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Last updateLun, 09 Dic 2019 1pm

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

Virtus Castenedolo, immagini per ricordare

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Compie, e li festeggerà domenica, cinquanta anni. Non è una persona, ma una associazione sportiva. Parlo dell'Atletica Virtus Castenedolo, nata nel 1969, e attiva, attivissima, ancor oggi dopo cinque decenni. Ho vissuto, da esterno, gran parte di questa vicenda societaria, gratificato dalla amicizia e della cordialità di tutti gli aderenti. Io sono un extracomunitario in terra bresciana, arrivai nel 1973, mi trovai, non di mia spontanea volontà, impelagato nell'atletica di questa provincia, e conobbi la Virtus Castenedolo e i suoi dirigenti, i suoi atleti. Un vincolo di amicizia che non è mai venuto meno. Ricevendo il cortese invito a partecipare alla festa di domenica prossima, mi son ricordato di tanti momenti che mi hanno affiancato ai «virtussini». E allora mi son messo a tartufare fra buste piene di foto, ritagli di giornali, medaglie, targhe, ma, soprattutto, impalpabili, ricordi. Tutto rigorosamente in disordine.

Ne è venuta fuori, per esempio, questa foto, scattata da uno dei paparazzi di Eden, esclusivista del «Giornale di Brescia». Possiamo datarla primi anni '80; siamo nei locali della trattoria «La Campagnola», in Costalunga, in città, tempio consacrato all'atletica. Uno dei tanti momenti conviviali e di promozione dello sport usciti dalla fantasia di un gruppuscolo che si era dato il nome di Associazione Amici dell'Atletica e chiamava a raccolta dirigenti, assessori, atleti non solo dell'atletica ma anche di altri sport, direttori e redattori dei giornali bresciani, parlamentari, imprenditori, studenti, insegnanti. Fu una avvincente esperienza. La foto ci riporta a una di quelle serate, e, al tempo stesso, a due uomini della Virtus Castenedolo.

Ecco in ordine, da destra, alcuni del commensali di quella serata: il primo dovrebbe essere un barbudo cubano non identificato sceso dalla Sierra Maestra, poi la signora Maria Cristina Dal Fabbro, il rag. Costantino Bonomelli, imprenditore e presidente dell'Atletica Brescia, e quindi due uomini dell'Atletica Virtus Castenedolo: Alessandro Lombardi, uno dei fondatori nel 1969, uomo chiave nella gestione della società, purtroppo scomparso nel 1992, e Giovanni Bonzi, presidente per parecchi anni a partire dal 1976.

L'opera di scavi archeologici proseguirà anche nei prossimi giorni.

Virtus Lancio Story, e qualche altra storiella

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Effetto moltiplicatore. Ho pubblicato in questo spazio una foto, reperto museale del mio archivio personale, di una delle prime edizioni del Virtus Lancio Story, una specie di allegro «amici miei» in chiave atletica, messo in scena ogni anno - adesso son 37 -  dai soci del club castenedolese che mettono a repentaglio giunture, legamenti, assetto delle vertebre, per tirare il più lontano (vicino?) possibile attrezzi che solo a guardarli incutono timore. Immediata la loro risposta alla mia provocazione: foto e ritagli di giornale sempre del tempo che fu sono usciti dall'archivio della Virtus. Spazzolata un po' di polvere che questo baratro temporale aveva depositato, eccole qui di seguito, a continuazione della «Operazione giovani di una volta». Chi erano gli uomini catapulta di allora? Nella foto di gruppo si riconoscono in piedi da sinistra: Egidio Sberna, Franco Rozzini, Gian Carlo Tisi, Erminio Rozzini, chi scrive queste note, poi Massimiliano Treccani; sotto, sempre da sinistra, Ennio Spranzi, Fabio Dalla Bona, Dario Badinelli, Giulio Lombardi che tiene sulle ginocchia una graziosa bimba con caschetto biondo, Gloria Rozzini, che poi, guarda caso, lancerà il martello con successo, e oggi, indiffaratissima ingegnere civile, è pure mamma di due belle bimbe per la gioia dei nonni Ionne e Erminio. Chiude un barbuto Renato Biatta, uno degli atleti più versatili che abbia incontrato nella mia lunga (troppo) frequentazione dell'atletica. Nell'altra devo subire lo sfottò di Erminio Rozzini che con il dito della mano destra indica che io sono stato battuto nel lancio del martello.

