Martedì, 08 14th

Last updateLun, 13 Ago 2018 5pm

Mafiosi, corrotti, evasori? Mafiosi che? chi?

Visite: 46

Riprendo integralmente una lettera al direttore del "Giornale di Brescia", domenica 24 giugno, pagina 54.

Titolo: Ma quando finirà la "pacchia" per mafiosi ed evasori?

Da diversi giorni il ministro dell'Interno sta facendo la voce grossa con alcune categorie di persone, in particolare rom e migranti. Non voglio commentare questo atteggiamento che non condivido nella forma e nella sostanza. Mi permetto solo di porre un paio di semplici domande. Quando arriverà il momento in cui il ministro farà sentire la sua voce contro mafiosi, corrotti ed evasori? Quando dirà loro che la pacchia è finita? Io sono molto più preoccupato dai danni economici prodotti da quest'ultimo tipo di persone piuttosto che da persone che chiedono l'elemosina davanti ad un supermercato.

Vito Romaniello - Sesto San Giovanni

Aggiungo di mio: voce grossa? direi troppo grossa e grossolana, come si addice all'individuo.

Rumore, solo assordante, indistinto vociare

Visite: 58

Oggi vi propongo dei brani dell'editoriale di Valeria Palermi, direttore (che dicano quel che vogliono ma a me piace di più "direttore" anche se si tratta di signora) del settimanale "D" (sta per donna, ovvio) che viene allegato ogni sabato al quotidiano "la Repubblica". La scrittrice articola il suo commento in due scene e un monologo, quasi fosse una rappresentazione teatrale.

Scena prima. "Qualche sera fa, a una cena di lavoro. Bella sala, bei tavoli, belle luci, buon cibo....In capo a poco il rumore è così forte che si riesce a parlare soltanto con le persone che hai al fianco, il resto è un vociare indistinto...".

Scena seconda. Sui mezzi. "Metro, treni, a volte aerei...ne scendo sempre frastornata. La parola giusta sarebbe rintronata...siccome non riusciamo più a concepire di poter lasciar passare qualche minuto senza comunicare con qualcun altro, prendono tutti a parlare a voce più forte del solito al telefonino. il risultato è che ti ritrovi immerso in un vociare:«Mi senti? Che hai detto? Aspetta, fra due fermate...Mi senti???».

Non si sente più niente, perchè si sente troppo. "Viviamo immersi nel rumore, nelle parole, in spezzoni di vite altrui che telefonini altrui ci infliggono, per esempio in treno, senza risparmiarci nessun dettaglio".

Anche io ho la mia personale rappresentazione teatrale sul tema. Poche settimane fa ero ad una corsa podistica immersa in una paesaggio fantastico che richiederebbe solo silenzio e ammirazione. L'arrivo dei concorrenti era scandito, ahimé, da un urlatore che ripeteva sempre la stessa litania avendo nel suo povero bagaglio una manciata di vocaboli e aggettivi, sempre quelli, ma urlati. Ed è così a tutte le manifestazioni sportive - io conosco quelle -, dai in mano un microfono al cosiddetto speaker e quello si scatena, urla per ore anche se sulle tribune ci sono quattro gatti, anzi tre ormai, nello sport che sempre più raramente frequento io.

Scena seconda. Poche sere fa ero in un bel ristorante di Rieti con il mio caro amico Sandro Giovannelli. Noi due, nessun altro commensale per almeno un'oretta, eravamo arrivati un po' troppo presto noi rispetto alla consuetudini ristorantizie. Musica a palla, Sandro non sentiva me, io non capivo quello che mi diceva lui. Ho dovuto chiedere al titolare di abbassare la musica, lo ha fatto. Ho pensato: impossibile che non ci fosse arrivato da solo? che quel rumore ci arrecava solo fastidio?

Vogliamo poi parlare dei supermercati? Una vera e propria persecuzione, un insulto ai timpani. Invece di favorire la rilassatezza del cliente, secondo me, invogliano a buttare qualcosa nel carrello e a scappar via. E l'altro malvezzo dei giornali? Ormai il titolo più abusato è "Un gol da urlo", "Un risultato da urlo", è tutto "da urlo". Fossi il direttore di un quotidiano sportivo emetterei una direttiva tassativa impendendo questa olimpica fesseria. Alla quale gli atleti e le atlete si sono adeguati: ormai tutti urlano in maniera scomposta, inelegante, un urlo fa titolo e, magari, ci scappa anche una foto. Con la bocca oscenamente aperta.

