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Last updateMar, 26 Mar 2019 10am

La vela come terapia disegna la sue rotte sul Garda

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SALO’ - Venerdì sera il progetto di vela terapia riabilitativa «Itaca» dell’Ail di Brescia e Verona  ha fatto tappa alla Canottieri Garda, dove era in programma la veleggiata in notturna del golfo di Salò. Nel gruppo di quasi 150 persone c’erano pazienti, parenti, amici, volontari, infermieri e medici, tutti ospiti del sodalizio sportivo gardesano con alla testa il presidente Marco Maroni e il direttore Ivan Carrè.  Tra gli skipper c’erano, oltre al titolato Oscar Tonoli, Paolo Nocivelli, Simone Dondelli, Francesco Tirelli, Giannino Boventi, Max Tosi, Patrizia Anele, Massimo Goffi, Giorgio Perozzi, Vittorio Lanzani, Andrea Barzaghi, Luciano Galloni, più gli stessi animatori del progetto, primo su tutti il dottor Giuseppe Navoni, presidente dell’ Ail Brescia.

"L’obiettivo è quello di diffondere la vela terapia quale metodo terapeutico volto alla riabilitazione psicologica e al miglioramento della qualità della vita dei malati ematologici ed oncologici. L’iniziativa – è stato sottolineato  dagli organizzatori – sa proporre forti emozioni e suggestioni, complici il vento e le brezze del Garda che accompagnano nella veleggiata  gli stimoli che sanno offrire. Ma l’emozione più profonda è data dall’equipaggio, che insieme vive un’esperienza unica, lontano dai luoghi di cura e in un contesto di assoluta reciprocità".

Tra un mese, il 4 agosto, “Itaca Day” avrà l’onore di aprire a Gargnano i "Cento Eventi", le gare, non solo veliche, legate alla Centomiglia del Garda  (8-9 settembre), la regata più bella al mondo in acque interne. Il circuito di Itaca 2018 era salpato lo scorso 19 maggio dall’ Associazione Nautica Sebina che in collaborazione con Circolo Velico Controvento aveva tenuto a battesimo  la dodicesima edizione di queste veleggiate, promosse dall’ Associazione Italiana contro le Leucemie i Linfomi e il Mieloma, sezione di Brescia con la collaborazione delle associazioni amiche “Ail Verona”, “Ail Lecco”, “Ail Bergamo”; undici uscite tra Benaco, Sebino, Lario e Ceresio.

Viaggio fra ricordi, presente e, si spera, futuro

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Fotocronaca di una rilassante trasferta nell'ombelico d'Italia (collocato in piazzetta San Rufo). Rilassante avendo un bravo pilota come Claudio Galli che mi ha scorazzato da Polpenazze, lago di Garda, zona Valtenesi, sinonimo di vino Groppello e olio di primordine, via Castenedolo fino a Rieti e ritorno, bravo pilota come ai suoi tempi (anni '80) fu bravo giavellottista, oltre i 72 "old model", e oggi appassionato allenatore. nel ricordo di quel brontolone ma gran brav'uomo del suo allenatore Vittorio Bonetti, purtroppo scomparso lo scoso anno.

Decisione di andare a Rieti soprattutto per rendere visita ad una persona cui riconosco una decisiva importanza nella mia vita, quel Sandro Giovannelli, che nell'atletica dell'orbe terracqueo ha avuto la dimensione di un gigante se confrontato con certi ominicchi di oggidì.  Joe Vanelli, come scrisse un americano su una busta non avendo capito bene il cognome dell'illustre reatino. A lui mi hanno legato tanti anni di lavoro gomito a gomito, seppure in ruoli diversi, prima alla Federazione italiana di atletica leggera e poi in quella mondiale, etichetta I.A.A.F. Sempre con feeling, con quel rispetto che ti porta a riconoscere il valore, le capacità di chi lavora accanto a te. Non come certi tagliaboschi incolti e presentuosi che poi ho conosciuto, purtroppo. Joe Vanelli, l'uomo che ha inventato il Meeting di Rieti, dove sono passati i più grandi atleti del mondo. e vennero per lui, per Sandro. Quel meeting è la sua creatura e la sua ossessione.

