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Last updateLun, 06 Lug 2020 10am

Ma chissenefrega di Harry e di Meghan?

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A parte las Marias Chafarderas (espressione spagnola che indica le matrone che stanno a spettegolare tutto il giorno), sono convinto che di 'sta telenovela della famiglia reale inglese non gliene freghi a nessuno. Harry e Meghan lasciano la famiglia, la regina Elisabetta è seccata, Carlo minaccia di tagliare i fondi. Sono un po' di titoli che ho sbirciato, per forza, guardando i siti dei giornali italici. Ma manco fossero la famiglia regnante nel nostro allungato stivale! Che ne parlino il Times, il Guardian, il Sun, l'Indipendent, ma i nostri quotidiani che dedicano paginate? Io proprio non li capisco, va bene qualche notizia, ma questo bombardamento giornalistico. Questa sì che è violenza. Alla nostra intelligenza. Sono perfino andati a intervistare un esperto di protocollo reale per sapere cosa succederà ai due giovani scapestrati adesso che non possono più fregiarsi (adesso invece il verbo è: fregarsi) del titolo di «Altezza Reale».

In un mondo che non riesce più a tenere il conto delle guerre guerreggiate in corso; che ha perduto da tempo la contabilità dei morti ammazzati; che ha la sfrontatezza di far sapere (improponibili giornalisti che lo scrivete per fare gli originaloni, con la benedizioni dei vostri direttori senza morale) che nei primi tre giorni del 2020 un manager di grandi aziende ha già guadagnato come un lavoratore medio da qui al 31 dicembre; oppure, barbarie nella barbarie, che tale ceo (chi sa l'inglese sa cosa significa, per chi non lo sa dico che indica il numero uno max due di una grande azienda) della Boeing (aerei che, teoricamnte, dovrebbero volare) ha ricevuto un assegno di 62,2 milioni di dollari (56 milioni di Euro), la cifra staccata all'ex manager non prevede una buonuscita, ma si compone di incentivi di lungo termine, premi in azioni e schemi pensionistici. Nel bel mezzo della sua gestione il nuovo Boeing 737 Max ha fatto più di 300 morti in due incidenti aerei.

E invece, a sentire i quotidiani che troviamo in edicola ogni giorno, il nostro problema sono Harry e Meghan, e del loro appannaggio reale, tanto a questo si riduce il tutto: voglio farmi i c....miei con i tuoi soldi, nonna Betty. Ma a voi davvero vi frega qualcosa? Io non gioco più, oppure gioco solo mi date un AK-47, un giocattolo disegnato e realizzato dall'ing. Mikhail Kalashnikov, ce ne sono milioni, invenduti, e quindi a poco prezzo, negli arsenali ex sovietici.

Lasciatemi sorridere. Sapete cosa mi ha sollevato il morale? Leggere che le statue di cera di Harry e Megham sono state rimosse dalle gallerie dei palazzi reali. Ma non per loro, poveri figli alla ricerca di una propria automonia (presunta) e indipendenza (me ve de rider..., il quattrino verrà sempre dalla casa madre), ma pensando al nostro disastrato (e disastroso) Paese. Loro le statue di cera le rimuovono, noi le nostre «cere» politiche cele conserviamo gelosamente: Mastro Geppetto adesso elevato agli altari come leader dei progressisti italiani, quella faccia da Pinocchietto con un sorriso improbabile sempre stampato sulla cera appesa ad una cravatta azzurra, l'Incredibile Hulk che ormai bacia di tutto, vomitevole esempio di buzzurro. Poi ci sono i Grilli Parlanti, i ladroni son talmente tanti che se ne è perso il conto, le Fatine fanno un altro mestiere. Ma nessuno ce li toglie di torno.

La prego, diamoci del lei...come se fosse facile...

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Provo un piacere speciale - lo dico così per non essere volgare - quando mi riesce di leggere che qualcuno la pensa come me. Il motivo è che son pochi quelli che la pensano come me. Oppure, ci sono ma non si manifestano. Questa l'ho letta oggi, ritirando il mio plico di giornali all'edicola della cara signora Marcellina (e figlia) a Villa di Bogliaco, prima di salire al mio eremo dove i giornali in carta - quelli veri, difendiamoli fin che possiamo - non arrivano. Nel plico anche l'ultimo numero de «L'Espresso», quello di domenica scorsa. Come sempre una sfogliata panoramica per vedere cosa leggere per primo. L'occhio cade sulla rubrica «Noi e Voi», maneggiata con garbo, maestria e cultura da Stefania Rossini. Leggo, la firma sulla lettera indica il signor Emilio Zanchè. Tema: un malvezzo ormai dilangante e inarrestabile...Leggete.

