Sabato, 11 28th

Last updateSab, 21 Nov 2020 2pm

Cornuto, gridò il bue all'asino

Visite: 46

Conoscete tutti la battuta che ho utilizzato per il titolo di questo commentino flash. Ieri sera, alle 18.48, sul sito di un quotidiano nazionale è apparsa una notizia che diceva così:" Londra metterà in quarantena tutti coloro che entreranno nel Regno Unito provenienti dall'Italia". Oggi ho letto un'altra notiziola, più dettagliata, che informa che i 27 ministri dei Paesi dell'Unione Europea hanno deciso di armonizzare i criteri (in pratica di giocare con la scatola dei pastelli) con i quali definire una regione rossa, arancione, grigia o verde. Il nostro «sgualcito Paese» - felicissima definizione data da Beatrice Dondi in un suo scritto - è stato messo in arancione, per cui la decisione immediata degli abitanti di Pianeta Brexit è stata di chiudere le porte a chi si avvicina al loro sacro suolo, intoccabile. Ma secondo le decisione del Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie, il colore (arancione in questo caso) non comporta automaticamente quarantene o misure restrittive, un Paese può introdurre misure di cautela. Può, è discrezionale. Ma per gli italiani no, niente da fare: quarantena. Dimenticavo di dirvi: l'isola di Albione, antico nome della Britannia, sfoggia un vivido colore rosso.

Io penso che a Mr Boris Johnson sia andata per traverso la pacata ma tagliente risposta del nostro grande Presidente Sergio Mattarella a fronte di una ennesima fesseria del «pelopincho» (definizione di una mia amica spagnola che abita nei dintorni di Londra da quasi quarant'anni) che vantava maggior tasso di amore per la libertà dei suoi sudditi rispetto a quello degli italiani. Una cosa è certa: i signori inglesi, che tengono tanto alla loro libertà, hanno privato della stessa milioni di persone nel mondo, senza mettere in conto tutto quello che hanno sgranfignato nelle loro scorribande. Libertà, per loro, significa andare al pub tutti i pomeriggi verso sera a spararsi una pinta di John Smith, come disse, all'inizio della diffusione di questo maledettissimo virus, l'autorevole genitore del Johnson Primo Ministro. E il figlio, obbediente, approvò la decisione di Daddy.

Il provvedimento di quarantena obbligatoria per chi viene dall'Italia sarà in vigore da domenica 18 ottobre. Mi auguro che da quella data non entri qui da noi neppure un fantasma di inglese. Ma attenzione militi poliziotti di frontiera: qualche settimana fa un tale scarmigliato, con i capelli color Aperol Spritz (la battuta non è mia, ma non ricordo l'autore) si è imboscato, di nascosto, in un Castello in Umbria, proprietà di un oligarca (sta per individuo arricchitosi Dio sa come) russo, suo amico. Niente di strano: si è saputo dopo che quella notte, nelle segrete del maniero, era in programma una degustazione di vini regionali, Montefalco Sagrantino Passito, Torgiano Rosso, Grechetto Perticaia, vini dei quali il Boris va matto. E nell'aria musiche dal «Boris Godunov» di Musorgskij, in onore del Granbritanno. Immediata smentita di Downing Street, ovviamente: Aperol Spritz non si è mai mosso da Downing Street.

Riforma dello sport: per chi tifare? Nessuno

Visite: 51

 

Qual è il sostantivo che negli ultimi quindici anni è stato ripetuto pappagallescamente fino alla nausea? Casta. Che bello: tutti contro la casta! Un successone il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uscito nel maggio 2007 ad ottobre dello stesso anno era già alla diciannovesima edizione. L'ho letto pure io, e provai qualche brivido di rivolta. Poi però...poi però mi è venuto un dubbio sempre più insistente: non sarà che questi che sbraitano contro la casta, sono interessati, subdolamente, a sostituire questa casta con la loro? Fu tutto uno sbraitare, un ululare di «vaffanculo», di Vday; prese potere uno che nella vita aveva sempre cercato di far ridere, anche lui ringhiava, e gli italiani giù tutti a ridere, come se un Paese, una Nazione, fosse cosa da riderci sopra. Quasi contemporaneamente fecero la loro comparsa i «rottamatori», e io  mi chiesi: non sarà come per la lavapiatti? Rottamo la vecchia, che farebbe ancora il suo onesto lavoro, e la sostituisco con una nuova. Ma sempre lavapiatti è. E infatti, la logica è, era e sarà, «fatti più in là che al tuo posto mi ci metto io».  E, soprattutto, ci rimango.

