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Guerrafondaio, ma lui in Vietnam non c'è andato

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President Trump is seeking to make Independence Day about himself,

says The Post's Editorial Board.

Americans should not be lured by the spectacle.

 

Ma chissenefrega del verde pubblico e della salute delle statue? Infatti saranno i parchi e i monumenti pubblici americani a finanziare, almeno in parte, il costo - che nessuno realmente conosce - della mega parata militare che l'inverosimile Donald Trump ha ordinato - con un tweet, penso - di organizzare oggi, 4 luglio, festa dell'Indipendenza, che da duecento anni ha sempre e solo celebrato la decisione di tredici colonie di mandare a quel paese gli inglesi e di proclamare, appunto, la loro indipendenza. Era il 1776. Parata militare, capito bene? Il Commander-in-chief , geloso delle comparsate messe in scena da Micron a Parigi, e dal suo compagno di merende Putin a Mosca, ha invece deciso di trasformare la giornata in una festa delle forze armate. Pensa un po'! Dicono che l'idea gli è venuta nel 2017, quando, ospite del presidente francese, restò folgorato dalla parata del 14 luglio. Trump avrebbe voluto mettere in piedi la sua versione già a novembre scorso, nella giornata dedicata ai veterani. Ma quegli incapaci - secondo lui - dei suoi collaboratori non riuscirono a raschiare in tempo, da qualche voce di bilancio, i fondi necessari all'evento.

Quanto costerà davvero 'sta comparsata nessuno lo sa, sembra. Ma secondo uno scoop del Washington Post, che cita due fonti anonime ben informate, almeno una parte sarà finanziata con denaro pubblico, 2,5 milioni di dollari sottratti dal budget di parchi e musei. Ed è già polemica: quei soldi, si dice, potevano essere spesi in modo più utile. Newsweek  ha calcolato che questi soldi sarebbero bastati a pagare  pasti caldi a tutti i veterani senza tetto d'America per almeno un mese. Anche in questo caso, chissenefrega: non è importante che i veterani mangino, l'importante è che sfilino.

Ma l'inverosimile se ne è inventata un'altra: ha annunciato un "saluto" alla Nazione da tenere all'imbrunire sotto la statua del Lincoln Memorial, una icona di una America che non è quella di Trump, il luogo dove, nel 1963, Martin Luther King tenne il celebre discorso che iniziava con "Ho fatto un sogno". "Anch'io feci un sogno" ha urlato platinette. Infatti, per cinque volte, più o meno negli stessi anni, gli apparvero in sogno gli espedienti per evitare di finire nella guerra del Vietnam. Dove infatti non mise mai piede, mentre invece ci lasciarono la pelle circa 60 mila giovanotti/e americani.

Chi se la ricorda? In Italia sono convinto nessuno. Cindy Sheehan, una signora americana, una madre che aveva perduto il figlio, Casey, 24 anni, morto a Bagdad. La chiamavano «la mamma per la pace», il simbolo del rifiuto della guerra, di tutte le guerre. Qualche anno fa, nel giorno del Memorial Day, durante il quale si onorano negli States gli uomini e le donne morti mentre servivano nelle forze armate, la signora Cindy gettò la spugna e tornò nel suo angolo, delusa, arrabbiata, schifata, e disse: "Ho cercato per tutti questi anni di dare un senso al sacrificio di mio figlio ma ora sono giunta alla più devastante delle conclusioni: Casey è veramente morto per niente". E ancora: "Casey è morto per un paese al quale interessa di più sapere chi sarà il vincitore del nuovo reality, piuttosto che quanta gente perderà la vita in Iraq nei prossimi mesi, mentre democratici e repubblicani giocano alla politica con le vite umane". Non riesco neppure lontanamente ad immaginare il suo stato d'animo difronte a questo ennesima assurda esibizione odierna degna dei peggiori anni della Guerra Fredda.

