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Globalizzata la povertà , privatizzata la ricchezza

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Dal settimanale "L'Espresso" del 30 luglio 2017, rubrica "Noi e Voi", lettera firmata Francesco Perrone.

"Le racconto uno squarcio di vita di cui sono stato testimone qualche giorno fa...(Parcheggiato davanti a una chiesa, siamo a Torino) ho assistito all'uscita degli invitati alla fine di un matrimonio: vestiti sfarzosi, fotografie, baci abbracci e lanci di riso, un mendicante che cercava di rimediare qualche spicciolo e veniva fastidiosamente rifiutato, i bambini chiassosi, la confusione per i posti  in macchina alla partenza...Quando tutti si sono allontanati il mendicante è tornato, ha raccolto il riso con un foglio di carta e ha riempito due bicchieroni di plastica da bibita che aveva con sé per chiedere l'elemosina. Non sono abbastanza saggio e intelligente per fare dei commenti, ma mi è venuta la pelle d'oca...".

Aristotele: l'uomo è per natura un animale politico

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Ormai la mia prima lettura nei giornali e nelle riviste che mi passano tra le mani sono le "lettere al direttore". A parte le smentite, a loro volta spesso smentite dagli azzeccagarbugli e dagli Uffici Stampa,  che devono guadagnarsi le loro ricche parcelle i primi, e giustificare la loro esistenza i secondi, si possono leggere opinioni di lettori che, spesso, invitano alla riflessione. Scritti, inoltre, con una proprietà di linguaggio, un garbo, una ironia, da bagnare il naso a tanti scribacchini che litigano con la lingua nostra, che hanno una povertà di vocabolario avvilente. Domenica (13 agosto), per esempio, ho letto su un quotidiano nazionale un articolo sulle violenze in Kenya dopo le elezioni presidenziali (niente di nuovo, sempre la stessa tragica storia) che mi avrebbe fruttato un cinque meno meno dalla mia maestra Lea Scarpetta in quarta  elementare, ho fatto anche la quinta colà, a Piacenza, nella Scuola Elementare Giulio Alberoni, cardinale (1664 - 1752) che fu uomo eminente della Corte spagnola di Filippo V.

Lasciamo i cardinali e torniamo alle lettere. Ne ho letta una sul numero del 30 luglio del settimanale "L'Espresso" nella rubrica "Noi e Voi", curata dalla bravissima Stefania Rossini. La firma il signor Salvatore Monaco, titolo "Agosto, politica mia non ti conosco". Scrive il lettore:

"Per un mese (agosto) vorrei riporre (il condizionale è d'obbligo) in un cassetto le figurine che per tutto l'anno ci riempiono lo stomaco di chiacchiere vacanti. Mi riferisco alle facce di Renzi, Grillo, Salvini, al "re-di-vivo"  Berlusconi e a tutte le altre sagome che galleggiano come paperelle nel mondo della politica. Per disintossicarmi dalla loro ossessiva presenza sugli schermi televisivi....Ciò mi fa ritenere che la misura sia colma e che sia giunto il momento di metterci una pietra sopra per un po' di tempo: delle faccende politiche non se ne può più. La gente ha solo voglia di staccare la spina dal televisore per evitare di incorrere involontariamente nella riesumazione di altri cadaveri tanto cari alle inchieste storiche di Paolo Mieli, che li rispolvera per ricordarci che, per esempio, Hitler e Mussolini sono davvero esistiti e che tutti quei morti in montagna, nelle strade di città e nei campi di concentramento non erano comparse scomparse ma esseri umani che una volta oltre alle ossa avevano anche carne, muscoli ed espressioni di serenità......".