"..., vorrei trattare il problema del dilagare del pronome «tu» e del tramonto del «lei». Ormai è impossibile entrare in un negozio senza sentirsi apostrofare come fossi un amico intimo con frasi tipo «Ciao, posso esserti utile?». Il tu è ormai invalso alle casse dei supermercati, nelle file davanti agli sportelli e con gli stessi addetti agli sportelli, cioè ovunque sia necessario uno scambio di frasi tra estranei. Il più delle volte chi ti parla così è giovane o giovanissimo mentre io ho stampati in faccia i miei sessant'anni suonati. Non è per l'età che mi aspetterei un po' di rispetto, ma è perchè trovo grossolano e improprio questo appiattimento delle distanze. Io do del lei a chi non conosco, quale che sia la sua età - ovviamente non infantile - e la sua posizione sociale. Inoltre, anche se volessi, non mi riesce di rispondere con il tu a chi lo usa con me. Le faccio un esempio: frequento più volte alla settimana un circolo dove un portiere sulla trentina mi saluta con frasi tipo «Eccoti qui!» oppure «Gli amici ti stanno aspettando». Ogni volta rispondo freddamente sottolineando nel tono che gli sto dando del lei. Niente da fare, è come se nella sua testa i due pronomi fossero la stessa cosa. Ultimamente ci si è messo anche il mio nuovo medico di famiglia, che ha sostituito un vecchio ed educato dottore andato in pensione. Mi ha accolto con:«Piacere di conoscerti! Ora ti visito e vediamo come sei messo». Che ne direbbe se L'Espresso lanciasse una bella campagna per il ritorno del lei, e quindi di un po' di educazione?"

Parte della risposta di Stefania Rossini. "...è una battaglia che io stessa ho perso più di una volta, fino a rinunciare...è passata alla storia una tagliente battuta di Togliatti:«Caro compagno, dammi pure del lei»...resta inimitabile una vignetta del nostro grande Altan che risale ai tempi in cui gli immigrati erano chiamati «vu comprà» e che resta tristemente attuale. All'uomo bianco che gli dice con supponenza «Cinque anni e diventi italiano», l'immigrato risponde:«E a quel punto mi darà del lei?» ".

Vien da rimpiangere i tempi nei quali i figli si rivolgevano ai genitori con il «voi». Vi assicuro che ho conosciuto qui sulla mia montagnetta del lago di Garda parecchi figli sessantenni e oltre rivolgersi al padre novantenne in questa forma, e alla mia palese sorpresa, un po' stupita per la verità, mi fu risposto che era sempre stato così per tutta la vita, e lo sarebbe stato sempre. Rispetto, educazione, riconoscimento di autorevolezza dei genitori: sostantivi che, forse, avanti di questo passo, gli Accademici della Crusca saranno costretti a cancellare dal Vocabolario per scarso o nullo uso.

Sono un temerario, vi dò appuntamento al 2020

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A tutti coloro che per amicizia, per compassione, per caso, per sbaglio,

leggono, o hanno letto, e continuano a leggere, o a guardare, queste miserrime pagine,

invio, a nome mio e del mio amico Monte Pizzocolo,

1581 metri di auguri per queste Festività

che incombono con la stessa imponenza della mia montagna.

Incantesimo, incantesimi, sul Montegargnano

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Formato extra large, ma la imponente mole del Monte Pizzocolo lo richiedeva. La copertina, armonizzata da Roberto Scolari, produce il primo notevole impatto. Mi ero entusiasmato all'idea circa due anni fa: produrre un calendario tutto dedicato al fascino della zona di mezza montagna e montagna che sta sopra Gargnano, lago di Garda. Dal 2017 sono venuto ad abitare stabilmente a Navazzo, una delle frazioni. Il mio cortile sta a 488 metri, come indica il congegno della mia auto Peugeot 2008, la terrazza dove passo il tempo leggendo e prendendo il sole (due attività di cui avevo dimenticato la piacevolezza) è qualche metro più alto, ovviamente. Davanti, mi godo lo spettacolo del Monte Pizzocolo, 1.581 metri, come dicono le mappe.

