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Come riuscire a cavare il meglio dalla crisi

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Uno scatto di Chantal Peiano che ci riporta ai giorni desertificati. Purtroppo mi sembra che molti, troppi, si siano già scordati dei morti, delle notizie tragiche dagli ospedali, delle sirene delle ambulanze. Viene in mente l'immagine degli irresponsabili che continuavano a ballare mentre la nave affondava. Anche il nostro mondo, di fronte al coronavirus, ha dimostrato di essere un Titanic di cartapesta

Piccole istruzioni per l’uso della vita nell’era del coronavirus. Si può titolare anche così questa riflessione di Daniele Poto, che, di tanto in tanto, contribuisce a tener vivo questo sito-zibaldone. E io gli son grato per questo. Troverete considerazioni che sono di una parte di noi, almeno di quelli che, pur saltuariamente, usano il cervello. Che cosa ci aspetta? Saranno sette anni di vacche magre oppure i vitellini ricominceranno a crescere? E noi? Come eravamo? Come siamo? Come saremo? Daniele esprime, seppur con cautela, ottimismo. Vorrei essere come lui. Non sono così convinto che questa crisi (peraltro ben lungi dall'essere finita) sia stata una sana lezione, che ci abbia insegnato qualcosa. Mi guardo attorno e non vedo segnali davvero incoraggianti. Invece leggo di migliaia di giovani, soprattutto ma non solo, che passano i tardi pomeriggi e le sere a trangugiare intrugli durante il rito dell'happy hours, e poi. magari, prendere a bottigliate la finestra di un povero diavolo che dopo ore di decibel massacranti chiedeva un po' di pace per il suo riposo. E vedo gli incidenti stradali tali e quali a prima, e sempre i tanto decantati «giovani» lasciarci le penne per le idiozie più assurde (in tre su un monopattino); e quelli abituati a spendere il soldino per l'acquisto (non era la prima volta, ha fatto sapere il farabutto che spacciava) di micidiali bottigliette contenenti schifezze che li hanno uccisi. E vogliamo parlare dei giovanissimi pedofili che rilanciavano immagini di natura agghiacciante, decapitazioni comprese? Il capataz di questa allegra congrega di minorenni ha diciassette anni, «voleva essere un gioco, mi è sfuggito di mano», ha dichiarato. Quando il mondo intero reagirà davvero in maniera massiccia e totale contro questa deviante tecnologia dell'orrore, del razzismo, del nazismo e fascismo arrembanti? Quando i signori genitori si sveglieranno e, magari con qualche happy hours in meno, si dedicheranno full time ai loro figli? Adesso poi che lavorano, in molti, da casa, e risparmiano ore di traffico, tempo ne hanno, o no? E potrei continuare parlando delle tonnellate di cocaina e altri strumenti di morte assortiti che invadono ogni giorno le città ma anche i più lontani e sperduti borghi. Andiamo avanti a due - tre delitti al giorno, a Roma hanno imbrogliato perfino sulle cremazioni dei cadaveri; a Favignana "o voti per me o ti raziono l'acqua". Continuo?

Troppo pessimista? Voglia il cielo che non sia così. Daniele cita i grandi proclami, abusati, straabusati all'inizio della pandemia, Io resto a casa” e “Andrà tutto bene”; io ne ricordo un altro: "Saremo migliori". Sì, certo, ma quando?

Piccole istruzioni per l’uso della vita nell’era del coronavirus

di Daniele Poto

Usciamo dal recinto dell’atletica leggera e dello sport ma in fondo ci restiamo dentro con questa vita riscritta da un inizio (“Io resto a casa”), da un augurio (“Andrà tutto bene”) e da un grosso punto interrogativo che non vorremmo dire finale perché di finale c’è solo lo strazio di una pandemia che si porta via amici, nemici e conoscenti. Che vita dobbiamo auspicare mentre il contagio non cessa, nonostante il caldo incombente, e attende una nuova recrudescenza per settembre/ottobre quando presumibilmente non si farà in tempo a definire i protocolli per il vaccino e per la sua messa a regime?

Sforzandoci di vedere il bicchiere mezzo pieno dato che la situazione non è drammatica come a marzo e le terapie intensive si stanno svuotando, possiamo ricordare che le crisi e le epidemie offrono un’occasione di rigenerazione per chi sa coglierle. In fondo è la metafora di quanto cerca di rilanciare il Governo dello Stato italiano con un rapporto di indebitamento salito al 155% e un Pil afflitto dal desolante segno -11,2. Come un giocatore di poker che è sotto di due poste e rilancia per tre, però non bluffando ma con solide carte in mano. Attendiamo come una manna i 750 miliardi del Recovery Fund (per la Merkel sono 500), forse l’aggiunta provvidenziale del MES se saranno vinte le ritrosie per il modico tasso d’interesse dello 0,13% annuo.

