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Last updateMer, 01 Lug 2020 10am

L'indipendenza dello sport... Da che? Da chi?

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Ho finito di leggere un libro del prof. Sergio Giuntini, preparatissimo studioso del fenomeno sportivo. Libro datato, pubblicato nel 2008, ma di estrema attualità, anche alla luce delle vicende che stiamo vivendo in questi mesi. Ci hanno raccontato, e continuano a raccontarci, di uno sport indipendente dalla politica. Anche qualche tempo fa abbiamo ascoltato questa favoletta in occasione di un braccio di ferro politica - sport, dove in ballo c'erano quattrini, altro che indipendenza, ideali sportivi, e balle varie. Uno sport sempre più intorcigliato nel dominio del quattrino, nella logica capitalistica che regna ovunque. Il libro di Giuntini serve a rileggere tante vicende sportive a partire dallo spartiacque dell'anno 1968, la contestazione, i pugni chiusi di Tommie Smth e John Carlos sul podio olimpico di Ciudad de Mèxico. Non è servito a molto, basta guardarsi attorno. La recensione del libro sta alla voce «Cartastorie».

Lo sport ha bisogno di uno scenario nuovo

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Questa immagine mi riporta al 5 agosto 2016, alle tribune dello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, dove, insieme al mio amico Carlos Fernández Canet, assistevo alla cerimonia di apertura della XXXI Olimpiade. La bella , immaginifica foto fu scattata da Carlos

Daniele Poto, giornalista e autore di libri, che mi offre, di tanto in tanto, una sua apprezzata «opinione» su argomenti che ci hanno coinvolto professionalmente, il giornalismo e lo sport, mi / ci, offre una riflessione che sostanzialemente è una domanda: cosa succederà dopo? Come sarà il day after? Mi ha chiesto di dire anche la mia, a fianco alla sua. Lo farò, ma desidero che prima, chi vuol leggere, legga Daniele, libero da altri condizionamenti. Se poi qualcuno volesse dire anche la sua, lo faccia. Evitate però di scrivermi e di dirmi "lo dico a te ma non è da pubblicare". Allora fate a meno, per favore.

Siamo più preoccupati per il futuro che per il presente. Andrà tutto bene? Abbiamo paura che possa andare peggio quando riprenderemo la normale attività. Già ma come usare la definizione “normale” perché per l’homo sapiens la vita non potrà più essere la stessa, non potrà più essere normale. Dove sono finite le discussioni sul Pil, sulla crescita, sul terrorismo e sulle sardine? Tutte spazzate via da un’esigenza primaria, quella di sopravvivere. E se parliamo di sport, e per quello che più ci interessa di atletica leggera, ci accorgiamo di parlare di un mondo piccolo e ci sentiamo quasi meschini a parlare di ripresa degli allenamenti, di speranze per entrare in una finale olimpica o del duello per la presidenza della FIDAL. La crisi emergenziale ci ha fatto accorgere quanto sia fragile e si sia gonfiato come un’enorme bolla economica questo mondo costruito col business, con professionisti miliardari che alla faccia di De Coubertin e dei suoi sodali, partecipano ai Giochi Olimpici solo se opportunamente remunerati con una fiche d’ingresso o un arricchimento di prestigio, con personaggi dello star system riabilitati dopo provate infrazioni all’antidoping.

Onestamente non vorremo essere nei panni dei colleghi giornalisti sportivi in attività. Sto comprando più quotidiani del solito ma la leggerezza dei temi è disarmante e costruirà di rimbalzo una nuova fuga del lettore dalla carta stampata. Ci si arrangia con anniversari, revival su Owens, stucchevoli descrizioni di come trascorrono la giornata i campioni. Un Grande Fratello sportivo a misura di condominio. Perché si prova a delineare un futuro su cui nessuno ha certezza. Le date scolpite sono quelle della nuova Olimpiade 2021 che per ragioni commerciali sarà iscritta come un evento del 2020 e con lo spostamento a catena delle grandi manifestazioni mondiali. Un anno sabbatico con una grande incertezza per lo svolgimento dei tornei nonché per il completamento delle operazioni di qualificazione per i Giochi. Tanta fatica per nulla per quelli di calcio, basket, pallavolo e pallanuoto?

