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Giugno 2020, che l'Assunta ce la mandi buona

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Marzo, aprile, maggio, e dopo maggio viene giugno, da sempre. E io, dopo 83 giorni di permanenza nella mia casa e sulla mia terrazza, a Navazzo, sabato 30 maggio son sceso a lago, a Gargnano: ritiro dei giornali e delle riviste all'edicola della bravissima signora Marcellina, poi acquisto di un paio di ciabatte nuove e infine prelievo dei manicaretti che mi avevano preparato i miei amici Bruno e Paolo Bignotti. Devo dire che in questi 83 giorni non ho mai sofferto di depressione, non ho patito né la fame né la sete (merlot rosso Santa Giustina e Chardonnay bianco Regina di Cipro dei miei amici Peri di Castenedolo, nei momenti di flessione umorale qualche bottiglia di bollicine metodo classico Talento, per me meglio il Pas Dosé). La cantina era stata messa in «sicurezza» prima del virus; per il vettovagliamento devo ringraziare persone meravigliose che mi hanno assistito in questi quasi tre mesi: Stefania, Nicola e sua moglie Patrizia e i loro figlioli, Bruno Bignotti che mi ha aiutato ad alleviare la monotonia della mia povera fantasia gastronomica, semplice ma comunque dignitosa. A cui aggiungo i cari ragazzi della «Banda Tavernini» della Pizzeria Running Club i quali mi hanno allietato, una sera a settimana, con le loro pizze sempre ben fatte (fra le meglio del lago di Garda, provare per credere).

Ottantatre giorni immerso nei miei libri e nelle mie riviste, una miniera di alimenti per lo spirito. Ho letto libri nuovi, altri che avevo da anni e non avevo mai letto, altri ancora ho riletto con grande interesse. Telefono e PC mi hanno tenuto in contatto con le persone più care. Non ho nessun rimpianto di non possedere (da 31 anni, dal 1989) la televisione. 

E su tutto, le cose più belle sono state la natura che mi circonda, il mio amato Monte Pizzocolo, l'altro chiamato Tre Punte, non certo quelle maestose Tre Cime  di Lavaredo che vede il mio amico Gianni Poli, che da quelle parti vive. E, in lontananza, uno scorcio di Monte Baldo. Il tutto reso più mistico, sì, mi sembra l'aggettivo adatto, mistico, dal silenzio, rotto al più dal latrare lamentoso di qualche cane che soffriva di solitudine. Per fortuna, il silenzio non è mai stato rotto da improvvissati suonatori di trombe e trombette, violini e viole d'amore, fastidiosi (per me) esibizionisti di se stessi, che facevano queste comparsate ben sapendo che sarebbero finiti su quale faccia di qualcosa o tubo di vanità. Sui vari siti, ne ho viste di tutti i colori, gente disposta anche al ridicolo pur di esibirsi. (P.S. - Volete sapere la verità vera: è che non so cantare, e non so suonare nessuno strumento. Altrimenti...).

Un corroborante per il mio spirito (a parte il merlot e lo chardonnay) è stato il calendario che con Chantal, Marco e Pietro ideammo lo scorso anno. Guardavo le tredici belle foto da loro realizzate, un sentito omaggio a questa terra del Montegargnano. E allora, mi sono trovato spesso a ringraziare il cielo di consentirmi di vivere in questa terra che ho eletto a dimora, a questa natura, a queste montagne. Una terra che ha protetto i suoi abitanti dal virus, mentre nel resto della Regione Lombardia martoriata morivano a migliaia. Se ne è accorto anche il settimanale «L'Espresso» che nel numero del 17 maggio ha dedicato un lungo articolo e belle foto, il tutto opera di Alessandro Gandolfi, a «Quei borghi lombardi dove il virus non è mai arrivato», e ha citato, tra gli altri, Magasa, Val Vestino, che da casa mia dista meno di 19 km. Ma come Magasa, anche Navazzo, Liano, Sasso, Formaga, e altri piccoli borghi che formano il Comune di Gargnano, e anche tanti altri sparsi nelle montagne dei Comuni limitrofi. L'articolo di Gandolfi mi ha fatto ricordare le parole del mio amico Giorgio, che vive parte dell'anno a San Diego, California, il quale, il 26 marzo, mi scrisse con la sua consueta ironia:"Hi Ottavio, tu sei in perfetto isolamento: lassù il virus non si avventura. Crepa prima di aver finito la salita, dal lago ai monti. E poi tu stai nella tua biblioteca, e il virus non oserebbe mai profanarla...Qui abbiamo un criminale che voleva alzare i muri al confine messicano, ora sono i messicani che vogliono tagliar fuori gli USA".

