Lunedì, 02 18th

Last updateGio, 14 Feb 2019 4pm

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

I peripatetici dello sport, razza inestinguibile

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Dovendo assolvere oneroso incarico di sostituire una persona non sostituibile, sto mettendo a dura prova la già malmessa cervice sfogliando, leggendo e annotando consunte pagine di quotidiano sportivo nazionale, la cui carta rosina, negli anni trionfali, usciva a camionate dalla Cartiera di Toscolano Maderno, per essere precisi di Toscolano. Qui argomento dell’anno 1946. Il 4 febbraio l’«apertura» del giornale aveva un titolo così articolato «Per l’unificazione dello sport italiano – La “crisi” sarà risolta a Milano entro la settimana in corso». Notizietta, poi un commento in corsivo siglato b.r., al secolo Bruno Roghi, che del foglio (proprio un foglio in quei complicati giorni, due facciate) era il direttore. Titolino: «Siano Rose». Una frase del commento (vi si auspica la riunificazione di tutto lo sport nazionale, che, lo dico per coloro che ignorano, era diviso fra Alta Italia e C.O.N.I. romano) mi ha fatto fermare, sorridere, e collegare ai tempi nostri. «Si viaggia molto, forse troppo e in troppi: i viaggi costano un occhio e i soldi sportivi sono pochi…». Mi son fermato e ho riavvolto in back la pellicola del film che ho visto in tanti anni di frequentazioni inevitabili. Lo sport non ha mai smesso il malvezzo di viaggiare, tanto e in tanti. Non ho tenuto la statistica e ho fatto male – anche perché il mio contratto di lavoro in una Federazione sportiva recitava «Documentation and Statistics Manager», roboante – di tutte le volte, tante, in cui mi imbattevo in delegazioni nelle quali il numero dei «viaggiatori» era superiore a quello degli atleti. Un caso, non l’unico, ma sicuramente eclatante: sono arrivato a contare, de visu, una federazione che, in un certo campionato, presentò otto atleti e diciotto accompagnatori. Giuro. In una ipotetica classifica di agenzia turistico-sportiva gli italioti avrebbero sempre occupato un piazzamento fra i finalisti. E vogliamo parlare delle delegazioni che vanno a «studiare» gli aspetti organizzativi di un campionato in vista di presentare la candidatura per il prossimo? Si aggirano come tante ochette nel pantano. E ancora: le gite premio per i grandi eventi, Giochi Olimpici, il massimo delle aspirazioni, e della vergogna, con il cartellino VVIP appeso al collo dei bambini. Vere e proprie spedizioni che paiono l’Africa Korps. Con dispendio di cicaleggio, pranzi, cene, merende, e da qualche anno anche breakfast. E tutto a spese di pantalone. Mai cambiato nulla, e non cambierà mai nulla. Per questo certi furbastri di oggi (ma ci son sempre stati) vogliono mettere le mani sullo sport, perché è un palmizio dove sostare rilassati, massaggiati, mangiati e bevuti. Fatti più in là…che adesso in braccio alla mamma ci sto io.

Tra profumi di Marzemino Gentile e Nosiòla

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Mi ha sempre fatto effetto guardare un manifesto o un programma di una competizione sportiva e leggere: 42esima edizione, 53esima, 46esima, ecc ecc. È come se mi presentassero una persona e mi dicessero: questo signore, questa signora, ha 95 anni, 101…La longevità delle manifestazioni sportive è, per me, una delle cose più belle dello sport. Penso ad alcuni amici che ho conosciuto nel mio lungo e inutile girovagare per il mondo sportivo: penso a Sandro Giovannelli, a Carlo Giordani, a Elio Forti, agli amici del Giro di Castelbuono, nato addirittura nel 1912, a quelli asburgici di Götzis, prove multiple. Penso a certe corsette, sia detto senza offesa, modeste ma con grande dignità, che qui dalle mie parti si avvicinano ai cinquanta anni di vita. Penso a Erminio Rozzini, che quest’anno alzerà un calice alla salute dei cinquanta anni della Atletica Virtus Castenedolo e dei suoi passati sulla pista ad allenare. Penso soprattutto a realtà nelle quali i componenti son tutti monchi: hanno solo la mano per dare, ma mai quella per incassare, non c’è trippa per gatti.

