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Last updateLun, 06 Lug 2020 10am

I birignao dei somari dell'inglese spannometrico

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Ne avevo trovato uno che la pensava come me, e se ne è andato. Non perchè ha cambiato idea, proprio perchè è  deceduto, recentemente. Gianni Mura, uno degli ultimi e ormai pochissimi scrittori di cose sportive degno del nome di «giornalista sportivo», lascia - almeno per me - un vuoto enorme in quella categoria. Tra l'altro, devo dire che ho trovato di pessimo gusto che il quotidiano per cui scriveva abbia sostituito in poche settimane la sua rubrica domenicale «Sette giorni di cattivi pensieri» con un surrogato firmato da altra persona, proprio la domenica. Uso il criterio di Mura: voto 4, alla direzione del giornale (senza parlare della nuova proprietà che ultimamente ha dato ampia prova di poco stile, leggasi vicenda del cambio del direttore) e al responsabile delle pagine sportive. E non solo poco stile, ma anche scarsa fantasia.

Gianni Mura ha avuto, nella sua ricca vita, molti interessi: lo sport, il ciclismo e il Tour de France ai primi due posti della classifica, la musica dei cantautori francesi o italiani che fossero, la poesia, gli anagrammi, il buon mangiare e il buon bere. Per ricordare questo giornalista che ho stimato molto e del quale ho letto qualcosa, ho tirato giù da uno scaffale della libreria, dove stanno a dimora libri, guide e riviste del genere Méditations de gastronomie (© Brillat - Savarin), un suo libro del 2015, che avevo già letto una prima volta nel 2017: «Non c'è gusto - Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante». Utile per evitare (cercare di evitare) fregature, scritto senza spocchia da un tale che, per sua ammissione, non sapeva cucinare due uova ma che si cucì addosso la «professione del cliente». Centootto pagine in puro stile Mura, piane, semplici, chiare, soprattutto oneste.

E, rimessomi a leggere, sono arrivato, come pedalando in discesa, a pagina 53, e lì la folgorazione (me ne ero scordato): ho letto che Mura la pensava come me. Gli lascio la parola (sta parlando dei siti gestiti direttamente dai ristoranti):

"A questo punto devo dire che non ho nessuna allergia alimentare ma ne ho nei confronti dell'abuso di termini stranieri, specie quelli ispirati a un birignao senza senso. Quindi, se in un sito trovo termini come location, happy hour, trendy, lo boccio a priori. Non parliamo la stessa lingua, non possiamo avere gli stessi gusti o lo stesso palato. Non incontrarsi e dirsi addio".

Di questi birignao ce n'è uno che mi fa andare in bestia: location. Una idiozia entrata con una violenza inarrestabile nelle urla spesso sgraziate e illetterate di presentatori di provincia che a mala pena sanno mettere insieme il soggetto, il verbo e il complemento. Ma location non manca mai. Chissà mai cosa credono di dire, quale magico e nascosto fluido emana da questo suono. Sicuramente farò sorridere il mio amico Enzo che conosce l'odio che porto a questo termine e l'antipatia profonda per chi lo pronuncia. E non ne faccio mistero, spesso mi alzo e me ne vado. E non solo questo: trovo idiota questo uso scriteriato di termini stranieri appiccicati all'interno di una cultura e varietà di linguaggio come l'italiano. Ecco, in questo sono un feroce sostenitore della Brexit, che se li tengano i loro termini e la smettano di inquinarci. Così come ho sempre considerata una idiozia che per far promozione dei prodotti italiani si scriva «Made in Italy».

Grazie Gianni Mura, e non solo per questo.

Uso corretto del sostantivo «imbecille»

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Noi dobbiamo combattere gli imbecilli doppi. L'imbecille normale non porta la mascherina e poi c’è l’imbecille doppio, quello che la porta appesa al collo ed è imbecille due volte: perchè si prende il fastidio e non si prende la tutela sanitaria”. Ohhh, finalmente uno che conosce il vocabolario della lingua italiana e lo usa correttamente. La frase che leggete in apertura l'ha pronunciata, senza tanti giri di parole, il governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, in una breve intervista televisiva (sentitela quiin occasione dell’inaugurazione del nuovo reparto di terapia intensiva del Covid Hospital di Boscotrecase.