Inverosimile, nessun aggettivo più azzeccato

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Che meraviglia leggere quando chi scrive ha una padronanza totale del vocabolario della lingua italiana! Ho iniziato (ne ho lette 62 pagine senza accorgemene, la leggerezza dello scrivere è veramente un dono divino) l'ultimo libro di un grande giornalista italiano, recentemente scomparso: Vittorio Zucconi. «Il lato fresco del cuscino - Alla ricerca delle cose perdute», questo il titolo, già molto originale. Un brano da pagina 13:

"C'era in me, come capita agli esseri umani quando sentono che la vita si accorcia e il domani è sempre meno garantito, quel sentimento che si chiama depressione. Era scattato la sera del martedì 8 novembre 2016, quando, attorno alla mezzanotte, era apparso inevitabile che un uomo inverosimile chiamato Donald Trump era riuscito a diventare presidente degli Stati Uniti e con lui tutto il peggio che da sempre dorme nel ventre di una nazione era affiorato e aveva affermato, con pieno, diritto, il desiderio di invertire il movimento della storia e di lanciare l'ultimo urrà, l'ultina carica di un'america rancorosa, cattiva e sconfitta. Fui assalito da un pensiero angoscioso: forse non avrei vissuto abbastanza per vederlo passare, come avevo visto passare altri, forse non avrei avuto il tempo per vedere l'America, nella quale aevo scelto di vivere e di trapiantare la mia famiglia, risollevarsi".

Inverosimile, solo un genio della scrittura poteva definire così questo assurdo individuo, che, a me, ha sempre fatto venire in mente, uno di quei mascheroni che si usavano nella tragedia greca. Tragici mascheroni, non solo lui...e non solo in America, ma oggi non voglio allargarmi.


Idioti all'arrembaggio del fidanzamento in diretta

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Come sempre - diciamo quasi - Michele Serra è come un bisturi per incidere i bubboni di questo assurdo mondo che ci circonda e ci opprime. Vi trasferisco un brano da lui scritto nella sua rubrica «Satira Preventiva» su uno degli ultimi numeri de «L'Espresso». Tema la RAI, uno sfascio, cioè fascio con una esse iniziale. Scrive:

"La nuova moda delle richieste di matrimonio in diretta sta mettendo seriamente in crisi anche i telegiornali, le previsioni del tempo, le dirette sportive: ogni dieci minuti un imbecille in ginocchio interrompe la trasmissione per chiedere alla conduttrice di sposarlo; spesso alla conduttrice di un altra trasmissione, generando grave confusione. «È una pratica che non possiamo più tollerare», spiega l' AD Salini (AD sta per Aldo Dante Salini). Si sta pensando di regolamentare il fenomeno possibilmente convogliandolo nel nuovo talent Italian Promises of Mariage, che selezionerà decine di migliaia di spasimanti ambosessi in tutta Italia, incoronando alla fine la migliore o il migliore domanda di matrimonio in diretta. Il ministro della Famiglia, Fontana, ha chiesto di non includere nello show, così nevralgico per la famiglia italiana, omosessuali, divorziati, suore, preti, minorenni, donne in età non più fertile, maschi sterili, tossicodipendenti, persone molto basse, persone troppo alte, persone di fuori Verona.In pratica, potranno partecipare solo lui e sua moglie".

Per favore, signor Michele, oltre alla RAI, bastoni pure i redattori del sito Internet del gruppo editoriale per il quale lei scrive, riuscendo ancora a strapparci un sorriso, anche più d'uno. Non se ne perdono una di queste comparsate. Recentemente sono arrivati a pubblicare una foto stomachevole di un idiota che aveva messo l'anello di fidanzamento in un salsicciotto, wurstel, salamina leghista della montagna brescio-bergamasca. Da vomitare. Se fossi il direttore e mi accorgo di un tale schifo, giuro, prendo a calci nel culo il redattore.

Un semplice propostina finale. Ma non avete proprio niente altro da pubblicare che queste belinate? Non è ora di piantarla? Fu simpatico il cinesino che fece il gesto ai Giochi Olimpici per conquistare la sua bella, una volta passi, adesso è solo una pagliacciata. La chiave l'avete in mano voi, signori giornalisti: non pubblicate più notizie, foto, video, che si facciano i loro stupidi selfie da soli. In più credo che non gliene freghi niente a nessuno se il signor Cagafusi è caduto in ginocchioni davanti alla sua Assuntina mentre mangiavano una quattro stagioni alla Pizzeria Mariuccia. Sù, da bravi, piantatela lì, oppure mettete una agenzia matrimoniale.

Sea Watch, lettera al cattivista, di Luca Bottura

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Copiato di sana pianta dal sito di «La Repubblica», scritto dal giornalista Luca Bottura. Forza, dopo Paolo Berizzi, cercate di ammazzare anche Luca. Ammazzateli tutti.

