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Last updateLun, 17 Giu 2019 8am

Simbolo di idiozia e subdolo razzismo strisciante

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"Un'intera famiglia è stata travolta da un'auto impazzita nella tarda serata di ieri nel centro di Intra, frazione di Verbania che si affaccia sul lago Maggiore. Nonno, nonna, la mamma e il figlio di 20 mesi stavano camminando sul marciapiede quando sono stati travolti da un'auto guidata da un ragazzo di 24 anni che ha perso il controllo della vettura".

Ho letto pochi minuti fa questa notizia sul sito di «la Repubblica». Uno dei tanti incidenti che funestano ogni giorno le nostre strade, purtroppo. Ma la cosa che mi ha colpito al muso come un diretto destro di «Big George» Foreman, uno dei più grandi picchiatori della catoegoria pesi massimi, è quello che ho letto in calce alla notizia. Dove c'è quell'assurdo simbolo di idiozia rappresentato da un pollice alzato con scritto vicino «Mi piace», leggo che la notizia è piaciuta a 81.795. No, per favore, ditemi che non è vero. Davvero 81.795 individui esprimono con un segno tanto semplicistico e insignificante il loro gradimento ad una notizia che ci racconta che un uomo è morto e altre tre persone sono rimaste gravemente ferite? Ci deve essere un errore, quel gradimento è finito lì per sbaglio, oppure c'è un trucco, che ne so, per qualsiasi altro motivo. Mi rifiuto di credere che 81.795 persone possano essere tanto idiote.

Ah, poi c'è un'altra che mi indispettisce. La notizia dice «un ragazzo di 24 anni». Italiano? Esquimese? Profugo dalla Terra del fuoco? Non si sa, ma è la consuetudine, ci faccio caso da anni. Se il soggetto che compie una infrazione, un incidente, un delitto, viene dal Senegal, dalla Tunisia, dal Bangladesh, da qualsiasi altra parte del mondo, viene subito etichettato. Se si tratta di prodotto nostrano, no, non serve dirlo, lo si dà per acquisito. No, signori giornalisti, proprio no: questa è una forma di razzismo subdola e inaccettabile. Una forma delle peggiori, che serve naturalmente agli appassionati del «dagli all'extracomunitario!». 

Aprite le vele al vento del Garda, si comincia

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«Vernissage» per la nuova stagione velica 2019 dopodomani al Circolo Vela Gargnano. Il cartellone offre la 41esima edizione del  «Trofeo Roberto Bianchi» riservato alle classi monotipo (Asso, Protagonist, Dolphin Mr) e stazza Orc (Offshore). Regate nella sola giornata di domenica. La gara salperà da Gargnano (Marina di Bogliaco) alle 9 e mezza, per puntare su Campione del Garda. Per le classi monotipo sarà la prima prova del Circuito 2019. 
Dopo il «Bianchi» il 6-7 aprile i velisti saranno impegnati nella «Spring Cup», un omaggio alla barca che fino ai Giochi Olimpici di Londra 2012 è stata la regina delle gare olimpiche. La «Star» torna a Marina di Bogliaco dopo il «Campionato Open XIV Distretto» dello scorso anno. Rivedremo il giovanissimo Guido Gallinaro, che ha già disputato la Star Champion League alle Bahamas e il Campionato mondiale Under 30 di Miami.  Gallinaro proprio al porticciolo di Bogliaco ha mosso i suoi primi bordeggi, quando il suo istruttore era Gian Carlo Ballarini. Sarà un ritorno anche per Roberto Benamati, skipper di Malcesine, Campione del mondo e d’Europa proprio con la «Star», Campione italiano in carica. Nel settembre 2018 Benamati ha vinto in assoluto la sua nona «Centomiglia».
Proprio nella gara regina del CVG questa barca ha scritto pagine memorabili, con le vittorie di Nanni Porro (1959), Giorgio Falck, quando aveva a prua il gargnanese Gino Filippini (1961), Flavio Scala nel 1966. Tra i soci che il CVG ha avuto, ci sono Carlo Rolandi, che con la «Star» disputò le Olimpiadi di Roma 1960 (nelle acque di Napoli), quando era a prua del «Merope» di Straulino, Angelo Marino, Andreino Menoni, che fu tecnico della Nazionale azzurra alle Olimpiadi ed ai Mondiali vinti dall’equipaggio Gorla-Peraboni nel 1984. La «Star» targata Gargnano vanta poi una flotta di veri gentlemen, numerose carene, alcune di legno, molte restaurate nei vari cantieri lacustri.
 