Dalle notizie che ho letto oggi qua e là, sono arrivato alla conclusione che esistono perfino imbecilli tripli, quadrupli, diciamo pure esponenziali. Quello che esce dalla cloaca di certe bocche sulla vicenda della signorina Silvia Romano merita il più profondo disprezzo: sono spazzatura dell'umanità.


Fare giornalismo sportivo al tempo del virus (2)

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Ho ricevuto un breve e pungente commento alla analisi di Daniele Poto dall'amico Giorgio Barberis, per lunghi anni componente della redazione sportiva del quotidiano torinese «La Stampa».

Raccolgo l’invito di Ottavio e chioso, benevolmente, quanto scritto da Daniele Poto, al quale mi lega antica stima e (spero) amicizia.

Perché dire che i giornali sportivi sono in difficoltà a causa della mancanza di eventi? Mi pare invece che possano dare libero sfogo al nulla che li contraddistingue – salvo pochissime eccezioni legate al singolo articolista e non alla testata – ormai da tempo. Che importa l’Avvenimento? Molto meglio dar libero sfogo a pensieri in libertà ed a polemiche che si rinnovano con sconcertante regolarità. Opinioni sull’acqua calda che, ahinoi, è soltanto tiepida. Colpa della televisione che già trasmette tutto, è la difesa di lor signori. Quindi bando all’avvenimento e spazio ai cosiddetti commenti, purché garantiscano polemica: ben venga dunque il coronavirus che permette di lamentarsi per il sempre minor numero di copie vendute e di lamentarsi dell’assenza di quello che, in verità, non verrebbe comunque trattato. In fondo se qualcuno – in tempi normali – vuole sapere com’è andata la tal partita o la tal gara compri il biglietto e se la vada a vedere, oppure basta faccia ricerche su Internet. Sempre che, anche lì, a breve non incominci a soffiare un vento differente…

Fare giornalismo sportivo al tempo del virus

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Era un argomento che avevamo già sfiorato tempo fa: sport e giornalismo sportivo di questi tempi, mi verrebbe da dire: virus o non virus. Daniele Poto, di cui, forse, avrete già letto altre opinioni in questo spazio, mi ha proposto un suo commento. Eccolo qui sotto. Chi avesse qualcosa da commentare, si senta libero di farlo. Valgono le regole d'ingaggio di sempre: rispetto, ammessa l'ironia, perfino il sarcasmo, non ammesso l'insulto, opinioni contrarie? quante ne volete. Se ne avete voglia...il tempo non dovrebbe mancare... 

Dura la vita del giornalista sportivo quando ti mancano eventi da presentare, cronache da commentare, polemiche da sviluppare. Il “se non era quando” di leviana memoria rintocca da un paio di mesi per inseguimenti virtuali alla realtà fatte di cronache che verrebbe voglia di definire “marziane”. Si sa, la stampa scritta ha i giorni contati e il coronavirus ha accentuato il trend di svilimento di un prodotto meno che mai indispensabile perché imbattutosi progressivamente nella feroce concorrenza di tivù, Internet, blog, e anche di quelle fake news che invece raramente transitano sui giornali.

Nel microcosmo della stampa sportiva oggi gli eventi sono il Giro d’Italia sui rulli, in cui una squadra (l’Astana) conclude con un’ora di vantaggio sulla più immediata inseguitrice (il che la dice lunga sulla validità tecnica dell’evento) o la gara di salto con l’asta nel giardino di casa dei principali specialisti del mondo, per l’occasione auto-degradati di un metro. Il contenitore è una ribollita di temi stantii ma che dovrebbero avvincere. Il lettore dovrebbe appassionarsi ai seguenti temi: se Ibrahimovic ritroverà il Milan? se Higuain tornerà mai in Italia? perché Berrettini non vuole donare la sua quota parte ai tennisti più indietro in classifica? Non vorremmo essere sacrileghi ma l’oroscopo degli sportivi diventa un elemento trainante del palinsesto di giornata, mentre tra i programmi sportivi di Sky e Rai Sport le repliche revival riproducono uno sport che, se non proprio morto, da troppo tempo è ai box di una partenza che non scatta mai.