Dai, che adesso sei contento.

La figlia di papà, la zecca rossa, la rasta… hai visto come stava bene sulla macchina della Gdf?
Ti è piaciuto vedere l’agente che le spingeva la testa verso il basso, come si fa coi criminali veri?
Tu, bandierino social, fenomeno da tastiera, concentrato di livore, quello che “aiutiamoli a casa loro” e poi se li aiutano “ma perché non si fanno i cazzi loro?”.

E tu, pompiere intellettuale, diportista a morale alterna, che – per carità – mica è sessismo, se le augurano di finire impalata per una parte precisa del corpo. Sono i social cattivi. Ma poi sui social sgangheri, vilipendi, ti accanisci sui deboli.
E pure tu, carne da cannone della propaganda, del gioco al ribasso sempre e comunque, del buono trasformato in buonista per potergli dare del coglione.

Tu che “ordine e disciplina”, ma per gli altri.
Tu che quando c’era l’Apartheid… beh, lo diceva la legge. Che quando l’amico del duce gasava le sue vittime… beh, c’era una legge. Che quando un partito truffa lo Stato… eh, aspetta un attimo… “la legge è uguale per gli altri”.
Sei contento, dai. Tanto contento.
Ora che una ragazza che per 1500 euro al mese ha rischiato la galera, l’ha trovata, mentre le davi della figlia di papà…

Siamo un Paese più equo, meritocratico, moderno.
Ricco. Soprattutto onesto.
Non abbiamo più quattro Regioni – a crescere – in mano alla ‘ndrangheta, alla camorra, a Cosa Nostra.

Tuo figlio non dovrà emigrare perché lo sorpassa qualche raccomandato, e ti dà fastidio solo perché non sei tu.
I tuoi concittadini non ti metteranno più le mani in tasca tenendosi nella medesima 180 miliardi l’anno di nero, quelli con cui tuo figlio lavorerebbe al Mit di Roma. Che sarebbe più ricco e famoso di quello di Boston.

Nessuno ti ruberà più il lavoro.
Nessuno insidierà le tue donne. Potrai insidiartele da solo, come sempre. Appunto perché pensi siano tue.
Nessuno commetterà reati. Anche se… lo sai che gli immigrati regolari in carcere, percentualmente, sono MENO degli italiani?

E quando ti accorgerai come sempre che ti hanno preso per i fondelli, che il tuo Capitano poteva ridistribuire i migranti in Europa ma non si è mai presentato per chiederlo, perché gli servono così, gli servi così, impaurito e ubbidiente… sarai ancora una volta quello che non sapeva, che se c’era dormiva, come in quel vecchio film di Toto e Fabrizi: “Sempre stato anti, io”.

Quel giorno forse un po’ ti vergognerai.
O forse no.
Perché questo è forse l’unico caso nella storia in cui il problema potrebbe davvero essere ben altro.
Ma la verità è che il problema sei tu.

Roma ha perduto il caput, non solo mundi

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Ho finito nella notte insonne un bel libro che vi segnalo, io vi consiglio di leggerlo, è pieno di notizie e personaggi che non si imparano a scuola. Lo ha scritto Vittorio Emiliani, un bravo giornalista: da «Il Mondo» di Mario Pannunzio a «L'Espresso», dal quotidiano «Il Giorno» al romano «Il Messaggero», fino a diventarne il direttore per parecchi anni. Poi una intensa attività di scrittore, con tanti saggi di politica e non solo, nove solamente fra il 2010 e il 2018. Questo che ho finito di leggere io è l'ultimo, pubblicato da «Il Mulino» nel 2018. Titolo: «Roma capitale malamata». Basterebbero le definizioni di Goffredo Parisi («un suk») o di Mario Soldati («la morte») per intuire che Roma non è mai stata amata dagli italiani. Malamata, e Emiliani, in 276 pagine, lucidamente ci spiega perchè, attraverso il lungo cammino da Cavour ai lanzichenecchi moderni, molto più perniciosi di quelli del Sacco di Roma del 1527. A proposito, lo sapevate che 'sta marmaglia di truppa di cinque secoli fa era stata quasi tutta reclutata a Bolzano e Merano?

