Giovedì, 04 02nd

Last updateMer, 01 Apr 2020 10am

L'incanto della terra gardesana, a un passo da casa

Visite: 84

 

A volte andiamo a cercare meraviglie della natura a migliaia di chilometri di distanza. Ci sta: l'emozione di un viaggio esotico, la visione incantatrice di terre, montagne, acque sconosciute, ha un suo potentissimo richiamo. Talvolta però abbiamo la fortuna di assistere a spettacoli naturali quasi altrettanto affascinanti appena fuori dall'uscio di casa, agratis. Le due foto che offro ai pochi ma buoni (buoni ma troppo pochi) fruitori di questo mio sito ne sono prova tangibile. Sono state scattate da Elio Forti una quindicina di giorni fa, prima che scattasse il «chiudete le porte» sanitario. Eravamo andati a far visita al Museo della Carta di Toscolano Maderno in previsione della organizzazione in quel bello spazio museale di un paio di eventi cultural-sportivi, cultural, parolona che fa tremare i polsi. Dopo esserci inoltrati per poche centinaia di metri nella stradina e nelle strette gallerie della Valle delle Cartiere che conduce al Museo, mirabilmente ristrutturato, ci siamo imbattuti in uno spettacolo non frequente neppure da queste parti: una cascata d'acqua di notevole altezza che sgorgava dalla montagna. Questa zona, mi hanno spiegato i miei amici «indigeni», è conosciuta come «le Garde» (qui è abituale mettere un articolo davanti ad una area geografica). Storicamente  questa stretta valle pullulava di fabbriche e fabbrichette di carta, e ce n'era una che si chiamava proprio «le Garde», l'ultima a chiudere i battenti nel 1962. Queste acque che cadevano dalle pareti della montagna servivano ad alimentare piccole centrali idroelettriche utilizzate dalle fabbriche. Nel fiume che scorre per buttarsi nel Benaco sono ancora visibili condotte e rimasugli di costruzioni di quel tempo che fu. Tempo molto lontano, se pensate che il primo documento che parla di questa attività artigianale risale al 1381. Oggi esiste, nell'abitato di Maderno, un piccolo affascinante laboratorio di carta fatta a mano che si chiama appunto «Toscolano 1381». Se avete bisogno di far colpo, una preziosa carta che rispetta antiche lavorazioni è un biglietto da visita che qualifica chiunque.  

Il mio amico Elio non si è limitato alle foto ma ha girato un breve video che potete vedere qui.

1941: lo sport fa dimenticare anche la guerra

Visite: 33

Era il 1941. Quell'anno Fausto Coppi vinse il Giro della Toscana, quello del Veneto e dell'Emilia, la Tre Valli Varesine e il Giro della Provincia di Milano. Gino Bartali dovette accontentarsi della Coppa Marin (secondo Coppi) e di qualche altro piazzamento. Coppi vinse anche in pista, il titolo dell'inseguimento. Su strada la maglia tricolore la indossò il reatino Adolfo Leoni. Il Bologna vinse lo scudetto '40 - '41 (era il sesto titolo per i felsinei) definito «il primo campionato di guerra...vanto dell'organizzazione sportiva fascista», grazie alle 22 reti messe a segno da Héctor Puricelli, uruguayano nazionalizzato. Parliamo di vela vicino a noi? A Riva del Garda si disputò la «Coppa Renzo Angelini». In atletica: Carlo Monti fu padrone di tre titoli, 100, 200 e staffetta 4 x 100 (nel quartetto della Oberdan Pro Patria anche il bresciano Luigi Bettini, divenuto poi medico oculista molto stimato a Brescia), Adolfo Consolini trionfò nel disco dopo aver stabilito, quell'anno, il suo primo record del mondo. Tennis: Gianni Cucelli si aggiudicò il singolare e poi, con Marcello Del Bello, il doppio. All'Amatori Milano lo scudetto del rugby, il nono. Celina Seghi e Zeno Colò non ebbero rivali nello sci. La gloriosa Società Ginnastica Triestina fece suo scudetto della pallacanestro.

E potrei continuare. Tutto questo ho trovato nell'Annuario dello Sport 1942 (rassegna della stagione '41), che presento nella apposita sezione dedicata ai libri di argomento sportivo, Cartastorie.  Una considerazione finale: un anno di guerra, che in quel momento comunque toccava poco il suolo nazionale, ma, Giro d'Italia a parte e forse qualcos'altro, lo sport resistette. Anno 2020: nonostante la nostra umana presunzione di dominare il mondo con la tecnologia, la scienza, i telefonini, e dopo degli ignobili tentativi dei padroni del vapore dello sport di salvare il loro business, ripeto con forza «il loro», cancellati calcio, pallacanestro, Formula Uno, tennis, sci, ecc ecc ecc. Dov'è la nostra forza di poveri omuncoli / donnette (mai dimenticare la parità di genere, per carità)?

Immagini che riemergono non solo dall'acqua

Visite: 193

Immagine dal day after, quando il mondo presuntuoso riemegerà dall'incubo del virus coronato? No, questa è una visione del day before. Siamo nel bacino della diga di Valvestino, costruita fra il 1959 e il 1962. Sta a circa 6 km da dove abito io, a Navazzo. Lo dico per coloro che, fra i miei amici, devono orientarsi. Ultimamente, vuoi per la scarsità di precipitazioni vuoi per lo svuotamento della diga - per verificarne la solidità, si sente dire, Ponte Morandi di Genova insegna, speriamo, ma io non ci credo - il livello dell'acqua è bassissimo. Il mio amico Elio Forti, che di queste terre conosce ogni pietra, ogni sentiero, ogni arbusto, mi assicura che raramente si è spinto lo sguardo all'interno della diga così a fondo.

