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Last updateLun, 06 Lug 2020 10am

Immagini che riemergono non solo dall'acqua

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Immagine dal day after, quando il mondo presuntuoso riemegerà dall'incubo del virus coronato? No, questa è una visione del day before. Siamo nel bacino della diga di Valvestino, costruita fra il 1959 e il 1962. Sta a circa 6 km da dove abito io, a Navazzo. Lo dico per coloro che, fra i miei amici, devono orientarsi. Ultimamente, vuoi per la scarsità di precipitazioni vuoi per lo svuotamento della diga - per verificarne la solidità, si sente dire, Ponte Morandi di Genova insegna, speriamo, ma io non ci credo - il livello dell'acqua è bassissimo. Il mio amico Elio Forti, che di queste terre conosce ogni pietra, ogni sentiero, ogni arbusto, mi assicura che raramente si è spinto lo sguardo all'interno della diga così a fondo.

Ed ecco emergere questa visione, quasi surreale. L'edificio di cui restano in piedi solo parte dei muri esterni, è la vecchia caserma che ospitava la dogana al confine fra il Regno d'Italia e l'Impero Asburgico, che fin qui estendeva il suo dominio. Sulle montagne qui attorno, si combattè durante quella grande macelleria umana di povera gente chiamata Prima Guerra Mondiale, 1914 - 1918: fortificazioni, gallerie, casematte, sono ancora visibili.  Prima della immersione nelle acque dei due immissari Droanello e Toscolano, questa si chiamava Località Patoala, e non, come alcuni dicono erroneamente, Lignano, mi spiega Elio. In questa località esiste ancora una targa che ricorda il vero confine fra i due Stati, ma è distante almeno un chilometro e mezzo dai ruderi della caserma. 

Questa foto, scattata pochi giorni fa, da Marco Peiano, fa riemergere insieme con le pietre, anche i fantasmi del nostro passato.

A quel tempo il ciclismo era davvero eroico

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Avete sentito parlare qualche volta di una corsa che si chiamava Bordeaux - Paris? 572 chilometri, prima edizione 1891, ultima (dopo 85 dispute) nel 1988? A me era capitato di sapere che esisteva sfogliando vecchie (e bellissime) riviste francesi di inizi Novecento. Poi un libro, formato rivista, frutto di uno scambio con un altro appassionato di libri sportivi. Sfogliarlo e farmi prendere dalla voglia di leggerne ampi stralci (è in francese), guardare le foto, spulciare le liste di iscritti e gli ordini d'arrivo, è stato tutt'uno. Ne ho scritto un po' di righe nell'apposito spazio dedicato ai libri, quello che chiamo Cartastorie. Se vi piace, almeno un po', il ciclismo... 

Marzo 2020: un mese tutto di Quaresima

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«L'augurio è di arrivare al 1° marzo un po' più sereni. E che il virus sia solo un brutto ricordo». Sono stato cattivo profeta, mi capita spesso, anzi quasi sempre. Ci siamo dentro in pieno, e si vive alla giornata, fra chi spara cazzate gigantesche, chi non riesce a tacere neppure sulle disgrazie, chi è in confusione mentale  e dice tutto e il contrario di tutto, chi ne approfitta e ruba e imbroglia, chi si frega le mani non con la amuchina ma con il virus e fa affari, chi alza alti lai sul business che sta evaporando e vuole essere aiutato (ma quando va a gonfie vele ha mai aiutato gli altri? parlo dei botegher). Insomma ce n'è per tutti i gusti. Ho dimenticato una categoria che ci va a nozze: i giornalisti, o presunti tali. Pagine e pagine, in cui vien buon tutto: il virologo e l'immunologa, la mamma disperata perchè il bambino in quarantena va in paranoia (in tempi normali invece con due linee di febbre non lo mandava a scuola per una settimana), il fascistone che riscopre il saluto eia eia eia alalaà per evitare di darsi la mano (poi ritratta e dice che stava scherzando, ormai questo è il giochino idiota), lo scriba che testualmente digita «ricomincia così la caccia al paziente zero...», capito? «caccia», come se fosse un deliquente ricercato dalla Interpol. Mi chiedo dove stanno i direttori, i capiredattore dei giornali. A proposito di cazzate. Che mi dite di un tale, che a me ricorda il commissario Basettoni del mai dimenticato «Topolino», che in una dichiarazione televisiva (esiste la registrazione, chiunque la può sentire) ha asserito serissimo (si fa per dire) «abbiamo visto tutti i cinesi mangiare i topi vivi». Apriti cielo, i cinesi se la son presa molto a male, giustamente. L'ambasciatore di Pechino si è infuriato, Basettoni ha dovuto fare marcia indietro, «sono davvero dispiaciuto per quanto accaduto», capito? è accaduto, così, lui non c'entra, aveva una paresi alla bocca e le parole gli sono uscite contro la sua volontà? era ubriaco per le troppe ombrete? Se fossi il presidente Xi Jinping darei ordine all'ambasciatore cinese di organizzare nella sede romana dell'ambasciata una bella cena a base di topi vivi e di invitare l'individuo. E li deve mangiare, oh, se li deve mangiare i topi vivi.  

