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Last updateMar, 14 Lug 2020 4pm

La decadenza del giornalismo sportivo in Italia

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Questa è la seconda parte della analisi - impietosa, ma ineccepibile - scritta da Daniele Poto sullo stato attuale del giornalismo sportivo in Italia, una volta terra con il primato indiscusso dei quotidiani di sola informazione sportiva. Ma non solo: terra di «penne» brillanti, colte, competenti, imparentate strettamente con la lingua italiana, innovatrici (si pensi solo a Gianni Brera), ironiche. Ho pubblicato la prima parte di queste considerazioni dell'amico Daniele qualche settimana fa in questo stesso spazio. Chi volesse può andarsele a rileggere (o a leggere?) ha solo da sfogliare un paio di pagine. Se poi qualcuno fosse punto da interesse di confrontarsi con visioni diverse, si senta libero di farlo. Non serve solo mugugnare nei ristretti spazi di tribune stampa sempre meno affollate, o solo fra quattro amici al bar. Forse è solo prudenza: se dico cose che non piacciono al mio redattore capo, o direttore, e, peggio, editore? L'autocensura ha sempre fatto parte delle tecniche giornalistiche,  forse la  più utilizzata, e del bagaglio del «giornalista prudente».

La linea a Daniele Poto.

Completiamo le riflessioni sullo stato di salute della stampa sportiva oggi in Italia, dall’interno di una frequentazione durata 36 anni e dall’esterno di una visione che si protrae da 7. Dovrebbe far riflettere che le vendite dei quotidiani sportivi si impennino d’estate proprio quando il calcio dovrebbe lasciare la ribalta agli sport stagionali (atletica, nuoto, ciclismo)? Più tempo a disposizione per bagnanti in vacanza? Sì, anche quello ma soprattutto diffusione indiscriminata del mercato, quella seduzione sottile che stimola l’italiano tifoso nel momento in cui la sua squadra, dalla superfetazione degli articoli sembra in procinto di vincere lo scudetto senza aver giocato una sola partita. Così prima che Lukaku si trasferisca all’Inter almeno una quindicina di prime pagine possono essere dedicate al “colosso d’ebano” capace di correre i 100 metri in 12” (“ma guarda un po’ che exploit, avrebbe preso venti metri da Mennea). D’estate il calcio mangia ancora più spazio agli altri sporti di quanto non faccia a campionato e Coppe in corso. Un ricordo personale. Il mio primo impatto con la gavetta a Tuttosport avvenne seguendo noiosissime partite di baseball, un trittico di partite che si protraevano nel week end per almeno 10 ore complessive per la soddisfazione di scrivere 10 righe siglate sulle performance delle squadre romane del diamante. Ora come potrebbe cominciare così la carriera di un qualunque giornalista sportivo? Più che l’inizio sarebbe la fine, un invito a bazzicare altri campi. Beh, allora il baseball aveva dignità di stampa, di tabellini e di commenti, ora la soddisfazione è per una breve nel “Non tutto notizie” quando va bene. L’aspirante giornalista è pregato di girare al largo da sport come pallamano, hockey su prato, tiro con l’arco, tiro a segno. Il futuro è altrove, naturalmente nel calcio. Nell’invenzione di immaginifici titoli di mercato. Che nessuno smentirà, che nessuno farà oggetto di querela perché fa parte delle regole del gioco fingere di credere a quello che si legge o si scrive, magari rilanciato sul giornale in extremis perché “l’ha detto Sky o Dazn”. In un giornalismo sportivo povero di inchieste, di domande e di spunti, il futuro è a rimorchio dell’immagine televisiva. Con inviati davanti al video, raramente impegnati di persona al centro dell’evento. Così si abitua il giornalista a scrivere meglio ciò che non vede rispetto a quello che vede con i propri occhi, creando uno spettro deformante che si riverbera sul lettore. Gli “sport vari” nei giornali sportivi sono delle oasi sempre più desertificate e quasi invivibili. Nei giorni feriali i giornalisti di atletica e basket (sempre meno, sempre più frustrati) cureranno pagine di calcio. Perché i loro giornali sono in stato di crisi e vengono gestiti da poche menti operative. Poi c’è da diffondersi sul decadimento dell’aspetto tecnico. Avremmo mai immaginato un tempo che i risultati dei campionati assoluti di atletica avrebbero riguardato solo il primo classificato su testate che avevano il culto della statistica e della precisione? Solo il vincente ha ragione. Non è più tempo dei Marco Cassani, dei Giulio Signori e degli Aronne Anghileri. E meno che mai dei Roberto L. Quercetani. Chi legge più le statistiche All Time italiane per ricordarsi che Boccarini corse una tantum i 100 metri in 10”08, cioè un tempo dalle parti di Tortu e Jacobs per poi perdersi nelle nebbie dell’anonimato? Il decadimento della specializzazione e della tecnica è figlio irreversibile dei tempi. In piscina un utente mi ha chiesto il prestito della Gazzetta dello Sport per l’indispensabilità della consultazione del Fantacalcio. Sportivo, tifoso, ludopata? Il mondo finto e virtuale del para-football che prende il sopravvento sul sacrificio e il sudore dell’allenamento.

