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Last updateMer, 24 Apr 2019 11am

Visioni di una umanità sempre uguale a se stessa

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A volte sembrano frasi abusate, modi di dire stantii, però quasi sempre ci azzeccano. Prendete «niente di nuovo sotto il sole», banale no? quante volte lo sentiamo ripetere? Fino alla noia. Eppure...Ieri sera, ho cominciato a leggere «I fratelli Karamazov», romanzo di un gigante della letteratura russa, Fëdor Michàjlovic Dostoevskij. Alla faccia, era ora! Ho sempre pensato, desiderato, leggere i grandi autori russi, ma alla fine ho letto poco, pochissimo. Tempo fa, vedendo i tre libretti, edizione Famiglia Cristiana, su una scaffale del mio amico don Alessandro glieli ho chiesti in prestito. «Sua Santità», come lo chiamo per celiarlo, spesso mi fa da consulente librario, suggerendomi letture. In questo caso, è stata una scelta personale.

Prime pagine, una introduzione della curatrice di questa edizione, una dettagliata biografia del signor Fëdor, e poi la Prefazione dell'autore, di Dostoevskij medesimo. In quelle righe ho trovato la frase che mi ha fatto pensare alla immutabilità della umanità. Dostoevskij sta parlando di quello che definisce  «il mio eroe», Alekséj Fëdorovic Karamazov, e scrive:«Per me egli è degno di nota ma sinceramente dubito di riuscire a dimostrarlo al lettore. Il fatto è che egli è un personaggio non ben definito, non chiaramente delineato. Del resto sarebbe strano, in un tempo come il nostro, pretendere chiarezza dalla gente». In un tempo come il nostro pretendere chiarezza dalla gente...Dostoevskij iniziò a scrivere questo romanzo nel 1878, fra il 1879 e il 1880 una rivista russa lo pubblicò a puntate, nel 1881, a soli 60 anni, Dostoevskij  morì.

Son passati 140 anni, siamo nel 2018, ditemi: in un tempo come il nostro, esiste qualcuno che pretende chiarezza dalla gente? Forse la si pretende, ma quanto a riceverla la vedo molto, molto, dura. Continuo a leggere «I fratelli Karamazov».

Zhivotovsky - Shynyr, dalla Russia a Bogliaco

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GARGNANO – Le Star hanno brillato sulle acque della «Centomiglia» con un bellissimo Campionato XIV Distretto, tre combattute regate nel «Pelèr» di 18-22 nodi, una battaglia tra tedeschi, russi e lacustri, in una atmosfera tipica da Old England. La vittoria è andata ai russi Zhivotovsky-Shynyr, cognomi che sanno tanto di origine ucraina, secondi nel campionato della loro Nazione (il campione in carica è l’argento olimpico George Shaiduko). In seconda posizione i veronesi Alessandro Angelini e Alberto Ambrosini, della Fraglia Vela Malcesine (che vincono il titolo del XIV Distretto 2018 come primi italiani), terzi i tedeschi Stelzl-Mueller  dell’ Attersee , seguiti da altri due equipaggi germanici comandati da Uwe e Ulrich. Seguono il tedesco Paicksch, Filippo Orlando (Monaco), i De Bernardi (lago d'Orta), Sristaldini (Riviera del Conero), il team di casa con Zane-Patuccelli.

Il Circolo Vela Gargnano (grazie agli spazi di Marina di Bogliaco) è così tornato nel “circus” di questa bellissima flotta, categoria olimpica fino a Londra 2012; tanti i ricordi legati a molti suoi soci, a cominciare da Angelo Marino, Carlo Rolandi, e soprattutto Andreino Menoni (tecnico ai Giochi Olimpici e in tante regate internazionali); senza dimenticare il titolo europeo 2005 degli olimpionici Iain Percy e "Bart" Simpson, quando i due facevano parte del team di «+39 Challenge», infine la presenza e le vittorie assolute delle Stars alla «Centomiglia» degli anni ‘5O e ’60 (Nanni Porro, Giorgio Falck, Flavio Scala).

Dal prossimo anno la regata sarà valida per il Trofeo Angelo Marino. Non sarà l'unica novità della stagione, visto che Gargnano e un gruppo di Club velici della riva lombarda si sta concentrando per poter ospitare una grande manifestazione olimpica.

Gratidudine...grati...che? Lasciamo perdere

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«Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l'ingratitudine».