E se cominciassimo ad uscire dai ristoranti e dai bar con la musica a palla? Se non comprassimo più nei supermercati che ci stuprano le orecchie e lo facessimo sapere ai titolari? Se anche solo cominciassimo a chiedere sempre di abbassare il volume e ad andarcene se non viene fatto? Se facessimo intendere chiaramente al cretino che in autobus, in treno, in ospedale (sì, in ospedale) straparla in 'sto diabolico telefonino? Purtroppo penso che vale sempre la famosa ed abusata risposta del generale De Gaulle a quel tale che in un comizio gli suggerì:«Mio generale, morte ai cretini». «Caro amico, il suo programma è troppo ambizioso».

Normalità, si insegna al Liceo Einstein di Torino

Visite: 90

Ho letto, ormai quale tempo fa, un bel libro, in forma di intervista a Carlo Azeglio Ciampi, che fu presidente della nostra Repubblica. Il titolo recita: Non è il Paese che sognavo. Neppure io, spesso mi guardo attorno e mi chiedo dove è finita la nostra società. Però talvolta ci sono scintille di speranza. Come questa che adesso vi racconto.

"Non c'è niente di strano"  ha detto Irene al giornalista che le faceva la domanda. Una grande lezione. Per chi? Voi mettete i nomi che volete, io conosco bene i miei cui vorrei indirizzare questo messagio. Ma sono pessimista: sarebbe tempo perso cercare di far capire un messaggio di tale levatura morale a... (ognuno metta chi vuole). Leggete l'articolo qui sotto che ho "saccheggiato" dal sito di "la Repubblica - edizione di Torino". Non servono tanti commenti: i giovani del Liceo Einstein di Torino ci hanno dato una enorme lezione, sicuramente senza salire in cattedra, ma con la naturalezza che contraddistingue le azioni dei giovani. Questo è il Paese, questa è la società nella quale voglio vivere. Mi illudo? In questo momento credo di sì. Ma visto che esistono dei giovani come Irene e i suoi compagni della Terza A, mi si è riattizzata dentro una fiammella di speranza.

Al "Tabisca" di piazza Vittorio la tavolata della 3A Liceo Scientifico dell'Einstein l'altra sera  si è seduta alle 22 spaccate quando molte altre cene di fine anno erano già arrivata al caffè. "Lo hanno fatto per me, perché sono musulmano e rispetto il digiuno per il Ramadan - spiega Reda Herradi, 17 anni -  Non è stata una mia richiesta, ma ho apprezzato davvero il gesto dei miei amici". I suoi compagni di classe hanno deciso di organizzare la cena di fine anno dopo il tramonto in modo che Reda potesse interrompere il digiuno nel rispetto della sua religione. "Non c'è niente di strano -  dice Irene Arancio, una compagna di classe - Volevamo esserci tutti e abbiamo fatto in modo che fosse così, tanto alle 20 o alle 22 non cambia niente, se sei in piazza Vittorio con tanti locali a disposizione".

La semplicità con cui la studentessa spiega la decisione della classe è anche il frutto del lavoro di una scuola che, immersa nel cuore di Barriera di Milano, ha deciso di parlare di integrazione con i fatti. "Non sapevo niente dell'iniziativa degli studenti ma non mi stupisce, questo è il clima che c'è tra i ragazzi di ogni cultura e religione nella  nostra scuola" spiega il dirigente scolastico Marco Chiauzza che da cinque anni gestisce  1400 studenti, tra il Liceo Scientifico di via Pacini e il Liceo delle Scienze Umane di via Bologna. "Per i ragazzi avere come compagno di banco uno studente musulmano o una ragazza straniera è la quotidianità e nessuno lo nota. Tra di loro sono semplicemente compagni  - dice il dirigente - Stando a scuola e parlando con i ragazzi si scopre che la realtà è meno monolitica di quel che si crede e non esistono solo musulmani e cristiani, ma ragazzi che fanno scelte diverse e che a scuola si confrontano".
Reda è il primo di tre fratelli. "Ora anche mio fratello frequenta l'Einstein, lui è in prima e so che i suoi compagni hanno fatto lo stesso e hanno organizzato una cena più tardi per permettergli di partecipare". Il digiuno dell'unico studente musulmano della classe ha suscitato curiosità: "Spesso mi fanno domande, ma a me piace rispondere, l'anno scorso abbiamo anche fatto una ricerca sull'Islam e mi hanno chiesto di confrontare quello che dicevano i libri con quel che avevo imparato dalla mia famiglia". Reda è italiano come i suoi fratelli, i suoi genitori sono originari del Marocco ed è stata la mamma ad insegnargli l'arabo. Rispetta il digiuno nel mese di Ramadan da quando aveva 14 anni, "anche se solo da quando ne avevo 16 sono diventato rigoroso" precisa.