Di fronte a queste bestialità non si può più far finta di nulla. Basta! E invece la gente ride come se fossero barzellette, gli imbecilli. Vabbuò, direbbe un noto capitano esperto di «inchini» di grandi bastimenti (leggi Concordia, Isola del Giglio, 32 morti). Vabbuò, noi consoliamoci con la bellezza di questa foto che ci accompagnerà per tutto il mese di marzo. Fa parte del calendario illustrato dai miei amici Chantal, Marco e Pietro, che hanno fermato con i loro obiettivi immagini piene d'incanto sulla terra del Montegargnano, dove consumo i miei giorni. Da questa che trasmette sensazioni di trasparenze da sogno emerge l'abitato di Sasso e, sullo sfondo, il Monte Pizzocolo e le Tre Cime, chiamate anche Monte Castello o, per gli indigeni, La Selva.

Dove: frazione Sasso, Comune di Gargnano - Apparecchio: NIKON D300S - Lunghezza focale: 24.0 mm - Ottica: 18.0 - 250.0 mm f/3.5 - 6.3 - Tempo esposizione: 1/500 - Diaframma: f/4.5

Borg, Edberg, Wilander e il tennis in Svezia

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Alla voce «Cartastorie» di questo sito l'appassionato di letture sportive può trovare le mie elucubrazioni su libri che hanno come argomento le varie discipline dello sport. Parlo di libri che ho letto per intero, non sfogliati. Dico la mia, a modo mio. Oggi, per esempio, ho pubblicato informazioni e opinioni su un bel libro di tennis, edito in Svezia e poi tradotto in Italia. «Game Set Match» racconta il periodo d'oro del tennis in Svezia, le grandi carriere di Borg, Edberg e Wilander. Ma non solo: è molti ritratti in uno, i campioni, i loro avversari, il contesto nazionale, i grandi indimenticabili incontri. Si legge come un romanzo. Ne vale la pena. Lo trovate in «Cartastorie». oppure anche qui a fianco nella colonna «Ultimi articoli», cliccando sul titolo del libro. Oppure direttamente qui.

200 metri: Filippo facci un pensierino

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Il mio amico Daniele Poto mi ha proposto la sua opinione su Filippo Tortu, questo ragazzo - che comunque sta crescendo, quindi attenzione che «quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia» - osannato, coccolato, lautamente sponsorizzato, perfino cavalierato, che corre abbastanza forte ma non fortissimo i 100 metri. Non conosco il ragazzo, non gli ho mai parlato, dicono sia un bravo ragazzo, ci credo. Alcuni, che frequentano ancora - hanno buontempo - l'atletica nazionale, mi dicono che il cerchio magico che gli sta attorno lo sta rovinando. Non ne so niente, e poco o nulla mi importa sapere.

Io, l'ex ragazzo Filippo Tortu l'ho visto correre in due manifestazioni mondiali, quando tiravo la paga alla Federatletica mondiale, e non l'ho mai visto vincere. No, ho detto una fesseria: l'ho visto vincere una batteria e una semifinale. Andò così. 2014: Nanchino, Cina, seconda edizione del Giochi Olimpici per i giovani. Tortu corre i 200, la terza batteria, era arrivato lì con un miglior tempo di 21.42, corre in 21.38, bravo, ma non vince, lo precede un cinesino di Taipei, 21.03. È in finale, ma non correrà, causa il rovinoso capitombolo sull'arrivo della batteria, si ruppe qualche arto (me par) oltre alle spelacchiature. Passan due anni, stavolta siamo in Polonia, Bydgoszcz, ci sarò stato negli anni iaffini sei o sette volte, organizzavano tutto loro, ed erano anche veramente bravi, ce ne fossero stati sempre così. Trattasi di Campionato mondiale I.A.A.F. juniores, che, con un colpo di genio che non t'aspetti, viene ribattezzato Under 20. Di 100 metri parliamo stavolta. Batteria, la quarta: Filippo primo, 10.29; semifinale, la prima: Filippo ri-primo, 10.26. L'attesa è da tremori incontrollabili, dall'Italia arriva in tutta fretta il presidente federale, che sembra in preda al ballo di San Vito. Pronti, bum, via, bravissimo il Filippo nostro, 10.24, ma è secondo. E sapete chi ha davanti? Un ragazzotto yankee, Noah Lyles, che fa 10.17. Lyles, Lyles...ma...ma è quello di Nanchino, che vinse i 200 alle Olimpiadi per i bambini! Il quale Noah l'anno scorso nell'affollatissimo (ohhhh...) stadio di Doha - Qatar, quelli che ci vendono il gas per scaldarci d'inverno - si è messo in «berta» due titoli mondiali (200 e staffetta).

