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Running Club ieri, giro del lago di Garda oggi

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L'amico Enzo Gallotta ci racconta cosa è stata e cosa sta nascosto tra le pieghe di una camminata di 143 chilometri attorno al lago di Garda realizzata da Elio Forti.

Hop, hop, hop…”. L’onomatopea incerta scandita ritmo cadenzato dal gruppetto di tiratardi davanti a un bar di Assenza, estremo nord del territorio di Brenzone, in sponda veneta, accompagna il passo deciso del viandante quando tenera è la notte. Il traguardo ancora da conquistare. Questo uno dei momenti vissuti nel corso dell’avventura, l’ennesima, che ha per protagonista Aurelio Forti, “Elio” per i molti amici, di casa a Navazzo, sul monte di Gargnano, che ha chiuso a piedi in meno di 24 ore il giro del lago di Garda. Per la statistica, da Navazzo a Navazzo via Salò -Desenzano - Peschiera - Lazise - Garda -Torri del Benaco - Riva-Limone - Gargnano fan 143 chilometri e 320 metri percorsi in 23 ore, 39 minuti e 46 secondi. Parola di GPS. Ennesima impresa messa in cantiere e onorata per “celebrare” i 30 anni di costituzione della società Alto Garda Running Club. cooperativa sportiva tenuta a battesimo il 6 marzo del 1990 da un gruppo di amici, sportivi e sognatori con i piedi ben ancorati a terra, che hanno dato a questa terra la “Diecimiglia del Garda”, corsa podistica internazionale che va in onda dal 1974. Originariamente “La Caminàa”, firmata dal Gs Montegargnano. Altra opera del viandante nostro, cresciuta, come la competizione, grazie al concorso di amici preziosi.

Avevamo preparato una bella festa – scrive Elio Forti – con tanto di inviti da consegnare ai soci. Poi, le vicende legate alla pandemia ci hanno costretto a rinviare tutto. Non potevo tuttavia, come presidente di questa società, che ha avuto ed ha tuttora un’incredibile storia, lasciare che questa data passasse inosservata. Ho voluto festeggiare a modo mio in attesa di poter celebrare la ricorrenza in modo ufficiale”. Così ha dedicato la lunga “passeggiata” sulle strade intorno al Garda, a chiuderne il periplo, “a chi non ha potuto esserci fino alla fine, ma a questa avventura ha dedicato la vita”.

Cuore e batticuore. Ma pure gambe buone. Allenate durante la lunga quarantena tra le mura di casa, con preparazione rifinita a seguire sui monti di casa. Una consegna di documenti, rigorosamente a piedi, su alla Costa. Una camminata a Turano e ritorno. Ci vorrebbe un buon contachilometri per mettere in fila tutti quelli che Elio ha corso e camminato. Sulla stadera ci mettiamo pure qualche sgroppata a scollinare gli Appennini con la “100 km del Passatore” e il carico da novanta dell’Impresa, con la maiuscola. Quella di due anni or sono, da Navazzo a Nazaré, in Portogallo, dove le onde dell’oceano furoreggiano e si combina l’amicizia con il vissuto gemellaggio sportivo che corre dal Garda all’Atlantico. In tutto 2451 km (Cammino di Santiago compreso) in 51 giorni.

Questa volta come allora la scorta e l’appoggio logistico sono stati assicurati dal fido Osvaldo Andreoli, prezioso sodale di viaggi e battistrada motorizzato. “Assistente dei ghiaccioli” dice lui. Rifornimento garantito, almeno una decina di gelati per rinfrescarsi e contorno di barrette per ricaricare le batterie, per Elio durante tutta la camminata. Compiuta senza sosta alcuna, se non per qualche rapida sortita dovuta ad esigenze “idrauliche”. Ragguardevole la media del passo, a lavori conclusi, di 6 km all’ora con l’aggiunta di 1 periodico. In sintesi, partenza davanti al Running Club, simbolica quanto basta, di venerdì mattina, il 5 giugno,  a dribblare nuvoloni e scrosci di temporale che ci accompagnano da fine quarantena. Tragitto affrontato in senso antiorario. Ovvero da Navazzo a Toscolano per imboccare la Gardesana Occidentale in direzione Salò-Desenzano. Raggiunta Peschiera, si rimonta la costa veronese fino a San Vigilio lungo la Orientale. Passaggio di notte a Malcesine: “Mi sembrava che le luci di Limone, dall’altra parte, si potessero toccare. Poi si allontanavano di colpo mentre camminavo. Alle fine le ho lasciate dietro” dice ancora Elio. Infine Riva del Garda e le gallerie, già in parte superate in costa veronese. Il traguardo è ormai vicino. In avanscoperta sempre Osvaldo. Quando le prime luci del giorno fanno capolino un automobilista mattiniero avvista il “pellegrino” in prossimità di Gargnano. Approda al bar e ci trova la staffetta Osvaldo alle prese con cappuccino e brioche. “C’è un matto a piedi sotto le gallerie”, questo il commento in dialetto stretto dell’avvistamento di poco prima strada facendo. A identità del soggetto e percorso svelati, ci scappa una risata e qualche parole di apprezzamento.