Le Dolomiti pandemonio di quale umanità?

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Uno scorcio dell'incantevole lago di Braies, a pochi chilometri da Dobbiaco: la fotografia è stata scattata da Encarnación Tamayo Nevado

Mi permetto di pubblicare la lettera che il signor Francesco Carbone ha inviato tempo fa a Corrado Augias, che è il colto curatore delle «Lettere» sulle pagine del quotidiano «la Repubblica». E si riserva il suo commento a una fra quelle ricevute. Pubblico per intero la lettera del signor Carbone e alcuni brani della risposta di Augias che si è affidato per un parere ad un operatore turistico della zona, Michil Costa.

Mi ha sollecitato la lettura di questa lettera il fatto di essere stato a Dobbiaco ai primi di giugno ospite del mio amico Gianni Poli, che da vent'anni è il «produttore e regista» di una gara podistica, la Cortina - Dobbiaco, roba da film, nessuno potrebbe fare meglio quanto ad ambientazione e a scenari. Gianni mi ha, diciamo, ordinato di andare a spasso, e mi ha suggerito il lago di Braies. Ci siamo andati, Encarnita e io. C'era un bel po' di gente, ma l'ambiente era vivibile. Qualche settimana fa ho letto che il meraviglioso piccolo lago (altro che Laguna Blu, in Giamaica, dove sono stato e quindi posso fare il confronto) aveva dovuto essere «protetto» dall'assalto disordinato di migliaia di visitatori: traffico regolamentato fin dal basso, tempi di attesa, parcheggi esauriti, auto e bus turistici un po' ovunque, non voglio neppure sfiorare il discorso del rispetto della natura, educazione, dell' oltraggio alla quiete. Il tutto, constato, si risolve in una orgia di foto, sorry, di selfie, vuoi mettere...Ormai è un movimento che non si può stoppare, frenare, regolamentare: tornelli, numero chiuso, polizia che regola le sedute sulla scalinata di Trinità dei Monti, quell'altro che mandava i mezzi con gli idranti a far pulizia di sporcizia sulle scalinate certi monumenti e chiese. Pannicelli caldi. Ed è così ovunque: le fragili Cinque Terre, Venezia (a proposito che ne è della storia delle Grandi Navi che ormai scaricano i fedeli direttamente dentro la Basilica di San Marco?), a Roma ci pensa la monnezza a far la selezione, le Isole Eolie, Lago di Garda, la mia Valvestino aggredita selvaggiamente da decine di migliaia di motociclisti che fanno le corse, documentate con le telecamerine sul casco e poi postate su uno dei tanti scriteriati strumenti di distruzione dell'intelligenza. E i ciclisti ci mettono del loro quanto a indisciplina e a rischio, di tanto in tanto qualche femore va a farsi fottere. Oh, che sia chiaro: non succede solo in questo nostro Paese ballerino. ma non deve consolarci.