 

Quando l'Italia era un paese senza ghetti umani

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Signore di bello e ricco Stato, ma d’animo, di valore, di prudenza, d’intelletto superiore alla sua propria fortuna e degno di essere paragonato co’ maggiori e più gloriosi principi de’ secoli passati”. Dobbiamo questo lusinghiero ritratto a Torquato Tasso, che così dipinse con le parole la figura di Vespasiano Gonzaga Colonna, duca di Sabbioneta. Era un condottiero, uomo d’arme, ma era anche un uomo di lettere, che amava la poesia, l’arte, l’architettura, e che governava con saggezza e lungimiranza. Figlio di Luigi Gonzaga, conosciuto come Rodomonte, e di Isabella Colonna contessa di Fondi, alla morte del padre durante l’assedio di Vicovaro, vicino a Roma, Vespasiano ereditò un piccolo territorio non lontano da Mantova, che comprendeva Bozzolo, Rivalta e Sabbioneta, ben lungi dall’essere quella che oggi conosciamo, o quella che non abbiamo mai conosciuto.

Crebbe in Spagna, alla corte di Carlo V, e alla severa scuola militare, che fece di lui un uomo d’armi, mai sovrastando però le sue innate doti di uomo di lettere e arti. Lo affascinava soprattutto l’architettura, in special modo quella delle fortificazioni militari, tanto che sarà lui stesso a disegnare le mura di Sabbioneta, quella singolare stella a sei punte. Ma non solo mura esterne. Sabbioneta si trasformò in un gioiello di architettura medioevale, che ha superato i secoli, giungendo fino a noi con quasi intatto splendore.

Qualche riga, scopiazzata qua e là, come potete immaginare, frutto di una recente visita che Encarnita e io ci siamo regalati, in un bel mercoledì di sole invernale. Un incanto. Giorno infrasettimanale (privilegio dei pensionati), pochissimi visitatori…extracomunitari (nel senso di turisti, talvolta beceri, caciaroni e invadenti), facile parcheggio. Abbiamo girovagato col naso all’insù, fra la Galleria degli Antichi e il «Corridor grande nella piazza del Castello» di Palazzo Giardino, che offre prospettive ammalianti, fra Palazzo Ducale e le belle chiese, perdendoci negli affreschi, nelle statue equestri rimaste, nelle pitture. E abbiamo chiuso la nostra visita, seduti a lungo, e affascinati, nel «Teatro di corte», una struttura unica, innovativa, realizzata da Vincenzo Scamozzi, e conclusa nel 1590. Unico, se non eleggi Patrimonio dell’umanità un edificio e un interno così, quale altro merita? Un teatro che, lo splendore ce l'ha di suo, ma necessita di ritrovare una vita culturale propria, come ebbe in passato, oggi invece appiattita da banali iniziative commercial-festaiole-matrimoniali.

Sabbioneta, riflessi di una umana sensibilità che ha fatto grande questa nostra terra italica. Siamo rimasti affascinati dall’insieme dei palazzi e delle loro architetture, ma non solo. Un edificio, la Sinagoga, ha acceso riflessioni. Una su tutte: a Sabbioneta esistette una comunità ebraica, ma Vespasiano Gonzaga non volle chiuderla nel ghetto, non è mai esistito il ghetto, gli ebrei erano inseriti nella comunità. Esempio di civiltà suprema. Inevitabilmente, il pensiero è andato ai tempi in cui viviamo, dominati da spregevoli individui che vogliono circondarci di «muri» e di «ghetti», siano essi in cemento armato o in parole e filosofie degradanti dei valori umani.