Guardare quel ritaglio mi ha fatto venire il magone. La pagina del «Giornale di Brescia» porta la data 6 novembre 1986, il «Lancio Story» era stato qualche giorno prima. Dopo la mia esibizione degna di una finale olimpica, partii per il Portogallo, destinazione Lisbona, dove la domenica 9, si sarebbe corso il Campionato del mondo 15 chilometri su strada per le donne, allora la distanza era quella. Tutto, arrivo e partenza, si svolgeva nella zona del Mosteiro dos Jerónimos, vicino alla Torre de Belém, luoghi simbolo dell'epoca de los descubrimientos, le grandi imprese di navigazione, Vasco da Gama e compagnia. Monumenti emblematici di quello che è stato chiamato «stile manuelino» in architettura. La corsa fu vinta dalla portoghese Aurora Cunha.

Il lunedi noleggiai un'auto e feci rotta su Nazaré, sull'Oceano Atlantico. In quella località si disputava ogni anno una mezza maratona con delle caratteristiche speciali, me ne aveva parlato un amico svizzero, Noël Tamini: ero curioso e avevo una idea. Passai per Coimbra, una delle più antiche università del mondo (1290), e, per caso (la mia faccia di bronzo), fui invitato a una cena di studenti che stavano celebrando (per tutta la notte) l'inizio dell'anno accademico. Al mattino, pieno di sonno e di vino di Porto, mi portarono a visitare la Biblioteca Joanina, una meraviglia barocca, e a comprare il tabarro tipico degli studenti di quella università (che conservo ancora). Con non poca fatica raggiunsi Nazarè e la domenica 16, dopo abbondanti libagioni di pesce stupendo e di Vinho Verde, assistetti alla Meia, la mezza maratona. Poi chiesi un incontro agli organizzatori e gettai le basi del «gemellaggio» fra la Meia da Nazaré e la Camináa di Navazzo, che sarebbe diventata Diecimiglia del Garda. Nel 1987 partimmo...il seguito fatevelo raccontare da qualcun altro.

Tornai a Brescia, dove, di lì a qualche giorno, venerdì 28, mi aspettava la presentazione del libro del centenario della Società Ginnastica Forza e Costanza 1886, libro che mi aveva impegnato duramente, e che solo con la preziosa collaborazione del mio amico Alberto Zanetti Lorenzetti riuscii a portare alla stampa. Ma non solo Alberto fu determinante: senza la professionalità di Martino Gerevini, direttore della Tipografia Apollonio, né lui né io ce l'avremmo fatta. E invece arrivammo alla sera della celebrazione dei 100 anni nel salone dell'Hotel Vittoria con il nostro bel libro e con tanta commozione. L'anno successivo la pubblicazione ricevette uno dei premi del Concorso letterario del Comitato olimpico italiano.

Che novembre fu quel novembre! Per me.


Virtus Lancio Story, come erano i preistorici

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Dodici, proprio come gli ammessi ad una finale olimpica o mondiale. Lo Stadio fa invidia a quello olimpico, o quello recente di Doha, solo che all'interno il nostro non era refrigerato. Nome indimenticabile: Campo delle Moschine, periferia di Castenedolo. L'unica cosa che in questo momento non so dire con precisione è a che anno risale questa foto. Forse addirittura la prima edizione del Virtus Lancio Story, 37 anni fa? Sono sicuro che me lo sapranno dire gli amici della Virtus Castenedolo, così come saranno bravi a completare i nomi e cognomi di tutti. Questo è l'errore che fanno quasi tutti: archiviare foto senza data e senza nomi, poi arriva Mr Alzheimer, e buonanotte.

Ermino Rozzini ha reagito prontamente all'invito, ed ecco quindi la lista completa dei giovanotti che compaiono in questa foto. In piedi: da sinistra, il primo è Tiziano Belleri, poi un riccioluto Dario Badinelli, seguito da Fabio Dalla Bona; il quarto, ancora con ciuffo sbarazzino, il «coach» per antonomasia, Erminio Rozzini; accanto, impugnando il suo amato giavellotto (che tirava poco lontano) l'estensore di queste righe; viene poi Franco Bianchini e, ultimo degli eretti, Giulio Lombardi, ancora foltocrinito, oggi presidente del club castenedolese che fra un mese celebrerà i cinquanta anni di esistenza. Dei cinque sotto, sempre da sinistra, Ennio Spranzi, poi un occhialuto e baffuto, col martello su un ginocchio, Franco Rozzini, fratello di Erminio, quindi Massimiliano Treccani,  il polivalente e talentuoso Renato Biatta, un decatleta naturale, e infine Egidio Sberna.