Sì, verissimo, ne abbiamo tutti pieni i corbezzoli, ma di che cosa? Di questa farsa che il signor Monaco chiama "politica", impropriamente. Questa non  è politica. Presentare in tutte le salse il libro del putto fiorentino non è politica. Occuparsi di bestialità dette da certi eredi di Pavolini non è politica. Sorbirci gli sguardi da madonna addolorata di una tale che ci ricorda i cerchioni delle biciclette, leggere le conversioni animalistiche di attempati impresari teatrali (specialità burlesque), oppure ascoltare le titaniche scazzottate con la sintassi e la coniugazione dei verbi di aspiranti al trono, o ancora le fauci eternamente spalancate di un clown, ebbene, signor Monaco, no, questa non è politica. Non so cosa possa essere, ma sicuramente non politica.

Riponiamo pure, sono d'accordo con lei, queste "figurine" e dimentichiamocele, ma non solo nel mese di agosto, per sempre. Torniamo a fare politica ogni giorno, a parlarne, parlare di politica significa parlare di fatti nostri, non di fatti vostri. Jules Renard, scrittore francese, repubblicano, socialista e anticlericale, pare che scrivesse in un suo aforisma "Dire che non mi occupo di politica, è come dire che non mi occupo della vita". Sa quale potrebbe essere un bell'aiuto a dimenticare le "figurine"? Che per esempio i giornali riducessero drasticamente le loro foto. Al posto delle loro facce mettano delle belle foto di opere d'arte, di monumenti, di natura. Ce ne guadagnerebbero l'occhio, la cultura e anche i poveri fotografi, che di stenti vivono, se non fotografano deretani e se non ricattano pallonari ubriachi o strafatti davanti alle discoteche. Negli ultimi giorni siamo stati martirizzati da due facce: quella di tal Donald con la sua boccuccia a cul di gallina e la glabra porcina sfericità di un paranoico. Anzi, qui, i paranoici sono due. Invece delle foto, altra proposta, mettete solo delle caricature, perchè tali sono i soggetti. E si prestano bene. Penso ad un immenso artista come Altan.

E, in agosto, rileggiamo gli otto libri della "Politica" di Aristotele (vedi titolo).

Atletica: fischi, fischietti e fischi per fiaschi

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Ma pensa un po'! Chi l'avrebbe detto? Non tutti i fischi sono uguali. Infatti ci sono quelli del pubblico becero, maleducato, incivile degli spettatori brasiliani all'indirizzo del francese Renaud Lavillenie nella finale olimpica di un anno fa allo Stadio del Botafogo (ebbene, diciamolo: a Rio non c'è stato nessuno Stadio Olimpico degno di questo nome e la tanto idolatrata fiamma bruciacchiava solitaria e melanconica altrove, e nessun ha eccepito). Ricordate? Salto con l'asta, il giovanottone brasiliano da Silva, tanto per mettere tutti a tacere superò 6 metri e 3 centimetri, rifilando una "sberla" alla grandeur del simpaticissimo francesino che "le balle ancor gli girano" (il superlativo Paolo Conte, "Bartali").

Pubblico incolto, quello. Invece, quello dell'ex Stadio Olimpico londinese è molto British, educato a Eton, allevato alla House of Lords. Ma fischia, come i carioca caciaroni di Cabocabana. Non c'è più religione! Mi invia un amico - per favore in futuro evita di mandarmi queste porcherie che mi disturbano la giornata - un ritaglio di carta italica che riporta una dichiarazione di un frequentatore della House of Lords che dice che i fischi "sono sintomatici di come la gente si pone nei confronti di chi ha un pesante passato da baro. Justin paga i propri errori".

Se io fossi Mr Justin Gatlin passerei subito la pratica ad un bel collegio di avvocati, di quelli agguerritissimi. Baro? Mi dai del baro? Devo pagare? Cosa devo pagare? Ho già pagato quello che dovevo, la tua Federazione, ripeto: la tua Federazione, i suoi organi decisionali, una volta pagato, mi hanno riammesso e ho tutto il diritto di essere rispettato. Questo è uno dei principi fondanti della convivenza civile, eredità immutabile e incrollabile del Diritto Romano, lettere maiuscole per favore, proto. Diritto Romano eleborato molto prima della vostra Magna Charta Libertatum, signori fischiatori stonati.