Cerco di immaginarmi cosa c’è dietro quei numeri: 42, 53, 46, 50. Non una, ma tante vite. Quella tal gara viene organizzata da ics anni, fantastico. Segno di serietà e di impegno. Ma io penso anche a tutti coloro che in questo lungo scorrere del tempo di sono prodigati, impegnati, sbattuti, per tener vivo questo sodalizio di volontà comuni. Oppure, alternati. Quelli che hanno dovuto cedere al ritmo ineluttabile della esistenza, alla aggressione di una malattia. E altri han preso il loro posto, purtroppo non sempre; il problema del ricambio all’interno dei sodalizi sportivi talvolta è complicato, molto complicato. E spesso, sempre più spesso, si osservano gruppi di diversamente giovani che, da soli, continuano a tirare la carretta. Alla faccia del tanto sbandierato giovanilismo, «largo ai giovani», ma ando’ stanno!?

Queste farneticazioni mi sono cresciute dentro osservando il numero 42 sul manifesto del Cross della Vallagarina, che si correrà domani (sarà domenica 20 gennaio 2019, tanto per ricordacene) nel bel borgo non privo di un fascino nobil rurale di Villa Lagarina, appena fuori, a Nord, di Rovereto. Terra di vitigni importanti, come il Marzemino Nobile, la Nosiòla, un profumatissimo Moscato. Proprio fra i vigneti nacque questa corsa attraverso i campi, idea di allora baldanzosi giovanotti della robusta Quercia Rovereto. Adesso leggete qualche riga dal libro della Genesi di questa gara, come riportato a pagina 96 di «50 anni una vita», edito nel 1995, rivisitazione di cinque decenni di attività del club.

Un’idea nata nel 1976, mentre Carlo Giordani e Adriano Galvagni stavano preparando a forza di braccia, sotto la neve che cadeva fitta, il percorso per il campionato italiano femminile di cross: perché non dare continuità a quella iniziativa, con un cross da ripetere ogni anno? Era quello che mancava per completare i programmi organizzativi della Quercia. Quei prati della Baldresca, alla periferia sud di Rovereto, teatro della gara tricolore, non si prestavano ad una soluzione duratura.

Scrisse Attilio Monetti sulla rivista federale «Atletica» (numero 3, marzo 1976, pagina 22):” A Rovereto Gabriella Dorio ha conquistato il suo primo titolo italiano di cross. Lo ha conquistato sui 4.500 metri di un percorso reso duro dalla nevicata del giorno prima e che offriva oltretutto passaggi e tratti impegnativi. Un percorso che quelli della Quercia Rovereto, società organizzatrice nel quadro dei festeggiamenti del trentesimo compleanno, avevano attentamente studiato e curato con una organizzazione complessiva molto buona”. Dorio, poi Gargano, poi Basso; Cristina Tomasini prima delle junior, la biondina Paolo Zappoli la più brava delle allieve. La fidanzatina dell’atletica, Gabriellina, poi terza nel Mondiale, a Chepstow,…, dopo la bella catalana Carmen Valero e la sovietica Tatiana Kazankina. Italia seconda nella classifica per nazioni, grazie a Dorio, Gargano, Cruciata, Tomasini. Serve sempre fare un po’ di ripasso per esercitare la memoria, soprattutto ad una certa età.

Torniamo fra i vigneti e i frutteti.

“Ecco dunque l’idea di Villa Lagarina…Il campo di calcio da poco costruito era il punto di riferimento per un percorso vario e spettacolare che si snoda fra vigneti e frutteti. Dopo un primo collaudo con una gara regionale nel 1977, l’anno dopo nasceva il «Cross della Vallagarina»: obbiettivo di partenza era la valorizzazione del settore femminile, prendendo spunto dal momento d’oro di Cristina Tomasini, atleta di punta della Quercia e reduce dal titolo italiano di cross e dal quinto posto ai Mondiali di Düsseldorf.

