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Last updateMar, 20 Ott 2020 9am

Un’editoria Robin Hood, ma al contrario

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Daniele Poto torna a proporci un argomento a lui - e a me - particolarmente caro: il giornalismo sportivo. Pensavamo, tutti e due, che avrebbe interessato qualche addetto ai lavori, di oggi o anche di ieri, e che avremmo ricevuto qualche altro contributo in più. A parte Giorgio Barberis e Giorgio Lo Giudice, i quali han fatto il «mestiere» con passione e dedizione totale, silenzio assordante. Qualcuno mi ha telefonato per farmi partecipe delle sue tribolazioni, ma con messaggio ben chiaro:"lo dico a te, ma non scriverlo", vale a dire l'esatto opposto di cosa vuol dire essere gionalista. Altri fan finta di niente, anche se tutti i giorni devono ingoiare sterco. Comprensibile: devono tirare la paga per fine mese. Io dico: non è obbligatorio scrivere contro, si può analizzare, discutere, controbattere, sostenere che il giornalismo sportivo di oggi è all'altezza dei tempi, che si fa così perchè nessuno legge più. «Questa è la stampa, bellezza», per ricordare il titolo di un libro di Giorgio Bocca. Molte volte mi son sentito spiegare che non si può più fare il giornalismo sportivo di trenta, quaranta, cinquant'anni fa. E io chiedo: ma che prodotto fate oggi? Quello del «copia - incolla»? Della riscrittura dei comunicati stampa (magari firmandoli...)? Del «virgolette aperte, virgolette chiuse»? Non mi sembra che sia questo il giornalismo che paga, viste le vendite. Parliamo del giornale in carta rosa: paga forse lo sprecare tre - quattro pagine in fondo al giornale per parlare di politica, di economia, di miniaturizzare il mondo intero dell'informazione? Quelle che chiamano «Altri mondi». Paga forse dedicare una pagina a «pane vino e cucina», saperisapori, o «GazzaGolosa», per dedicare una sessantina di righe (misura per un articolo sportivo superimportante, capita raramente) alla meloncella, ortaggio «con il sapore a metà tra il cetriolo e il melone»? Non sarebbe invece più ragionevole, più produttivo per le copie vendute, dedicare queste tre - quattro pagine agli sport maltrattati che son poi quelli che quando ci sono i Giochi Olimpici, con le loro medaglie, fan credere che questo sia un Paese sportivo? Forse non farebbe vendere più copie, ma sarebbe professionalmente, eticamente e sportivamente, corretto. Macchè, meglio la meloncella. Se volete leggetevi le considerazioni di Daniele.

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Ci sono particolari che fanno la differenza. Trattamenti giornalistici che fanno capire come sia cambiata un’epoca. Vanno guardati senza nostalgia ma con la freddezza di chi osserva come sia cambiata la deontologia. Non c’è dubbio che nonostante la crisi «La Gazzetta dello Sport» rappresenti la punta più avanzata della diffusione dell’editoria sportiva in Italia. Il vecchio progetto dell’editore Amodei di riuscire ad eguagliare la corazzata con le vendite di «Corriere dello Sport» e «Tuttosport» non si è mai concretizzata. I dati di luglio 2020, che pure segnano una pur tenue ripresa di vendite e tirature di quasi tutti i quotidiani italiani, certificano che i due outsider viaggiano rispettivamente al ritmo di 46.000 e 39.000 copie quotidiane, guatando complessivamente molto da lontano la testata battistrada.

Osservo con una punta di raccapriccio che la mia gavetta nel quotidiano sportivo torinese avvenne con la pubblicazione dei tabellini e di qualche riga di commento siglato di partite di baseball. Che fine ha fatto questo tipo di pubblicazione sulla «Gazzetta»? Battute valide, inning? Per carità, al massimo i risultati nudi e crudi di una giornata di campionato. Un esempio, ma potremo citare l’hockey su prato, la pallamano, il tiro con l’arco, la canoa. L’infinita gamma delle decine di discipline legate a Federazioni piccole ma anche medie che in assenza di un campione o di uno scandalo vengono tassativamente ignorate perché non legate al filo rosso del preponderante calcio e poi a ruota di ciclismo-motori-sprazzi stagionali di atletica-basket-pallavolo. Una polverizzazione di spazi e di interessi che provoca la sparizione di un bel pezzo di quello sport di cui poi, alla fine, ci si ricorda solo in zona-Olimpiade. E quest’anno abbiamo saltato anche questo appuntamento…