La foto fu scattata da uno dei paparazzi di Eden, fotografo ufficiale del «Giornale di Brescia».

25 maggio 1935, quel giorno...e chi si ricorda?

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Ann Arbor, Michigan, una cittadina di non grandi dimensioni, circa 115 mila abitanti secondo il censimento più recente. Dice la storia americana che i due speculatori edilizi che iniziarono, nel 1824, l’edificazione della città sulla base di due villaggi indiani preesistenti, vollero mettere il primo nome Ann in onore delle loro due mogli che, appunto, si chiamavano Ann. La città è sede della University of Michigan (1837), e sulla sua pista di atletica è ambientata la storia che segue.

Ve la racconto con le parole di Roberto L. Quercetani, storico dell’atletica mondiale che ci ha lasciato pochi giorni fa, il quale in occasione del cinquantesimo anniversario dell’evento – perché tale fu e resta –, scrisse un articolo per la rivista “Atletica” della Federazione italiana (numero 5, maggio 1985, pagg. 10 – 13).

A corredo, pubblico la copertina del DVD del film «Race» uscito, con gran battage pubblicitario, nel 2016, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Il film fu diretto da Stephen Hopkins, la figura di Jesse Owens è interpretata da Stephan James. Il focus dell’opera filmica sono soprattutto le vicende dei Giochi Olimpici di Berlino 1936, il nazismo, la figura, aleggiante ma opaca, di Hitler, certe furbate dei dirigenti del tempo (ma faranno carriera...), i prezzi che vengono pagati alla loro poca chiarezza di fronte alla rettitudine degli atleti (le figure del saltatore in lungo tedesco Luz Long, oppure i due sprinter ebrei-americani esclusi all’ultimo momento pagando così il prezzo al nazismo). Un film, un’opera lasciata alla fantasia di regista e attori. Una libera interpretazione, e come tale va guardata. Altrimenti si guardino i documentari storici. Ma stiamo parlando di un’altra cosa.

In atletica il tempo è un agente corrosivo di enorme efficacia: visti a distanza di anni, pochi o punti risultati conservano il loro nitore d’origine, perché l’evoluzione dei metodi di allenamento e delle stesse condizioni di gara è tale che tutto ricomincia invariabilmente da una piattaforma più elevata rispetto al passato. Fra le rarissime «performances» del passato che incutono ancora rispetto…anche ai profani sono da mettere in primissima linea quelle di Jesse Owens nel suo «Day of Days», il 25 maggio 1935 ad Ann Arbor (Michigan).

Quel giorno era un sabato e sul Ferry Field si disputavano le finali della Western Conference, cioè i campionati universitari delle dieci maggiori università del Middle West, tanto che in gergo la riunione s’identificava nella sigla BIG TEN. Owens, un negro di 21 anni e 7 mesi, 1,78 per 71 chili, gareggiava per la Ohio State University di Columbus e aveva come allenatore Larry Snyder. Nelle settimane precedenti si era visto un Owens migliore di sempre: alle Drake Relays in aprile, per esempio, aveva saltato in lungo 7.97 regalando preziosi centimetri alla battuta, e gliene sarebbero bastati due soli in più per succedere al giapponese Chuhei Nambu (7.98 nel 1931) come primatista mondiale…Owens, sempre generoso e quindi incline a sacrificarsi pur di portare più punti possibili nel carniere dei «Buckeyes» (nome di battaglia degli studenti della Ohio State University), si era qualificato fin dalla vigilia per quattro finali. Questo sebbene fosse afflitto da un dolore alla schiena, «ricordo» di una partitella di football giocata pochi giorni prima con i suoi compagni di squadra. In quel venerdì 24 maggio 1935 Jesse superò i turni eliminatori senza forzare: 9.7 sulle 100 yards, 21.4 sulle 220, 24.9 sugli ostacoli bassi e 7.65 nel lungo. Giova però osservare che questi risultati erano allora accessibili e un numero assai ristretto di atleti.