Ne ho sentiti di fischi negli stadi di atletica. Tanto per dire: 1974, Olimpico a Roma la vergogna della caciara contro la tedesca, allora est, Ackermann nel salto in alto, tutti innamorati della nostra Sara. 2004, Giochi Olimpici ad Atene, con dieci minuti di fischi per impedire la partenza dei 200 metri, in onore ad un nipote di Sofocle, lo sfortunato Kenteris, in clinica per un incidente in moto (inventato). E quando si doveva fischiare o reagire, tutti zitti, in altre avvilenti situazioni. Una gran fregatura ricordare.

Un senso di fastidio all'apparato intestinale mi viene dal vedere il piattume di chi scrive, si riporta asetticamente, mai un commento, una reazione, una alzata d'ingegno. Ma esiste ancora qualcuno con la schiena diritta, qualche hombre vertical, come diceva Helenio Herrera, e riportava Gianni Brera?

Magari era sufficiente ricordare che un anno fa, a Rio, nessuno aveva fischiato Giustino, eppure era arrivato secondo nella finale degli stessi 100 metri. Chi sono gli incivili? I funamboli di Ipanema o gli acquirenti di bombette e ombrelli della City? Magari era sufficiente ricordare che Mr Justin Gatlin era stato riabilitato dalla Federazione mondiale di atletica nel luglio del 2002, capito bene? luglio 2002, sono passati quindici anni. E ancora: siccome non era chiara la positività dovuta ad un prodotto che pure poteva essere anche un medicamento vero, gli fu consentito, dalla stessa Federazione, di gareggiare under suspension nel 2001. Eppure, quando si vuole si giustifica tutto...anche il doping al tortellino. Innocente, fino a prova contraria, sempre secondo il Diritto Romano.

Si consoli Giustino, pensi che San Giustino, poi iscritto di diritto nell'elenco dei martiri, fu fatto decapitare dall'imperatore Marco Aurelio. Avanti di questo passo, per i reprobi del doping, anche lo sport sceglierà la pena della decapitazione.

Da qualche parte ci hanno giocato un pessimo tiro

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Ultimamente ho avuto, purtroppo, soventi occasioni di ripensare una frase di Erskine Caldwell, scrittore americano di novelle e di storie brevi (1903 - 1987), che hanno come sfondo la povertà, il razzismo, i problemi sociali del profondo Sud degli Stati Uniti. In "Il piccolo campo" (titolo inglese God's Little Acre), scritto nel 1933, il protagonista è Ty Ty Walden, agricoltore di una piccola farm nel South Carolina, ossessionato dal miraggio di trovare l'oro nella terra di sua proprietà. Ad un certo punto Walden se ne esce con questa affermazione:"Da qualche parte ci hanno giocato un pessimo tiro. Dio ci ha messo in corpi di animali e ha tentato di farci comportare da essere umani ".

Malauguratamente, l'operazione di trasformare animali in esseri umani non riesce quasi mai. 

"Sognando Olympia 2020": scelto il nuovo logo

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"Sognando Olympia" è un giochino che mi sono inventato, sì, senza tanti giri di parole, me lo sono inventato io, Ottavio Castellini, a ricordo delle nove edizioni di Giochi Olimpici cui, in vari ruoli, avevo preso parte fino a quel momento (diventeranno poi dieci con la partecipazione "carioca" 2016). Mai come atleta, se è questo che volete sapere: quello fu un sogno giovanile, appunto. Un passettino indietro a novembre 2015. Avevo deciso di autocelebrare i miei 70 anni riunendo attorno a me tanti amici o presunti tali (parecchie delusioni, come io ne avrò date agli altri) che avevano / hanno avuto una parte nella mia non corta vita. Non facile, non economico, ma quando uno è un po' bacato nella testa  come me, molto gli è consentito, e lo lasciano fare, poveretto "tanto è matto". Trovai persone che mi aiutarono, molte che mi avvolsero l'anima nel loro affetto vero, altre che mi presentarono...i conti, salati non salatini, altre (poche) che, pur partecipando, parevano aver inghiottito la cicuta, altre, fossero donne o uomini, che allungarono le mani e sgranfignarono ciò che potettero, qualcuno che si fece bello a spese mie. Tanto pagava il coglione.