"Nella nostra scuola abbiamo molte occasioni di confronto sulle religioni -  continua Chiauzza -  Ad esempio abbiamo istituito tre giornate, una per ogni anno dalla terza in poi, per fare incontrare i ragazzi e diversi esperti. Anche l'ora di religione, da noi, affronta il tema con una visione più ampia".

L'altra sera, al "Tabisca", però, non c'erano lezioni e nemmeno insegnanti, ma solo la voglia di stare insieme dei ragazzi: "Abbiamo parlato delle vacanze, dell'ultimo giorno di scuola, che altro?" si chiede Irene che in questa cena dopo il tramonto non vede nulla di particolare o straordinario, se non la concessione di sua madre a poter tornare a casa un po' più tardi.

L'arte di tacere, una grande virtù dimenticata

Visite: 67

Principi necessari per tacere

1 - È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.

2 - Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.

3 - Nell'ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.

4 - Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione.

5 - In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.

6 - Mai l'uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso che agli altri.

7 - Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.

8 - Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l'ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio.

9 - Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è virtù minore dell'abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisice maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.

10 - Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito, e della sapienza per l'ignorante.

11 - Si è naturalmente portati a pensare che chi parla poco non è un genio, e chi parla troppo, è uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere genii di prim'ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.

12 - È proprio dell'uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell'uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.

13 - Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti, desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.

14 - Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre; si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con le menzogne.

*********

Questi quattordici principi formano il Capitolo primo de "L'art de se taire", l'arte di tacere, opera dell'Abate Joseph Antoine Toussaint Dinouart pubblicata a Parigi nel 1771. Mi sono ricordato di averlo nella mia libreria, l'avevo acquistato quando pagavamo con le lire: costava 10 mila lire (oggi si compera dai 3,24 ai 6 Euro), lo pubblicò, nel 1989, quel gioiello di casa editrice che è la Sellerio editore Palermo. Che cosa me lo ha fatto ricordare e togliere da uno scaffale per rileggerne qualche brano qua e là? La orgia di idiozie che ci vengono propinate ogni giorno, il cicaleggio scomposto e analfabeta che ci perseguita quasi ovunque, il becerume di ignoranti (nel senso etimologico, chi non ha sufficiente padronaza di una materia) ma saccenti. Per non dire di quelli che pronunciano sentenze, poi se ne pentono perchè provocano reazioni altrettanto scomposte. E allora si rifugiano in quella codarda scusa del "sono stato interpretato male", "devo chiarire il mio pensiero". "io non detto questo, il mio pensiero è stato distorto", e giù sifoli come uccelli da richiamo, usando questi strumenti che hanno la spudoratezza di chiamare "social" che altro non sono che vigliacchi mezzi per insultare gli altri senza pagare il pedaggio del coraggio e della correttezza intellettuale. 

Nel risvolto di copertina del prezioso libretto edito da Sellerio è riportato un brano tratto dalla prefazione. "Quando Padre Lamy dell'Oratorio offrì in dono al Cardinale Camus la sua opera dal titolo "L'arte di parlare", quest'ultimo disse:«Senza dubbio questa è un'arte eccellente, ma chi ci insegnerà l'arte di tacere?». Impresa irrealizzabile, ha ragione Jean Cocteau:«Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare». E, soprattutto, parla, parla ininterrottamente.

Il fascismo strisciante, ieri, oggi, domani

Visite: 62

Da una intervista di Giorgio Bocca a Primo Levi (Canale5, 13 giugno 1985).

Bocca:«Senta, Levi, allora in un certo senso era abbastanza semplice essere antifascisti, perchè le cose erano molto chiare e molto nitide. Vorrei farle una domanda da un milione di dollari: essere antifascisti oggi...come si fa a essere antifascisti oggi?».

Levi:«È una cosa confusa, a quel tempo - uno dei pochi vantaggi del nostro tempo - era di avere le scelte facili. Oggi la scelta è difficile, perchè il fscismo lo ritroviamo intorno a noi annidato in dieci forme diverse».

Bocca:«Mascherato...».

Levi:«Mascherato. Inserito in certi modi di vivere, inserito nei partiti, in una forma immorale di vivere, inserito in un certo governo, per cui è a un tempo ovvio e inutile dire: io sono antifascista, va precisato».

Sei qui: Home