Ma parliamo di atletica. Nell’esegesi della politica editoriale riservata a questa disciplina, dimenticata regina nel coro degli sport, la valorizzazione dell’aspetto tecnico era il primo requisito richiesto all’aspirante giornalista. Ora è stata fatta completa tabula rasa di questo aspetto. I Campionati italiani sono stati tradotti nella pubblicazione del primo classificato. Ora, tralasciando speculazioni filosofiche alla Velasco sulla “cultura della sconfitta”, appare evidente il pressapochismo riduttivo di questa spicciativa sintesi. Facciamo degli esempi che pure prescindono dai citati Campionati italiani e dal loro relativo svolgimento. Nei 100 godiamo di un bel binomio (Tortu-Jacobs). Che facciamo, quando gareggiano insieme ignoriamo il secondo classificato (in genere Jacobs) anche se ha siglato un gran tempo? E Sottile, possibile successore di Tamberi nell’alto sarà sempre un non pervenuto? Ignoreremo il ritorno nel triplo di Greco anche se arriva quinto in una difficile operazione di ripresa? Motivi etici si aggiungono a quelli tecnici, con gran rimpianto per i tempi in cui la pubblicazione dei risultati era integrale ed era poi la linfa riconosciuta che alimentava anno dopo anno l’Annuario della Fidal, le statistiche e la profondità dell’atletica nostrana. Appare chiaro che ora ci si rivolge a un lettore generalista che da questi risultati nulla abbia da chiedere o da pretendere, invitando gli altri, gli specializzati, a pescare da altra materia prima, fosse anche un’informatissima pagina di Facebook.

Un giornalismo da Robin Hood alla rovescia. Prendere spazi dalle discipline povere per darle ai ricchi, assecondando le tendenze più deteriori della possibile clientela. Dunque appare scontato che gli sport meno abbienti non debbano avere pubblico per scansare il contagio mentre si batte la grancassa dell’insufficienza della capienza del 25% per lo spettacolo calcistico. Un tormentone che ci accompagnerà a lungo e che finge di ignorare, per interessi di bottega, la grave recrudescenza del Coronavirus. Si sa, pecunia non olet. Anzi, nel caso di Suarez addirittura profuma. “Guadagna dieci milioni all’anno, come fai a bocciarlo?”.

Cinquanta sfumature tra l'ocra e il vermiglio

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Scimmiottando, banalmente, i titoli dei libri di successo della signora British E.L.James, sotto cui si mimetizza Erika Leonard, ho messo insieme il titolo per scrivere qualcosa sulla quarta edizione di un evento podistico, nel quale uomini, donne, siano giovani e meno giovani (decisamente di più i secondi), tutti presi dal sacro fuoco della corsa, sempre e a qualsiasi costo, si mettono a dura prova ora arrampicandosi ora buttandosi a capofitto sui 27 chilometri di montagne, boschi e sentieri sulle alture del lago di Garda, alle spalle di Gargnano, con il punto focale collocato nel campo sportivo di Navazzo, adagiato accanto alla parrocchiale di Santa Maria Assunta. Gli organizzatori - semper chei - del G.S.Montegargnano hanno rispolverato quattro anni fa la antica denominazione, «La  Camináa», intuitivo il significato anche per chi non è indigeno. Anno del Signore 1974, anche allora un su e giù per le montagne. Poi vennero tempi diversi, e la corsa lasciò i monti impervi per adagiarsi su strade meno impegnative, per attirare i corridori pistaioli. Un quindicina d'anni e poi, guardandosi intorno, i «navazzini» scoprono la voglia di mettere il becco fuori dall'angusto perimetro locale. C'è qualche lira in più, e allora proviamoci. Abbandonata l'iniziale etichetta un po' paesana, si punta ad un nome che includa anche il lago. Presumendo forse una tanticchia, si adottò come unità di misura quella dei Britanni, e la corsa si elevò a nobiltà addirittura internazionale: «Diecimiglia del Garda». Per un borgo di 200 anime con risicate risorse locali, pareva un azzardo. Il classico passo più lungo della gamba. Però è stato bello, suvvia, ammettiamolo. Ma poi, venne il momento della resa dei conti, ma la volontà (la testardaggine?) ebbe il sopravvento. La corsa seguì il suo ritmo: 35esima edizione, quarantesima, quarantatresima, e via fino alla 47esima di quest'anno (4 agosto).