Prima che l’orologio abbia compiuto due giri di quadrante, Elio Forti chiude il suo “Grand Tour”. Avventura conclusa. In tempo utile. Altra storia da raccontare. Con dedica particolare. Per scoprire a chi, va dove ti porta il cuore.

Alla faccia dell'invocato «ne usciremo migliori»

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Vi ricordate, vero, tutte le belle parole d'ordine in pieno Coronavirus? Ce la faremo, tutti insieme ne usciremo,  ripartiremo insieme (e infatti la pubblicità che seguiva era di una notissima casa automobilistica) . Pochi minuti fa è stato reso noto il progetto Meravigliao del signor Vittorio Colao (ex manager Vodafone, sapete, no? una delle simpatiche compagnie di telecomunicazioni che ci ha grattato soldi sulle bollette dei nostri telefonini, la famosa storia dei 28 giorni...), il quale in sei punti originalissimi ci annuncia il progetto «per una Italia più forte, resiliente ed equa». Se avessi quattrini da spendere commissionerei una indagine ad una società esperta nel raccogliere opinioni per conoscere la percentuale degli italiani che sanno cosa significa «resiliente, resilienza», senza guardare un dizionario. Ma è un sostantivo e un aggettivo che va molto di moda, fa molto intellettuale.

C'è stata una parola d'ordine che mi ha colpito più di altre, la più toccante di tutte quelle che ho letto io: «Ne usciremo migliori». Sarò un pessimista incallito, ma non ci ho creduto neppure per un istante. Convinto più che mai che chi era una brava persona prima del virus, sarebbe rimasto una brava persona durante e dopo, e lo ha ampiamente dimostrato; quelli non catalogabili in questa categoria avrebbero continuato ad essere dei mascalzoni, dei ladri, dei profittatori, dei bugiardi, degli imbecilli, degli energumeni. Durante il virus ne abbiamo viste di cose orrende e ripugnanti, fino a dirigenti-pantegane dello Stato che speculavano a man salva sulla pelle di chi stava morendo. Nomi? Fatemene qualcuno voi.

Adesso siamo alla Fase «tana libera tutti», o quasi, e che cosa sta succedendo? Ieri, domenica, ho raccolto qua e là titoli di notizie apparsi sui giornali, e ne è venuto fuori un bel campionario. Li ho ricopiati e ve li lascio in eredità per il «pensierino della sera». È solo una piccola selezione, se volete ne raccolgo di più. A me sembra che non ci sia proprio nulla di diverso da prima, o di migliore. E voi?

Protezioni anti-virus, indagine dei pm su appalti per 200 milioni

Violenze dentro casa: padre aguzzino della figlia e aggressioni anche dal fratello

Frontale tra due auto nel Bolognese: 4 morti e 2 feriti. Una bimba tra le vittime

Accoltellato dopo una lite sul filobus: muore 30enne

Rissa nella zona della movida: arrestato un 21enne, è accusato di tentato omicidio

Conselice, operaio muore in azienda schiacciato da una pressa

Schiamazzi e risse, la movida senza regole di Savona

Prete sorpreso con 9 cellulari nascosti nel tabacco mentre entra in carcere per dire messa

Maxi-rissa a Mondello: due giovani accoltellati

Tram bloccati e cori da stadio, la movida di piazza Vittorio (e dintorni) torna a fare polemica

