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Last updateDom, 18 Ago 2019 10am

Non è vero, non può essere vero...

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...questa deve essere un bufala, una volta si chiamavano così, oggi quelli che pensano di parlare inglese le chiamano fake news, fa tanto snob. Sono quelle balle stepitose che gli imbecilli (ma furbi perchè quasi sempre ne traggono un utile) del mondo intero mettono in circolo, senza nessun controllo, su strumenti che stanno uccidendo la cultura, l'intelligenza, la capacità di discernere delle persone. Questa l'ho letta pochi minuti fa sulla pagina video di un nostro quotidiano nazionale. E prego, prego con tutte le mie forze, che sia una balla. Ma credo, purtroppo, che non la sia. Sentite:

PITTSBURGH - I lavoratori di un impianto della Shell in Pennsylvania sono stati costretti a partecipare a un comizio di Donald Trump "senza protestare contro il presidente" se volevano ricevere la paga per quella giornata. Lo riporta il Pittsburgh Post-Gazette. Il comizio di Trump è stato il 13 agosto. La partecipazione, si sono premurati di spiegare dall'azienda, "non è obbligatoria" ma solo chi si è presentato alle 7 del mattino, si è registrato e ha aspettato per ore l'arrivo del presidente (fino a pranzo) sarebbe stato pagato. I dirigenti hanno anche intimato ai dipendenti di non protestare. "No urla, grida, protesta o qualsiasi forma di resistenza sarà tollerata durante l'evento. L'evento è per promuovere la buona volontà dei sindacati". Buona volontà calata dall'alto insomma. L'impianto della Shell è un complesso da 6 miliardi di dollari per il cracking dell'etano per produrre etilene e dà lavoro a migliaia di persone. Trump si è preso il merito dell'impianto, in costruzione dal 2017, anche se la prima approvazione (spiega la Cnn) è arrivata durante l'amministrazione Obama. "È stata la mia amministrazione a renderla possibile - ha detto il presidente - nessun altro, senza di noi questo impianto non esisterebbe".

Mi piacerebbe vivere il tempo sufficiente per vedere davvero i lavoratori, i cittadini, le persone per bene, ribellarsi, con ogni mezzo, ai dittatori, o agli aspiranti tali, di tutto il mondo. All'umanità serve urgentemente una alzata di testa, uno scatto di orgoglio, una ribellione dura, che ponga fine a queste, come a tante altre, vergogne. Basta fare le comparse, lasciate soli questi mascalzoni.

Medici ammalati, hanno il virus dell'atletica

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Aronne Romano, nutrizionista fra i più conosciuti nel mondo, elaboratore della dieta conosciuta come «Paleozona» - in questi giorni si trova in una delle Università allocate in San Diego, California, per un congresso mondiale - e Stefano Piotti, psichiatra (il suo primo cliente è proprio Aronne...) son tornati dai Campionati mondiali di atletica leggera riservati ai medici di tutto il mondo. Mi hanno fatto avere - ormai è una consuetudine - foto e risultati delle loro prodezze atletiche.

Ho raccolto spezzoni di opinioni del pirotecnico Aronne. Sentite.

"Soddisfattissimo di questo bronzo ai Medigames (Olimpiadi della medicina e sanità) disputati quest'anno a Budva, in Montenegro. Nella giornata di apertura, con 11.29 nel peso ho migliorato di quasi un metro lo stagionale. Primo un nefrologo americano, classe 1963, con 12.19, secondo un ginecologo ungherese, del 1962, con 11.39, e medaglia di legno, con 10.90, l’amico e compagno di viaggio, lo psichiatra Stefano Piotti anche lui un giovincello del ‘63. Io sono un vecchiaccio del ‘55.
Tra tanti, due ringraziamenti particolari: all’amico posturologo Walter Castelletti, che con sole due sedute negli ultimi giorni ha migliorato la mobilità dell’articolazione del piede destro operato. E poi mio figlio Michele che con competenza e pazienza mi ha allenato per cinque mesi con soluzioni alternative, non potendo nè correre nè saltare".

Secondo messaggio in diretta:"Distrutto dal caldo e dalle gare lunghissime, ma felice. Ho completato il tricolore nella giornata di chiusura. Oggi argento nel martello e oro nel disco con più di cinque metri sullo stagionale (36.86). Il ringraziamento particolare odierno va al mio maestro del lancio del disco: l'amico Diego Fortuna". Sarà il caso di chiarire per chi non ha minime conoscenze dell'atletica, e ammesso che serva, che Diego Fortuna è stato uno dei migliori lanciatori di disco italiani, anni 1990 - 2000, il suo miglior risultato 64.69 è, a oggi, il settimo della lista nazionale di ogni tempo.