Leggete la lettera del signor Carbone:

"Caro Augias, fine luglio: caldo opprimente anche sopra i duemila metri, alternato a scrosci di temporale, oggi «bombe» d'acqua. Le Dolomiti prese d'assalto: ciclisti che vanno piano in salita e come fulmini in discesa; camion e Tir che salgono e scendono dal Passo Sella, dal Gardena, dal Pordoi, dl Falzarego, dal Giau. Bus con targhe di ogni Stato europeo, bus con rimorchi per le biciclette, bus che a ogni tornante creano ingorghi. Suv di ogni cilindrata, i diesel inquinanti e le motociclettone americane rombanti e quelle tedesche più scattanti in salita, velosissime in discesa. Chiudono i pedoni, zaino in spalla, cagnolino al guinzaglio o in borsa. Nessuno fa caso a chi incontra, pochi allo scenario incantato dei Monti Pallidi. Alle ore di punta, per la sosta e il picnic si parcheggia in doppia fila nei prati. Le Dolomiti festeggiano quest'anno il decennale del loro ingresso tra le eccellenze che l'Unesco ha decretato Patrimonio dell'Umanità. La domanda è semplice: di quale umanità sono Patrimonio le nostre splendide Dolomiti?"

Ecco alcuni brani della risposta di Costa, operatore turistico della Val Badia.

"Da un po' di tempo abbiamo perso la bussola, ci stiamo dirigendo verso una direzione che non potrà, in futuro, più portare benessere...Siamo nel bel mezzo di un pandemonio dell'umanità. È doloroso veder violentata Madre Terra, vedere i passi dolomitici brutalizzati da orde di turisti che d'estate si spostano su un numero atroce di  migliaia di autovetture e moto...Manca un forte movimento ambientale nelle valli ladine, in regione, in Italia...Prima o poi arriverà una grande spinta che porterà più consapevolezza. Dobbiamo dare un segnale ai nostri giovani, più sensibili di quelli della mia generazione generazione che ha fatto del libero mercato il suo paradigma - fallendo...Soluzioni per ora? Chiudere i passi dolomitici a fasce orarie, far diventare il viaggio una esperienza, come lo è la ferrovia retica (il Glacier Express). Un servizio di pullmann (a idrogeno) dalle ampie vetrate per godere dello spettacolo dolomitico, per poi arrivare a un progetto condiviso di un trenino che colleghi i valichi alpini...Insomma le soluzioni (come le leggi) già ci sono ma - come chiedeva Dante - «chi pon mano ad esse?»".

Amatrice, possibile che nessuno provi rimorso?

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24 agosto 2016 - 24 agosto 2019 - Immagini angoscianti riprese da un drone su quella che fu la città di Amatrice. Che fu. Ebbi la fortuna di conoscerla, di andarci qualche volta, anche solo una giornata o due per vivere una corsa podistica, la Amatrice - Configno, uscita dalla fantasia e dalla tenacia del mio amico Bruno D'Alessio. Ci andavo, ebbene sì, anche per quegli splendidi bucatini all'amatriciana, o alla matriciana, che fossero bianchi (senza pomodoro, solo guanciale e pecorino romano) o rossi, dell'Albergo Roma, tempio indiscusso del bucatino, dilaniato nella struttura e nei corpi dai rutti della terra. Vergognati, schifoso epicureo, scusate ma non ci riesco, anche in un momento di dolore. Vi dico una cosa: se fossi sicuro che mangiando bucatini bianchi o rossi ogni giorno contribuirei a ricostuire anche solo una stanzetta dell'Amatrice che fu, ebbene inizierei già oggi. Bianchi e rossi, invece sono verde di rabbia a pensare a quei pagliacci (sapete di chi parlo, non serve altro) che, mentre gli amatriciani che hanno trovato il coraggio di restare guardano le loro rovine e piangono i loro morti, stanno lì con la bella cravattina sempre in ordine, la giacchetta strizzata sulle natiche e con quei sorrisi idioti stampigliati sulle facce foderate di un tessuto speciale (pelle di deretano), a giocare al «governo io, governo da solo datemi pieni poteri, governo con te, no forse meglio con te». Amatrice? "Ahó, 'ndo cazzo sta' a Amatrice?” , copione scritto da Giuseppe Gioacchino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella, Meo Patacca, il Marchese del Grillo, camuffato da Alberto Sordi, e tutti gli altri grandi filosofi del pensiero romanesco.