Possiamo tradurre sul piano personale questo tentativo di rilancio? Mi ci riferiamo a una sfera personale, etica, morale e legale, non certo agli indici di occupazione, al benessere materiale perché quegli indicatori è indubbio che andranno a subire fieri colpi. Possiamo invece carpire l’indicazione di uno stile di vita più spartano, meno consumista, più solidale e meno sedentario, più attento al mondo e meno a noi stessi. Possiamo iniziare a modificare quella costruzione sul carattere degli italiani descritto con aggettivi non proprio edificanti dal Censis negli ultimi anni. Possiamo cambiare la fotografia di un italiano pessimista, afflitto da sovranismo psichico, intollerante, a tratti razzista, la metafora di un “milanese imbruttito” che per trasmigrazione psicologica ha devastato altre tipologie di città? Partendo dalla constatazione che non potremo (anche volendo) essere come eravamo prima, potremo fare uno sforzo collettivo per modificare aspettative di vita che prescindano dall’acquisto dell’ultimo modello dell’IPhone o per un barbaro Suv per fare la spesa in città parcheggiando in terza fila? (questo non può che succedere che a Roma!). Non vorremo che fosse un wishful thinking, un pensiero velleitario della testa ma una direzione di marcia per un futuro che non si annuncia facile ma che può essere bello e, se non altro, ricco di sorprese.

Cosa mette in campo l’Italia di suo, di patrimonio acquisito? Non vorremo essere troppo banali ma il primo elemento che ci viene in testa è il clima. Mediterraneo e in grado di permetterci di fare il bagno fino a fine ottobre. Poi la longevità, con un aspettativa di vita di 86 anni per le donne e 82 per gli uomini, con un patrimonio di 16 milioni di anziani che dovrebbero essere considerati la ricchezza del Paese. E poi, se volete, anche la ricchezza materiale. 1.400 miliardi parcheggiati infruttuosamente nelle banche, altri 3.200 di investimento, 5.000 miliardi di patrimonio immobiliare. Il denaro non fa felici ma aiuta. E l’Italiano nei mesi del coronavirus, spaventato dal futuro, ha continuato a risparmiare. Ora è il momento di cambiare direzione, di uscire dal guscio. Di camminare a testa alta, sia pure con la mascherina. Magari tutti insieme con lo sguardo fiero come nel quadro «Il Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo, dipinto come un credo con tre anni di lavoro. Anche se non ci sono più proletari in giro e se lo stesso Pellizza non aveva un animo troppo sereno mettendo fine alla propria vita con un suicidio.

Vacanze gardesane per Winston e il suo habano

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Un gradito ritorno su questo spazio: quello di Enzo Gallotta, che tenendo fede ad un impegno di...un annetto fa (pelandrone), forse più, ci racconta, con il solito garbo, in due puntate - qui di seguito la prima - la vacanza di sir Winston Churchill sul lago di Garda, ospite del Grand Hotel di Gardone Riviera (melanconicamente chiuso in questi giorni, e forse per tutta la stagione 2020 visti i chiari, o meglio scuri, di luna turistici). Era l'estate del 1949, sir Winston non aveva granchè da fare, a parte guidare il Partito Conservatore (di cui era leader dal 1940), ma stava studiando da Primo Ministro del Regno Unito, un ritorno (avverrà nel 1951) dopo i cinque anni di guida della Nazione in tempo di guerra. E come ringraziamento i bravi cittadini britannici gli voltarono le spalle nelle elezioni del 1945: ferrea logica del bipartitismo. Nella sua testa dipingeva le strategie politiche future, mentre sulle spiaggette gardesane usava la tavolozza dei colori per acque blu e vele rosse (ho pubblicato i due quadri dell'esimio artista qualche giorno fa).

Godetevi la prima parte dello scritto di Gallotta - che ringrazio - e le fotografie che ci riportano a quegli ultimi anni '40. Le foto: nella prima a sinistra, sir Winston a spasso per Maderno in compagnia del genero; a fianco, sua moglie Lady Clementine all'arrivo al Grand Hotel di Gardone Riviera; nella foto grande, Churchill, protetto dal cappellone a falde larghe sul trampolino dell'Hotel, pronto a un bagno nel lago. Per i più curiosi, abbiamo trovato un breve filmato (54 secondi) dell'arrivo di Churchill all'aeroporto di Orio al Serio: è visibile sul sito della British Pathè, conservatrice di filmati e documentari fin dal 1910, oggi disponibili in Internet. Il titolo del filmato «Mr. Winston Churchill's Arrival in Italy (1949)».