In tutto questo baillame di «di caccia al politico da rottamare», ci si è dimenticati di altre categorie che hanno vocazione all'inamovibilità: sono gli ungulati dello sport, quelli che si arpionano a posti e posticini dove si gestiscono le attività sportive. Vanno di moda le prove di resistenza, ma i veri campioni di ultradistance sono loro, quelli che una volta entrati non escono più. Ci sono esempi che possono essere citati nei libri di storia dello sport italiano, e anche mondiale. La faccio corta: oggi ci risiamo, ed è in atto il braccio di ferro fra politica e sport, que par de dos! direbbero i miei amici spagnoli, come dire te li raccomando quei due. Nella mia lunga esperienza in organismi sportivi, nazionali e internazionali, sempre come impiegato tanto per chiarire, ne ho viste di tutti i colori. Ve ne racconto una come esempio illuminante. Dunque: un tale vuol diventare presidente di una federazione sportiva, si fa scrivere il programma elettorale dal suo ghostwriter, che, terra terra, significa uno che conosce un po' la lingua italiana e la condisce con qualche sostantivo o aggettivo che quasi nessuno conosce a Petralia Sottana. Fa mettere nero su bianco che uno dei punti cardine del suo prgramma è il limite di due mandati, otto annetti, mica scherzi, comunque va bene. Eletto, dopo il primo mandato, comincia la litania: due mandati son troppo pochi, non si fa a tempo a capire i meccanismi, a imparare tutto quel che serve...e via salmodiando. Ma se ti sei candidato per andare ad occupare una carica, voleva dire che avevi un bagaglio di conoscenza tale da ricoprire quel posto con assoluta padronanza. O no? Oppure i primi quattro anni sei andato alla scuola primaria ad imparare, i secondi quattro alla secondaria? E quando mai sarai pronto per l'esame? 

Leggete quel che Daniele Poto ha scritto per questo mio zibaldone. Lo dice chiaro: uno degli argomenti di massima fibrillazione è il numero dei mandati. Perchè, gira e rigira, è meglio fare il presidente della federazione della corsa nei sacchi piuttosto che lavorare. Frase storica che veniva usata per quei pelandroni dei giornalisti, ma vale per tante altre categorie. Questa dello sport, sicuramente. E con privilegi che neppure i ministri hanno. E soprattutto, con la cassa, che il virus però ha messo drasticamente a dieta.

Federazione del braccio di ferro: Spadafora contro Malagò

di Daniele Poto

Ma davvero possiamo immaginare un’Italia istituzionalmente censurata costretta a una partecipazione monca all’Olimpiade post-datata di Tokyo 2021? Tempi strani, tempi difficili, anche come interpretazione, quelli che vivono C.O.N.I. e ministero dello Sport (e sullo sfondo il Governo, solidale con il ministro Spadafora). Improba anche la separazione del pensiero di Bach, rettore del C.I.O., da quello di Malagò, primo dirigente del C.O.N.I. in cerca di solidarietà internazionale sul tema della riforma governativa.

Il malcontento sembra accomunare questa volta tutti i vertici del Foro Italico, senza distinzione alcuna. Spadafora per la verità raccoglie anche le conseguenze della precedente riforma voluta dal leghista Giorgetti. Le ha dato continuità e si scontra con quelli che dal punto di vista lessicale è difficile non chiamare satrapi. Barelli (nuoto), Aracu (hockey), Binaghi (tennis), per non parlare di Petrucci (basket), sono lì da una vita e per una vita al vertice vorrebbero restare senza limiti di mandati, a costo di fare come alcuni sindaci del Belpaese. Un giro fermi con un proprio affidabile incaricato (meglio ancora se parente) e poi nuova giostra, nuova corsa.  Guarda caso tre dei quattro presidenti citati hanno avuto cariche politiche e sono fortemente etichettabili sul fronte centro-destra.