In preparazione alla serata - che comunque resta un momento indimenticabile per me, in quel bel palazzo Traffegnini del 1581 - chiesi al bravo Roberto Scolari, successore del maestro Martino Gerevini alla Tipografia Apollonio come grafico, di prepararmi dei materiali. Fra questi, una stampa, lunga tre metri (che gelosamente conservo) con lo slogan "Sognando Olympia", mio personale inno alla gioia per questa infatuazione olimpica che mi aveva affascinato fin da quasi piccolo, nel 1956, quando leggevo le cronache su un giornale dell'epoca dei Giochi che si giocarono nella lontanissima Terra australis incognita, versione latina di Australia. Roberto sposò l'idea e la trasfuse nell'elegante segno artistico di cui è raffinato interprete. Dovevo mostrare ai miei ospiti quell'opera, quella sera stessa, ma più che sera si era fatta notte, per colpa mia e della mia incurabile logorrea, l'equivalente verbale della diarrea intestinale. Il mio amico Marco Peiano, depositario del lungo papiro scolariano, mi faceva segnali per attirare la mia attenzione e ricevere l'ordine di srotolare il manufatto, ma decisi di non prendere i pazienti intervenuti per sfinimento.

Nelle settimane che seguirono, i vocaboli "sogno", "sognatore", il gerundio "sognando", entrarono, un po' invadenti, nella nostra vita. Furono chiamati a dar man forte poeti e scrittori. Le idee si fusero, anzi si confusero. Nacque, e ne sono felice, con moderazione, perchè le delusioni sono sempre in attesa dietro l'angolo, questo pomposamente indicato come "progetto" multisportivo che, dal nucleo originario benacense, si è poi ramificato anche più in là. Mi fermo qui, non voglio tediare con il racconto del "Cammino del sogno", imitazione di quello fideistico di Santiago di Compostela. Nel 2016, lo dico con un pizzico d'orgoglio senza vergognarmi, la "cosa" ebbe un discreto successo e, talvolta, mi sono perfino divertito. Gli altri non so se possono dire lo stesso.

Venuto il momento di svegliarsi - quando i sogni svaniscono - mi accorsi, ci accorgemmo, che ci avevamo preso gusto: la decisione fu il milanesissimo "tiremm innanz". Caro Roberto, torna al lavoro, e attingi alla tua creatività. E ecco qua, quattro differenti proposte, proiezione Tokyo 2020, chi ci arriverà lo deciderà Dio misericordioso. Il primo (in alto a sinistra) dalle linee pulite, elegantissime; a fianco, una eleborazione simbolica: mani di tutti i colori che si cercano per stringersi, una invocazione ad una fratellanza che sta sparendo sepolta da immondi rigurciti di egoismo, da cupi nazionalismi che speravo sepolti per sempre, da manifestazioni che dovrebbero preoccupare gli esseri umani, da migliaia di morti che fanno la felicità dei pesci e degli imbecilli. Le due altre elaborazioni molto legate alla idea di sogno, con dissolvenze che invitano a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

Belli tutti, io li avrei usati tutti. Ci hanno suggerito di ascoltare il parere proveniente dai "social"  (adesso si usa, ma io non ci credo), ricevuto messaggi (sul sito www.asaibrunobonomelli.it), alla fine abbiamo deciso: il primo, quello in alto a sinistra. Personalmente ne avrei scelto un altro. Li propongo su questo mio spazio, perchè sono, tutti insieme, un magnifico colpo d'occhio. Grazie Roberto!

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