Con Sandro ho trascorso quasi tutto il tempo in questa escursione, ma devo dire - ebbene sì - che mi sono distratto, meglio divertito anche a guardare le gare del Campionato nazionale allievi. Come mi ha fatto piacere incontrare atleti dei miei tempi antichi, miei non loro, e ho provato un certo orgoglio nel sentire il loro ricordo di me. Fa sempre un diffuso piacere. E mi sono sentito orgoglioso dei risultati dei ragazzi della Atletica Virtus Castenedolo, dei miei amici con cui divido idee, sentimenti, iniziative da tanti anni.

Quattro impegnati, una medaglia d'argento, e altre due finaliste, entrambe ottave. Un buon risultato per una società che sa coniugare tutte le voci del pentagramma atletico. La medaglia se l'è messa al collo Tommaso "Tommy" Raffo, provate dire un po' in quale disciplina? Quello dei tre zompi, hop step jump versione inglese, salto triplo italica translation. A Castenedolo coniuga da quasi cinquanta anni il verbo di questa complessa specialità quello che io ritengo - e non solo io - uno dei migliori apostoli: Erminio Rozzini. Ohhhh, che esagerato? Davvero? Per esmpio: in tre settimane ha portato due suoi ragazzi sul podio argentato sia ai Campionati juniores - con Andrea D'Amore - sia a quelli allievi con Tommy. Chissà se qualcuno se n'è accorto? Ma tanto checcefrega? Tommy ha fatto il suo "personale" (14.50), quattro salti sopra i 14 in finale.

Le signorinette. Irene Romano, ottava nel salto in alto, un 1.65 altissimo, poi smarritasi a 1.68, ottava alla fine. Stessa posizione per Margherita Regonaschi, specialità tiro del dardo: 40.34, "personale" in qualificazione, abbastanza vicina anche in finale, nonostante un pasticcio organizzativo che ha portato a quasi una ora e mezzo di ritardo della finale, quando le atlete avevano già completato la fase preparatoria, un po' miopi 'sti giudici. Comunque anche per "Marga" un buon ottavo posto, per la soddisfazione di Claudio Galli. Non è andata come sperava, sia lei sia gli altri, Joan Adu, ostacolista, veloce freccina fra le cadette. Batteria così così, 14.66, buono per la finale delle seconde. Lo spirito non era quello giusto e Joan ha pasticciato finendo squalificata. Delusione, serve solo analizzare con calma e mettere rimedio, le qualità ci sono, verranno a galla.

Belle giornate, con momenti piacevoli, allo stadio e fuori. L'aver trascorso un po' di tempo con amici come Augusto Frasca, Sandro Aquari e Giorgio Lo Giudice, compagni di viaggio lungo il sentiero dell'atletica. Oppure la piacevolissima serata con Sergio Lombardi, Claudio Galli e i ragazzi "virtussini" alla trattoria "da Antonietta", in via San Rufo, a un passo dall' Umbelicus Italiae, se passate da Rieti fate sosta da questa simpaticissima signora che mette entusiasmo nel suo lavoro, cucina tradizionale reatina annuncia il menù, ed è vero, non capisco di atletica ma sulla cucina ci prendo, datemi retta. E infine, prima di riprendere la via del Nord, sosta "da Ciccio", da dove non uscirete certo con la fame, se avete appetito dateci dentro.

Selezione di foto fornite dai miei compgani di viaggio. In alto da sinistra a destra e a scendere: Joan, Tommy, Irene e Margherita; Irene sul podio dell'alto, a destra con giacca della tuta verde; idem per Magherita in maglietta verde, che sfoggia pure Tommy mentre riceve la medaglia per il secondo posto e poi con gli otto finalisti allineati; infine speciale premiazione alla tavola "da Antonietta", unico attrezzo la forchetta.

Bianchi, neri, ma dei gialli e rossi che famo?