La frase è attribuita a Don Bosco. Me l'ha inviata il mio amico Domenico Canobbio, che una quarantina di anni fa lanciava il disco ed era bravo. Oggi è un uomo che non tira più il disco, ma esercita una grande sensibilità, che trasmette in foto molto belle, tema la natura soprattutto.

La frase di Don Bosco fa il paio con un'altra che ho letto qualche tempo fa, non ricordo più dove. Diceva, più o meno, così:«La gratitudine è una merce che ha una data di scadenza molto breve».

Il tutto fa il paio con la mia decisione di cancellare, poco a poco, dalla mia mai ordinata agenda i nomi di amici, presunti amici, ex amici, aspiranti amici, e ovviamente amiche - per l'amor di Dio, non dimentichiamo la parità di genere - che 1) sono sempre troppo impegnati con lavoro per farti una telefonata, pur sapendo che tu hai il doppio degli anni loro; 2) quelli che sono troppo impegnati con i loro giochini ai quali non possono togliere neppure un secondo della loro vita per dirti «crepa»; 3) quelli che quando gli fa comodo ti usano e poi, raggiunti i loro scopi, di gettano come un paio di scarpe vecchie; 4) quelli che cavalcano le tue idee, le tue intuizioni, i tuoi progetti, dei quali, stoltamente, li hai messi a conoscenza; 5) quelli che non ti dicono mai una parola, dico una, per gratificarti; quelli che, 6) 7) 8) 9)...ecc ecc.

P.S. - Questa settimana che va ad ingrossare quello che si chiama passato, ho già provveduto a rimuovere alcuni nomi, con relativi indirizzi, numeri di telefono o telefonini, Whatsapp, Facequalcosa, e tutto il diabolico armamentario che dicono moderno. L'operazione è appena iniziata.

Sognare di essere Oerter, O'Brien, Lusis...

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Sono dieci giorni di sogno continuo, ininterrotto! Normale? non proprio. Sto evocando «Sognando Olympia», quel progettino cultural - sportivo che mi piacerebbe tanto veder decollare in maniera più consistente, concreta. Però non posso neppure lamentarmi troppo. 'Sto bel logo, disegnato appositamente per me, da Roberto Scolari, gira, viaggia, si fa vedere, e, dato che la grafica è attraente, piace, mi chiedono il significato. Che è molto semplice: la elaborazione dei cinque cerchi olimpici che sfumano nel sogno, perciò sono solamente abbozzati, ci sono e non ci sono. Il logo ha fatto passerella negli ultimi giorni un po' ovunque: domenica scorsa ad Agazzano, in provincia di Piacenza, e, quasi nelle stesse ore, a San Gervasio, in quella di Brescia. Domani nuova apparizione bresciana, a Castenedolo, dove andrà in scena la trentaseiesima edizione del «Virtus Lancio Story - 5° Memorial Ragnoli Yuro». Appuntamento inventato più di tre decenni fa in un campetto che chiamavano «delle moschine», intuitivo il motivo. Eppure, tra un moscerino e l'altro, volavano martelli, dischi e giavellotti. Più o meno lontani, ma sempre con una compagnia in allegria e simpatia, altra merce che scarseggia spesso sui campi di atletica.

Giulio Lombardi, presidentone dell'Atletica Virtus Castenedolo, tuttofare, che lancia ancora il martello quando serve ai campionati masters, ha appiccicato il logo dei sognatori sulla locandina che propone la giornata degli uomini e donne catapulta. Giornata che si annuncia complicata dai capricci di quel cielo che ci sta sopra la testa: telefonini, tablet, e diavolerie assortite, profetizzano tormenta, e quasi sempre ormai c'azzeccano, maledetti. Dovesse proprio essere vero, non ci faremo mancare il Piano B, il meeting indoor, al riparo dalla pioggia: Stadio L'Antica Macina, a Castenedolo, «per festeggiare i vincitori e consolare gli sconfitti», recita l'invito. Se non avremo avuto né gli uni né gli altri complice un incazzato Giove Pluvio, pazienza, troveremo motivo di celebrare qualcosa. Ce n'è sempre uno.