Ma la riflessione, nel periodo di attesa, non può che criticare lo smodato gigantismo con cui le istituzioni sportive hanno partorito autentici mostri. Nel basket la squadra di Milano, dove Armani investe o disinveste milioni a palate,  oltre all’ordinario campionato nostrano doveva sobbarcarsi qualcosa come 34 partite di Eurolega per eventualmente qualificarsi nei playoff riservati alle prime otto? C’è qualcosa di diverso dall’elefantiasi della NBA? E come recuperare ora che il coronavirus ha ingoiato mesi di svolgimento?

Il cambiamento dopo la pandemia può avvenire dentro di noi. Ma c’è bisogno che questa potenzialità si eserciti a un livello collettivo con una palingenesi attesa e quasi inevitabile. Un grande esercizio di realismo per un  mondo che non potrà più essere come quello di prima. C’è da creare un nuovo modello, un nuovo asset, un nuovo approccio. E lo sport non potrà rifiutarsi a questa necessaria riconversione. Criteri e modalità tutti da stabilire. Ma con una pregiudiziale perché non si potrà evitare di ascoltare le parole più autorevole, quella degli atleti. Una costruzione dal basso che ridimensioni gigantismo, business, enfasi sui diritti televisivi. Forse stiamo sognando ma la storia è stata fatta anche di grandi utopie. A volte realizzate.

Donato Sabia e uno stentoreo annunciatore

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Due copertine delle riviste italiane che per tanti anni ci hanno aiutato a conoscere il nostro sport. A sinistra, la testata federale del marzo 1984 fissa il successo di Sabia ai Campionati europei in pista coperta a Göteborg. A fianco, una strana smorfia dell'atleta rubata dall'obbiettivo di Vittorio Muttoni per la rivista «Atletica Leggera» (giugno - luglio 1987): dalle bretelle della maglietta (Pro Patria Osama) si deduce che era una competizione di club, quasi sicuramente la Coppa dei campioni, disputata all'Arena Civica di Milano, durante la quale Sabia vinse gli 800 metri, davanti al francese Lahbi. Poi portò il suo contributo anche alla staffetta 4 x 400, ultima frazione, stimata in 45.7

Ho dei ricordi miei di Donato Sabia, che se ne è andato qualche notte fa, in un ospedale di Potenza, a raggiungere il suo papà morto solo qualche giorno prima, ennesime vittime di una bestia immonda che sembra che nessuno, al momento, riesca a domare. E, come tutti i vecchi, ho piacere raccontarli, 'sti ricordi, a modo mio. Ammesso che a qualcuno interessino e mi stia ad ascoltare. Altrimenti, fa tanto lo stesso.

La prima parte della mia storia inizia al Campo Comunale di Busto Arsizio intitolato a Carlo Speroni, gran podista degli anni 1910 - 1925: pista, cross, strada, primo italiano a correre più di 18 km in un'ora, gli daranno un lavoro come custode del campo sportivo, dopo aver partecipato a un paio di Olimpiadi ('20 e '24). Dunque sono a Busto, come mai e a che fare? Mi ci aveva chiamato Renato Tammaro, ispiratore della Riccardi Milano e organizzatore della «Pasqua dell'atleta», tappa fissa degli esordi primaverili, ogni anno. E i miei ricordi erano vividi di belle gare della «Pasqua» che andavo a vedere da giovinetto, con treno Piacenza - Milano e ritorno. Salvo qualche rara interruzione, erano sempre state le pietre malandate della Civica Arena milanese a far da cornice alla manifestazione atletica che tanto cara era all'Arcivescovo di Milano, chiunque egli fosse, che quasi sempre impartiva la Sua Santa Benedizione agli atleti. Io non portavo nessuna benedizione, che ci andavo a fare allora a Busto? Andavo in virtù del mio mestiere di imbrattacarte delle pagine sportive del «Giornale di Brescia», che a quel tempo mi pagava, con grande regolarità devo dire, lo stipendio mensile? No, non proprio, Tammaro mi aveva assoldato, con mia gran sorpresa, come annunciatore in campo, quello che chiamano tutti speaker, l'inglese fa sempre snob. Come mai? Con tanti altri speakettari che c'erano su piazza, Milano e dintorni abbondava, proprio a me lo veniva a chiedere? Mi intrigava, ma Tammaro, come tutti gli assidui frequentatori di ovattate stanze arcivescovili, aveva un tono paterno, convincente e benedicente. Scoprirò poi, e vi renderò partecipi delle motivazioni. Ebbene, anduma a Busto.