Dove: il caso vuole che stavolta sia proprio Navazzo, Navàs in dialetto, con la sua Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta - Apparecchio: NIKON D850 - Lunghezza focale: 14.0 mm - Ottica: 14 mm f/2.8 - Tempo esposizione: 1/320 - Diaframma: f/8.0

Fare giornalismo sportivo al tempo del virus (3)

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Giorgio Lo Giudice ha dato una grossa parte della sua vita alla «Gazzetta dello Sport». Bella forza, ci ha lavorato tanti anni. La chiave di lettura è un'altra: Giorgio alla «rosea», redazione romana, ha dato soprattutto il cuore, al giornale, allo sport, all'atletica in particolare. Atleta niente male in gioventù, mezzofondo, fondo, 3000 siepi, anni '50, a Roma, gli anni di Spinozzi, Scavo, Brichese, Virag, Sbernadori, Chiesa, Lucchese, Paternoster, Cavalli, Leone, Coliva, Bisegna, era perfino il tempo (1957) del giovane Mario Pescante campione studentesco sui 1000 metri. Era il tempo delle società mitiche: Capitolino, CUS Roma, A.S. Roma, ovviamente Fiamme Gialle, buttate lì a caso, ma c'è di più, molto di più. Era il tempo che precedeva i Giochi Olimpici asegnati a Roma, della costruzione del nuovo Stadio Olimpico. Era tempo di entusiasmi, dell'Italia che viveva la prima parte del «miracolo economico». Giorgio abitava in una casa che si affacciava su Campo de' Fiori e sul suo mercato, a due passi dalla sezione storica del PCI in via dei Giubbonari. Un cuore grande, quello di Giorgio, come uomo, come sportivo, come giornalista. Di quelli che non si è mai fatto scrupolo a sacrificare una sera in famiglia per andare ad una partitella di Serie Z del campionato esordienti di...(fate voi) per sostituire un collega fighetto che si inventava una scusa per non andarci. Oggi invece la parola d'ordine è un'altra, e la scrive Gio' nelle ultime righe del suo intervento con spontaneità trilussiana. Qualcuno a volte mi racconta la favola del giornalismo diverso, che deve fare i conti con la TV, con Internet, con... con...con un giornalismo che deve fare i conti con se stesso, prima di tutto. E non ne ha il coraggio. Grazie Gio'!

La Gazzetta, ieri, oggi, azzardiamo a dire domani?

di Giorgio Lo Giudice

Si disse che doveva essere un periodo di riflessione, in cui la lettura avrebbe dovuto essere uno dei migliori antidoti alla noia ed allo stress di restare chiusi in casa. Purtropp però non aiuta più di tanto leggere dello sport che non c’è. La «Gazzetta dello Sport» ha provato a fare molti e lodevoli sforzi in tal senso, ma non sempre ci è riuscita, secondo me. Questione di gusti si potrebbe dire. Ma in realtà non esiste molto equilibro tra una fetta ristretta del calcio ed il resto. Lo capisco: il calcio ha un valore fondamentale con le Tv i contratti e altro (si mette in mezzo anche il Pil quando serve). Ovvio che l’80% dei lettori sono calciofili, ma questa disparità non è un merito, semmai una colpa, e forse qualcuno dovrebbe pensare a certe scelte, perché il solco si è creato nel tempo con il disinteresse progressivo verso le altre discipline scomparse nel nulla, anche se parliamo di sport olimpici.

A volte poi ci sono scelte incomprensibili per parlare appunto di altro che non sia il pallone. L’esempio lampante quello dell’atleta o ex atleta o condannato, come preferite, Alex Schwazer. Già, è condannato ed abbiamo una conferma? Che bello facciamo due pagine, così si potrà dire che trattiamo anche l’atletica (?). Due pagine in cui si accusano tutti gli altri, parlando di riscatto, di ritorno, di future Olimpiadi e altro ancora. Un po’ di equilibrio non guasterebbe. Come mai non sono state interpellate, in nessuna occasione, tutte le persone che sono state oltraggiate e poi invece assolte con formula piena? I nomi li sapete tutti: il dottor Giuseppe Fischetto, il dottor Pierluigi Fiorella, l’ex azzurra Rita Bottiglieri, che hanno subíto momenti di dolore personale e professionale, nonché processi lunghi, costosi ed infamanti per i tipi di accuse, per venire infine assolte (hanno detto i giudici "il fatto non sussiste") e quindi sono pienamente innocenti. Meglio far parlare gli accusati a cui è confermata la condanna. Scelte politiche, mi si permetta di dire, molto opinabili. Una forzatura nella quale, tra l’altro, l’intervistato viene portato per mano a raccontare la sua verità. Tutto questo ricordando che parliamo di un reo confesso di doping, non si deve mai dimenticare il punto di partenza.