La semantica del conflitto è quasi inestricabile tanto più che appare evidente che per tamponare gli effetti ci sia un po’ di Malagò nel testo di Spadafora. La differenza tra chi è esperto, e conosce il mondo con la diplomazia che utilizzava nei colloqui quasi quotidiani con Gianni Agnelli, e chi viene da un altro mondo, in tutti i sensi, anche se deve adattarsi alla trasformazione del Movimento 5 Stelle in autentico partito, con tutte le conseguenze del caso. Lo spauracchio prospettato come “drammatica conseguenza finale” è il disconoscimento del C.I.O. che parla di “tradimento” dei principi fissati dalla Carta Olimpica. Anticipiamo che mai succederà e la sua evocazione è solo uno strumento tattico per approdare a una pace di compromesso secondo le italiche abitudini.

Per avere un quadro più aggiornato degli equilibri in campo bisogna anche ricordare che Spadafora ha la solidarietà del presidente del Consiglio, Conte, e non tanto per un rapporto personale o di stima ma perché, specie dopo le elezioni Regionali e il trionfo dei “sì” al Referendum, non è prevista una crisi di Governo ma neanche un rimpasto. Spadafora dunque ha buoni margini di manovra sapendo di poter rimanere in sella, accada quel che accada. Ma non è neanche suo precipuo interesse aggravare il conflitto, esacerbare i toni anche se qualche parola grossa è già stata utilizzata persino su documenti ufficiali, da una parte e dall’altra.

Come si può immaginare uno degli argomenti di massima fibrillazione è il numero dei mandati. La boutade del dilettantismo non è più gettonata nel consesso degli agonisti olimpici, figurarsi se può essere ancora credibile per dirigenti che sono professionisti a tempo pieno e trovano sostentamento economico dal proprio mandato e dal suo prolungamento nel tempo. La mancanza di rinnovamento delle poltrone nello sport italiano è proverbiale, così come l’assenza significativa di profili femminili, a parte signore cooptate e di discutibile competenza come Evelina Christillin.

Quali sono i saggi a cui chiedere un consiglio in questi casi? A seconda delle correnti politiche, vi verrà suggerito di rivolgersi a Franco Carraro, anni 81, già presidente del C.O.N.I., già sindaco di Roma, già ministro dello Sport, già tante cose; oppure a Mario Pescante, anni 82, disarcionato dal C.O.N.I. per lo scandalo del laboratorio anti-doping di Roma, poi vicepresidente vicario del C.I.O. (da cui si dimise), ma ancora saldamente in attività come “esperto”. Intanto, allo stato dell’arte, rimane la ferma opposizione del mondo dello sport, imprevedibilmente compatto, rispetto all’attuale bozza del testo unico sul riordino dell’ordinamento sportivo. Sull’ordinamento lo sport non vuole ordini, scusate la tautologia. 

Ottobre 2020: nebbia, ma anche vino e spiedo

Visite: 61

La nebbia agli irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir dè tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.
Gira sù ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

Chantal, Marco, Pietro: stavolta mi sono affidato a un Premio Nobel, mica a un Castellini qualunque. Il focoso toscano Giosuè (o Giosue, come preferiva lui) Carducci, secondo italiano a cui fu assegnato il Premio Nobel nel 1906. Secondo per pochi giorni, il primo fu il medico Camillo Golgi, di Corteno, provincia di Brescia, ma a quei tempi territorio bergamasco. Oggi, come sanno tutti i bresciani (sarà vero?), la bella località dell'Alta Valle Camonica si chiama Corteno Golgi, così dal 1956, ed è conosciuta come «il paese con nome e cognome». Comunque, la nostra Italietta del 1906 si portava a casa due Nobel da Stoccolma, capito gnari?

La poesia del radicale, senatore del Regno d'Italia nel Gruppo Parlamentare di estrema sinistra, Carducci ci richiama alla realtà che stiamo vivendo: «stormi d'uccelli neri», io direi anche d'imbecilli neri. Ma ci sono anche elementi di ottimismo: la natura che ci circonda, spesso tanto bella e troppo spesso tanto stuprata un po' da tutti noi, la calma del borgo, l'odore dei vini, lo spiedo che scoppietta. Visioni che ci rimettono in pace con noi stessi e, in parte, con gli altri.