Vespasiano amava il bello, ma per amare il bello bisogna essere belli dentro. In una sua lettera al duca di Mantova scrisse con amarezza “…i poveri, che noi grandi fuggiamo come rifiuto delle creature di Dio…”. Al primo posto delle sue attenzioni e della sua politica collocò sempre la sua gente. Come dovrebbe fare un amministratore avveduto.

Annotazione finale da visitatori. Encarnita e io abbiamo apprezzato grandemente la cortesia, l’educazione, la competenza, i suggerimenti, di tutto il personale che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso. Questi gioielli sono in buone mani.

Le foto (disponibili a questo indirizzo) che corredano queste righe sono state scattate da Encarnación Tamayo Nevado.

Ho fatto una cavolata...ho sgozzato mia moglie

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No. Non può essere vero. Mi rifiuto di crederci, è troppo grossa. I caramba hanno capito male, o hanno riferito male, o hanno usato un termine più edulcorato di quello realmente usato dall'omicida. Oppure il corrispondente locale ha voluto imbastire una frase ad effetto. E che effetto! Leggete questa notizia che ho trovato stamane:

VENEZIA - Un uomo questa notte ha ucciso la moglie a coltellate nell'abitazione in cui vivevano in piazza Mercato, a Marghera. La vittima si chiamava Claudia..., 51 anni. il marito Gianfranco ..., 43 anni, ha poi chiamato il 113 e si è costituito. L'omicidio è avvenuto in camera da letto: l'uomo ha acceso la luce, si è avvicinato alla donna con un coltello e l'ha sgozzata. Poi ha chiamato la polizia e lui stesso ha aperto la porta dell'abitazione dicendo agli agenti: "ho fatto una cavolata". Sia la vittima che il marito erano in cura da tempo presso il Centro di igiene mentale. I vicini raccontano che negli ultimi giorni le liti tra i due erano state frequenti. Entrambi non lavoravano e avevano una pensione di invalidità a causa del loro stato psichico.

Una cavolata! Ma ci rendiamo conto? Uno sgozza la moglie come un capretto (per carità, lasciamo in pace i capretti, soprattutto a Pasqua, altrimenti insorge la fulvocrinita e scosciata Brambilla) e poi, papale papale, commenta che ha fatto "una cavolata", cioè ha fatto cadere un soprammobile in salotto. Ma perchè meravigliarsi? Basta ricordarsi di quei due che diedero fuoco ad un povero clochard "perchè eravamo annoiati", oppure quell'altro che spara stile americano trumpiano su delle persone di pelle nera che manco conosce (ultimamente va molto di moda fra i seguaci di Selfini) "perchè volevo vendicare la mia amica...". Ecco dove ci hanno fatto arrivare, questo è l'attuale valore della vita. E, mi spaventa dirlo, credo che non siamo ancora al capolinea. Tranquillo capretto, se non sei nero, sei al sicuro.

la Repubblica, da Mario Calabresi a Carlo Verdelli

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Mi sono preso la licenza, senza chiedere permesso, e questo so che non va bene (spero che l'editore mi perdoni), di riprodurre su questo mio miserrimo spazio personale la presentazione che Carlo Verdelli ha scritto mercoledi 19 febbraio nell'assumere la direzione del quotidiano «la Repubblica». Ha sostituito Mario Calabresi, che, a mio giudizio, negli ultimi tre anni, da quando assunse la direzione, ha fatto un gran bel giornale. Ma le dinamiche all'interno delle aziende sono talvolta incomprensibili ai poveri lettori: frasi di circostanza - sempre quelle - nei comunicati ufficiali, fuori uno, dentro un altro. Carlo Verdelli fu un ottimo direttore, una decina d'anni fa, per quattro anni alla «Gazzetta dello Sport», normale attendersi che lo sia per «la Repubblica». La sua carriera ha tante altre tappe importanti. Credo, fermamente, che valga la pena leggere - e magari rileggere - con attenzione il suo scritto. In un Paese ormai in mano ai barbari, ai selfiemen, ai fascisti e ai razzisti. Attenti italiani.

