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Last updateGio, 14 Feb 2019 4pm

Misurare la propria esistenza camminando

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Neppure la spiritualità è esente dalla burocrazia. Sono arrivato a questa conclusione dopo aver ascoltato una storiella nient'affatto male. L'ha raccontata Elio Forti durante la sua chiacchierata davanti ad una saletta overbooking nella tenda degli amici che allestiscono il «Natale in Piazza» a Villa di Bogliaco, che, ho già avuto modo di scriverlo ma lo riscrivo, è un vero gioiellino che meriterebbe molta più attenzione e promozione culturale. E ringraziare, per ora, il cielo che ci sono questi giovanotti e giovanotte molti miei coetanei che almeno il tendone lo allestiscono. Gli altri, quelli un po' più giovani? Chiacchiere, tante belle chiacchiere. I giovani giovani per davvero? Beh, quelli desaparecidos. Villa, talmente intimo, magico, il borghetto, che lo aveva eletto a sua alcova perfino David Herbert Lawrence, quello de «L'amante di Lady Chatterley», travolto da amore e passione per Frieda von Richtofen, che aveva una lontana parentela con Manfred von Richtofen, il famoso «Barone Rosso», mitico aviatore (reale) della Prima Guerra Mondiale. Riferimenti fumettistici: Linus e Snoopy, epiche le sue fantasiose battaglie con il «Barone Rosso».

Lasciamo amori e fumetti, e torniamo ad occuparci di Elio. Il quale ha raccontato, in una bella oretta e mezzo di vivace esposizione arricchita dalla proiezione di una marea di foto (dicesi un migliaio), la sua «passeggiata» pedestre dalla località di Navazzo, frazione di Gargnano, sul Lago di Garda, alla cittadona lusitana di Nazaré, porto sull' Atlantico. Esiste una storia di gemellaggio sportivo che risale agli anni 80 che lega amicizie e ricordi, tanti. Elio, per motivi suoi che non ha mai rivelato e che è stato bravissimo a mimetizzare anche in questa occasione, decise di fare a piedi il tragitto fra qui e là. E lo ha fatto: 2465 chilometri in 51 giorni di camminare, prendendola larga, passando da Lourdes, Santiago de Compostela e Fatima.

Storia che ho già raccontato altre volte in questo spazio. La piccola aggiunta, dopo la serata a Villa, riguarda questa storiella che ha raccontato Elio. A Santiago, traguardo del famoso Camino dei pellegrini, Elio si è presentato all'ufficio deputato a mettere timbri ricordo. "Signor Forti, a lei ne mancano due, lei il Camino non lo ha fatto tutto". "No, guardi io ho fatto molto di più di tutti gli altri, sono passato qua, là, prima sono andato a Lourdes..." e via enumerando. Niente da fare, "le mancano due timbri, quindi io non le posso mettere il nostro". Ma vi pare possibile? Ebbene, così è, se vi pare. Vivaddio, Elio Forti è uno che se ne strafotte di timbri, timbretti e timbroni. Lui sa cosa ha fatto, come lo ha fatto, perchè lo ha fatto. Il resto non conta assolutamente nulla. Non fa parte della schiera di coloro che fanno 'ste camminate per esibirle agli altri, o mostrare timbri. E da quello che ha raccontato tra le righe a me pare di aver capito che 'sti Cammini vanno via perdendo una bella quota della loro spiritualità a favore del...borsellino. Ma forse mi sbaglio.

Bella la serata, interessante il racconto, attrattivo il materiale fotografico. Elegante la presentazione di Enzo Gallotta, ricca di affetto per il protagonista. Un affetto palpabile fra tutti coloro che hanno riempito tutte le sedie. Avanti, solo posti in piedi.

Servizio fotografico di Giuseppe Cherubini.

Grazie signor Sergio, tanti auguri anche a Lei

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Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento - nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi - non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo. Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull'anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell'anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l'esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l'affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino. Proprio  su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno. Sentirsi "comunità" significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa "pensarsi" dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l'astio, l'insulto, l'intolleranza, che creano ostilità e timore. 

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un'altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza. Certo, la sicurezza è condizione di un'esistenza serena. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità. Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l'impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi. La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.  

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l'un l'altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l'amicizia come strada per la felicità. Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell'infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti. In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il  proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà. Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità. I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato. È l'"Italia che ricuce" e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà. Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate "tasse sulla bontà". È l'immagine dell'Italia positiva, che deve prevalere. 

Il modello di vita dell'Italia non può essere - e non sarà mai - quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo. Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare. Lo sport è un'altra cosa.               

