzi gli chiese se poteva dirgli «almeno» la sua età:«Credo che rivolgendosi all'ufficio stampa, ella potrà avere una mia biografia comprensiva dei dati anagrafici che desidera conoscere»: senza essere né antipatico né scortese.

"Non si metteva mai avanti come persona. Se proprio doveva farlo, e sempre lo fece con stile e misura, era per via del suo ruolo nel partito. Questo che appare oggi un tratto burocratico e astratto, ha notato Rossana Rossanda, risparmiò al partito «intrighi, vanità e delusioni».

"Detestava le semplificazioni, non faceva pronostici...Era spaventato da un'Italia che, apparendogli sempre più frivola e volgare, gli smuoveva dentro sentimenti prossimi al furore, del genere predicatorio.

"Nelle sue memorie Bice Foà Chiaromonte, moglie di Gerardo e madre di Franca, racconta che, ai tempi dell'accordo per la costruzione di un metanodotto fra la Russia e l'Italia, il segretario sarebbe venuto a sapere di soldi arrivati nelle casse del Pci, al che avrebbe incaricato Chiaromonte di sbrogliare la faccenda restituendo quei soldi: ma il presidente dell'ente pubblico italiano prese l'emissario «non so per pazzo o per scemo»; scusi, gli disse, come faccio ad accettare la restituzione di soldi che per me non sono mai usciti?

"Fumava Turmac, sigarette di tabacco egiziano; una volta si intossicò con dei datteri palestinesi; allungava il whisky; era bravo a giocare a boccette, anche a Mosca si esercitò sul tavola da biliardo nella dacia che il Pcus gli aveva fornito, prima di intervenire al congresso con un discorso che non piacque per niente a Breznev. Il comunismo, spiegò una volta, era un obiettivo, qualcosa che poteva "riempire degnamente una vita".

"Uno dei momenti più emozionanti della sua vita fu quando, ad Hanoi, si sentì chiedere da Ho Chi Minh come stava la Pietà di Michelangelo, martellata qualche mese prima da un ungherese pazzo.

"(nel 1984) Per la prima volta i collaboratori gli avevano affittato un aerotaxi. L'idea non gli era andata per niente a genio, l'aereo costava troppo, 8 milioni di lire, s'era anche impuntato e solo alla fine l'avevano convinto che in quel modo, tra alberghi e spostamenti, il partito avrebbe risparmiato.

"In una celebre intervista televisiva, su quale fosse il lato del carattere a cui teneva di più, rispose: «L'essere rimasto fedele agli ideali della mia giovinezza».

Chiudo con un una «rasoiata» che fa onore a Filippo Ceccarelli. «Nel 2014 Veltroni realizzò un bel film, Quando c'era Berlinguer, da cui veniva anche fuori, tragicamente, che i giovani non sapevano più chi fosse. La prima, all'Auditorium, fu la classica seratona a inviti. Non si capiva bene chi li avesse fatti, se non per celebrare quella che "Dagospia" definisce la "Roma potentona", per la quale s'immagina che Berlinguer non avrebbe avuto grande trasporto. ...quella sera, baciati dai flash, si presentarono al Parco della Musica Luca di Montezemolo, la coppia Fini & Tulliani, il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi, Fedele Confalonieri, Gianni e Maddalena Letta, Bruno Vespa, Alessia Marcuzzi, Giovanni Malagò, Cesare Romiti, la graziosa deputata berlusconiana Laura Ravetto, la sorella d'Italia Giorgia Meloni, Aurelio Regina e il presidente della Lazio Claudio Lotito. Cosa avranno mai capito di Berlinguer?".

P.S. - È l'Italia dei «nani e delle ballerine» per dirla educatamente, oppure della «mignottocrazia» per dirla con lo sferzante Paolo Guzzanti. O quella dei presidenti del Consiglio esperti pizzaioli, come abbiamo visto dai giornali di stamani. Ma la gente ride, ride, ride...

Regola prima: è sempre colpa di un altro

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Durante l'ultima puntata di Propaganda Live, il programma di Diego Bianchi in onda su La7, Valerio Mastandrea ha letto 'Colpa di un altro' conquistando il pubblico in studio. Il monologo è tratto dal libro 'In mezzo al mare' di Mattia Torre. 

Non perdetevelo, ascoltatelo tutto, dall'inizio alla fine. Sarcastico, ma profondamente vero. Prerogativa solo italiana? No, posso assicurarvi che l'esperienza che ho maturato in tanti anni di lavoro anche all'estero e in ambienti internazionali mi ha convinto che tante magagne sono insite nell'essere umano (e non sempre umano), sia esso bianco, nero, verde, giallo, arancione. Siamo noi che siamo fatti male. Oppure, ci fanno bene, ma poi ci sforziamo di cambiarci in peggio. E facciamo tutto da soli.

Enrico Berlinguer, lezioni di politica e morale

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Enrico Berlinguer, 35 anni fa l'addio al leader più amato del Pci

Trentacinque anni fa moriva Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano. Al di là di questo, io, di più non so dire. Mi affido a maestri della Olivetti Lettera 32 di quel tempo. Giorgio Bocca, per me un Pontifex Maximus del giornalismo, scrisse nel ricordo: "Una brutta notizia, un dolore vero. Mi dispiace, per lui e per noi, povero Berlinguer. Forse quel che mi è sempre piaciuto di lui è la sua negazione, nell'immagine e nello stile, del sovietismo più tetro. C'è una stupenda fotografia di lui a Mosca, nel '76, fra Breznev e Suslov: i due sovietici in abiti scuri, il petto coperto da medaglie, i sorrisi ottusi, enigmatici, le facce smorte del potere mummificato e lui in mezzo, in abito grigio, la cravatta male annodata, i capelli ispidi come li disegna Forattini, le spallucce gracili, un passerotto capitato fra due mastini. Sì, è stato un gran conforto negli anni passati vedere alla testa del partito comunista uno come lui, non collocabile in una fotografia di gruppo del politburo e neppure nella Nomenklatura. O forse mi è sempre piaciuto in lui ciò che lo rendeva incomprensibile o anacronistico o magari ridicolo alla nostra politica contemporanea e, in parte, ai suoi stessi compagni, la moralità».