Giugno 2020, che l'Assunta ce la mandi buona

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Marzo, aprile, maggio, e dopo maggio viene giugno, da sempre. E io, dopo 83 giorni di permanenza nella mia casa e sulla mia terrazza, a Navazzo, sabato 30 maggio son sceso a lago, a Gargnano: ritiro dei giornali e delle riviste all'edicola della bravissima signora Marcellina, poi acquisto di un paio di ciabatte nuove e infine prelievo dei manicaretti che mi avevano preparato i miei amici Bruno e Paolo Bignotti. Devo dire che in questi 83 giorni non ho mai sofferto di depressione, non ho patito né la fame né la sete (merlot rosso Santa Giustina e Chardonnay bianco Regina di Cipro dei miei amici Peri di Castenedolo, nei momenti di flessione umorale qualche bottiglia di bollicine metodo classico Talento, per me meglio il Pas Dosé). La cantina era stata messa in «sicurezza» prima del virus; per il vettovagliamento devo ringraziare persone meravigliose che mi hanno assistito in questi quasi tre mesi: Stefania, Nicola e sua moglie Patrizia e i loro figlioli, Bruno Bignotti che mi ha aiutato ad alleviare la monotonia della mia povera fantasia gastronomica, semplice ma comunque dignitosa. A cui aggiungo i cari ragazzi della «Banda Tavernini» della Pizzeria Running Club i quali mi hanno allietato, una sera a settimana, con le loro pizze sempre ben fatte (fra le meglio del lago di Garda, provare per credere).

Ottantatre giorni immerso nei miei libri e nelle mie riviste, una miniera di alimenti per lo spirito. Ho letto libri nuovi, altri che avevo da anni e non avevo mai letto, altri ancora ho riletto con grande interesse. Telefono e PC mi hanno tenuto in contatto con le persone più care. Non ho nessun rimpianto di non possedere (da 31 anni, dal 1989) la televisione. 

E su tutto, le cose più belle sono state la natura che mi circonda, il mio amato Monte Pizzocolo, l'altro chiamato Tre Punte, non certo quelle maestose Tre Cime  di Lavaredo che vede il mio amico Gianni Poli, che da quelle parti vive. E, in lontananza, uno scorcio di Monte Baldo. Il tutto reso più mistico, sì, mi sembra l'aggettivo adatto, mistico, dal silenzio, rotto al più dal latrare lamentoso di qualche cane che soffriva di solitudine. Per fortuna, il silenzio non è mai stato rotto da improvvissati suonatori di trombe e trombette, violini e viole d'amore, fastidiosi (per me) esibizionisti di se stessi, che facevano queste comparsate ben sapendo che sarebbero finiti su quale faccia di qualcosa o tubo di vanità. Sui vari siti, ne ho viste di tutti i colori, gente disposta anche al ridicolo pur di esibirsi. (P.S. - Volete sapere la verità vera: è che non so cantare, e non so suonare nessuno strumento. Altrimenti...).

Un corroborante per il mio spirito (a parte il merlot e lo chardonnay) è stato il calendario che con Chantal, Marco e Pietro ideammo lo scorso anno. Guardavo le tredici belle foto da loro realizzate, un sentito omaggio a questa terra del Montegargnano. E allora, mi sono trovato spesso a ringraziare il cielo di consentirmi di vivere in questa terra che ho eletto a dimora, a questa natura, a queste montagne. Una terra che ha protetto i suoi abitanti dal virus, mentre nel resto della Regione Lombardia martoriata morivano a migliaia. Se ne è accorto anche il settimanale «L'Espresso» che nel numero del 17 maggio ha dedicato un lungo articolo e belle foto, il tutto opera di Alessandro Gandolfi, a «Quei borghi lombardi dove il virus non è mai arrivato», e ha citato, tra gli altri, Magasa, Val Vestino, che da casa mia dista meno di 19 km. Ma come Magasa, anche Navazzo, Liano, Sasso, Formaga, e altri piccoli borghi che formano il Comune di Gargnano, e anche tanti altri sparsi nelle montagne dei Comuni limitrofi. L'articolo di Gandolfi mi ha fatto ricordare le parole del mio amico Giorgio, che vive parte dell'anno a San Diego, California, il quale, il 26 marzo, mi scrisse con la sua consueta ironia:"Hi Ottavio, tu sei in perfetto isolamento: lassù il virus non si avventura. Crepa prima di aver finito la salita, dal lago ai monti. E poi tu stai nella tua biblioteca, e il virus non oserebbe mai profanarla...Qui abbiamo un criminale che voleva alzare i muri al confine messicano, ora sono i messicani che vogliono tagliar fuori gli USA".