All’alba del fatidico 25 maggio Jesse accusava ancora dolori alla schiena, tanto che il suo «coach» gli consigliò di rinunciare alle gare. Lui però non volle saperne, ma essendo per natura mite cercò di convincere Larry con le buone: «Fatemi correre almeno la prima finale, le 100 yards. Poi vedremo se sarà il caso di rinunciare al resto». In fondo i punti-squadra premevano anche a Larry, se non soprattutto a lui, e così accondiscese al desiderio del suo allievo. Tante volte i grandi eventi della storia sono legati ad un filo, dal quale dipende che vadano in un modo oppure in un altro…Ma eccoci alla cronaca di quella giornata.

Ore 14.45, 100 yards – Owens deve vedersela con velocisti di buon valore nazionale (quindi anche internazionale). Parte bene come al solito e non tarda ad avvantaggiarsi. Poi corre nel suo stile sempre decontratto e vince di un metro. Poco dopo viene annunciato il tempo: 9.4, «mondiale» eguagliato. Secondo è Robert Grieve (Illinois) 9.5, terzo è Sam Stoller (Michigan) 9.6. Sebbene le regole internazionali non parlino ancora di vento (l’attuale regola dei 2 m/s sarà introdotta nell’agosto 1936), gli organizzatori hanno pensato bene di servirsi di un anemometro, il quale indica che il vento spirava in senso favorevole alla velocità di 1.55 m/s – come dire che il risultato sarebbe stato valido anche…nell’ottica del futuro. I tre cronometristi ufficiali sono concordi sul 9.4. A corsa finita, Jesse dice di non avvertire più il dolore alla schiena. Lo dice a Larry Snyder ed ottiene da questi il permesso di continuare.

Ore 15.18, salto in lungo – Il direttore della riunione, Ken Doherty (già decathleta di ottima quotazione, più tardi autore di un celebre trattato di tecnica) ha avuto cura di approntare, proprio di fronte alla tribuna, una pedana nuova di zecca, però erbosa. Ed ha il coraggio di annunciare che Owens tenterà di battere il «mondiale» di Nambu. Detto e fatto: Jesse prende il volo dopo una rincorsa breve e veloce e atterra bene al di là di un fazzoletto che lui stesso aveva collocato a 26 piedi (m. 7.92). Poco dopo viene annunciata la «storica» misura: 26 piedi, 8 pollici e un quarto, ovvero m. 8.13. Nambu è superato di 15 centimetri! Il vento è di 1.48 m/s. Owens, atteso da altri impegni, non ha il tempo di fare altri tentativi. Alla fine vincerà la prova con netto vantaggio sul versatile Willis Ward (Michigan), 7.66. Terzo Harry Hollis (Purdue) 7.36, quarto Sam Stoller (Michigan) 7.08.

Ore 15.30, 220 yards in rettilineo – Reso euforico dai successi già ottenuti, Owens è incontenibile. Domina anche questa gara da cima a fondo e chiude in 20.3, battendo di due decimi il «mondiale» tabilito nel ’26 dallo sprinter bianco Roland Locke. Qui il vento è di 0.82 m/s. Nella sua scia finiscono Andrew Dooley (Iowa) 20.7, Robert Grieve (Illinois) 20.9 e Robert Collier (Indiana) 21.2. A questo punto Snyder non ha più obiezioni, lascia che Jesse «rulli» fino in fondo.

Ore 15.30, 220 yards ostacoli in rettilineo – Anche qui gli avversari sono di buona levatura, ma Owens appartiene ad un altro pianeta. Gli ostacoli (cm 76) non lo preoccupano più di tanto, ma è chiaro che venendo come ultima fatica della giornata non gli sono nemmeno di aiuto…Sul finire Owens appare meno decontratto del solito: è anche lui un essere umano, dopo tutto. Vince comunque da signore in 22.6, migliorando di 0.4 il «mondiale». Secondo Phil Doherty (Northwestern) 23.2, terzo Francis Cretzmeyer (Iowa) 23.4. E il vento è calato a 0.46 m/s.