Sono quotidiani fatti di pagine semplicemente sfogliate, in cui basta leggere il titolo per capire l’insipiente antifona. Eppure bisogna tener botta mentre la stampa indietreggia per numero di copie e vede messa in crisi la cronologia degli eventi principali. Non è solo un calendario 2020 sconvolto, partendo da Sua Maestà il calcio, ma anche una aspettativa 2021 ancora molto temeraria visti i dubbi che s’insinuano persino sul regolare svolgimento dell’Olimpiade di Tokyo differita di un anno. Dunque ci si arrangia, magari lavorando da casa, con scarso coordinamento degli sforzi. E dato che ormai da tempo in questo orticello non è più tempo di inchieste e di opinioni ci si barcamena con le rievocazioni e con le monografie dei personaggi appigliandosi a un futile titolo che giustifichi una pagina d’intervista a Tortu, alla Pellegrini, a Nibali (citiamo personaggi ripetutamente gettonati come costanti ancore di salvezza per riempire gli spazi).

La seduzione della virtualità investe il mercato del calcio con un ossimoro sempre più contradditorio. Da una parte c’è sempre più crisi economica, dall’altra il contraltare è sviluppare il possibile miraggio dell’acquisizione da parte della società italiane di costosissimi campioni come Messi o Pogba. Il tifoso più che mai va ammaliato e coccolato in attesa di una ripresa a pieno tempo.

È la stampa bellezza? Verrebbe voglia di rovesciare l’adagio cinematografico. “Che brutta e inevitabile stampa nei tempi del coronavirus”. Intanto avvengono fatti che turbano e destabilizzano. Maurizio Molinari, dopo aver portato a un brusco tracollo il numero delle copie vendute de «La Stampa», si trasferisce a «Repubblica» (per continuare su quel trend) dopo il poco elegante siluramento di Carlo Verdelli (breve il suo regno), mentre Urbano Cairo dipinge l’impero delle proprie testate in crisi anche se i conti indicherebbero una congrua prosperità. Segnali scricchiolanti da un mondo in decadenza dove non ci si illude più sull’esistenza in vita di editori puri, compreso De Benedetti che prepara «Domani», nuova testata pronta in autunno.

Non abbiamo imparato, e non impareremo nulla

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Queste non sono le solite frescacce scritte dal titolare di questo spazio-non spazio. Leggetelo, ne vale la pena. Io mi ci sono ritrovato interamente, tanto che, anche senza chiudere gli occhi, ho sognato che queste considerazioni le avevo scritte io. Le ho trovate, e diligentemente ricopiate (operazione che non s'ha da fare, lo so, lo so, ma i contenuti sono come un manifesto per le persone intelligenti, devono essere conosciuti, rilanciati) da una intervista sul sito del quotidiano «la Repubblica», l'intervistato è il prof. Franco Cardini. Adesso aggiungo, qui sotto, due righe per presentarlo a chi forse non lo conosce ancora. Date retta, per una volta, leggete fino in fondo, non limitatevi a far finta alzando il pollicione. Non vi chiedo di condividere la mia adesione ai concetti espressi del professore, ognuno ha la libertà di pensare con la propria testolina. Spero ancora per molto tempo, anche se vedo dei brutti nuvoloni neri addensarsi sul mio irrequieto amico Pizzocolo.

Del prof. Franco Cardini, in una rapida sintesi, si può dire: fiorentino, qualche brutta macchia destrorsa in gioventù, si laureò in Lettere all'Università di Firenze l'anno della inondazione (1966). Poi carriera universitaria, e tante proprio tante pubblicazioni. Cardini è fra i massimi studiosi delle Crociate, i suoi libri dovrebbero essere letti e studiati da quegli idioti che sparano cazzate sulle radici cristiane dell'Europa e sulle guerre sante di religione: pietosi imbecilli. Solo altri due «tocchi» sulla personalità di Cardini che mi trovano suo alleato: non ha mai nascosto di avere sempre ammirato Ernesto «Che» Guevara e ha espresso forti dubbi sulle versioni ufficiali fornite dalle autorità americane circa gli attentati dell'11 settembre 2001, partecipando tra l'altro all'inchiesta Zero condotta da Giulietto Chiesa, giornalista (vero) morto proprio pochi giorni fa.

Professore, come sta vivendo questo periodo di lockdown?