“La prima edizione fu un’avventura davvero indimenticabile. Una fitta nevicata alla vigilia sembrava rendere impossibile lo svolgimento della gara. I mezzi meccanici non potevano addentrarsi lungo i passaggi più stretti del percorso. Non rimaneva che affidarsi al mezzo più antico, le braccia dell’uomo. Un rudimentale spazzaneve, trascinato da mani robuste (alimentate anche da sorsate di grappa nei momenti di sosta per riprendere fiato) riusciva in qualche modo a tracciare un percorso fra pareti di neve che stavano diventando sempre più alte. Nella notte un’altra nevicata aveva quasi annullato il lavoro di ore. Ma gli organizzatori, i volontari di varie associazioni di Villa Lagarina, non vollero arrendersi. Dopo una mattinata di duro lavoro, in lotta contro il tempo, tutto era pronto per ospitare le gare e la vittoria di Cristina Tomasini, che ringraziava così nella maniera migliore.

“Era l’inizio di una storia ricca di tante altre pagine importanti…”.

Era il 29 gennaio, prima Tomasini, terza Lauretta Fogli, di là da venire maratoneta.

Le pagine importanti sono tante: dopo la gara per le donne, quella per gli uomini, 1982, nomi come Gelindo Bordin, Mariano Scartezzini, e poi Pesavento, Demadonna, Panetta, un abbonato, quattro vittorie. La prima di uno che veniva da lontano, Steve Nyamu, dal Kenya, 1991. L’ultima di uno dei nostri, Giuliano Battocletti, trentino, 2007, oggi felice genitore di una ragazzetta, Nadia, già campioncina d’Europa poche settimane fa. Facciamo voti che non la trasformino in divetta, è già avvenuto, abbiamo esempi. Papà, tientela stretta la bambina, lontana dalle sirene.

Dal 2007, solamente Wilson, Chame, Haile, Andrew, Kenya, Etiopia, Etiopia e Kenya. Così va il mondo. E va anche in malora, come mi ha ben detto via cavo Carletto (etto tanto tempo fa) Giordani: “Se non fossimo dei seri candidati al manicomio, dovremmo smettere. Oggi abbiamo risorse che son meno della metà di quelle di un po’ d’anni fa. Ci consoliamo dicendoci fra di noi: ci siamo ancora». A me vien da pensare alla famosa invocazione del procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli, «resistere, resistere, resistere». Alegher, alegher che el büs del cul l’è negher! di che vi preoccupate? Adesso abbiamo gli Stati generali dello Sport. Stati Generali? Organo di origine feudale, creato per limitare il potere assoluto del Re. Francia: ultima riunione degli Stati Generali il 5 maggio 1789. Rivoluzione francese, assalto alla Bastiglia: 14 luglio 1789. Sto facendo solo un po’ di ripasso di storia. Ogni riferimento allo sport italiano è fortemente voluto.

México, 17 ottobre 1968: Beppe, Viktor, Nelson

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Questa è la seconda parte dello studio biomeccanico eleborato dall'ing. Giorgio Fracchia sui salti della finale dei Giochi Olimpici di Città del Messico 1968, tutti (ottimista) ricordano la data ormai famosa: 17 ottobre. Tutto questo, ed altro, è stato ricordato in una giornata di omaggio a Beppe Gentile, lo scorso mese di ottobre. Iniziativa, promossa anche da questo sito, e arricchita dalle immagini inedite (leggete pure: mai viste) girate di Luciano Fracchia e messe a disposizione dal figlio Giorgio, a cui rinnovo pubblicamente il mio sentito ringraziamento anche a nome di tutti coloro che hanno dato il loro aiuto per la riuscita.

Qualche tempo fa, in questo stesso spazio, avevo pubblicato le immagini dei due salti di Gentile: quello del primato a 17.22 e quel quinto che fu poi misurato a 16.54, essendosi l'atleta sbilanciato dopo lo «step». L'ing. Fracchia osservava che a questo punto l'atleta era 13 - 15 centimetri avanti rispetto al salto - record (il primo). Adesso possiamo confrontare Gentile e i suoi più diretti avversari: il sovietico Viktor Saneev (di origine georgiana, Sukhumi, sul Mar Nero, facente parte oggi di uno Stato non internazionalmente riconosciuto, la Abkhazia) e il brasiliano Nelson Prûdencio. In quella indimenticabile sequenza di salti il primato del mondo avanzò quattro volte: Gentile 17.22, Saneev 17.23, Prûdencio 17.27, Saneev 17.39. L'interessante documento che ci regala Giorgio Fracchia mette a confronto tre di questi quattro eccezionali (per l'epoca) salti.