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Al “Ruinà” o in Benella? L’interrogativo su dove sir Winston Churchill, armato di tavolozza e habano fumante tra le labbra, immortalò in una calda estate il golfo di Maderno tiene banco oggi sulla piazza virtuale. La discussione, in corso d’opera a colpi di post e relative congetture avanzate dalle opposte fazioni, presta fianco e occasione al sottoscritto per riaprire una pagina di Storia del passato prossimo. Con un’altra piccola appendice di storia familiare, stavolta con la esse minuscola, per la presenza di mio padre, Cosimo, detto “Gino”, tra i poliziotti al seguito dell’ospite e figurante in immagini d’epoca.

Correva l’anno 1949 - Due pagine che sparigliano le carte da una parte all’altra del muretto, all’ingresso sud di Maderno, dove il primo ministro di Giorgio VI, padre della odierna regnante Elisabetta II, sostò in due occasioni, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1949, per fissare nel rettangolo d’artista il piccolo golfo che ci sta nel cuore. Sono passati 71 anni. E la cronaca della presenza dalle parti nostre, sul lago di Garda, dello statista che guidò l’Inghilterra alla vittoria negli anni drammatici della seconda guerra mondiale è voto che assolvo un anno dopo lo scadere dei settanta precisi.

L’estate, dopo la clausura per i noti motivi di pubblica salute, ci riporta, dunque, a riaprire un vecchio faldone in cui sono custodite fotografie, copie di pagine di giornale e una vecchia rivista ormai ingiallita custodita per lunghi anni tra i ricordi di famiglia. La prima pagina è lacera: «Settimo Giorno», anno II, numero 32, giovedì 4 agosto 1949. Trenta lire. Sotto la testata la grande fotografia in cui Winston Leonard Spencer Churchill (1874-1965), rampollo di padre nobile e di ereditiera americana, dandy, soldato, giornalista, politico, sta sulla spiaggia del “Ruinà”, poco lontano dal punto in cui sette anni dopo, nel 1958, venne giù la frana che cambiò il disegno della Gardesana. Evento utile ad onorare l’etimo del luogo. Nomen omen, per i latini. A dire che nel nome è scritto quanto poi si manifesta: “Ruinà” è eloquente quanto basta. Ma è un’altra storia, questa.

Grand Tour sul Garda - Torniamo a Churchill. Che nella sua lunga navigazione di uomo pubblico ha ricoperto ruoli di primo piano nel governo di Sua Maestà. Primo Lord dell’Ammiragliato, premier del Regno Unito dal 1940 al 1945 e dal 1951 al 1955. “Senza di lui – ha scritto uno storico di nome – l’Europa non sarebbe stata quella in cui viviamo”. In quell’estate del 1949 il corpulento signore con il sigaro, noto con il diminutivo di “Winnie”, è libero cittadino, senza pubblici impegni. “Trombato” a sorpresa nelle elezioni dopo la fine della guerra, torna a girare il mondo. Da protagonista del Grand Tour fuori tempo massimo, approda in piena estate sul lago di Garda, nei luoghi dove la Repubblica Sociale di Mussolini ha consumato i suoi ultimi giorni. E sull’esistenza di un carteggio tra il duce del fascismo e Churchill si sono scritti centinaia di articoli e saggi, libri a firma di storici. Divergenti le conclusioni, meglio lasciare la questione aperta. Pur se desta qualche sospetto la visita dell’ex premier britannico a Franco Campetti, falegname gargnanese, che in vita ebbe sempre massima discrezione a proposito di alcune casse realizzate per Mussolini. Le stesse che sarebbero finite nel lago, davanti a Gargnano, o sparite a Dongo. Storie di laghi e di misteri.

Il 25 luglio del 1949 Winston Churchill scende dalla scaletta del bimotore C-47 Silver Star atterrato all’aeroporto di Orio al Serio alle 16.45. Lo accolgono con il rispetto e la deferenza dovuta al personaggio. Non mancano fotografi e giornalisti, la cinepresa della British Pathé per le immagini destinate ai cinegiornali delle sale d’Oltremanica. La Fiat 1500 fuoriserie con targa milanese MI 91912 con l’ospite raggiunge quello stesso giorno, poco dopo le 19 Gardone Riviera dove viene accolto dal direttore del Grand Hotel, signor Castiglioni. “Bello e caldo” il lapidario suo commento all’arrivo. Il tempo di sistemarsi e scende subito in acqua per  un bagno nel lago sotto molti occhi, discreti e no. “Alto, non altissimo, curvo e insieme diritto, bianco come possono esserlo gli ex biondi, con due occhi meravigliosamente azzurri. Churchill ha il fascino fisico di un grande fanciullo viziato”, così lo descrive l’inviato del Corriere della Sera. La cronaca è dovuta alla penna di Eugenio Montale, un Premio Nobel in trasferta sul Garda.