Caro Ottavio, mi hanno fregato dei poppanti! Il 20 dicembre ho subito un intervento al dito del piede che dovevo fare da trent'anni. Potevo aspettarne altri 30 visto che sono stato zoppo per sei mesi e ancora mi da fastidio quando spingo. Nel disco, sua specialità storica, Stefano pensava di silurarmi, gli andata male. Nel martello (io secondo)  eravamo veramente quattro amici al bar: ultima gara dopo una giornata caldissima (40 gradi) ha vinto il ginecologo ungherese e terzo il nefrologo americano. Era la 40esima edizione dei Giochi della Medicina e Sanità. La prossima edizione sarà dal 13 al 20 giugno 2020 in Portogallo (Algarve).

I colpevoli silenzi degli analfabeti della storia

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Un amico che l'alfabeto civile e politico lo conosce, e vuol difenderlo, mi ha girato questa opinione che ha trovato pubblicata o ricevuta da altri. La faccio mia totalmente. Guardo con profondo schifo e paura quello che sta accadendo nel nostro Paese. L'Italia balla, beve, tira di coca, sballa, uccide ovunque, sulle strade come sulle panchine di qualche parco romano, in discoteca, nelle notti bianche, gialle, nere (soprattutto nere, che è il colore che va di moda), fin che la musica va...

"Solo un paese che ha smarrito il più elementare alfabeto civile e costituzionale può assistere in silenzio a un vicepremier di minoranza di un esecutivo che apre la crisi di governo, convoca il Parlamento ed evoca lo scioglimento delle Camere, come se fosse contemporaneamente il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica in carica.
 
Solo un paese che ha perso ogni dignità può accettare senza battere ciglio che un capopartito chieda di essere investito di “pieni poteri”, neanche fossimo nell’ottobre del ‘22.
 
Solo un paese che ha perduto completamente il senso delle istituzioni può rimanere zitto mentre un ministro si rivolge a parlamentari della Repubblica eletti invitandoli ad “alzare il c***” e presentarsi in Aula il prossimo lunedì, come se fossero pedine alle sue dipendenze.
 
Non siamo più di fronte alle sbruffonate di un cialtrone sulla spiaggia con un Mojito in mano. Queste sono prove tecniche di regime. E, se può fare tutto questo, se può spingersi tanto in là, non è solo per i 10 milioni di italiani che lo applaudono, ma per i 50 che stanno zitti.
 
Ogni nostro silenzio, ogni nostro arretramento, è un segnale di resa della democrazia e delle istituzioni. È una tacca in più nella discesa verso l’abisso e un piccolo assaggio di quello che sarà. I campanelli d’allarme nella storia suonano sempre fortissimi, solo che non ci sono mai abbastanza orecchie ad ascoltarli".

La decadenza dell'impero giornalistico sportivo

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«Inviati davanti al video per risparmiare. E il calcio che uccide le discipline olimpiche». Nel linguaggio delle redazioni la riga che sta sopra il titolo si chiama «occhiello». Quello che ho trascritto è l'occhiello al titolo della riflessione di un nuovissimo collaboratore di questo spazio. Daniele Poto ha esercitato la professione per moltissimi anni, nella redazione del quotidiano sportivo «Tuttosport», ma non è stato, e non è, solo questo. La sua biografia fa concorrenza, quanto a dimensioni, a un instant book; io ve la propino, sta qui, avverto che ha una bella lunghezza, il soggetto lo merita. Io ve l'ho detto, voi fate come volete (copyright da una predica di don Alessandro Capanni ai suoi parrocchiani, chiesa di Sant'Antonio, Montecatini Terme), se lo leggerete avrete lo spessore del nostro nuovo collaboratore.

Daniele inizia questa collaborazione - profumatamente retribuita, come potete immaginare... - con un argomento che mi sta (forse stava, giorno dopo giorno l'interesse, anche polemico, va dissolvendosi in questo deserto di idee, valori, assenza di reazioni, piattume) molto a cuore: il giornalismo sportivo. Per il momento non aggiungo altro, serve leggere, rileggere, guardare i giornali oggi, domani, dopodomani, soffermarsi sull'insieme e sui dettagli. Daniele ha ragione? Sì, no, forse, però...vedremo, insieme, se ci saranno reazioni. Sì, no, forse, mah...ecco appunto: mah, lo scrivo senza acca finale: ma chi li legge ancora i giornali sportivi, e non sportivi? Li comprano i bar per vendere qualche cappuccino in più, pochi ormai perfino i barbieri.