Nella vecchia «Gazzetta» questo non accadeva, così come era sempre il direttore, o il suo vice, in questa come in altre situazioni importanti magari in una fase di dissenso verso il Coni o la politica, a dare voce ad un posizione critica e non al primo che passa, a prescindere dalla sua bravura nel saper scrivere. È un fatto di principio che mi è stato insegnato da Gualtiero Zanetti, Gino Palumbo e Candido Cannavò, per citare i miei maestri, dai quali spero di aver imparato qualcosa.

Sicuramente molto è cambiato con le nuove tecnologie, ma non sono cambiati i principi del giornalismo. Il signor Cairo ci sa sicuramente fare se la buttiamo sul terreno contabile, visto il quasi azzeramento (lodevole) del debito, ed addiritturala comparsa di un dividendo azionario (poi, a fronte di proteste, cancellato). Certo, non è difficile fare dividendi mentre si manda la gente in pensione anticipata, depauperando la qualità del giornale. La «Gazzetta»  non ha più un corrispondente negli Stati Uniti; se Boldrini, uno dei prepensionati, parte, scompare pure quello in Inghilterra e così via (gli altri già da tempo sono stati azzerati). Che «Gazzetta» leggiamo e leggeremo? Si dice: il calcio prende tutto. Ma quale calcio? Precisiamo: è un certo tipo di calcio a prendere tutto. Della serie D si son perse le tracce, la C e la B ridotte ai minimi termini e la stessa A per 6-8 squadre significa a malapena un servizio quando capita. Le pagine regionali «asfaltate», per non parlare dei redattori esterni. Si fa tutto per telefono, un gran risparmio. Ma la credibilità? La «Gazzetta» è sempre stata la Bibbia dello sport non solo perché c’era tutto, ma quello che usciva era credibile perché lo diceva la «Gazzetta». Un po' come oggi quando si afferma: lo ha detto la TV. Cairo, che è spesso portavoce delle sue idee sul suo giornale, può dire in tutta sincerità che sia così anche adesso? Nutro ampi dubbi.

Mi auguro, visto che anche Narducci è fra i pretendenti al prepensionamento, dopo essere già stato messo da parte sul settimanale «Sport Week», che Bongiovanni, Crivelli ed i pochi altri rimasti sappiano resistere e non essere travolti. Con l’aria che tira, ciclismo e auto a parte, tutto il resto verrà sempre più relegato in uno striminzito angolino; e come sempre più spesso è capitato, telefonando per far presente un momento importante dello sport o un evento di una qualsiasi disciplina (olimpica magari) di sentirsi rispondere: “Frega cazzi”. Mi scuso per l'espressione, ma pare vada molto di moda di questi tempi in «Gazzetta». Spero nessuno si senta offeso, per lo meno non è nelle mie intenzioni. La cruda verità a volte fa male. Le mie sono impressioni ricavate da mesi di frustrante nulla che mi hanno fatto sentire ancora più solo e più triste.

Seriologico, ripeto seriologico, non sierologico

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Forse qualche migliaia di persone lo avranno già visto e si saranno fatti una risata, almeno quelli intelligenti. Io vi propongo il video che ho trovato oggi e che rilancio non solo per regalarvi un momento di ilarità. Drammatico è il COVID-19, certo, ma ancor più drammatico, disperante, è avere al vertice di una Regione che si chiama Lombardia e che ha avuto, sempre, ma proprio sempre, un ruolo determinante nella storia dei popoli, degli ominicchi come 'sti qua. Come dici? È solo la parodia di un comico (bravissimo, degno di Premio Pulitzer). Sei proprio sicuro che siamo difronte solamente a una dissacrante parodia? Vabbuò, vedetevi 'sto video, se volete.