E quella nebbia colta dall'obbiettivo di uno dei miei tre paparazzi-amici, o amici-paparazzi, sulla diga di Valvestino è ulteriore motivo di silenzio, di tranquillità, di pace. Di vino rosso, anche se non è novello fa lo stesso, e di spiedo, purtroppo senza uccelli, e non fa lo stesso.

La nostra foto - Dove: Diga di Valvestino - Apparecchio: NIKON D850 - Lunghezza focale: 35.0 mm - Ottica: 24.0 - 70.0 mm f/2.8 - Tempo esposizione: 1/160 - Diaframma: f/7.1


Bar, acronimo di Bestialità a Ruota Libera

Visite: 64

Dedico questa riflessione di Francesco De Gregori al mio amico Elio, che so essere un grande estimatore delle scuole di pensiero filosofico, politico ed economico-finanziario, che si sviluppano nei bar. L'ho letta in una bellissima intervista pubblicata qualche tempo fa sulle pagine di «Robinson», inserto culturale del quotidiano «la Repubblica».

Domanda - (...) Oggi si gioca col nero usando i social, le «fake news» e spesso si vince.

De Gregori - La soluzione del problema alla fine è sempre nell'intelligenza e nella buona fede delle persone. Un tempo i discorsi da bar restavano al bar, oggi invece vengono amplificati e spesso falsificati: è un fenomeno che è sempre esistito. Anche le fake news fanno da sempre parte della propaganda: la donazione di Costantino, i Protocolli dei Savi di Sion, la «disinformazia»...C'è chi ci crede, ma cosa vuoi farci? Ci sono quelli che dicono che la terra è piatta? Lasciamo che ci camminino sopra fino a che cascano di sotto!

Fin qui il grande cantautore. Avvilente, per me, è osservare, con un senso di ripugnanza, quanto dei contenuti e degli atteggiamenti da bar siano esondati ovunque. Basta guardarsi attorno.

Un’editoria Robin Hood, ma al contrario

Visite: 107

Daniele Poto torna a proporci un argomento a lui - e a me - particolarmente caro: il giornalismo sportivo. Pensavamo, tutti e due, che avrebbe interessato qualche addetto ai lavori, di oggi o anche di ieri, e che avremmo ricevuto qualche altro contributo in più. A parte Giorgio Barberis e Giorgio Lo Giudice, i quali han fatto il «mestiere» con passione e dedizione totale, silenzio assordante. Qualcuno mi ha telefonato per farmi partecipe delle sue tribolazioni, ma con messaggio ben chiaro:"lo dico a te, ma non scriverlo", vale a dire l'esatto opposto di cosa vuol dire essere gionalista. Altri fan finta di niente, anche se tutti i giorni devono ingoiare sterco. Comprensibile: devono tirare la paga per fine mese. Io dico: non è obbligatorio scrivere contro, si può analizzare, discutere, controbattere, sostenere che il giornalismo sportivo di oggi è all'altezza dei tempi, che si fa così perchè nessuno legge più. «Questa è la stampa, bellezza», per ricordare il titolo di un libro di Giorgio Bocca. Molte volte mi son sentito spiegare che non si può più fare il giornalismo sportivo di trenta, quaranta, cinquant'anni fa. E io chiedo: ma che prodotto fate oggi? Quello del «copia - incolla»? Della riscrittura dei comunicati stampa (magari firmandoli...)? Del «virgolette aperte, virgolette chiuse»? Non mi sembra che sia questo il giornalismo che paga, viste le vendite. Parliamo del giornale in carta rosa: paga forse lo sprecare tre - quattro pagine in fondo al giornale per parlare di politica, di economia, di miniaturizzare il mondo intero dell'informazione? Quelle che chiamano «Altri mondi». Paga forse dedicare una pagina a «pane vino e cucina», saperisapori, o «GazzaGolosa», per dedicare una sessantina di righe (misura per un articolo sportivo superimportante, capita raramente) alla meloncella, ortaggio «con il sapore a metà tra il cetriolo e il melone»? Non sarebbe invece più ragionevole, più produttivo per le copie vendute, dedicare queste tre - quattro pagine agli sport maltrattati che son poi quelli che quando ci sono i Giochi Olimpici, con le loro medaglie, fan credere che questo sia un Paese sportivo? Forse non farebbe vendere più copie, ma sarebbe professionalmente, eticamente e sportivamente, corretto. Macchè, meglio la meloncella. Se volete leggetevi le considerazioni di Daniele.