Volevamo un «Omaggio», l'abbiamo azzeccata

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Quattro momenti «fermati» dall'obiettivo di Pietro Delpero. Guido Alessandrini e Franco Bragagna hanno condotto quasi due ore di un vero e proprio show, elegante e colto, insieme a Giuseppe Gentile, ma hanno saputo coinvolgere tutti gli atleti presenti, che hanno partecipato con una grande carica di simpatia. Il parterre degli atleti: da sinistra, Magdalin Martinez, Barbara Lah, Antonella Capriotti, Dario Badinelli, Paolo Camossi, Fabrizio Schembri, Fabrizio Donato e Daniele Greco. Nella successiva, Gentile e l'amico Enzo Gallotta, a nome della ditta «Toscolano 1381», mostrano le preziose carte fatte a mano, per l'occasione, su cui sono riprodotti il foglio gara della finale messicana e il manifesto ufficiale di México '68. Infine un abbraccio fra Ottavio Castellini e Giuseppe Gentile.

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So che questo non si fa, ma stavolta lo faccio, contro ogni regola. Pubblico una lettera - articolo che ho ricevuto ieri da una persona (amico, ovvio) che domenica ha assistito all'omaggio a Giuseppe Gentile. Non credo sia il caso di ripetere di cosa si trattava, dove si era, chi c'era, chi se l'è inventata. A sentire quelli che vi hanno assistito e che hanno partecipato col cuore è stato un evento che ha lasciato il segno. Solo un dettaglio, ma il più importante, l'obiettivo vero di questa giornata nella testa di chi l'aveva ideata: riunire attorno al campione di 50 anni fa, tutti gli atleti del salto triplo che, nel tempo successivo, hanno scritto nella loro carriera la cifra «17» nei loro risultati. Sì, c'erano tutti: Fabrizio Donato, Daniele Greco, Paolo Camossi, Fabrizio Schembri, Dario Badinelli. È stato il vero significato di questa iniziativa. Quando il mio amico Erminio Rozzini e io lo abbiamo chiamato «Omaggio», questo avevamo nella testa e nel cuore. Gli atleti, quelli più bravi, secondo le compilazioni statistiche atletiche, lo hanno recepito e hanno risposto. C'erano tutti, qualcuno anche con qualche sacrificio. E con loro, alcune delle ragazze più brave: Magdalin Martinez, Barbara Lah, Antonella Capriotti. Il merito di averli riuniti? Di un uomo solo, silenzioso, appartato, ma efficace come sempre: Erminio Rozzini, a lui, e a lui solo, si deve il merito di questa partecipazione.

Possiamo nutrire una speranza: se l'atletica di domani sarà nelle mani di questi atleti, e di altri, che portano con loro i valori fondanti del nostro sport, allora questo sport ha un futuro. A tutti loro affidiamo le nostre speranze. Un invito: ragazzi, ragazze, mettevi in gioco, così come ogni cittadino si dovrebbe mettere in gioco nella società civile.

Dimenticavo: perchè infrango le regole di buona creanza? Perchè stavolta mi fa piacere ascoltare gli elogi, anche se so che sono dettati da un sentimento di amicizia, e quindi, forse, eccessivi. Ma meglio prenderli quando te li danno, visto che è più facile, di solito, prendere due dita negli occhi. 

È stata una bella giornata, qualcuno ha usato anche aggettivazioni più roboanti. Teniamo tutto insieme, gioiamo dell'attimo. Difficile, molto difficile, che si ripeta.

Una domenica così. Resta. Da incorniciare e ricordare. Qualche volta il titolo di una canzonetta può dare una mano. Sì, una domenica come quella trascorsa ad Agazzano, sui dolci colli piacentini in ospitale terra emiliana, non potremo archiviarla alla leggera. Grazie a quel vulcano di Ottavio, che di cognome fa Castellini. Dietro le sigle, le etichette, gli acronimi, ci sono sempre gli uomini. Quando hanno testa e cuore, come in questo caso. Nomen omen. La frase si traduce in quattro vocali collegate da tre consonanti: Ottavio. Capace, grazie a sensibilità, sconfinata cultura e autentica passione per la materia, a mettere insieme in una sala dell’albergo Il Cervo, che si affaccia sulle bella piazza a quattro passi dalla trecentesca Rocca degli Anguissola Scotti Gonzaga, tutti gli atleti di casa nostra che hanno superato la soglia dei 17 metri nel salto triplo. A iniziare da Giasone, questo il personaggio interpretato con Maria Callas nel film diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1969, dal signore che al secolo si declina in Giuseppe Gentile, classe 1943, romano di  Montesacro, protagonista di epiche giornate di hop-step-jump. Che ebbero culmine nel pomeriggio del 16 ottobre e nel seguente giorno 17 dell’ottobre 1968 quando a Città del Messico, Giochi Olimpici in corso d’opera, si svolse la più grande gara di salto triplo che la Storia ricordi. Epopea sportiva - non vorremmo sfiorare l’epica per non incappare nel peccato grave della retorica - in cui Beppe, Peppuzzo, Peppino, Giasone, insomma il nostro Giuseppe Gentile ebbe parte attiva. Ricostruita per l’occasione con immagini in buona parte inedite. Proiettate nella sala gremita al punto da non consentire l’accesso ai ritardatari di turno.