I birignao dei somari dell'inglese spannometrico

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Ne avevo trovato uno che la pensava come me, e se ne è andato. Non perchè ha cambiato idea, proprio perchè è  deceduto, recentemente. Gianni Mura, uno degli ultimi e ormai pochissimi scrittori di cose sportive degno del nome di «giornalista sportivo», lascia - almeno per me - un vuoto enorme in quella categoria. Tra l'altro, devo dire che ho trovato di pessimo gusto che il quotidiano per cui scriveva abbia sostituito in poche settimane la sua rubrica domenicale «Sette giorni di cattivi pensieri» con un surrogato firmato da altra persona, proprio la domenica. Uso il criterio di Mura: voto 4, alla direzione del giornale (senza parlare della nuova proprietà che ultimamente ha dato ampia prova di poco stile, leggasi vicenda del cambio del direttore) e al responsabile delle pagine sportive. E non solo poco stile, ma anche scarsa fantasia.

Gianni Mura ha avuto, nella sua ricca vita, molti interessi: lo sport, il ciclismo e il Tour de France ai primi due posti della classifica, la musica dei cantautori francesi o italiani che fossero, la poesia, gli anagrammi, il buon mangiare e il buon bere. Per ricordare questo giornalista che ho stimato molto e del quale ho letto qualcosa, ho tirato giù da uno scaffale della libreria, dove stanno a dimora libri, guide e riviste del genere Méditations de gastronomie (© Brillat - Savarin), un suo libro del 2015, che avevo già letto una prima volta nel 2017: «Non c'è gusto - Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante». Utile per evitare (cercare di evitare) fregature, scritto senza spocchia da un tale che, per sua ammissione, non sapeva cucinare due uova ma che si cucì addosso la «professione del cliente». Centootto pagine in puro stile Mura, piane, semplici, chiare, soprattutto oneste.

E, rimessomi a leggere, sono arrivato, come pedalando in discesa, a pagina 53, e lì la folgorazione (me ne ero scordato): ho letto che Mura la pensava come me. Gli lascio la parola (sta parlando dei siti gestiti direttamente dai ristoranti):

"A questo punto devo dire che non ho nessuna allergia alimentare ma ne ho nei confronti dell'abuso di termini stranieri, specie quelli ispirati a un birignao senza senso. Quindi, se in un sito trovo termini come location, happy hour, trendy, lo boccio a priori. Non parliamo la stessa lingua, non possiamo avere gli stessi gusti o lo stesso palato. Non incontrarsi e dirsi addio".

Di questi birignao ce n'è uno che mi fa andare in bestia: location. Una idiozia entrata con una violenza inarrestabile nelle urla spesso sgraziate e illetterate di presentatori di provincia che a mala pena sanno mettere insieme il soggetto, il verbo e il complemento. Ma location non manca mai. Chissà mai cosa credono di dire, quale magico e nascosto fluido emana da questo suono. Sicuramente farò sorridere il mio amico Enzo che conosce l'odio che porto a questo termine e l'antipatia profonda per chi lo pronuncia. E non ne faccio mistero, spesso mi alzo e me ne vado. E non solo questo: trovo idiota questo uso scriteriato di termini stranieri appiccicati all'interno di una cultura e varietà di linguaggio come l'italiano. Ecco, in questo sono un feroce sostenitore della Brexit, che se li tengano i loro termini e la smettano di inquinarci. Così come ho sempre considerata una idiozia che per far promozione dei prodotti italiani si scriva «Made in Italy».

Grazie Gianni Mura, e non solo per questo.

Uso corretto del sostantivo «imbecille»

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Noi dobbiamo combattere gli imbecilli doppi. L'imbecille normale non porta la mascherina e poi c’è l’imbecille doppio, quello che la porta appesa al collo ed è imbecille due volte: perchè si prende il fastidio e non si prende la tutela sanitaria”. Ohhh, finalmente uno che conosce il vocabolario della lingua italiana e lo usa correttamente. La frase che leggete in apertura l'ha pronunciata, senza tanti giri di parole, il governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, in una breve intervista televisiva (sentitela quiin occasione dell’inaugurazione del nuovo reparto di terapia intensiva del Covid Hospital di Boscotrecase.

Dalle notizie che ho letto oggi qua e là, sono arrivato alla conclusione che esistono perfino imbecilli tripli, quadrupli, diciamo pure esponenziali. Quello che esce dalla cloaca di certe bocche sulla vicenda della signorina Silvia Romano merita il più profondo disprezzo: sono spazzatura dell'umanità.


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