Dove: il caso vuole che stavolta sia proprio Navazzo, Navàs in dialetto, con la sua Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta - Apparecchio: NIKON D850 - Lunghezza focale: 14.0 mm - Ottica: 14 mm f/2.8 - Tempo esposizione: 1/320 - Diaframma: f/8.0

Fare giornalismo sportivo al tempo del virus (3)

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Giorgio Lo Giudice ha dato una grossa parte della sua vita alla «Gazzetta dello Sport». Bella forza, ci ha lavorato tanti anni. La chiave di lettura è un'altra: Giorgio alla «rosea», redazione romana, ha dato soprattutto il cuore, al giornale, allo sport, all'atletica in particolare. Atleta niente male in gioventù, mezzofondo, fondo, 3000 siepi, anni '50, a Roma, gli anni di Spinozzi, Scavo, Brichese, Virag, Sbernadori, Chiesa, Lucchese, Paternoster, Cavalli, Leone, Coliva, Bisegna, era perfino il tempo (1957) del giovane Mario Pescante campione studentesco sui 1000 metri. Era il tempo delle società mitiche: Capitolino, CUS Roma, A.S. Roma, ovviamente Fiamme Gialle, buttate lì a caso, ma c'è di più, molto di più. Era il tempo che precedeva i Giochi Olimpici asegnati a Roma, della costruzione del nuovo Stadio Olimpico. Era tempo di entusiasmi, dell'Italia che viveva la prima parte del «miracolo economico». Giorgio abitava in una casa che si affacciava su Campo de' Fiori e sul suo mercato, a due passi dalla sezione storica del PCI in via dei Giubbonari. Un cuore grande, quello di Giorgio, come uomo, come sportivo, come giornalista. Di quelli che non si è mai fatto scrupolo a sacrificare una sera in famiglia per andare ad una partitella di Serie Z del campionato esordienti di...(fate voi) per sostituire un collega fighetto che si inventava una scusa per non andarci. Oggi invece la parola d'ordine è un'altra, e la scrive Gio' nelle ultime righe del suo intervento con spontaneità trilussiana. Qualcuno a volte mi racconta la favola del giornalismo diverso, che deve fare i conti con la TV, con Internet, con... con...con un giornalismo che deve fare i conti con se stesso, prima di tutto. E non ne ha il coraggio. Grazie Gio'!

La Gazzetta, ieri, oggi, azzardiamo a dire domani?

di Giorgio Lo Giudice

Si disse che doveva essere un periodo di riflessione, in cui la lettura avrebbe dovuto essere uno dei migliori antidoti alla noia ed allo stress di restare chiusi in casa. Purtropp però non aiuta più di tanto leggere dello sport che non c’è. La «Gazzetta dello Sport» ha provato a fare molti e lodevoli sforzi in tal senso, ma non sempre ci è riuscita, secondo me. Questione di gusti si potrebbe dire. Ma in realtà non esiste molto equilibro tra una fetta ristretta del calcio ed il resto. Lo capisco: il calcio ha un valore fondamentale con le Tv i contratti e altro (si mette in mezzo anche il Pil quando serve). Ovvio che l’80% dei lettori sono calciofili, ma questa disparità non è un merito, semmai una colpa, e forse qualcuno dovrebbe pensare a certe scelte, perché il solco si è creato nel tempo con il disinteresse progressivo verso le altre discipline scomparse nel nulla, anche se parliamo di sport olimpici.

A volte poi ci sono scelte incomprensibili per parlare appunto di altro che non sia il pallone. L’esempio lampante quello dell’atleta o ex atleta o condannato, come preferite, Alex Schwazer. Già, è condannato ed abbiamo una conferma? Che bello facciamo due pagine, così si potrà dire che trattiamo anche l’atletica (?). Due pagine in cui si accusano tutti gli altri, parlando di riscatto, di ritorno, di future Olimpiadi e altro ancora. Un po’ di equilibrio non guasterebbe. Come mai non sono state interpellate, in nessuna occasione, tutte le persone che sono state oltraggiate e poi invece assolte con formula piena? I nomi li sapete tutti: il dottor Giuseppe Fischetto, il dottor Pierluigi Fiorella, l’ex azzurra Rita Bottiglieri, che hanno subíto momenti di dolore personale e professionale, nonché processi lunghi, costosi ed infamanti per i tipi di accuse, per venire infine assolte (hanno detto i giudici "il fatto non sussiste") e quindi sono pienamente innocenti. Meglio far parlare gli accusati a cui è confermata la condanna. Scelte politiche, mi si permetta di dire, molto opinabili. Una forzatura nella quale, tra l’altro, l’intervistato viene portato per mano a raccontare la sua verità. Tutto questo ricordando che parliamo di un reo confesso di doping, non si deve mai dimenticare il punto di partenza.