La mia idea ha trovato interpreti sensibili, appassionati, convinti. Sono tre amici da lungo tempo: Chantal e Marco Peiano, figli di due preziosissime persone come Giuseppina e Luciano cui mi lega lungo affetto e riconoscenza, e Pietro Delpero, marito di Chantal. Esercitano tutti mestieri diversi, ma li accomuna identica passione per la fotografia,e insieme ad altri amici hanno una loro associazione, parecchio attiva (Rullini a vento, il nome originale). Dunque, Chantal, Marco e Pietro, gambe in spalla, si sono sciroppati un bel numero di chilometri, in tutti i borghi, i sentieri, gli angoli affascinanti. Una mole notevole di materiale da ammirare, selezionare, scartare (operazione non facile), impaginare. Per dare l'idea complessiva del lavoro fatto, hanno creato un filmato di una decina di minuti che ha riscosso un notevole successo.

Calendario e filmato presentati, nella sala dell'Hotel Tre Punte, a Navazzo,  ad amici ed amministratori locali. Sottofondo musicale del cecoclovacco Bedrich Smetana, dal primo dei suoi poemi sinfonici cui diede il titolo «Ma Vlast», la mia patria, che è poi il senso della mia idea: dopo tanto girovagare, sono approdato qui, e questa è adesso la mia terra. 

La prima copia del calendario è stata consegnata a un ospite speciale: il signor Angelo, abitante di Navazzo, che da lì a pochi giorni avrebbe festeggiato, in ottima salute, il 96esimo compleanno. Bianco e rosso (che poi sono i colori del Comune di Gargnano, ma anche di Piacenza e del Principato di Monaco, altre mie «patrie») della Azienda Agricola Peri Bigogno hanno consolato la commozione (non trattenuta, come invece si dovrebbe) di qualcuno; un bel risotto con i funghi, preparato dalla «Brigata Alimentare» del Ristorante Running Club, ha fatto il resto. Svanita tutta la commozione!

E il Pizzocolo, pur nascosto da capricciose nuvole basse, sbirciava soddisfatto, anche lui un po' commosso - e giù acqua - per questa gradita notorietà.

In aggiunta alle quattro foto che vedete qui, scattate durante la chiacchierata da Giovanni Romano ed Elena Belpietro, cliccando sui loro nomi potete trovare, per ciascuno, due ampi servizi fotografici. A loro il mio personale ringraziamento e quello dei loro amici Marco, Pietro a Chantal. Riprodotto anche l'articolo del «Giornale di Brescia», a firma di Franco Mondini. Nelle quattro foto, in senso rotatorio, da sinistra: Encarnita e Ottavio consegnano la prima copia del calendario ad Angelo Zanini; Pietro Delpero nel suo intervento si è detto affascinato dalla bellezza di questo territorio nell'entroterra gargnanese che merita di essere conosciuto meglio; nella penombra, sullo sfondo delle sue montagne, Franco Ghitti, sicuramente uno degli uomini che meglio conosce questa natura; e infine i quattro ideatori e realizzatori del calendario: Chantal, Pietro, Ottavio e Marco.

 

Società militari nello sport: roba da guerra fredda

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Una bella immagine (Foto A.R.T.) del poderoso lanciatore di peso, primatista del mondo e campione olimpico ai Giochi di Los Angeles '84, Alessandro Andrei con la maglia amaranto, come la Topolino della canzone di Paolo Conte, della Polizia, meglio conosciuta nel mondo dell'atletica come Fiamme Oro Padova. Le altre sono le Fiamme Gialle (Finanza) e le Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria)

Annosa, dibattuta, irrisolta questione dell'atletica italiana, e di tutte le discipline sportive in genere: società militari sì, società militari no. Se ne parla, se ne mugugna soprattutto - antica malattia dell'atletica italiana - ma il problema, se problema esiste, non si schioda. Il nostro columnist (e vai!) Daniele Poto ha ritirato fuori il tema, in vista delle elezioni del presidente e del Consiglio Federale a fine 2020, come sempre a Giochi Olimpici archiviati. Manca più di un anno, ma è anche più di un anno che si fanno nomi di pretendenti veri, finti, presunti, fantasiosi. Avanti di questo passo, saranno in maggioranza i candidati alla presidenza FIDAL rispetto agli atleti da mandare ai Giochi Olimpici Tokyo 2020 con qualche possibilità di ben figurare. Vabbuó, leggiamo quello che Daniele Poto ha da dire. Se mai ci fosse qualcun altro che vuol dire la sua, si faccia avanti.