(segue)

Ma voi sapete che cos' è il buon senso?

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"Sono il tipo di persona a cui piace parlare di buon senso, ne ho fatto cenno più di una volta in questi giorni. Qualcuno mi ha chiesto cosa intendo con «buon senso»: beh, lasciate che vi faccia un esempio. Se un cane vi corre incontro per mordervi, voi prendete un bastone per colpirlo. Ma cosa fareste se quel cane se ne va e torna con un branco di altri cani feroci e persino rabbiosi? Il buon senso vi direbbe di fuggire a gambe levate! Lasciate che quei cani si riapproprino del loro territorio. Lasciate che abbaino come pazzi per un po', e poco dopo probabilmente cominceranno ad azzannarsi tra di loro, a litigare su chi abbaia più forte o su chi ha l'osso più grande. Per allora, voi sarete a casa a godervi un buon libro con una tazza fumante di tè in mano. È necessario isolarsi da quei cani rabbiosi, proprio come un'epidemia.

"Ecco cosa è il buon senso".

da «Wuhan - Diari da una città chiusa», di Fang Fang, scrittrice cinese.

Dedico queste poche, sagge righe a tutti i cani ringhiosi a due zampe che - purtroppo - mi tagliano la strada quelle poche volte che esco di casa e devo sopportare, a gran fatica, la loro idiozia che di umano non ha nulla.

Diecimiglia del Garda e Palio della Quercia...

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Diecimiglia del Garda, edizione 2019: il sole del Montegargnano illumina le facce dei kenioti al passaggio sotto la chiesa di Navazzo

 ...ci provano. All'insegna dell' abusatissimo slogan «ripartiamo» (le case automobilistiche ci vanno a nozze con le loro scontate pubblicità) due stagionate signore dell'atletica gardesano-trentina (una 47, l'altra 56 anni) han deciso di rimettersi in gioco. Normative permettendo. Si tratta di una corsa su strada e di una riunione in pista. La «Diecimiglia del Garda» è una esibizione di opliti nata in epoca di podismo rampante, nel 1974, a Navazzo, piccola frazione del Comune di Gargnano, lago di Garda. Ha conosciuto tutti i passaggi della crescita e poi della decrescita normali in una manifestazione sportiva che dura tanti anni ma che non può mantenere sempre la stessa qualità. È come per l'esistenza di qualsiasi animale o organizzazione, il ciclo normale della vita, intesa in senso molto ampio. Corsetta di paese all'epoca dell'austerity per le domeniche a piedi, poi dimensione provinciale, nazionale, internazionale, al vertice con nomi di atleti che circumnavigavano il vasto mondo della corsa mondiale. Poi la fase calante, inevitabile, ma mitigata dalla ferrea volontà di pochi tenaci, testardi, io direi temerari. E così, anno dopo anno, stringendo i denti e allargando il portafoglio (solo di qualcuno...) la corsa della prima domenica di agosto ha retto, pur con qualche invenzione, qualche cedimento alle mode podistiche nelle quali si fa ormai fatica a distinguere la qualità dalla quantità. Comunque, onore alla perseveranza. Tanto che...tanto che, virus o non virus, gli organizzatori (io dico, l'organizzatore) ha tenuto aperta la porta alla possibilità di far disputare la 47esima edizione accogliendo tutte le condizioni imposte dagli organismi sportivi e dalle autorità amministrative. Si farà? Ne siamo sicuri? Noi siamo pronti, nel rispetto di quanto ci viene imposto, mi ha detto il capataz. Quando? Domenica mattina 2 agosto, Sant'Eusebio, e bravo, ma quale? se ne contano ben quindici...nessun problema: quello che Papa Paolo VI, nella sua riforma liturgica, ha iscritto al 2 agosto, Sant'Eusebio vescovo di Vercelli, e patrono dell'intero Piemonte.