Pensierino della sera:«quant'è bella giovinezza...di doman non c'è certezza». Ecco, appunto, se s'ha da vincere il titolo olimpico, forza, Filippo vincilo. Te lo auguro di cuore. Due prima di te ci son riusciti: Livio Berruti (il mio idolo, due anni più tardi Tito Morale) e Pietro Paolo Mennea. Adesso il mio amico Daniele vi spiega come la vede lui, ed è molto più bravo di me. (Le foto: Archivio FIDAL / sparate da quel brontolone del mio amico Giancarlo Colombo)

“o Franza o Spagna, purché se magna”, 100 o 200 purché se vinca

di Daniele Poto

L’atletica italiana, quando va a stringere il focus su un personaggio, inevitabilmente punta l’indice su Filippo Tortu. Perché è giovane, è vistosamente un bravo ragazzo, ha l’appeal giusto per essere indicato, velleitariamente, come “il successore di Berruti” (più che di Mennea, lo stile di corsa fa il velocista). Non è un caso che per farlo correre più forte Fastweb l’abbia messo sotto contratto contribuendo vistosamente allo sviluppo della sua denuncia dei redditi. L’inserimento nella finale mondiale dei  100 (meritato indubbiamente ma con quel pizzico di fortuna che giova ad ogni causa), conclusa al settimo posto (una volta si sarebbe detto al penultimo) contribuisce all’esposizione mediatica. Intanto il suo staff si gonfia di preparatori, di addetti a qualcosa, neanche fosse un componente della famiglia reale o, nel campo dell’atletica, uno che si è decisamente affermato. Non si contano le ospitate nei premi e in televisione, obbligo dello sponsor beninteso. Nelle ultime interviste il ragazzo Tortu si è esposto pericolosamente chiarendo al colto e all’inclita che il suo desiderio ormai non più nascosto è di vincere una finale olimpica o mondiale. Sogno o son desto?

A tutti è già sembrato un miracolo che il “bianco” Tortu si inserisse in una finale monocolore nei 100 in una stagione in cui non ha migliorato il proprio primato personale. Ovvio che in un’intervista non puoi dichiarare di voler arrivare sesto ma di qui a una medaglia d’oro nella gara più veloce (e per certi versi più retribuita in ragione dei secondi di esibizione) ce ne corre. E Tortu rischia di rimanere al palo. Intanto ci sono dei dubbi sulla sua leadership in Italia perché alla sua fortuna mondiale si è abbinato il colmo della sfortuna iridata per Marcel Lamont Jacobs che nel preliminare aveva destato migliore impressione visiva.

E poi siamo sicuri che i 100 siano la distanza ideale per il più che ventenne sprinter vista l’irriducibile concorrenza con cui si trova e si troverà a confliggere? Tortu chiarisce anche questo nelle interviste. Dei 200 parla poco e malvolentieri. Eppure, a ben guardare, è sul mezzo giro di pista che il suo potenziale potrebbe completamente dispiegarsi colmando l’handicap dei tempi di reazione allo start, migliorati sotto la guida di Stefano Tilli ma non ancora ottimali. Quanti sprinter sono davanti a lui nell’attuale ranking? Tanti? Troppi! Nei 100 tra Tortu e il miglior velocista del mondo ci sono tre metri di forbice di distacco difficilmente rimontabili. Invece in ambito europeo un podio continentale sarebbe a portata di miglioramento con una completa dedizione alla distanza, un deciso impegno in allenamento, una riconversione dei programmi con un primo obiettivo minimo di scendere sotto i 20”. Che diamine, con tutto il rispetto, ha sfiorato il muro uno come Desalu che occhio e croce vale tre decimi in più sui 100. Ci vorrebbe un allenatore e una Federazione che lo facesse riflettere su questo. Non si tratta di violare una profonda motivazione personale ma di costruire un solido futuro per il vessillo dell’atletica italiana per il prossimo decennio.

Oggi, in chiave olimpica, Tortu ha maggiori probabilità di entrare in una finale nella 4 x 100 (se la qualificazione verrà centrata) che nella gara individuale, tenuto anche conto che la concorrenza nello sprint puro salirà di tono a Tokyo. E alla sua giovane età un passo indietro verrà visto come un sintomo di precoce declino. Invece il futuro nei 200, partendo da un tempo relativamente mediocre, è tutto da scrivere e gli potrebbe dare ampie e rassicuranti gratificazioni. Ci auguriamo che il rpensamento arrivi già nella stagione olimpica perché i Giochi del 2024 sembra sufficientemente lontani per riaprire il nuovo capitolo tecnico. 

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