Unico neo della giornata: malgrado il prodigarsi di Owens, alla fine Ohio State deve soccombere al Michigan, 43.5 punti contro 48. È un dettaglio che quel giorno sarà parso importante a molti, sul posto – ma per la storia non ha alcuna importanza. I posteri ricorderanno solo che un uomo ha battuto tre «mondiali» e ne uguagliato un quarto nel giro di 75 minuti. Qualcuno ama ricordare che i primati delle 220 yards valevano anche per i 200 metri, distanza più corta di oltre un metro rispetto a quella inglese. E così accreditano Owens di cinque primati battuti ed uno eguagliato. Formalmente ha ragione, ma a noi piace pensare che Owens non si sarebbe mai vantato di due primati su distanze così vicine tra loro come i 200 m e le 220 y…

È vero che nei … anni trascorsi dal «Day of Days» di Owens tutti i suoi primati sono stati battuti e ribattuti un’infinità di volte, ma è anche vero che al di là del loro valore storico inalienabile conservano pure un valore facciale tutt’altro che disprezzabile. Anche se molti, fra quanti li leggono, non penseranno a «dettagli d’epoca» come la qualità della pista e delle scarpette, o come le buchette che allora avevano il posto degli attuali «starting blocks». D’altronde un 8.13 nel lungo è capace ancor oggi di aprire molte porte in gare internazionali di alto livello.

I peripatetici dello sport, razza inestinguibile

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Dovendo assolvere oneroso incarico di sostituire una persona non sostituibile, sto mettendo a dura prova la già malmessa cervice sfogliando, leggendo e annotando consunte pagine di quotidiano sportivo nazionale, la cui carta rosina, negli anni trionfali, usciva a camionate dalla Cartiera di Toscolano Maderno, per essere precisi di Toscolano. Qui argomento dell’anno 1946. Il 4 febbraio l’«apertura» del giornale aveva un titolo così articolato «Per l’unificazione dello sport italiano – La “crisi” sarà risolta a Milano entro la settimana in corso». Notizietta, poi un commento in corsivo siglato b.r., al secolo Bruno Roghi, che del foglio (proprio un foglio in quei complicati giorni, due facciate) era il direttore. Titolino: «Siano Rose». Una frase del commento (vi si auspica la riunificazione di tutto lo sport nazionale, che, lo dico per coloro che ignorano, era diviso fra Alta Italia e C.O.N.I. romano) mi ha fatto fermare, sorridere, e collegare ai tempi nostri. «Si viaggia molto, forse troppo e in troppi: i viaggi costano un occhio e i soldi sportivi sono pochi…». Mi son fermato e ho riavvolto in back la pellicola del film che ho visto in tanti anni di frequentazioni inevitabili. Lo sport non ha mai smesso il malvezzo di viaggiare, tanto e in tanti. Non ho tenuto la statistica e ho fatto male – anche perché il mio contratto di lavoro in una Federazione sportiva recitava «Documentation and Statistics Manager», roboante – di tutte le volte, tante, in cui mi imbattevo in delegazioni nelle quali il numero dei «viaggiatori» era superiore a quello degli atleti. Un caso, non l’unico, ma sicuramente eclatante: sono arrivato a contare, de visu, una federazione che, in un certo campionato, presentò otto atleti e diciotto accompagnatori. Giuro. In una ipotetica classifica di agenzia turistico-sportiva gli italioti avrebbero sempre occupato un piazzamento fra i finalisti. E vogliamo parlare delle delegazioni che vanno a «studiare» gli aspetti organizzativi di un campionato in vista di presentare la candidatura per il prossimo? Si aggirano come tante ochette nel pantano. E ancora: le gite premio per i grandi eventi, Giochi Olimpici, il massimo delle aspirazioni, e della vergogna, con il cartellino VVIP appeso al collo dei bambini. Vere e proprie spedizioni che paiono l’Africa Korps. Con dispendio di cicaleggio, pranzi, cene, merende, e da qualche anno anche breakfast. E tutto a spese di pantalone. Mai cambiato nulla, e non cambierà mai nulla. Per questo certi furbastri di oggi (ma ci son sempre stati) vogliono mettere le mani sullo sport, perché è un palmizio dove sostare rilassati, massaggiati, mangiati e bevuti. Fatti più in là…che adesso in braccio alla mamma ci sto io.

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