Secondo una previsione temeraria del presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte, il 2019 sarà un anno bellissimo. La speranza di tutti è che abbia ragione. L’evidenza di questi primi cinquanta giorni direbbe il contrario. Siamo entrati ufficialmente in recessione. Le previsioni di crescita del nostro Pil sono franate allo 0,2 per cento, il gradino più basso d’Europa. La produzione industriale è balzata all’indietro del 5,5 per cento. Si è scoperto che l’agognato reddito di cittadinanza non arriverà a destinazione per un milione e mezzo di lavoratori poveri: sei su dieci degli aventi diritto, più della metà. In Abruzzo, alle Regionali di dieci giorni fa, ha votato il 53 per cento, una percentuale allarmante, tranne per chi pensa che la democrazia parlamentare sia un orpello da smantellare, un ostacolo tra popolo e capipopolo.

Le uniche cose che salgono, e non pare di buon auspicio, sono il livello dell’insofferenza verso chi rema contro, dal Quirinale al Vaticano, e il volume delle minacce contro i nemici, dovunque si annidino. Bankitalia e Consob? «I vertici andrebbero azzerati» è l’opzione zero di Matteo Salvini. Azzerati. Come gli sbarchi dei migranti. O le canzoni straniere, da intervallare per legge con musica nostrana doc. Il giorno di San Valentino, a Melegnano, provincia di Milano, sul muro della casa di una famiglia che aveva da poco adottato un ragazzo senegalese è comparsa questa scritta: “Pagate per questi negri di merda”. È come se la natura di tanti italiani si stesse rapidamente trasformando, incattivendosi. Insieme a molti diritti su cui si fonda la nostra comunità, stanno saltando i valori che quei diritti sottendono e sostengono. Stavamo seduti sopra un vulcano di rabbia e rancore, e non ce ne eravamo accorti. 

Se abbiamo forti dubbi su un 2019 bellissimo, abbiamo una certezza sul 2018: è stato un anno incredibile, l’eruzione di un’Italia delusa, spaventata, e anche un po’ spaventosa. È passato un anno, anche se sembra molto di più: 4 marzo 2018, un voto che cambia connotati e anima a un Paese, che da lì ha cominciato freneticamente a scollarsi, a disunirsi, a isolarsi da quell’idea di Europa che aveva contribuito a edificare, per inseguire pericolose alleanze con Paesi e concezioni del mondo lontani anni luce dai pilastri ideali della nostra Costituzione. Un anno durante il quale la sinistra ha assistito attonita al proprio disfacimento, dilapidando milioni di consensi e di speranze, in attesa di una rinascita che con fatica, e ci auguriamo con umiltà, proprio in queste settimane stava assumendo un qualche contorno riconoscibile (le ultime vicende di casa Renzi di certo non aiutano). Un anno dove la Terra che ci ospita ha visto peggiorare il suo già precario stato di salute, nell’incuranza e nello sfregio dei Grandi che dovrebbero invece proteggerne il cuore. E così la scienza, oltraggiata dall’incompetenza al potere. L’Internazionale dell’egoismo, del «me ne frego», ha rotto argini che sembravano incrollabili. E l’Italia è un fronte avanzato di questa ondata globale di “disumanesimo”. 