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Ho scelto volutamente la copertina dell'ultimo numero dell'ironico "Trekkenfild", creato, sostenuto, diffuso dagli amici Daniele Perboni e Walter Brambilla (se volete leggere i contenuti mettete il cursore sulla copertina e schiacciate il vostro tasto). Copertina riservata al velocista Filippo Tortu, del quale ormai chi segue l'atletica conosce tutto e più di tutto, familiari compresi. Quello che sto per mettere su foglio virtuale non intacca minimamente il valore di questo giovane atleta, cui auguro ogni successo, e che sia grande possibilmente. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo, di parlargli, l'ho visto correre, era ragazzino, solamente in alcune competizioni internazionali, dove venivo trasportato dal mio ruolo alla Federazione internazionale di atletica che mi elargiva graziosamente la paga: ricordo Nanjing 2014 per i Giochi Olimpici dei giovani, Nassau (staffette) e Bydgoszcz (Campionati mondiali U20, secondo nei 100 metri).  Sia gloria dunque all'eroe del momento, ma qualche considerazione la voglio fare, a modo mio.

Sembra quasi che l'aver sostituito il nome di Pietro Paolo Mennea con quello di Filippo Tortu nella tabella del primato dei 100 metri sia per taluni (tutti? molti?) un sollievo. Due annotazioni. Cercate di non dimenticare che dal 10.01 del barlettano al 9.99 attuale sono trascorsi non due centesimi di secondo ma ben 39 anni. In quasi quattro decadi che cosa è successo? Una delle lezioni che ho appreso da quello che considero il mio maestro di atletica, Bruno Bonomelli, era quella che dichiarava fiducia nel "progresso dell'uomo", che vale non solo nello sport. Chiedo: in questi 39 anni il progresso della velocità italiana dove è stato? Mi pare assolutamente normale che dopo tanto tempo si riprenda a girare le lancette dell'orologio che si erano fermate a quel 4 settembre 1979. Fatemi dire (tanto lo dico lo stesso) con orgoglio che quel giorno Ottavio Castellini era là, sulla tribuna dello Estadio Universitario di México City, quello dove si celebrarono i Giochi Olimpici del 1968, era là a sue spese e con i suoi giorni di ferie pur essendo in pianta stabile nella redazione sportiva di un quotidiano. Ebbene sì, dovevo dirlo. Domandina: visto che Tortu è il prezioso gioiello del nostro sport in questo momento, quanti inviati, pagati dai loro fogli, c'erano a Madrid in occasione del 9.99? Eppure Tortu aveva già corso in 10.04, 10.03...Trionfo del giornalismo sedentario e di quello copia - incolla, tanto c'è Internet...

Sapete che cosa mi scatena una orticaria nervosa insopportabile? Il leggere che nella lista degli atleti che sono scesi sotto il limite dei 10 secondi (10.00 in versione elettrica, quella sola che ormai vale dal 1° gennaio 1977) Tortu è "il quarto bianco". Una fesseria di portata colossale! Che cosa c'entra essere bianco rosso giallo verde (gli omini extraterrestri)? È una forma di razzismo come tutte le altre, come quelle contro i rom, gli extracomunitari, come lo era contro gli italiani (quasi 4 milioni, lo sapranno i nostri ignoranti finti governanti?) che sbarcarono in America del Nord fra fine 800 e primi 900 e venivano segregati in quarantena a Ellis Island, l'Isola delle Lacrime, di fronte a New York: sapete quanti ne sono annegati nella New York Bay quando gli occhiuti poliziotti yankee li volevano rispedire in Italia? I vari mari nostrum attorno al mondo sono lastricati di morti. La storia si ripete, diceva Gianbattista Vico. Razzismo sportivo idiota, uno corre che sia bianco o nero, e se va forte va forte. Prendo la maratona che nel cuor mi sta: Gelindo Bordin, Stefano Baldini, Orlando Pizzolato, Gianni Poli, Giacomo Leone, bianchissimi hanno smazzolato i famosi corridori neri degli Altipiani. Altrimenti d'ora in poi bisognerà indicare il primo dei gialli, che poi proprio gialli non sono; oppure il primo dei rossi, se sulla scena compare uno sprinter erede dei Sioux o dei Comanche o degli Apache di Cochise. 