Era il 26 maggio 1984, un sabato. C'era parecchia gente sulla tribunona bustocca. In campo un buon schieramento di atleti che andavano per la maggiore, con qualche rinforzino straniero, il biondone ariano Carlo Thränhärdt e il suo clone Dietmar Mögenburg esperti nello sfidare la legge di gravità. Ma gli occhi erano per il cittadino di Barletta, per li brianzolo bititolato europeo e mondiale cantato da quella gran persona che era Paolo Rosi, per il bambino di Altofonte. Microfono in mano, tacabanda. Impianto efficientissimo, per una volta, normalmente non funzionavano mai e doveva accorrere il custode del campo; la mia vociona, amplificata da qualche milione di decibel complice una acustica che si stampava sulle gradinate quasi fossero cannonate, spaccava i timpani, e non solo quelli, a tutti. Segnacci dai federali presenti, intervento di elettricisti a regolare il micro, ma era la voce da regolare. Scrisse Dante Merlo sulla rivista «Atletica Leggera»:" Non facciano neppure a tempo a chiedere a....che uno stentoreo annunzio dello speaker, per l'occasione Ottavio Castellini, ci fa sobbalzare sullo scranno. Sono le 15,33 e la riunione è incominciata da appena tre minuti". Io tuonai a tutto volume, chissà le maledizioni:"Marco Martino ha lanciato a 66.30, nuovo primato nazionale del disco".

I dischi stavano ancora sfarfallando quando Stefano Tilli fece un dispettaccio a Pietro Paolo, sui 100. Ce la mise tutta, tempo modesto in una pessima giornata di freddo e pioggia, ma voleva dimostrare che dovevano tener conto anche di lui per la staffetta da portare in California. La parola ancora a Merlo Senior:"Chi invece incanta, scatenando l'entusiasmo della platea, è Donato Sabia, che affronta i 500 metri con la determinazione di chi sa cosa vuole, incurante della mancanza di lepri e punti di riferimento. La gente...scarica e raddoppia il suo entusiasmo sul corridore potentino...L'apparechio segnatempo non si ferma quando Donato taglia il filo, ma lo speaker già anticipa che è successo qualcosa di grosso...". Aho, troppo forte 'sto speaker! E fatemelo dì! Ero concentratissimo, scandivo io mentalmente i secondi, forse anche i centesimi. Dovevo cercare di non distrarmi dalla insistente e non richiesta pressione di Enzo Rossi, che mi si era piazzato alle costole fin dall'inizio e martellava: dì questo, dì quest'altro, guarda i 100, occhio a Cova, citalo, citalo,...Non serve dir chi era a quei tempi Enzo Rossi, a me veniva solo la voglia di dirgli: A' Enzo, vaffan...vaffanzum, vazzanzum...come cantavano i cinque di «Amici Miei», il Perozzi, il Conte Mascetti, l'architetto Melandri, il prof. Sassaroli e il Necchi. Ma Enzo Rossi, era Enzo Rossi, non perchè era commissario tenico, ma perchè lo conoscevo e lo sopportavo.

Donato fece tutto da solo, anche gli altri furono bravini, ma stettero sempre dietro. Infine l'annuncio: miglior prestazione mondiale, 1:00.08, europea e italiana, ovvio. Forse, è ancora europea, me par.  Mi affido alle note di Guido Alessandrini, che scrisse per la rivista federale, per i puntuali dettagli tecnici:"...questo 1:00.08 è stato ottenuto con passaggi regolari di 23.2 ai 200, 34.6 ai 300, e soprattutto 46.8 ai 400 con chiusura in solitudine totale poco oltre i 13" nell'ultima frazione di 100 metri. Segno che con un avversario spalla, Sabia sarebbe sceso sotto il minuto, il che è un bell'andare". Preconizzava il prof. Carlo Vittori, non uno qualunque:"Se si velocizzasse fino a 15.5 sui 150 metri, farebbe 45 sui 400". Il resto della stagione '84 di Donato Sabia meriterebbe altra narrazione, e, soprattutto, altro narratore. 