Nella vecchia «Gazzetta» questo non accadeva, così come era sempre il direttore, o il suo vice, in questa come in altre situazioni importanti magari in una fase di dissenso verso il Coni o la politica, a dare voce ad un posizione critica e non al primo che passa, a prescindere dalla sua bravura nel saper scrivere. È un fatto di principio che mi è stato insegnato da Gualtiero Zanetti, Gino Palumbo e Candido Cannavò, per citare i miei maestri, dai quali spero di aver imparato qualcosa.

Sicuramente molto è cambiato con le nuove tecnologie, ma non sono cambiati i principi del giornalismo. Il signor Cairo ci sa sicuramente fare se la buttiamo sul terreno contabile, visto il quasi azzeramento (lodevole) del debito, ed addiritturala comparsa di un dividendo azionario (poi, a fronte di proteste, cancellato). Certo, non è difficile fare dividendi mentre si manda la gente in pensione anticipata, depauperando la qualità del giornale. La «Gazzetta»  non ha più un corrispondente negli Stati Uniti; se Boldrini, uno dei prepensionati, parte, scompare pure quello in Inghilterra e così via (gli altri già da tempo sono stati azzerati). Che «Gazzetta» leggiamo e leggeremo? Si dice: il calcio prende tutto. Ma quale calcio? Precisiamo: è un certo tipo di calcio a prendere tutto. Della serie D si son perse le tracce, la C e la B ridotte ai minimi termini e la stessa A per 6-8 squadre significa a malapena un servizio quando capita. Le pagine regionali «asfaltate», per non parlare dei redattori esterni. Si fa tutto per telefono, un gran risparmio. Ma la credibilità? La «Gazzetta» è sempre stata la Bibbia dello sport non solo perché c’era tutto, ma quello che usciva era credibile perché lo diceva la «Gazzetta». Un po' come oggi quando si afferma: lo ha detto la TV. Cairo, che è spesso portavoce delle sue idee sul suo giornale, può dire in tutta sincerità che sia così anche adesso? Nutro ampi dubbi.

Mi auguro, visto che anche Narducci è fra i pretendenti al prepensionamento, dopo essere già stato messo da parte sul settimanale «Sport Week», che Bongiovanni, Crivelli ed i pochi altri rimasti sappiano resistere e non essere travolti. Con l’aria che tira, ciclismo e auto a parte, tutto il resto verrà sempre più relegato in uno striminzito angolino; e come sempre più spesso è capitato, telefonando per far presente un momento importante dello sport o un evento di una qualsiasi disciplina (olimpica magari) di sentirsi rispondere: “Frega cazzi”. Mi scuso per l'espressione, ma pare vada molto di moda di questi tempi in «Gazzetta». Spero nessuno si senta offeso, per lo meno non è nelle mie intenzioni. La cruda verità a volte fa male. Le mie sono impressioni ricavate da mesi di frustrante nulla che mi hanno fatto sentire ancora più solo e più triste.

Seriologico, ripeto seriologico, non sierologico

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Forse qualche migliaia di persone lo avranno già visto e si saranno fatti una risata, almeno quelli intelligenti. Io vi propongo il video che ho trovato oggi e che rilancio non solo per regalarvi un momento di ilarità. Drammatico è il COVID-19, certo, ma ancor più drammatico, disperante, è avere al vertice di una Regione che si chiama Lombardia e che ha avuto, sempre, ma proprio sempre, un ruolo determinante nella storia dei popoli, degli ominicchi come 'sti qua. Come dici? È solo la parodia di un comico (bravissimo, degno di Premio Pulitzer). Sei proprio sicuro che siamo difronte solamente a una dissacrante parodia? Vabbuò, vedetevi 'sto video, se volete.

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