La stampa sportiva verso l'anno zero

di Daniele Poto

Il mondo cambia velocemente. E anche la stampa scritta. Che oggi annaspa e sembra quasi alludere a un possibile anno zero, a un simil Fahrenheit 451. Quando non si leggerà più alcun giornale ricorrendo ad altre fonti di informazione. Il giornalismo sportivo nell’unicità di tre testate a regime (ma in passato sono state anche cinque) ha ridotto le proprie vendite del 50%. Guida il gruppo la Gazzetta dello Sport, uscita da una turbolenta crisi e apparentemente risanata sotto la guida di Urbano Cairo il cui unico difetto per ora appare una sorta di incessante smania di presenzialismo. Si parla tanto (spesso a vuoto) di conflitto di interesse ma cosa deve pensare il lettore della Gazzetta (ma anche quello del Corriere della Sera) quando Cairo compare a ogni piè sospinto sulle pagine dei suoi giornali come presidente del Torino, come dirigente più affidabile del calcio, come innovatore confindustriale e tant’altro? Il pericolo maggiore che avvertono i colleghi è che quello che una volta veniva definito un “Berlusconi minore” possa entrare in politica imitando quell’esempio. Un boomerang per la trasparenza editoriale per l’attuale sovraesposizione che non sarebbe solo a quel punto un’esibizione di pessimo gusto. “E’ la stampa, bellezza”. E la stampa sportiva modifica usi e costumi. Riducendo organici, manovrando stati di crisi finti e reali, attivando service, snaturando il cronista e l’inviato. Negli anni ’70, ’80, ’90 sarebbe sembrato normale spedire un inviato per un campionato italiano di atletica. Tanto per fornire un esempio ricordo presenze numerose di inviati per il cross di Clusone (Bergamo). Oggi la trasferta suona come un’autentica anomalia, roba da appassionati. Giornalisti che si auto-tassano per seguire una manifestazione e darne testimonianza. Così è invalsa un’altra abitudine che scende a cascata dal calcio che, guarda un po’ è il gioco sport che ha schiacciato nel corso degli anni tutti gli altri. L’inviato esercita le proprie funzioni davanti al televisore. Segue il commento, copia le interviste della Caporale, consulta le agenzie e offre un pastone-velina. Sta all’attenzione del lettore giudicare se quel servizio così curiosamente e poco ortodossamente assemblato, conterrà un valore aggiunto rispetto alla cronaca televisiva. Dunque se il lettore fiuterà il bluff non comprerà quel giornale e la stampa avrà perso un fedelissimo. Una sorta di serpente che si morde la coda. E badate che questo avviene per i lontanissimi mondiali di nuoto in Corea del Sud, come per una manifestazione su suolo patrio. Dov’è finito il senso critico, la visione sul posto, l’inchiesta? Evaporate per volere dell’editore più che del direttore, a volte docile zimbello al suo servizio.  Risparmi amministrativi a parte c’è poi un problema nel merito. E muoviamo un altro esempio. La Gazzetta dello Sport come ha presentato la modesta rassegna dei campionati italiani 2019? Con un servizio-intervista-anticipazione alla giovane Iapichino-May, fresca d’oro giovanile. Scelta appropriata? Sarebbe stati i campionati di Jacobs, di Re, di Sottile. La ragazza presa a simbolo della manifestazione nemmeno arriva in finale nei 100 hs che non è chiaramente la sua gara, disertando il lungo che avrebbe potuto vincere facilmente.

Sul Corriere dello Sport di martedì 30 luglio 40 pagine su 48 sono dedicate al calcio. L’esangue redazione degli sport vari combatte quotidianamente una battaglia per la conquista degli spazi regolarmente persa. A Tuttosport bisogna riconoscere il merito di precursore dell’ideologia pro calcio al direttore che fu Piero Dardanello di cui rimase famoso il motto: “Fa vendere più un cross di Roccotelli che un record mondiale di Mennea”. Il pubblico oggi segue a ruota questo mainstream. Non è un caso che l’estate sorride alla stampa sportiva per gli eventi dubbi e compromissori del calciomercato. Quel curioso rito che dimostra la fallimentare strategia del calcio italiano. Cutrone e Kean, due ventenni, aspiranti a un posto fisso in Nazionale, vengono venduti senza alcun rimpianto rispettivamente da Milan e Juventus per 40 e 25 milioni con l’unico scopo di far cassa. Senza che la stampa batta ciglio. A dimostrazione della completa fuga da un possibile controllo critico del reale.

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