Tre anni prima Berlinguer aveva chiacchierato con Eugenio Scalfari, altro gigante di un giornalismo quasi del tutto perduto, Dio ce lo conservi a lungo con i suoi articoli della domenica sul quotidiano da lui fondato (quelli che non sanno mettere insieme il soggetto con il verbo e il complemento le chiamano spregiativamente «articolesse»). Ne era uscita una intervista su «La Repubblica» che è rimasta un pilastro per chi vuol davvero riflettere sulla politica e sulla moralità. Eravamo ancora lontani dal chiasso, utile ma disordinato, di Tangentopoli, ma c'erano nelle parole di Berlinguer le chiare anticipazioni di quella stagione di disastro morale. Quelli che seguono sono alcuni passaggi di quella storica chiacchierata.

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"I partiti non fanno più politica", mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e nella voce come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogan politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall'Alpi al Lilibeo...

"No, non è così", dice lui scuotendo la testa sconsolato. "Politica si faceva nel 1945, nel 1948 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine dei Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c'era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c'era lo sforzo di capire la realtà del Paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n'era ricambiato".

Oggi non è più così?

"Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia".

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?

"Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela; scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss"".

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

"È quello che io penso".

Per quale motivo?

"I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente: ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura dei vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti".

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

"E secondo lei non corrisponde alla situazione?".

Debbo riconoscere, signor segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del Paese da un pezzo.

"La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un Paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri lei pensa che gli italiani abbiamo timore di questa diversità".

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

"Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione: e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?".

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

"La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. Ma poi, quel che deve interessare veramente è la sorte del Paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi: rischia di soffocare in una palude. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?".

È nato un nuovo ministero: quello del monopoli

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Monopoli, con l'accento sulla seconda «o». Non l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato, con l'accento sulla terza «o». Monopoli, da intendersi come «il gioco di società più amato e giocato da bambini ed adulti. La sua semplicità lo rende infatti un passatempo intelligente e consigliato per tutta la famiglia in ogni occasione. Consiste nel guadagnare denaro tramite l'acquisto di lotti e case intraprendendo un'intensa attività economica». Il gioco ha avuto, nei giorni scorsi, una improvvisa e non richiesta fiammata di notorietà, tirato in ballo durante una delle consuete liturgie nel salone dell'Hotel Excelsior di Rapallo, prediletta sede dei Giovani Industriali, che, da anni, colà si ritrovano per dissertare di...qualcosa che non so. Quello che so è che ogni volta vengono invitati individui facenti parte della «gerarchia» dominante al momento. Prassi confermata nel 2019.

Il tale, che giocoforza si è esibito nel suo show politico, ha tirato in ballo una delle ultime acrobazie degli spericolati trapezzisti cui lui fa la rete di salvezza: i minibot. Sono andato a curiosare per vedere di che si tratta: sarebbero titoli di Stato come gli altri, solo con valore nominale più piccolo. Un modo più subdolo per defraudare di piccoli risparmi pensionati, casalinghe, in genere chi ha sotto il materasso due soldi. E servirebbero solo ad aumentare il debito pubblico, che già ha dimensioni ciclopiche, e cresce, cresce....In più, i mini pezzi di carta sono (in questo caso, sono, non sarebbero) illegali perchè, se scambiati, diventerebbero una moneta parallela vietata nella UE. I miniboat dovrebbero servire a pagare i debiti che la Pubblica Amministrazione ha nei confronti di aziende e fornitori.

Tanto per buttarla in ridere (in effetti siamo ormai alla farsa finale, tragica) il trombettiere degli attuali padroni del vapore ha cercato la battuta ad effetto, rispondendo a chi aveva paragonato questi pezzi di carta a quelli che si usano per giocare a monopoli (accento sulla seconda «o»), che lui le regole del gioco le conosce bene, enunciandone alcune. Bravo! Mi faccio promotore di una raccolta di firme per la sua candidatura al Nobel del Gioco del Monopoli 2020. Nel frattempo si eserciti in casa con moglie, figli, nipoti, e parentela varia.

Ho letto che, ad un certo punto, un imprenditore torinese, ex presidente dei Giovani di Confindustria, Marco Gay, è sbottato:«I minibot? Li usino per pagare lo stipendio dei parlamentari. Gli imprenditori hanno bisogno di soldi veri, possibilmente euro». 

Ma sì, dai, buttiamola in ridere. Chi si frega le mani per tutta questa notorietà gratuita del gioco del monopoli è la Giochi Preziosi, leader dei giocattoli nel nostro Paese. La domanda di scatole con tabellone, pedine, dadi, casettine, ha avuto una impennata. Dovessero mancare i rettangolini che raffigurano i soldi, niente paura; si possono sostituire con i minibot.

Abbiamo sempre avuto un debole per i pifferai

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Questa opera d'arte disegnata è più incisiva di mille articoli di fondo, di altri mille elzeviri, di milioni di contorte articolesse politico - sociali. L'ha disegnata, con il suo inconfondibile tratto e con la altrettanto consueta graffiante incisività, Altan, per la prima pagina interna de' «L'Espresso». Non serve nessun altro commento, chi vuol capire capisce. Chi non vuol capire, beh, cadrà nel baratro. È già successo, e più di una volta. 

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