Sport di Stato, ci ricorda la vecchia DDR

di Daniele Poto

Una questione vecchia sul tavolo della riformanda atletica italiana. Ma irrisolta. Il predominio (l’invadenza) delle società militari nello sport di vertice ha raggiunto picchi percentuali paragonabili alla leadership dello sport di Stato nella vecchia DDR, oggi rievocata in coincidenza del trentennale dell’abbattimento del famigerato muro di Berlino. Non vorremo ripetere la coincidenza in materia di doping anche se pure qualche caso si affaccia con modalità imbarazzanti per i Comandi.  I gruppi sportivi con le stellette non danno neanche il tempo al talento di sbocciare e di maturare nell’ambiente di origine che, con un veloce arruolamento, lo riciclano sotto le proprie dominanti insegne.

Sono i club che regalano medaglie olimpiche, divise indossate raramente in coincidenza di qualche festività ma anche una valanga di ragione demotivanti che fa si che la maggio parte dei tesserati consideri il servizio militare una sinecura per guadagnare lo stipendio alla fine del mese. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Una certa maniera dopolavoristica di considerare lo sport è invalsa a regime tra le abitudini dell’agonismo nostrano in salsa militare. A meno di non interpretarla in altre accezione. Come un autobus da cui è opportuno scendere al momento opportuno (v. Alberto Tomba) abbracciando i vantaggi del campionismo mediatico. Ha fatto discutere il recente arruolamento da parte dei Carabinieri (più che mai nell’occhio del ciclone per qualche scandalo interno non proprio trascurabile, v. caso Cucchi, v. caso Serena Mollicone) di diciassettenni. Dunque anche i minorenni non sono risparmiati da questa precocissima trasformazione di sigle.

Ci piacerebbe soddisfare qualche curiosità. Quanti giorni ha trascorso in una caserma Libania Grenot, cubana che fino a che era in attività si allenava in altro continente, con allenatore non italiano, libera da ogni vincolo tecnico con la Fidal e con i finanzieri, salvo comparire in qualche passerella ufficiale come un militare qualunque? Per caso il suo ridotto rendimento negli ultimi anni di carriera non sarà proprio dipeso da questo eccessivo permissivismo? L’invadenza partecipativa ha evidentemente un corrispettivo anche sul fronte dirigenziale. Gianni Gola è stato presidente della Fidal come il suo omologo Valentino per la Fisi. E oggi il generale Parrinello, onnipresente negli organigrammi delle ultime gestioni, aspira a un salto di qualità candidandosi per la presidenza, pronto a riconvertirsi in una delle tante cordate esistenti.

L’impostazione del CONI con presidenti vari ha sempre incoraggiato questa primazia dello sport militare. Che andrebbe bene se fossero valorizzate nei contributi (non solo economici) i club civili che un tempo potevano contendere a poliziotti, finanzieri, agenti di custodia, la pole position nei campionati società. Sono gli stessi dirigenti che li guidano (o li guidavano, la generazione è al tramonto), depressi, anziani se non addirittura defunti che hanno visto azzerati meeting e manifestazioni in ragione anche di questo monopolio. Se usciamo fuori dai confini di Chiasso (Francia, Germania) ci accorgiamo che il sistema sportivo occidentale non è così caratterizzato da questo meccanismo. Pagante? Diremo di no vedendo i risultati di Olimpiade, mondiali, europei dove la partecipazione è stata quantitativa e non qualitativa. Con una gran massa di atleti militari (due su tre ai mondiali di Doha) eliminati al primo turno. Quando verrà il momento di una revisione e di autocritica su un bilancio decisamente fallimentare? Certo non ci si potrà attendere che CONI e Federazioni auto-emendano questa ragione esogena che porta riconoscimenti e medaglie ma anche tanta zavorra. Con stipendi correnti che alla fine vengono pagati dalla collettività e senza restituzioni alcuna. La metafora perfetta di quelle che logisticamente sono le “servitù militari”.

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