Quercia, mai simbolo fu più azzeccato

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Cinquantacinque anni. Una età che spesso segna l'inizio del concerto delle giunture che scricchiolano, delle articolazioni che danno segni di insofferenza. C'è chi reagisce facendo il galletto scapestrato, ma molte volte sono pose, che spesso finiscono in figure barbine. Questo per gli umani (o umanoidi?). Per una organizzazione sportiva siamo quasi al miracolo. Sarebbe davvero interessante uno studio approfondito per conoscere quale tipo di Gerovital tiene in piedi questi organizzatori. La cavia perfetta potrebbe essere il Palio della Quercia, o meglio il suo gruppo operativo. Cinquantacinque anni, il complesso di gare, s'usa chiamarlo meeting, ormai più duraturo in questo nostro Paese. I cui paesani scoprono di essere sportivi di tanto in tanto: le regate di Coppa America, di cui nessuno sa un beata fava, ma c'è «Azzurra», vuoi mettere, e allora fa molto figo tifare fino a notte fonda fra un pezzo di pizza quattro stagioni e un bicchiere di Lambrusco; oppure sfoderare le bandiere di un orgoglio nazionale, che è finito da tempo sotto i tacchi, per i Mondiali di calcio, solo però se si vince la finale, sennò pomodori Marzemino maturi all'aeroporto per accogliere chei lazarù chi roba el stipendi (che si misura in milioni di Euro); oppure citare (normalmente per meno di 24 ore) un ragazzo o una ragazza che si sono fatti un mazzo elevato al cubo per vincere una medaglia olimpica, quando non si conosce nulla della scherma, o della ginnastica, o del concorso completo in equitazione. E che sia d'oro 'sta patacca, perchè un argento e un bronzo non se li fila nessuno. Non si sa neppure cosa siano i Giochi Olimpici, ne so qualcosa.

Se tutto questo manda il morale sotto i tacchi, ci resta da aggrapparci a Rovereto, al suo club di atletica, U.S. Quercia, al suo cinquantacinquenne meeting. Che anche lui scricchiola come le nostre giunture. Quel gran galantuomo che è Carlo Giordani (e non è l'unico della categoria, da quelle parti si annoverano tante altre brave persone) fa miracoli di «finanza creativa» per reggere il cartellone. L'atletica è in grande affanno, nonostante i giullari del regime girino per le borgate a declamare editti che dicono che Sua Signoria è contentissima. Tuto va ben, Madama la Marchesa. E sia. Tanto serve a niente.

Volle fatalità che negli ultimi giorni ho dovuto togliere la polvere ad una lontana annata di una pubblicazione che dava conto di corse, lanci e zompi. Del 1984 si raccontava, e io ero alla ricerca di rinfrescarmi i residui di memoria su altri avvenimenti. Curiosità mi spinse a sfogliarne altre pagine e, guarda guarda, ecco un titolo che annuncia «La prima di Andonova», Rovereto, ventesimo Palio Città della Quercia, 29 agosto. Dunque si era due settimane dopo la fine dei Giochi Olimpici di Los Angeles. Ed allora, come martedì prossimo, si tenne a battesimo qualcosa di nuovo: la pedana del salto in lungo, stavolta tutta la pista con quell'azzurro sgargiante che adesso va di moda (vedasi foto allegata, insieme al manifesto).