Salutai Busto Arsizio, dove non ho mai più avuto occasione di tornare. Qualche sera dopo, ricevetti a casa una telefonata di Renato Tammaro:"Contento? Bella Pasqua, due grandi primati...E tu potrai dire di aver fatto l'annunciatore di un primato mondiale, dovresti sentirti orgoglioso...". "Sì, certo, una bella soddisfazione...". "Grazie per essere venuto, ci saranno altre occasioni...Ciao, buonasera". "...sera...". Sapete perchè vi racconto tutto questo? Perchè non ho nipotini cui raccontare che "tanti anni fa il nonno fece l'annuciatore ad una gara di atletica dove un tal...". Però, ancor oggi, mi sento orgoglioso. E soprattutto sono stato fortunato. Mi raccontò una volta il mio amico Roberto Pegoiani, bravissimo rugbista bresciano, che si presentò al presidente del suo club e gli chiese un piccolo aiuto economico, lui lavorava e per allenarsi con gli altri doveva chiedere ore che il padrone gli tratteneva dalla busta paga. Il presidente tenne un sermone lacrimevole da cui si capiva che non avrebbe scucito neppure un centesimo, e alla fine gli chiese:"Ma hai pagato la tessera annuale di socio del club?". E il povero Roberto dovette cacciare la quota, oltretutto. A me, in fondo, è andata meglio.

Aprile 2020: resistere, resistere, resistere

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Ho girato, prima di andare a dormire la notte scorsa, la pagina del mese di marzo del calendario cui Chantal, Pietro e Marco hanno dato bellezza con le loro fotografie. Un gesto normale in altri tempi, scaramantico oggi: quasi a volersi lasciar dietro, per sempre, un tempo che non avrei / avremmo mai pensato di essere costretti a vivere. È il primo giorno del mese di aprile, giorno che in tempi di spensierata fanciullezza riservavamo alle burle, ai ritagli di quaderni scolastici a forma di pesce. Pesce d'aprile, era. Pesce d'aprile non è. Non è tempo di scherzi, non lo era un mese fa quando un idiota mi enunciò la sua stupida teoria che quel virus era tutto una burletta inventata per farci stare a casa. Che era un idiota lo sapevo da molto prima. Oppure il suo fratello gemello che alla televisione inglese affermò, con non dissimulato compiacimento, che 'sta febbriciattola era una arlecchinata inventata dagli italiani per stare a casa e non lavorare. Ben spalleggiato da quel parrucchiere arruffato che è il suo capo, il quale ha sposato la teoria di suo padre, talis pater talis filius, che dichiarò, in favore di telecamere, che lui era andato al pub tutta la vita e non avrebbe mutato abitudini per un po' di febbre. Buon pro gli faccia la sua pinta di lager, o di bitter, o di dark.

Aprile, mese dei molti proverbi saggi e antichi. Che però, al momento ci consolano poco. Ci aspetta almeno un altro mezzo mese di clausura. Almeno, ma non andrà così, temo. E poi? Aprile, quest'anno, mese della Santa Pasqua, della croce sul Golgota, ma anche, per chi crede, della Resurrezione. Ciascuno, a modo suo, ci creda, e che sia la resurrezione di una società diversa, dire nuova sarebbe troppo impegnativo.

Per molti italiani, io fra questi, aprile è anche il mese che ci ricorda quei nostri nonni, padri, zii, che combattereno per liberare questa terra dall'immondizia del nazifascismo. Ci ricorda la Resistenza, forse l'unico momento in cui tante parti diverse, spesso contrastanti, si unirono con un unico fine. Doveva essere un'Italia diversa, non lo è stata, oggi men che mai. Ma proprio per questo dobbiamo far appello a quei valori e a quella volontà individuale, per se e per gli altri. Resistere alla malattia, resistere al ritorno di ombre inquietanti. Resistere, resistere, resistere.