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte. Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l'anno che verrà. Per essere all'altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili.  L'alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani.  La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno. Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell'ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant'anni del Servizio sanitario nazionale. E' stato - ed è - un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia.   Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L'universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell'assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l'esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore. Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell'Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità. La grande compressione dell'esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un'attenta verifica dei contenuti del provvedimento. Mi auguro - vivamente - che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l'Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei. Come molti giovani si impegnava per un'Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell'Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all'odio, della pace.

Quest'anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell'Unione i popoli europei, a quarant'anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne. Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l'occasione di un serio confronto sul futuro dell'Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant'anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po' di serenità. Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso. Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell'ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all'estero. Svolgono un impegno che rende onore all'Italia. La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono - malgrado il tempo trascorso - le conseguenze dolorose dei terremoti dell'Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell'Etna. Nell'augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.
 
Auguri a tutti gli italiani, in patria o all'estero.  
 
Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.
 
Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l'impegno per il bene comune.
                                              
Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità. Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita. Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l'autismo, di Verona, che ho di recente visitato. Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare.  Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l'augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno.

Mariam, la mascottina di Sognando Olympia

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È con il dolce sorriso di Mariam, bella bambina di poco meno di otto anni, che questo spazio prende momentaneo congedo da voi ormai a poche ore dallo scadere dell'anno 2018. Mi congedo dalle persone, e non sono poi pochissime, che dimostrano un certo interesse per le notizie, fotografie, cronache, elucubrazioni, che vado pubblicando. «Collezione Ottavio Castellini» e la sezione «Eco del Pizzocolo», pur non essendo dei mostri dei cosiddetii social, tengono dignitosamente il campo. Spesso me ne stupisco. Gli stessi strumenti comunicativi fanno da supporto anche alla sigla «Sognando Olympia», che avrebbe dovuto essere un contenitore per propagandare gli ideali olimpici. Avrebbe dovuto essere. E per il momento non aggiungo altro per non rovinare il clima festaiolo che accompagna, di solito, il giorno della fine dell'anno. Nonostante molte disillusioni, faccio finta di crederci ancora. E per darmi, e dare a quei pochi altri che forse ci credono, un motivo per continuare, ho scelto una bambina come segno di speranza. È la bimba, la più grandicella dei tre che popolano le loro giornate, di due amici cui sono molto affezionato, Fadoua e Gino. Mariam un bel giorno ha chiesto ai suoi genitori di poter praticare il karate, arte marziale giapponese. Non la danza classica, che manda in sollucchero le nonne, non il nuoto, il pattinaggio, neppure la mia una volta amata atletica. No, il karate. E a sentire il suo maestro è bravissima, ha bruciato le tappe, le hanno dato pochi giorni fa la cintura verde. Seguo, chiedo. l'evolversi dei colori della cintura all'orgoglioso padre con cui ho contatti quotidiani, perchè mi aiuta con certosina pazienza a dare una forma gradevole a questo spazio. La storia loro e della loro bella famiglia la racconterò un'altra volta con maggiori dettagli, oggi mi fermo al senso di questi auguri.

Mariam incanta chiunque per la sua grazia, educazione, sorriso, affettuosità. Quando ho sondato Gino sull' idea di avere Mariam come immagine del mio ideale di Olimpia, lo ha chiesto a lei, le ha spiegato di cosa si trattava. Poi ha registrato la sua risposta nella quale lei stessa mi diceva, con la sua vocina, che era d'accordo. Ed oggi è con noi per augurarci "Buon Anno Nuovo". E ci accompagnerà fino al nostro traguardo Tokyo 2020. Dove, sicuramente qualcuno lo sa, il karate verrà ammesso fra le discipline olimpiche. Per Mariam è presto, anche Paris 2024, potrebbe essere Los Angeles 2028, quando avrà quasi diciotto anni. La prossima elaborazione grafica del nostro slogan, che affideremo come sempre alla fantasia di Roberto Scolari, dovrà essere un augurio a lei: «Sognando Olympia Los Angeles 2028».

Prendimi, prendici, per mano, Mariam, e conduci me e gli altri che credono in questi ideali, che spesso paiono obsoleti, fin là.

Auguri a tutti, proprio a tutti. 