*****

Ci sono particolari che fanno la differenza. Trattamenti giornalistici che fanno capire come sia cambiata un’epoca. Vanno guardati senza nostalgia ma con la freddezza di chi osserva come sia cambiata la deontologia. Non c’è dubbio che nonostante la crisi «La Gazzetta dello Sport» rappresenti la punta più avanzata della diffusione dell’editoria sportiva in Italia. Il vecchio progetto dell’editore Amodei di riuscire ad eguagliare la corazzata con le vendite di «Corriere dello Sport» e «Tuttosport» non si è mai concretizzata. I dati di luglio 2020, che pure segnano una pur tenue ripresa di vendite e tirature di quasi tutti i quotidiani italiani, certificano che i due outsider viaggiano rispettivamente al ritmo di 46.000 e 39.000 copie quotidiane, guatando complessivamente molto da lontano la testata battistrada.

Osservo con una punta di raccapriccio che la mia gavetta nel quotidiano sportivo torinese avvenne con la pubblicazione dei tabellini e di qualche riga di commento siglato di partite di baseball. Che fine ha fatto questo tipo di pubblicazione sulla «Gazzetta»? Battute valide, inning? Per carità, al massimo i risultati nudi e crudi di una giornata di campionato. Un esempio, ma potremo citare l’hockey su prato, la pallamano, il tiro con l’arco, la canoa. L’infinita gamma delle decine di discipline legate a Federazioni piccole ma anche medie che in assenza di un campione o di uno scandalo vengono tassativamente ignorate perché non legate al filo rosso del preponderante calcio e poi a ruota di ciclismo-motori-sprazzi stagionali di atletica-basket-pallavolo. Una polverizzazione di spazi e di interessi che provoca la sparizione di un bel pezzo di quello sport di cui poi, alla fine, ci si ricorda solo in zona-Olimpiade. E quest’anno abbiamo saltato anche questo appuntamento…

Ma parliamo di atletica. Nell’esegesi della politica editoriale riservata a questa disciplina, dimenticata regina nel coro degli sport, la valorizzazione dell’aspetto tecnico era il primo requisito richiesto all’aspirante giornalista. Ora è stata fatta completa tabula rasa di questo aspetto. I Campionati italiani sono stati tradotti nella pubblicazione del primo classificato. Ora, tralasciando speculazioni filosofiche alla Velasco sulla “cultura della sconfitta”, appare evidente il pressapochismo riduttivo di questa spicciativa sintesi. Facciamo degli esempi che pure prescindono dai citati Campionati italiani e dal loro relativo svolgimento. Nei 100 godiamo di un bel binomio (Tortu-Jacobs). Che facciamo, quando gareggiano insieme ignoriamo il secondo classificato (in genere Jacobs) anche se ha siglato un gran tempo? E Sottile, possibile successore di Tamberi nell’alto sarà sempre un non pervenuto? Ignoreremo il ritorno nel triplo di Greco anche se arriva quinto in una difficile operazione di ripresa? Motivi etici si aggiungono a quelli tecnici, con gran rimpianto per i tempi in cui la pubblicazione dei risultati era integrale ed era poi la linfa riconosciuta che alimentava anno dopo anno l’Annuario della Fidal, le statistiche e la profondità dell’atletica nostrana. Appare chiaro che ora ci si rivolge a un lettore generalista che da questi risultati nulla abbia da chiedere o da pretendere, invitando gli altri, gli specializzati, a pescare da altra materia prima, fosse anche un’informatissima pagina di Facebook.

Un giornalismo da Robin Hood alla rovescia. Prendere spazi dalle discipline povere per darle ai ricchi, assecondando le tendenze più deteriori della possibile clientela. Dunque appare scontato che gli sport meno abbienti non debbano avere pubblico per scansare il contagio mentre si batte la grancassa dell’insufficienza della capienza del 25% per lo spettacolo calcistico. Un tormentone che ci accompagnerà a lungo e che finge di ignorare, per interessi di bottega, la grave recrudescenza del Coronavirus. Si sa, pecunia non olet. Anzi, nel caso di Suarez addirittura profuma. “Guadagna dieci milioni all’anno, come fai a bocciarlo?”.

Sei qui: Home