Ma, riprendiamo il percorso logico per dire ed attestare che in quelle giornate messicane Gentile superò due volte il record mondiale di specialità. E per due volte finì superato a sua volta. Nella gara che, infine, registrò in complesso cinque record del mondo e per la seconda volta assoluta nella storia della specialità e dell’uomo tre atleti a superare il muro dei 17 metri. Fino ad allora violato solo dal polacco Jozef Szmidt, oro alle Olimpiadi di Roma ’60 e a Tokyo quattro anni dopo. Hop-step-jump. Fu medaglia di bronzo per Gentile, sul podio con il russo Viktor Sanaeev (oro con 17.39) e il brasiliano Nelson Prudencio (argento con 17.27). Per la cronaca, settimo il polacco che per primo aveva fatto crollare quel muro.

A domanda risponde. “La vistosa fasciatura alla gamba destra? Per un piccolo problema di qualche giorno prima che, devo dire, non influì in alcun modo sul risultato e sulla gara di quel giorno” afferma Gentile. Che il nome proprio “allegato” all’aggettivo lo merita certamente. Di nome e di fatto. Sportivo puro, gentiluomo autentico. Amico vero degli atleti che hanno fatto da corona degna alla sua giornata di Agazzano. Allineati, uno dopo l’altro, dopo il commosso ricordo di Franco Sar, il più grande decathleta azzurro mancato pochi giorni or sono, hanno firmato il registro dei presenti: Fabrizio Donato, Daniele Greco, Paolo Camossi, Fabrizio Schembri, Guido Badinelli. Appello completo. Tutti triplisti azzurri oltre i 17 metri. Ancora, le ragazze: Magdaline Martinez con i suoi 15.03, Barbara Lah, Antonella Capriotti. Di più non si può fare. Lì, nel salone, messa in bell’ordine e in fila si è proposta e riassunta la storia del nostro salto triplo da quando successe quel… Sessantotto. Con la regia delle voci conduttrici e recitanti di Franco Bragagna, la voce della Rai per l’atletica e di Guido Alessandrini, altra firma di prestigio nel settore.

Collezione Ottavio Castellini-Biblioteca internazionale dell’Atletica e Sognando Olympia, progetto multisport in corso sulla strada di Tokyo 2020, affiancati dall’Atletica Baldini Agazzano con il patrocinio del Comune piacentino, hanno “firmato” l’evento. Ottavio Castellini l’ha ideato, progettato e realizzato, con l’aiuto sodale di Erminio Rozzini e Giovanni Baldini. Per mettere in chiaro nomi e cognomi.

Significativo, l’omaggio arrivato da Toscolano Maderno, terra gardesana di sponda bresciana. Dove le mani sapienti dei mastri cartai di Toscolano 1381, eredi dell’arte antica di fare carta con gesti che affondano radici nei secoli passati, hanno realizzato il prezioso omaggio consegnato a Giuseppe Gentile. Una cartella con il manifesto originale di Mexico ’68 in copertina e i risultati ufficiali, in originale custoditi alla Collezione Ottavio Castellini, di quella gara stellare di salto triplo. “Verrò a visitare il Museo della carta e al vostro dono, graditissimo, riserverò un posto in casa, con una bella cornice. Grazie”. Parola di atleta. Medaglia olimpica.

Che dire di più una volta svanita l’eco delle ultime note dell’Inno olimpico che chiude la mattinata? Meglio non si sarebbe potuto fare. Con una grande grazie così a Ottavio. Per esserci e per il saper fare. Alla prossima. Si fa così: hop, step, jump.

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