Ancora «Grazie» a Giorgio per il suo paziente lavoro e per l'analisi biomeccanica dei salti, e buona visione a chi vorrà soffermarsi su queste immagini che hanno fatto la storia del salto triplo.

E se Beppe non avesse sbandato sul secondo?

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Son cinquant'anni che la domanda si muove nell'aria come le onde elettromagnetiche che ormai hanno infestato la nostra vita quotidiana. Fin da quel primo giorno, 17 ottobre 1968. E sicuramente il primo che deve averci perso qualche ora di sonno è il protagonista, Giuseppe Gentile. La domanda fu allora, ed è ancor oggi: ma se l'atleta non avesse sbandato dopo quello step del suo quinto turno e poi cappottato sul jump, avrebbe vinto la gara e con essa la medaglia d'oro olimpica? Quesito tornato di amletica attualità qualche mese fa, quando Erminio Rozzini e l' indegno scrivente di queste righe si fecero promotori di una giornata, come dire? del ricordo, ricordo di quel campione, Beppe Gentile, ricordo di quelle due giornate, 16 e 17 ottobre, ricordo dei Giochi Olimpici di México '68, Giochi che non furono Giochi qualunque, ricordo di due primati del mondo dell'atleta italiano e dei tre firmati da altri due eccezionali atleti: cinque nuovi primati del mondo in due giorni nella stessa specialità, evento eccezionale se non addirittura unico.

Ma chi l'aveva visto quel salto dopo d'allora? Nessuno, eh sì, proprio nessuno, neppure l'interessato non si era mai rivisto in quel gesto atletico. Sapeva dentro di sé che ce l'aveva messa davvero tutta, ma non tutto era andato per il verso giusto, in una disciplina, in più, che fa degli equilibrii la sua essenza. Ma c'era un documento, uno solo, unico, ben guardato nella casa dell'uomo che quel giorno dagli spalti dell'Estadio Universitario messicano che fungeva da Stadio Olimpico, filmò quella finale con tutti i salti. Una persona straordinaria: Luciano Fracchia, che nella sua vita ha girato, dice oggi il figlio Giorgio, un patrimonio di almeno 400 chilometri di pellicola che fissano le immagini di momenti straordinari di questo nostro sport che è straordinario di per sé. Quel filmato è uscito dalla Fort Knox astigiana, grazie alla signorilità dell'ing. Giorgio Fracchia, che lo ha messo a disposizione degli organizzatori della giornata «Omaggio a un campione: Giuseppe Gentile», che si è tenuta ad Agazzano, in provincia di Piacenza, domenica 21 ottobre.

Quando chi aveva pensato l'evento fece sapere che si sarebbero viste quelle immagini uniche e sconosciute, il tam tam riprese a suonare. E molti furono punti da curiosità pressante per saperne di più. Il video, ben custodito, come previsto fu proiettato quella domenica mattina, in una atmosfera di attenzione quasi religiosa. Ci sono le foto prese durante la proiezione nelle quali si vedono i volti attenti, immobili, di Gentile, degli altri atleti italiani che hanno scritto i capitoli più importanti del salto triplo (tutti e cinque gli altri diciassettemetristi), attenzione e curiosità per qualcosa che non si era mai visto prima. E poi le varie ripetizioni, i rallenty, i fermi immagine, i commenti.

Esiste una risposta precisa, al di là delle opinioni, delle sensazioni? Me l'ha fornita l'ing. Giorgio Fracchia stesso, il quale, avvertendo il grande interesse, mi ha scritto, a questo riguardo:

«Per quanto riguarda il famoso quinto salto di Gentile ti aggiorno in anteprima in quanto, essendo io molto appassionato di biomeccanica, avevo già fatto uno studio in proposito. In pratica si tratta di vedere se dopo i primi due balzi (hop + step) Giuseppe si trovasse avanti o indietro rispetto al suo record di 17.22.
I risultati sono riassunti nell'allegata fotografia dove si vede che Gentile nel salto (abortito) di 16.54 era avanti di 13-15 cm rispetto a quanto fatto nel salto di 17.22. Ma come vedi dalla foto era troppo inclinato in avanti col busto e questo secondo me ha compromesso il jump finale. In ogni caso non si può prevedere cosa avrebbe fatto nel terzo balzo se non si fosse girato in aria, poi come dici tu è inutile rivangare il passato».