Ma i tempi sono cambiati, tanto e profondamente. Adesso con il termine «corsa» si etichettano prodotti diversi, anche se tutti connessi al movimento delle gambe. E nascono nuove forme di impegno, sia organizzativo sia agonistico. Prende sempre più spazio l'andar su e giù per sentieri che una volta erano terreno esclusivo per le capre o i cinghiali. Diventano «piste» per bipedi che vogliono misurare se stessi e la propria resistenza. Corsi e ricorsi, si torna all'antico: viene rispolverata «La  Camináa», che si prende la sua brava rivincita, uscendo dall'oblio (per la verità, non era mai stata dimenticata). Domani mattina compirà quattro anni. Mi si dice che son 150 coloro che vogliono andare a spasso per boschi sentieri e dirupi. Se Elio (non il geometra Forti, promotore nunc et semper, ma il dio greco del sole) sarà favorevole, la fatica sarà meno cruda.

Se poi qualcuno non ossessionato dall'ansia di correre a tutti costi vuole soffermarsi a guardare le meraviglie del bosco autunnale e magari scovare qualche bel porcino che le piogge di questi giorni dovrebbero aver favorito, ebbene, me lo faccia sapere, metto a disposizione tagliatelle e forchette. Lasciatemi ricordare un grande atleta bresciano che ho avuto la fortuna di conoscere: Enzo, detto Franco, Volpi. A lui piaceva correre nella natura, e alla natura dava sudore e in cambio riceveva asparagi selvatici, funghi, erbe di tutti i tipi, frutti. Era il suo normale raccolto durante una corsa che attraversava boschi, prati, montagne. Un atleta vero, che pagò caro questo suo amore per la corsa libera non imprigionata in una angusta pista. Gli negarono (ottusi) la partecipazione ai Giochi Olimpici, erano quelli di Roma '60, eravamo in casa, dovevano solo pagargli il treno da Brescia alla Stazione Termini. Franco sicuramente avrebbe fatto bella figura sui diecimila metri (aveva siglato il nuovo primto nazionale solo pochi mesi prima), o anche sui 3000 siepi, poteva essere il primo italiano sotto i 9 minuti. Come cambia il mondo! Sessant'anni fa i padroni federali del vapore umiliavano con le loro ridicole regole autoritarie chi correva in montagna, o comunque nella natura. Oggi, pur di aumentare il numero dei cosiddetti tesserati, sarebbero disposti a fare la corsa in discesa, di traverso, a culo in su. Ricordiamo il grande Franco Volpi, giù il cappello!

Ognuno legga questa vignetta col suo cervello

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Non è nuova, apparve, oltre un annetto fa. Mi è tornata in mente martedì verso sera, chissà mai perchè... Altan, che pubblica i suoi affilatissimi contributi su «L'Espresso» e su «La Repubblica»), che interpreta la realtà nella quale siamo disperatemente immersi, vale più di mille inutili, confusi, contorti editoriali, commenti, dichiarazioni, comparsate televisive. Il senso di questa vignetta è lapidario, inequivocabile, di granitica evidenza. L'ho rispolverata dalla mia collezione di capolavori grafici di questo Maestro degno del Pemio Nobel della Letteratura. Nessuno ha mai pensato a candidarlo? Io sì, sarebbe bellissimo. Almeno la candidatura. Poi i babbioni svedesi, interessati, pare, più alla flosce natiche delle attempate signore delle giurie che non alle valutazioni culturali, assegneranno cospicuo assegno a Turiddruzzo Laganà per il suo capolavoro «Sintassi della lingua aramaica».

Quanto al senso della vignetta, ognuno ne legga il significato che gli aggrada. Io so a cosa mi riferisco. Grazie Altan!