E adesso la foto che ci regala una prospettiva singolare della diga di Valvestino e del suo ponte, qui a pochi chilometri da casa mia, lo dico per gli amici lontani che Navazzo e la Valvestino non conoscono. Con l'augurio che anche il nostro carattere ad affontare questa momentanea terribile avversità sia altrettanto saldo: quella imponente struttura è lì dal 1962. Dio voglia che resista per sempre.

Dove: Lago di Valvestino - Apparecchio: NIKON D300S - Lunghezza focale: 8.0 mm - Ottica: 8.0 - 16.0 mm f/1.4 - 5.5 - Tempo esposizione: 1/800 - Diaframma: f/8.0

Uno spettro allarmante s'aggira per l'Europa

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Uno spettro s'aggira per l'Europa, scrivevano nel 1848 Carl Marx e Friedrich Engels, e si riferivano al comunismo che spaventava i borghesi. Oggi dobbiamo fare molta attenzione ad un altro spettro, di colore nero che si aggira pericolosamente per l'Europa. Uno spettro che chiamano mellifuamente sovranismo ma che altro non è che fascismo. Due vicende di oggi, di segno opposto, hanno suscitato la mia attenzione, due vicende che hanno al centro delle bandiere: quelle che nel 1956 sventolarono per qualche giorno a Budapest in segno di libertà dal giogo dell'Unione Sovietica, e un disegno che ricorda il valore di due giovani greci che ammainarono la barbara bandiera del nazismo sul Partenone. Uno di quei giovani di allora è morto oggi, all'età di 98 anni, ad Atene. Nelle foto: gli ungheresi su un carrarmato sovietico che avevano fermato (immagine di cui sono riconoscente al sito corriere.it) e il disegno che ricorda il gesto dei due ragazzi greci nel 1941.

Ungheria 1956, Ungheria 2020. Che differenza. Allora i cittadini ungheresi scesero nelle strade contro i carrarmati invasori dell'Unione Sovietica. Oggi sono proni ad un nuovo dittatore, che hanno voluto, quindi non hanno nulla di che lagnarsi. Un grande futuro alle spalle. Invece l'Europa, se ha un minimo di dignità, non può tacere, non può accettare supina, immobile, sempre paralizzata quando invece servirebbe la sua presenza. Il coronavirus non può essere una foglia di fico.

Grecia 1941, Grecia 2020Manolis Glézos era il simbolo della resistenza contro i nazisti. Glézos è morto oggi, all'età di 97 anni, in un ospedale di Atene, dove era stato ammesso per una gastroenterite. Il generale De Gaulle lo defininì "il primo combattente della Resistenza in Europa" per aver osato, nel 1941, ammainare la bandiera nazista dall'Acropoli di Atene. L'evento, che segnò per sempre la sua giovinezza e la sua vita, avvenne nella notte del 30 maggio 1941, mentre i nazisti occupavano la Grecia, Glézos salí in cima all'Acropoli passando per una grotta, con Lakis Santas, compagno di lotta e amico. Insieme riuscirono ad ammainare la bandiera nazista dal pennone e a scappare senza che le guardie si rendessero conto di nulla.

Nato il 9 settembre del 1922 nell'isola di Naxos, Glézos si trasferì ad Atene all'età di 12 anni con la sua famiglia, e iniziò a militare nella gioventù antifascista. Durante quella notte, all'età di 19 anni, strappò via la bandiera con la svastica che svettava sull'Acropoli e la sostituì con quella greca. Fu arrestato e imprigionato più volte durante l'occupazione, e negli Anni '50 e '60 perché comunista. All'epoca il partito comunista greco (KKE) era fuorilegge. Si è unito al partito Eda (Sinistra Democratica) negli Anni '60 prima di essere eletto deputato e poi parlamentare europeo con i socialisti negli anni '80. Nel 2000 è diventato membro del partito della coalizione Sinistra e Progresso, diventata poi Syriza di Alexis Tsipras. Durante la crisi (2010-2018) ha partecipato alle manifestazioni anti-austerità. Nel 2015 ruppe con il partito di Tsipras.

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