Cerco di guardare film e di evitare accuratamente i dibattiti televisivi perché ne ho fin sopra i capelli. Tutte le settimane pari ci dicono una cosa e quelle dispari un’altra sempre con l’aria di aver ragione. Sono stufo dei governatori che un giorno si fanno vedere con la mascherina e il giorno dopo dicono che invece bisogna riaprire tutto, tanto per non fare nomi il governatore della Lombardia e del Veneto.

Ecco, bando ai fronzoli. Da storico di razza, ci offra una sua interpretazione della situazione presente. Partiamo dalla politica.

Vedo un comportamento leggero, improvvisato, poco proficuo sia come idee che si vogliono portare avanti sia della situazione in generale da parte delle opposizioni. Trovo il sistema democratico attuale pieno di lacune e di contraddizioni, le opposizioni in un sistema democratico dovrebbero fare quello che gli inglesi chiamano l’opposizione di sua maestà, cioè un’opposizione fatta sempre nella prospettiva della collaborazione per quello che è il bene comune e il bene pubblico. In questa particolare situazione le opposizioni stanno venendo gravissimamente meno a questo obiettivo. È troppo facile, qualunque scelta faccia il governo, obiettare che si sarebbero potute fare scelte diverse, opposte e non pagare nessun dazio per questo, mentre un governo che si prende la responsabilità di prendere delle decisioni e fare delle scelte ha delle ricadute immediate e il risultato è che la società civile poi giudica e giudica sempre nel modo peggiore. Il gioco di tutte le opposizioni attuali, sia all’esterno che all’interno del governo, fare il paragone tra i risvolti peggiori della decisione presa e quelli migliori di una ipotetica risoluzione prospettata sapendo bene che non ci sarà mai la riprova del nove. Il complesso italiano del “ah, te l’avevo detto”, una follia.

Quindi lei è a favore delle scelte del governo in questo frangente?

Io non sono fra quelli che sostengono che il governo italiano abbia sbagliato a fare le scelte che ha fatto e non sono nemmeno dell’avviso che abbia fatto tutto perfettamente, però vede, quando qualcuno deve prendere delle decisioni trovo molto sleale anche in una democrazia da parte delle opposizioni, in situazioni come queste, il non comportarsi come dovrebbe comportarsi un’opposizione democratica. È legittimo che uno stesso gruppo di parlamentari del parlamento italiano attacchi un governo perché spende poco per la sanità o per la scuola e d’altra parte accetti col proprio voto favorevole che lo stesso governo impieghi miliardi di euro per l’acquisto di alcune apparecchiature militari che servono per impegni bellici di non si sa quale tipo? Alludo all’acquisto dei famosi F35.

Un comportamento figlio della “sondaggite”?

I sondaggi non sono il vangelo, non possono nemmeno essere sventolati terroristicamente. Un sondaggio dà una risposta che è già insita in come la domanda viene posta. La stragrande maggioranza di quello che si dice in politica lo si dice semplicemente in vista di risultati immediati in termini di popolarità o impopolarità che potrebbe portare. Faccio un esempio: se noi discutiamo di riaprire o no, il leader politico si fa questa domanda: Come posso entrare nelle grazie dell’opinione pubblica? E quindi segue quello che sembra essere la cosa che lo fa salire nei sondaggi. Non si lavora per uscire da questa situazione nel comune interesse ma per far si che l’opinione pubblica trovi le proprie posizioni più opportune e sensate rispetto a quelle della parte avversa.

Passiamo alla storia, quale sarà la memoria storica che avremo di questa pandemia?

Tutto questo ci segnerà pochissimo, ci segnerà molto in termini di recriminazione ma poco in termini di ricordo di elementi negativi per vari motivi, intanto perché c’è un meccanismo di selezione nella memoria individuale e collettiva che attutisce sempre gli aspetti negativi ed esalta quelli positivi delle situazioni che si sono affrontate.