Anziani? No, meglio, saggi. Molto meglio, patres

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Ieri pomeriggio, stravaccato sul divano nel post prandium natalizio quando non si ha neppure voglia di deambulare lento pede, ho allungato una zampa e ho arraffato un giornale di qualche giorno prima (altra mania perniciosa: quella di non buttare subito il giornale quotidiano al termine del giorno). Sfoglio, e mi ritrovo a pagina 10 di questo quotidiano e leggo una notizia che mi mette di buonissimo umore. Una notizia che merita, secondo me, tre faccine sghinazzanti, almenoRisatonaRisatonaRisatona. Scrive l'anonimo estensore dell'articoletto che tale signora, presumo, Maria Saladino, calabrese, 36 anni, unica candidata donna per la futura segreteria del Pd, Partito Demolito, ha messo nella sua mozione congressuale la seguente proposta: se verrà eletta abolirà il termine «anziani» in ogni atto del partito e lo sostituirà con la parola «saggi». Ora, io non so se l'ignoto redattore ha voluto fare dello spirito, oppure ha forzato il pensiero della signora Maria. Prendo per buono quello che ha scritto, spero si sia documentato.

Signora Maria, le prometto: mi presenterò ai banchetti, gazebo, o come li chiamate, e voterò per lei alle «primarie», anche se di questo Pd proprio non mi frega niente. Sono rimasto a quello che era guidato da un galantuomo del mio Appennino piacentino, un signore che avete fatto di tutto per demolire, ridicolizzare, uso il vostro termine preferito «rottamare». Non ho ancora capito se i rottami siete invece voi. Anzi, l'ho capito, credo bene. A me calza come un guanto il termine «anziano», essere chiamato «saggio» è un bel salto di qualità, anche se sono straconvinto di non aver acquisito nessuna saggezza col passare degli anni ma solo aggressivi reumatismi. Però, signora Maria, riapra qualche bigino di storia romana, una spolveratina per ricordare che il Senatus Populusque Romanus era il consesso degli anziani, che venivano chiamati «patres». Patres, capisce? padri della patria, non i bovari, ignoranti, incompetenti, arroganti, bugiardi, impresentabili burini, e burine, parità di genere impone, da cui siamo contornati. Ci pensi, signora Maria, ci pensi. Patres, molto meglio di saggi. Da usare con il contagocce. Anzi, forse, non serve.

Confucio: quando corro tutti i pensieri volano via

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Tutti seguaci di Confucio sul Monte di Gargnano che osserva placido, quasi sempre molto silenzioso a parte quando qualcuno alza troppo il gomito, le acque del Benaco. Gente che corre, gente che cammina, gente che si ritrova almeno una volta la settimana - ma in estate anche tre - attorno al gazebo biancoverde che fa da richiamo per loro, e spesso non solo per loro. È il gazebo che chiama a raccolta gli aderenti al GS Montegargnano. Sono molti, son tanti, quanti? mah, stanno perfino perdendo il conto, comunque 120 - 130. E poi ci sono tutti quelli che aiutano, che allestiscono, che tagliano centinaia di panini (migliaia, forse) da sbaffare attorno al gazebo, che ripuliscono i sentieri (bellissimi, venite a vederli, lo dicono ai miei amici lontani) di montagna, quelli che mettono a disposizione un camion, o l'autobussino per le trasferte più lontane. Qualche sera fa, si sono ritrovati (le foto di Alido Cavazzoni ce ne propongono una bella selezione) come da cementata tradizione, nel salone dell'Albergo Tre Punte, a Navazzo di Gargnano. È stato celebrato il rito della «Bicchierata», come la etichettò nel secolo scorso (provate a dire che non è vero) Elio Forti, l'anima, il cementatore, l'asfaltatore, ma anche il bancomat, di questa Associazione sportiva dilettantistica secondo la ridicola definizione che hanno imposto i padroni del vapore dello sport, come se la discriminante professionista - dilettante passasse in queste tre lettere aggiunte ASD. Per favore...vabbè lasciamo perdere i burocratosauri.

Stavolta niente scarpette ma forchette, in un clima di festa, allegria e amicizia. Poi, due gare: una maratonina e una maratona. Maratonina di discorsi, maratona di premiazioni, una montagna, e non in senso figurato. Lo spirito del gruppo è quello di sempre, ed è quello giusto: magari anche solo un segno, piccolo, ma per tutti, per far sentire tutti partecipi. Poi, quando si corre o si cammina viene a galla l'agonismo, linfa essenziale per alimentare lo sport. E per quanto si sia fatto (e purtroppo si fa) per buttare l'agonismo fuori dalla porta, esso rientrerà sempre da qualche spiffero. Linfa vitale, lo ripeto, senza della quale non si fa sport ma si fa un'altra cosa. Agonismo non è solamente quello che ci fa confrontare con gli altri, ma anche, e soprattutto, quello che ci mette in competizione con noi stessi. Ma è bello che, per una sera, l'agonismo resti a riposo. Ma poi ci ho ripensato e mi son detto: non è vero. Avevo appena sentito due amici che dicevano fra di loro: questa è la terza fetta di panettone che mangio, e l'altro: io solo due. Agonismo sempre e ovunque, anche se in ballo ci sono solo le leccornie natalizie.

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