Ed ecco emergere questa visione, quasi surreale. L'edificio di cui restano in piedi solo parte dei muri esterni, è la vecchia caserma che ospitava la dogana al confine fra il Regno d'Italia e l'Impero Asburgico, che fin qui estendeva il suo dominio. Sulle montagne qui attorno, si combattè durante quella grande macelleria umana di povera gente chiamata Prima Guerra Mondiale, 1914 - 1918: fortificazioni, gallerie, casematte, sono ancora visibili.  Prima della immersione nelle acque dei due immissari Droanello e Toscolano, questa si chiamava Località Patoala, e non, come alcuni dicono erroneamente, Lignano, mi spiega Elio. In questa località esiste ancora una targa che ricorda il vero confine fra i due Stati, ma è distante almeno un chilometro e mezzo dai ruderi della caserma. 

Questa foto, scattata pochi giorni fa, da Marco Peiano, fa riemergere insieme con le pietre, anche i fantasmi del nostro passato.

A quel tempo il ciclismo era davvero eroico

Visite: 28

Avete sentito parlare qualche volta di una corsa che si chiamava Bordeaux - Paris? 572 chilometri, prima edizione 1891, ultima (dopo 85 dispute) nel 1988? A me era capitato di sapere che esisteva sfogliando vecchie (e bellissime) riviste francesi di inizi Novecento. Poi un libro, formato rivista, frutto di uno scambio con un altro appassionato di libri sportivi. Sfogliarlo e farmi prendere dalla voglia di leggerne ampi stralci (è in francese), guardare le foto, spulciare le liste di iscritti e gli ordini d'arrivo, è stato tutt'uno. Ne ho scritto un po' di righe nell'apposito spazio dedicato ai libri, quello che chiamo Cartastorie. Se vi piace, almeno un po', il ciclismo... 

Marzo 2020: un mese tutto di Quaresima

Visite: 47

«L'augurio è di arrivare al 1° marzo un po' più sereni. E che il virus sia solo un brutto ricordo». Sono stato cattivo profeta, mi capita spesso, anzi quasi sempre. Ci siamo dentro in pieno, e si vive alla giornata, fra chi spara cazzate gigantesche, chi non riesce a tacere neppure sulle disgrazie, chi è in confusione mentale  e dice tutto e il contrario di tutto, chi ne approfitta e ruba e imbroglia, chi si frega le mani non con la amuchina ma con il virus e fa affari, chi alza alti lai sul business che sta evaporando e vuole essere aiutato (ma quando va a gonfie vele ha mai aiutato gli altri? parlo dei botegher). Insomma ce n'è per tutti i gusti. Ho dimenticato una categoria che ci va a nozze: i giornalisti, o presunti tali. Pagine e pagine, in cui vien buon tutto: il virologo e l'immunologa, la mamma disperata perchè il bambino in quarantena va in paranoia (in tempi normali invece con due linee di febbre non lo mandava a scuola per una settimana), il fascistone che riscopre il saluto eia eia eia alalaà per evitare di darsi la mano (poi ritratta e dice che stava scherzando, ormai questo è il giochino idiota), lo scriba che testualmente digita «ricomincia così la caccia al paziente zero...», capito? «caccia», come se fosse un deliquente ricercato dalla Interpol. Mi chiedo dove stanno i direttori, i capiredattore dei giornali. A proposito di cazzate. Che mi dite di un tale, che a me ricorda il commissario Basettoni del mai dimenticato «Topolino», che in una dichiarazione televisiva (esiste la registrazione, chiunque la può sentire) ha asserito serissimo (si fa per dire) «abbiamo visto tutti i cinesi mangiare i topi vivi». Apriti cielo, i cinesi se la son presa molto a male, giustamente. L'ambasciatore di Pechino si è infuriato, Basettoni ha dovuto fare marcia indietro, «sono davvero dispiaciuto per quanto accaduto», capito? è accaduto, così, lui non c'entra, aveva una paresi alla bocca e le parole gli sono uscite contro la sua volontà? era ubriaco per le troppe ombrete? Se fossi il presidente Xi Jinping darei ordine all'ambasciatore cinese di organizzare nella sede romana dell'ambasciata una bella cena a base di topi vivi e di invitare l'individuo. E li deve mangiare, oh, se li deve mangiare i topi vivi.  

Di fronte a queste bestialità non si può più far finta di nulla. Basta! E invece la gente ride come se fossero barzellette, gli imbecilli. Vabbuò, direbbe un noto capitano esperto di «inchini» di grandi bastimenti (leggi Concordia, Isola del Giglio, 32 morti). Vabbuò, noi consoliamoci con la bellezza di questa foto che ci accompagnerà per tutto il mese di marzo. Fa parte del calendario illustrato dai miei amici Chantal, Marco e Pietro, che hanno fermato con i loro obiettivi immagini piene d'incanto sulla terra del Montegargnano, dove consumo i miei giorni. Da questa che trasmette sensazioni di trasparenze da sogno emerge l'abitato di Sasso e, sullo sfondo, il Monte Pizzocolo e le Tre Cime, chiamate anche Monte Castello o, per gli indigeni, La Selva.

Dove: frazione Sasso, Comune di Gargnano - Apparecchio: NIKON D300S - Lunghezza focale: 24.0 mm - Ottica: 18.0 - 250.0 mm f/3.5 - 6.3 - Tempo esposizione: 1/500 - Diaframma: f/4.5

Sei qui: Home