Alzi la mano chi, un anno fa, avrebbe potuto immaginare che il ministro dell’Interno sarebbe stato indagato per sequestro di persona, oppure che l’ambasciatore francese a Roma sarebbe stato richiamato in Patria in segno di protesta, o ancora che una parlamentare di Forza Italia avrebbe guidato un gommone per forzare un blocco e verificare lo stato di salute di un’umanità derelitta tenuta in ostaggio su una nave a cui era negato l’approdo a un porto. E chi poteva spingersi a prevedere che persino la vittoria al Festival di Sanremo di un cantante milanese, ma di origini egiziane, sarebbe stata additata come una mossa contro il popolo sovrano? 

È così, credo, che si senta il lettore di Repubblica quando ogni mattina apre il giornale: incredulo. Davvero siamo arrivati fin qui? Davvero, prima gli italiani? Davvero si possono mischiare nella stessa frase le parole “pacchia” e “migranti”? Davvero se uno muore durante un arresto ci si può chiedere: e che doveva fare la polizia, offrire cappuccino e brioche? Davvero Ong e trafficanti sono sulla stessa barca? Davvero una piattaforma digitale privata, dal dubbio funzionamento e dall’oscuro reticolo di interessi e scopi, può indirizzare le scelte strategiche di un governo?

Ecco, al cittadino disorientato mi sento di garantire soltanto una cosa: ogni giorno proveremo a capire e spiegare il tempo che viviamo, tempo imprevisto e dagli esiti imprevedibili, con la serietà, il rigore e la passione civile che sono il vero patrimonio di questo giornale e della comunità che rappresenta. Comunità eterogenea, che mai come oggi, nei mille rivoli nei quali manifesta il suo dissenso non verso un esito elettorale legittimo ma contro gli squarci alla democrazia che quell’esito quotidianamente produce, ha il bisogno vitale di una casa comune dove ritrovarsi. Ecco, noi siamo quella casa. E siamo aperti, ogni ora e ogni giorno, nelle edicole e nel vasto universo digitale. Pronti a informarvi, ma insieme ad accogliervi, ad ascoltarvi, a progettare con voi un’altra Italia possibile, e possibilmente più umana. 

Nel suo primo editoriale, il primo giorno di vita di Repubblica, il 14 gennaio 1976, Eugenio Scalfari scriveva: «Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo. È fatto da persone che appartengono al vasto arco della sinistra italiana, consapevoli di esercitare un mestiere fondato su un massimo di professionalità e anche di indipendenza». Vent’anni dopo, il 6 maggio 1996, il secondo direttore di Repubblica, Ezio Mauro, rilancerà la sfida: «Repubblica non è un partito, come hanno semplificato in troppi, e non ha mai avuto un orizzonte diverso da quello del giornalismo. Ma è certo qualcosa di più di un giornale. Qualcosa in cui un pezzo d’Italia si riconosce, uno strumento di identità libera ma collettiva».

Il terzo direttore, Mario Calabresi, che mi passa il testimone e che idealmente abbraccio per il grande lavoro e le indispensabili dosi di modernità che ha saputo iniettare nelle vene del giornale, il 16 gennaio 2016 si presenta così: «Ho messo in valigia ciò che penso sia più necessario per combattere la crisi di fiducia che oggi la società ha verso l’informazione: capacità di mettersi in discussione, di correggersi in modo trasparente e di coltivare dubbi, che per me sono il sale della vita».

Come giornalista, non sono un figlio di Repubblica e non mi sono formato in questa scuola. Ma sono cresciuto anch’io, professionalmente e non solo, in sintonia con il lungo percorso di questa straordinaria avventura giornalistica e culturale. Da oggi ne prendo in prestito la guida, ringraziando l’editore per l’onore che ha voluto concedermi. Il giornale, specie un giornale che è qualcosa di più di un giornale, vive di sintonia profonda con i propri lettori. Quelli che l’hanno sostenuto nelle tante battaglie per un Paese più civile. Quelli che andremo a cercare per allargare la nostra casa comune. Il 2019 non sarà un anno bellissimo per l’Italia, ma faremo di tutto perché non diventi bruttissimo.

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