Chi vuol discutere, discuta. Io vi do appuntamento ad una prossima, imminente puntata.

Quando Brescia sprintava, lanciava e marciava

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Qualche mese fa, con altri amici bresciani con i quali divido uguali veteropassioni atletiche, mi sono occupato della longevità di un primato sportivo della terra compresa fra il lago di Garda e quello d'Iseo, la vasta provincia di Brescia, un territorio di quasi un milione e 300 mila abitanti. Aveva attirato la nostra attenzione il fatto che il primato bresciano del lancio del disco avesse...superato la quarantina, di anni intendo, esattamente 41. Portava la data del 13 agosto 1977, lo aveva ottenuto un giovanotto della Val Camonica, nato sotto giurisdizione bergamasca. Domenico Canobbio, così registrato all'anagrafe, classe 1958. Siccome a noi piace far festa e trovare le occasioni, decidemmo di omaggiare il Domenico nostro con una allegra serata di compagnoni. Detto fatto. Al tempo stesso lo spirito celebrativo era accompagnato dalla necessità di togliere un po' di ragnatele dalla memoria e così sono andato a sfogliare giornali e riviste dell'epoca. Per completare il quadro ho scritto al mio buon amico polacco Janusz Rozum per chiedergli di reperire carte, documenti, magari foto, di quell'incontro Polska - Włochy, Polonia - Italia, di quel 13 agosto 1977 a Varsavia. Janusz ce l'ha messa tutta e qualcosa ha trovato, anche se non molto. Mi ha inviato i risultati ufficiali con un po' di dettagli. Ho ritrovato questo documento qualche giorno fa cercando di fare le pulizie di fine anno - imminente - negli anfratti del mio personal computer dove si accumula di tutto. I want to thank very much my Polish friend Janusz Rozum for his co-operation sending me the official results and the details.

Fedele ad alcune mie fissazioni - per esempio ho sempre criticato il malvezzo di pubblicare solo il cognome degli atleti - ho dedicato un po' di tempo a completare la lista dei nostri baldi giovanotti di allora (oggi tutti compresi fra i 58 e i 60 anni). Questo mi ha portato a guardare con occhio più attento quei nomi e quei risultati, e ne ho tratto alcune annotazioni.

La prima. Oltre quaranta anni fa l'atletica bresciana portò nella Nazionale juniores ben tre atleti in tre discipline diverse: un velocista (200 metri e staffetta), Franco Zucchini, di Gavardo; un lanciatore di disco, Canobbio, camuno; un marciatore, Giancarlo Gandossi, di Lodetto di Rovato. E ognuno, adesso, faccia i commenti che vuole. Parliamo ancora un attimo di disco? Canobbio, quarant' anni fa, 50,04. Il miglior bresciano del 2018? Nicolas Prosperi, 41.09. A scendere troviamo due specialisti del decathlon: Stephen Asamoah (40.81) e Alexi Atchori (36.22), e poi altri due. e siamo a metri 33. Ringraziare il cielo che c'è l'Atletica Virtus Castenedolo, perchè quattro di questi cinque sono della società di quel borgo.

Sono convinto che esiste una stretta correlazione fra quello che avviene in Lombardia - presa ad esempio perchè di questa regione sto parlando - e la pochezza del settore lanci nazionale. Ma dove vuoi andare se il decimo discobolo lombardo tira a 40.81 e il ventesimo a 30.89? Ma dove vuoi andare se in una provincia come Brescia il migliore del 2018 sta a nove metri da un primato fatto quaranta anni fa? Però in provincia di Brescia ci sono migliaia di corse su strada, di corse in montagna, di trail, di camminate con cane e senza cane.

Parliamo di atletica, e quindi torniamo al 1977. In quel giardinetto italo-polacco fiorirono ben quattro campioni mondiali e olimpici. Gli olimpici furono i nostri. Alberto Cova (auguri per le tue sessanta primavere, Albertino) ha riempito interi capitoli della storia atletica italiana con il suo filotto campione europeo (1982), mondiale (1983) e olimpico (1984). Eppure beccò 16 secondi dal siciliano Piero Selvaggio (erano due bei talenti, lui e il suo gemello Antonio) sui 5 mila quel giorno a Varsavia. Sandrone Andrei, non meglio che terzo, salirà sul podio dorato dei Giochi di Los Angeles '84. A Varsavia gli furono davanti i due polacchi, uno, Edward Sarul, di soli 7 centimetri. Il gigantone divenne campione del peso ai primi mondiali Helsinki '83. Gara agonisticamente intensa: Sarul subito al primo lancio va in testa (21.04), il tedesco est Timmermann lo supera al quinto (21.16), Sarul torna in pedana e con l'ultimo getto vince, 21.39.