Si vede che per chi riempie pezzi di carta questo richiamo del "primo terzo quarto dei bianchi" è superiore alla volontà di ragionare. Storia vecchia, perfino Gianni Brera, in un articolo sui Campionati italiani del 1946 scrisse:"Monti ad ogni modo è il secondo bianco europeo nei 200 (il negro Mac Donald Bailey....)". Per non dire di quante volte nella mia troppo lunga frequentazione di competizioni atletiche ho sentito velocisti (spalleggiati da interessati allenatori) della nostra allungata penisola affermare con esagerato orgoglio:"Sono il primo dei bianchi", al massimo erano entrati in una semifinale, onorevole, per carità. Ultimo dato: il bravo Filippo è il numero 134 nella elencazione di bipedi veloci formato tecnicolor.

Lunedi 2 luglio una foto a colori (non poteva essere in bianco e nero, non avrebbe reso bene) ha fatto il periplo dei media (dire giornali non fa fine) di ogni specie e sottospecie. Fissava i sorrisi di quattro ragazze con la maglia azzurra della Nazionale di atletica leggera che ai Giochi del Mediterraneo (una delle tante manifestazioni sportive inutili e anacronistiche) aveva vinto la staffeta 4 per 400 metri. Raphaela Lukudo, Maria Benedicta Chigbolu, Libania Grenot e Ayomide Folorunso. Italiane. Il quotidiano "la Repubblica" ha messo la foto in prima pagina. Poi ha toppato: all'interno la stessa fotina formato francobollo e quattro righe striminzite. E intanto giù cinquettii, polemiche, democratici contro forcaioli, e una immonda orgia di commenti "politici", da destra e da sinistra, da individui che sicuramente non sanno neppure cosa sia una staffetta, non l'hanno mai saputo e non gliene frega niente di saperlo. Ma era una occasione straordinaria per farsi le loro ridicole menelle di pollaio, appropriandosi di queste quattro signorine, anche questa è violenza, psicologica. Chiedo una volta ancora soccorso al mio amico Ersilio Motta che spesso ricorreva a questa frase:" Quello lì ha la faccia foderata di pelle di culo". Quanti pochi volti vediamo e quanti milioni di culi siamo costretti a vedere oggidì.

La frase più bella? Quella di Maria Benedicta Chigbolu:" Non ci siamo accorte di essere quattro nere". Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che Filippo Tortu nella prossima intervista, alla ennesima affermazione che lui è "il numero ...dei velocisti bianchi", risponda:"Non mi sono accorto di essere bianco". Come rispose Pietro Paolo Mennea a scemenza analoga:"Sono bianco di fuori ma nero di dentro". Pietro era una persona intelligente.

Mafiosi, corrotti, evasori? Mafiosi che? chi?

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Riprendo integralmente una lettera al direttore del "Giornale di Brescia", domenica 24 giugno, pagina 54.

Titolo: Ma quando finirà la "pacchia" per mafiosi ed evasori?

Da diversi giorni il ministro dell'Interno sta facendo la voce grossa con alcune categorie di persone, in particolare rom e migranti. Non voglio commentare questo atteggiamento che non condivido nella forma e nella sostanza. Mi permetto solo di porre un paio di semplici domande. Quando arriverà il momento in cui il ministro farà sentire la sua voce contro mafiosi, corrotti ed evasori? Quando dirà loro che la pacchia è finita? Io sono molto più preoccupato dai danni economici prodotti da quest'ultimo tipo di persone piuttosto che da persone che chiedono l'elemosina davanti ad un supermercato.

Vito Romaniello - Sesto San Giovanni

Aggiungo di mio: voce grossa? direi troppo grossa e grossolana, come si addice all'individuo.