Il soffio caldo olimpico-californiano arrivò fino alle rive dell'Adige. Poteva mancare Gabriella Dorio? No. La neocampionessa olimpica ha sempre avuto un palpito cardiaco speciale per questa terra. Vinse gli 800 metri in meno di 2 minuti, con un tempo analogo al suo quarto posto al Coliseum. Fiacchino Giovanni Evangelisti, terzo; terzo anche il mio amico Dario Badinelli, che ancora si mordeva le unghie per l'occasione perduta nel lontano West, un posto in finale l'avrebbe meritato. Nei 100, al secondo posto, scopro il nome del ghanese Ernest Obeng, poi diventerà britannico, con cui ho condiviso diciannove anni di lavoro - settori diversi - alla Federazione mondiale. Stando alla cronaca gli organizzatori si trovarono al cancello dello stadio la bulgara Liudmila Andonova, primatista mondiale del salto in alto, inattesa e graditissima (salvo esborso numismatico): brava, con un bel due metri, e tentativi affaticati a 2.03. Lei Los Angeles non l'aveva vista per la nota stupidità dei reggitori del mondo.

Fra le novità di quella edizione la disputa del primo campionato nazionale ufficiale dei diecimila metri per le donne: vinse la portoghese Aurora Cunha, che al momento era di altra caratura, il titolo onorò la signora piemontese Rita Marchisio, mamma di due figlie; subito dopo Laura Fogli, reduce dal nono posto della maratona olimpica, e poi i nomi di Scaunich, Curatolo, le nostre donnine che han fatto scrivere tante cronache della italica maratona. Tremila metri siepi: nostalgie bresciane, terzo Angelo Vecchi, società Villaggio Sereno, idea di un prete costruttore, Ottorino Marcolini; Vecchi, poi vigile urbano al Comune di Brescia, oggi padre di un giovanotto, mi dicono, molto bravo. Onore ai nostri marciatori, i due quinti delle caldissime strade californiane: Carlo Mattioli sui 20 chilometri, Raffalello Ducceshi sulla 50; passerella: primo e secondo. 

A scavare, si scoprirebbe di più, ma non è questo il mio intento. Che resta quello di far capire a chi, forse, leggerà che allora era la ventesima edizione, e martedì prossimo sarà la cinquantacinquesima. Secondo voi è un caso che il meeting si chiami «Quercia»? A me interessa parlare di «ieri», per quelli a cui piace «l'oggi», questo è il posto giusto http://www.usquercia.it/palio/index.html

A Gargnano gli eredi di Segovia, Yepes, de Lucía...

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Esagerato accostare dei giovani ai nomi di tre fra i massimi interpreti di questo straordinario strumento musicale, la chitarra? Dal grande virtuoso classico Andrés Segovia all'emozionante Narciso Yepes all'estroso mago del flamenco Paco de Lucía. Da 44 anni Gargnano propone gli Incontri Chitarristici che ampliano il programma del Concorso Internazionale riservato ai giovani di tutto il mondo. Ideatore, direttore, Oscar Ghiglia (che di Gargnano è cittadino onorario), che proprio sotto la guida di Segovia si perfezionò alla Accademia Chigiana di Siena. Concertesta acclamato in tutto il mondo, ma anche promotore di iniziative volte alla formazione e al perfezionamento dei giovani. Quella di Gargnano è una delle sue «creature». Si inizia domani sera, nel tradizionale anfiteatro della Sala Castellani, con il concerto di apertura del giovane Marco Piperno, che con Ghiglia  si è perfezionato a Siena. Giovedì (qualificazioni) e venerdì (la finale) tutta la scena sarà per i giovani del Concorso Internazionale. Auguriamoci una partecipazione di pubblico almeno dignitosa, soprattutto per i giovani.

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