NO, scelta per una democrazia consapevole

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NO, proprio NO, contro i demolitori della Repubblica in cui credo.

Vi prendono per i fondelli: la risposta sia NO

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Vi ricordate quella gigantesca pagliacciata del rogo delle «leggi inutili» voluto da un tale che, Dio sa come, era arrivato perfino a fare il ministro in questa disastrata Repubblica? Quando lessi di quella ignobile farsa (per fortuna non vidi, avendo rifiutato l'uso della televisione fin dal 1989) mi passarono davanti agli occhi le immagini viste nei filmati d'epoca della tristemente famosa nottata del 10 maggio 1933, quando, in 34 città della Germania (fra le quali Dresda, Düsseldorf, Heidelberg, Lipsia, Monaco), il nazismo al potere da pochi mesi organizzò giganteschi roghi di libri svuotando le biblioteche delle principali città universitarie tedesche. La chiamarono «Bücherverbrennungen», roghi di libri. A Berlino, sulla piazza del Teatro dell'Opera, presenziò Joseph Goebbels, ministro della Propaganda. Il nostro piromane nostrano poteva essere al massimo ministro della Propaganda della tradizionale polenta e osei (ormai senza osei, perchè noi siam bravissimi a far morire migliaia di persone in mare, ma guai a spennare un passero) che tiene banco nelle Valli Cavallina, Taleggio, Brembana, Seriana, e altre ancora.

Eppure...eppure un amico caro, cui sono molto affezionato, esaltò l'iniziativa, e a nulla valsero le mie citazioni della notte nazista dei fuochi, del film «Fahrenheit 451», della psicopolizia evocata da George Orwell nel romanzo «1984», per cercare di fargli cambiar parere. Soprattutto perchè era una solenne presa per il culo, e una brava persona non lo meritava. Niente da fare, neppure quando gli dissi, a distanza di qualche tempo, che di quella farsa stava ridendo mezza Italia dopo aver saputo che nel rogo erano state infilate leggi che non potevano essere abrogate, altre che non avevano più valore da decenni, e tante amenità che erano diventate barzellette da raccontare nei corridoi del ministero. 

Adesso succede lo stesso con questa sciagurata richiesta di taglio dei parlamentari. Ma stavolta non di una farsa si tratta, no, non c'è niente da ridere. È un proditorio attacco alla democrazia, alla rappresentanza politica, alla nostra Carta Costituzionale. E su questo Referendum, fateci caso, è stata messa la sordina da parte dei padroncini del vapore, che vogliono fortemente questa mostruosità. Perchè significa ingessare il potere, il loro potere, la spartizione del potere e dei quattrini fra pochi di loro e i loro compagni di merende.

Voglio chiedere a quelli, fra i miei amici e conoscenti che sostengono questa proposta, e che pensano che ridurre i parlamentari sia un grande risparmio per il nostro Paese: perchè non mi parlate invece dei soldi rubati, ripeto RUBATI, da qualche partito ben identificato; perchè non mi parlate della montagna di miliardi buttati vanamente per sostenere una compagnia aerea nazionale (Alitalia) in coma profondo da anni? Parliamo di Alitalia? In un articolo de «Il Sole 24 Ore» del 20 maggio scorso, a fronte di altri tre miliardi stanziati dal Governo, veniva indicato il totale entrato nella idrovora della compagnia aerea in 45 anni: 12,6 miliardi. Credo che vadano aggiunti inoltre quelli finiti nelle tasche delle frotte di amministratori delegati, commissari, esperti che presentavano approfonditi studi per il rilancio che si risolvevano sempre nell'andare in culo ai lavoratori. E intanto, leggiamo che Alitalia non volerà più sullo scalo di Malpensa, scelta strategica. Intanto son arrivati altri tre miliardini.

Ma che ce frega, gli italiani narcotizzati (o, se volete, cocainizzati o cannabizzati, viste le percentuali che ci pongono nei primi posti dei Paesi europei per consumo di sostanze stupefacenti, il business ha subìto una impennata durante la forzata chiusura) vengono chiamati alle urne per distruggere l'unico pilastro che tiene ancora in piedi questo Paese: la Costituzione.

Domenica e lunedi la risposta al quesito deve essere: NO


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