Rumore, solo assordante, indistinto vociare

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Oggi vi propongo dei brani dell'editoriale di Valeria Palermi, direttore (che dicano quel che vogliono ma a me piace di più "direttore" anche se si tratta di signora) del settimanale "D" (sta per donna, ovvio) che viene allegato ogni sabato al quotidiano "la Repubblica". La scrittrice articola il suo commento in due scene e un monologo, quasi fosse una rappresentazione teatrale.

Scena prima. "Qualche sera fa, a una cena di lavoro. Bella sala, bei tavoli, belle luci, buon cibo....In capo a poco il rumore è così forte che si riesce a parlare soltanto con le persone che hai al fianco, il resto è un vociare indistinto...".

Scena seconda. Sui mezzi. "Metro, treni, a volte aerei...ne scendo sempre frastornata. La parola giusta sarebbe rintronata...siccome non riusciamo più a concepire di poter lasciar passare qualche minuto senza comunicare con qualcun altro, prendono tutti a parlare a voce più forte del solito al telefonino. il risultato è che ti ritrovi immerso in un vociare:«Mi senti? Che hai detto? Aspetta, fra due fermate...Mi senti???».

Non si sente più niente, perchè si sente troppo. "Viviamo immersi nel rumore, nelle parole, in spezzoni di vite altrui che telefonini altrui ci infliggono, per esempio in treno, senza risparmiarci nessun dettaglio".

Anche io ho la mia personale rappresentazione teatrale sul tema. Poche settimane fa ero ad una corsa podistica immersa in una paesaggio fantastico che richiederebbe solo silenzio e ammirazione. L'arrivo dei concorrenti era scandito, ahimé, da un urlatore che ripeteva sempre la stessa litania avendo nel suo povero bagaglio una manciata di vocaboli e aggettivi, sempre quelli, ma urlati. Ed è così a tutte le manifestazioni sportive - io conosco quelle -, dai in mano un microfono al cosiddetto speaker e quello si scatena, urla per ore anche se sulle tribune ci sono quattro gatti, anzi tre ormai, nello sport che sempre più raramente frequento io.

Scena seconda. Poche sere fa ero in un bel ristorante di Rieti con il mio caro amico Sandro Giovannelli. Noi due, nessun altro commensale per almeno un'oretta, eravamo arrivati un po' troppo presto noi rispetto alla consuetudini ristorantizie. Musica a palla, Sandro non sentiva me, io non capivo quello che mi diceva lui. Ho dovuto chiedere al titolare di abbassare la musica, lo ha fatto. Ho pensato: impossibile che non ci fosse arrivato da solo? che quel rumore ci arrecava solo fastidio?

Vogliamo poi parlare dei supermercati? Una vera e propria persecuzione, un insulto ai timpani. Invece di favorire la rilassatezza del cliente, secondo me, invogliano a buttare qualcosa nel carrello e a scappar via. E l'altro malvezzo dei giornali? Ormai il titolo più abusato è "Un gol da urlo", "Un risultato da urlo", è tutto "da urlo". Fossi il direttore di un quotidiano sportivo emetterei una direttiva tassativa impendendo questa olimpica fesseria. Alla quale gli atleti e le atlete si sono adeguati: ormai tutti urlano in maniera scomposta, inelegante, un urlo fa titolo e, magari, ci scappa anche una foto. Con la bocca oscenamente aperta.

E se cominciassimo ad uscire dai ristoranti e dai bar con la musica a palla? Se non comprassimo più nei supermercati che ci stuprano le orecchie e lo facessimo sapere ai titolari? Se anche solo cominciassimo a chiedere sempre di abbassare il volume e ad andarcene se non viene fatto? Se facessimo intendere chiaramente al cretino che in autobus, in treno, in ospedale (sì, in ospedale) straparla in 'sto diabolico telefonino? Purtroppo penso che vale sempre la famosa ed abusata risposta del generale De Gaulle a quel tale che in un comizio gli suggerì:«Mio generale, morte ai cretini». «Caro amico, il suo programma è troppo ambizioso».

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