Qui riporto brani presi qua e là. Nello svolgersi del racconto Emiliani ci mette davanti ai 52 morti e 187 feriti dei tumulti scoppiati a Torino quando si seppe (era il 1864) della decisione di trasferire a Roma la capitale del Regno. E i soldati piemontesi fecero fuoco sulla folla, te pareva? Sapevate il nome del fondatore della Società Ginnastica Roma, nel 1890? Un figlio di Garibaldi, Menotti. A pagina 69 si legge:«Menotti costituisce con altri 700 soci la Società Ginnastica Roma, tuttora esistente, espressione vera, laica e anche massonica, della Terza Roma neo-borghese con alcuni aristocratici o non romani e non papalini evidentemente...Una polisportiva in realtà dove ai ginnasti si uniscono i nuotatori (nel Tevere naturalmente), gli appassionati del gioco del pallone col bracciale, delle corse, veloci e di resistenza, del velocipede, del neonato in Italia football e presto anche del tennis e della palla al cesto. Terzo presidente della SGR lo stesso Ernesto Nathan, prossimo sindaco mazziniano. La SGR è la prima ad avere una sezione femminile con a capo la piemontese donna Carolina Rattazzi, moglie dinamica ed evoluta di Urbano Rattazzi jr., senatore e ministro, e attiva dirigente anche della Federazione Ginnastica Italiana».

Poi venne il secondo Sacco della città, quello urbanistico-speculativo, senza una visione se non quella degli affari. «La grande bouffe immobiliare ed edilizia si protrarrà a cicli, fra fiammate speculative impressionanti e recessioni disastrose, per decenni cementificando largamente quanto di verde, sovente anche agricolo, vigne e oliveti soprattutto, ha resistito fino al 1870 anche all'interno delle mura Aureliane. Roma subisce così, a ondate, una violenza sociale che la segnerà per sempre...».

Poi venne un tale da Predappio un tale, di nome Benito, il quale nel 1910, sulla sua «Lotta di classe» aveva definito Roma «...città parassitaria, di affittacamere, di lustrascarpe, di prostitute, di preti, di burocrati. Roma...non è il centro della vita politica nazionale, ma sibbene il centro e il focolare d'infezione della vita politica nazionale...enorme città vampiro che succhia il miglior sangue della nazione». Ancora pochi anni, scrive Emiliani, e il duce del fascismo capovolgerà totalmente queste opinioni. Dopo che il regime ha "santificato" Roma...Benito riceve, onore supremo dirà lui, nel 1924 la cittadinanza di Roma - di quella Roma che ha additatao al mondo come il centro e il focolare d'infezione della vita politica italiana». A me pare di sentire gli slogan farseschi di un tale che chiamavano el senatúr il quale tuonava contro «Roma ladrona», poi si è scoperto che si grattava molto di più dalle parti di Gemonio.

L'ultimo capitolo del libro sarebbe da riportare qui per intero. Ma, a parte che non si può fare, son troppo pigro per farlo. Ma alcuni passaggi sono d'obbligo. Roma...

"con una Chiesa, grande proprietaria di immobili e di aree fabbricabili, così spesso in stretta, secolare alleanza coi palazzinari di turno. Chiesa che tuttora detiene un partimonio immobiliare e fondiario vastsissimo nel cuore di Roma...";

"...con la questione dell'IMU e di altre tasse che il Vaticano dovrebbe pagare e che paga soltanto in parte per gli immobili adibiti ad attività commerciali...vi sono 273 strutture alberghiere delle quali soltanto una su tre paga l'IMU...";

"...la proliferazione dei Bed & Breakfast abusivi è dirompente. Un'alluvione..."... che si risolve nella mediocrità dell'offerta e della domanda turistica che s'insinua per ogni dove come un'esondazione volgare";

"...la Roma di oggi, invasa e violentata dal turismo di massa e dalla sua volgarità, sepolta da negozi che eruttano autentiche colate di souvenirs sempre più orrendi...Fellini sosteneva che il Macheccefrèga e l'ancor più popolaresco Sticàzzi fossero un tratto fondamentale del suo carattere, del suo modo di essere eternamente cosmopolita e disincantata...";

"...Roma va avanti come può...".

D'altra parte, con una triade come quella che ha sempre allungato le mani sulla città, che ci si poteva aspettare? Quale triade, chiedete? Preti, principi neri, politici, aggiungete a volontà massoneria, fascismo (sempre ben presente) e bottegari, ed ecco Roma, e la sua P3 a la carbonara.

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