Rovereto, la bella Rovereto, dista da Navazzo circa un'oretta e mezzo di auto: Gardesana Occidentale fino a Riva, salita a Nago, poi vigneti di Marzemino, un bel bere, e sulla strada rivendite di prodotti dicono locali da stivare nei panzer, più che auto, degli Unni, di cui i famelici albergatori, ristoratori, pizzaioli e mescitori di spritz del Benaco attendono trepidanti la calata, per rimettere parzialmente in sesto i bilanci 2020. Rovereto e la società di atletica che colà ha messo radici e rami frondosi in settantacinque anni di vita (nacque nel 1945, un anno che non fu un anno qualunque, ha scritto qualcuno) si chiama Quercia, da 55 anni organizza un meeting che rispetta i canoni estetico-sportivi che ho enumerato per la corsa podistica di Navazzo: edizioni da ricordare, altre scarsine, da anni risultato di tenacia e caparbia volontà. Se non fossimo stolti, mi dice chi conosce il dare e l'avere, avremmo già abbassato la serranda. E invece, no, ecco i pronipoti del beato Antonio Rosmini che rispondono alla richiesta di riaccendere i motori (fatevi dare almeno un bonus, un incentivo come le auto ibride, amici di Rovereto) dell'atletica. Anche sulla bella nuova pista dello Stadio (inaugurata proprio un anno fa, indovinate come si chiama?), rispettando tutte le restrizioni dettate dal buon senso, martedì 8 settembre, si tenterà di rianimare il paziente sperando che sia in via di guarigione.

Navazzo e Rovereto, vite (quasi) parallele. Ve lo ho raccontate a modo mio. Fossi Plutarco avrei fatto di meglio. Accontentatevi.

Michele Serra: prestatori di facce e di voci

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Fra le mie non poche manie c'è quella di conservare i giornali - quelli cartecei, sono un affezionato della cellulosa - vecchi di mesi, oppure, se non proprio il giornale intero, le pagine o anche solo i ritagli di articoli che mi riprometto di leggere. E la carta si accumula in montagne dal precario equilibrio. Finchè...finchè la carta prende la strada del cassonetto del riciclo (altro mio pallino da sempre). Ma prima dell'ultimo «miglio verde» (romanzo di Stephen King su cui è stato fatto anche un bel film) ho ancora la curiosità di selezionare rapidamente per vedere se c'è qualche scritto di particolare interesse (per me). È successo non più tardi di ieri. E mi sono imbattuto in una «Amaca», la rubrica di Michele Serra (uno che val sempre la pena leggere) sul quotidiano «la Repubblica». Questa è di molti mesi fa, ma l'argomento non tramonta mai: la politica, o meglio la parodia della politica alla quale molti, tanti, la maggioranza degli italiani sono quotidianamente condannati. Il titolo di quello scritto era lampante nel suo significato: «Il contrario della politica». Solo una aggiuntina: dedico lo scritto di Serra a quelle persone, anche amici, purtroppo, che non fan altro che sputare iracondo veleno sulla politica, che invece, nella sua vera essenza, è la linfa della società.

"Guarda fisso dentro l'occhio della telecamera, come quando si fanno le foto per il passaporto. Dice in pochi secondi una frase già memorizzata, con lo stesso tono assertivo, e al tempo steso inespressivo, con il quale si dicono le frasi già memorizzate: come nelle interrogazioni a scuola. Non una sola parola sembra pensata al momento, detta proprio per quell'occasione, influenzata da una conversazione precedente o successiva. Non una sola parola tradisce la presenza di una persona, di un pensiero, di un'emozione. Chi sta parlando è solo un prestatore di faccia e di voce.

"Sono tutte identiche le decine, centinaia, migliaia di dichiarazioni-flash che i politici rilasciano ai telegiornali, che provvederanno poi a confezionarli in quelle orride, insopportabili eppure irriformabili macedonie di dichiarazioni (suddivise per partito) che sono una parodia del pluralismo e un'offesa al giornalismo (il giornalista, difatti, non compare; lo spazio è appaltato all'onorevole, punto e basta).

"Niente è più prevedibile: si sa già prima che aprano bocca quello che diranno. Diranno che il loro partito ha ragione, gli altri partiti torto. in pochi secondi riusciranno quasi certamente a stipare le parole «italiani» e «poltrone», le più risapute, ripetute, banali. Ma anche dovessero dire «paralipomeni», o «culo», il modo in cui lo dicono è talmente meccanizzato che nessuno se ne accorgerebbe. Le dichiarazioni dei politici ai tigì sono il livello zero della politica. Dopo tutti questi anni si è rinunciato a stabilire chi ne porti maggiore responsabilità, se la Rai o la politica. Chi sia in ostaggio di chi. È la sindrome di Stoccolma".

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