Una frase che si sente dire molto è che siamo in guerra, che questa è una guerra…

È senza dubbio una bella frase retorica. Quelli che dicono questo li manderei a vedere cosa sia veramente una guerra, come quella che stanno vivendo da quarant’anni, a intervalli, in Afghanistan o come quella che da almeno trent’anni dalla prima guerra del Golfo, è in corso in Iraq. Situazioni in cui giorno dopo giorno c’è il pericolo di vedersi bombardati, mitragliati, che non arrivino i medicinali, i viveri. Certo che abbiamo vissuto questa situazione in modo tragico, soprattutto chi non ha una casa o una situazione sufficiente a vivere una la segregazione in modo decoroso o chi ha perso familiari, sono senza dubbio situazioni dirompenti ma attenzione, noi le viviamo sempre da occidentali. Pensiamo che una larghissima parte della popolazione mondiale avrebbe vissuto la pandemia, e la sta vivendo, in modo ancora peggiore. Noi stiamo parlando del virus e delle ricadute per l’occidente, non ci siamo preoccupati quasi per niente di dire cosa sta succedendo in Africa. È uscito un dato di 3 milioni di morti per una combinazione di coronavirus e malaria nel continente ma la notizia è stata data come nota a margine. Senza contare i dati che vengono dal Brasile.

A proposito di Occidente, il Financial Times è uscito un paio di giorni fa con un articolo in cui sostiene che i grandi perdenti della pandemia siano Xi Jinping e Vladimir Putin. L’ha letto?

No, ma ne prendo atto e mi chiedo: non è un grande perdente colui che per molte settimane ha continuato a dire che non stava succedendo nulla, che era tutta propaganda, che ha minacciato perfino di tagliare i fondi all’OMS e che adesso ci sta dicendo che è tutto un complotto cinese? Può anche darsi che, nel breve termine, potrebbe risultare un grande vincente, non è la prima volta che nelle contese internazionali vince il peggiore. Pochi giorni fa un gruppo di armati ha preso il campidoglio dello stato del Michigan in quella che viene considerata la prima democrazia del mondo, è una vittoria o una sconfitta?

Ritornando alle frasi retoriche, diventeremo migliori o peggiori?

Sarei un pessimo storico se dicessi diventeremo questo, diventeremo quello, perché se c’è una cosa che chi studia il passato per interrogarsi sul futuro sa benissimo è che non si possono fare profezie, quando gli storici fanno profezie le sbagliano quasi sempre. Per farla breve, non so se diventeremo migliori o peggiori però so che il trend attuale dell’umanità va verso una ricchezza sempre più concentrata in un numero ristretto di mani; in cui le scelte libere vanno diminuendo a favore di scelte determinate da élites che non lavorano per il bene pubblico ma per il profitto, élites finanziare, tecnologiche, economiche, cose rispettabilissime non mi fraintenda, ma che non lavorano per il bene pubblico. La cosa peggiore che potremmo fare una volta passata la pandemia sarebbe di proseguire su questa strada e non capire la lezione. Mi faccia aggiungere una cosa, il distanziamento sociale in Italia è forte, lo è in tutto l’occidente e specialmente nella libera e felice America. Distanziamento sociale infatti significa che di fronte alla necessità di accedere a cure necessarie c’è gente che se le può permettere e altri con possono. Quello che stiamo attuando adesso per la pandemia sarebbe più corretto definirlo distanziamento spaziale.

Detto questo, per gli italiani che futuro si prospetta?

Se uscissimo dalla pandemia con la convinzione che questo sistema iper-liberistico lascia indietro troppe persone che non si possono difendere e che quindi va corretto, se impareremo (e noi italiani siamo particolarmente inadatti, refrattari), che facendo scelte che favoriscono anche la sicurezza e il benessere degli altri se ne ricava un vantaggio anche personale questa sarà una buona lezione che noi avremo avuto dalla pandemia, se dalla pandemia impareremo che se si va contro la legge si può avere un vantaggio personale ma si mettono in difficoltà i concittadini. Faremo questo passo? Noi continuiamo a dire che gli italiani stanno reagendo alla situazione al limite dell’eroismo, io sono molto più scettico. Siamo pur sempre un popolo di evasori fiscali, di gente che cerca in tutti i modi di non pagare le tasse, un popolo di persone che, anche se non costretta, sceglie di lavorare a nero, un paese di furbi. Se noi italiani imparassimo da questa crisi che la furbizia non paga, questo sarebbe un eccellente risultato.

Ne saremo in grado? Su cosa scommette un euro?

Sul fatto che non impareremo nulla.

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