L'altro polacco sorprendetemente campione mondiale, sempre nella prima edizione finnica, fu il triplista  Zdzislaw Hoffmann, primo nel 1977 in quell'incontro a Varsavia. Ricordo questo atleta per due motivi (ero là in tribuna). Ebbe sei salti validi, nessun nullo, ma soprattutto allungò la gittata ad ogni salto, fino al 17.42 finale, sesto salto. Un dettaglio che non ricordo di aver visto in altre competizioni. Data quasi storica: quel giorno nacque la consuetudine di chiedere l'incitamente palmare del pubblico per ritmare la rincorsa. Ma non so quanti ricordano che la storia fu molto diversa da quella stucchevole di oggi, quando ormai tutti, ma proprio tutti, sollecitano questa liturgia trita e ritrita. Non fu il polacco a chiedere il battimani, allora non si usava. Fu il suo diretto avversario, Willie Banks, che chiese al pubblico di incitare il polacco. Un bel po' diverso come spirito, e come significato sportivo. Libero ognuno di pensarla come vuole.

Varsavia / Warszawa, 12-13 agosto 1977, 12 – 13 sierpień 1977

Incontro Polonia – Italia / Polska – Włochy,

juniores (oggi li chiamano U20, under 20, sotto i 20 anni)

Punteggio finale / Final Score: Polonia / Polska 115, Italia / Włochy 108

(a) = 12 agosto, (b) = 13 agosto


100m (+1.4) (a)
1. Krzysztof Zwoliński 59 P 10.71
2. Eugeniusz Krawsz 58 P 10.74
3. Massimo Clementoni 59 I 10.85
4. Antonio Mosconi 60 I 10.94
200 m (+0.8) (b)
1. Tomasz Rudomino 58 P 21.61
2. Marek Fostiak 58 P 21.65
3. Mauro Zuliani 59 I 21.98
4. Franco Zucchini 59 I 22.24
400 m (a)
1. Stefan Piecyk 58 P 47.50
2. Czesław Prądzyński 60 P 48.56
3. Giuseppe Sciaraffa 58 I 49.12
4. Mauro Meneghini 59 I 49.71
800 m (b)
1. Rosario Zingales 58 I 1:54.1
2. Piotr Morka 58 P 1:54.1
3. Giovanni Andrenucci 59 I 1:54.5
4. Krzysztof Misiołek 58 P 1:54.7
1500 m (a)
1. Antonio Selvaggio 58 I 3:48.1
2. Claudio Patrignani 59 I 3:49.5
3. Tomasz Siromski 58 P 3:51.5
4. Leszek Witkowski 58 P 4:00.2
3000 m (b)
1. Fulvio Costa 59 I 8:23.3
2. Marek Budziński 58 P 8:25.7
3. Kazimierz Lasecki 58 P 8:30.7
4. Mauro Pappacena 58 I 8:32.8
5000 m (a)
1. Piero Selvaggio 58 I 14:21.3
2. Alberto Cova 58 I 14:37.1
3. Marek Watras 58 P 14:45.8
4. Krystian Remiasz 59 P 15:01.0
2000 m Siepi / Steeple (b)
1. Paolo  Fattori  58 I 5:43.4
2. Dariusz  Janczewski 58 P 5:44.3
3. Franco   Mancuso 58 I 5:44.3
4. Paweł   Lorens  58 P 5:51.2
110 m ostacoli / Hurdles (+1.2) (b)
1. Georg Prast  59 I 14.77
2. Tadeusz  Zakościelny  58 P 14.94
3. Enos  Amadio  58 I 14.97
4. Piotr  Pawłowski  59 P 15.06
400 m ostacoli / Hurdles (a)
1. Kazimierz  Gębuś  58 P 53.96
2. Dino  Mascalzoni 59 I 54.79
3. Maciej Moder 58 P 55.68
4. Marco Pessini 58 I 57.80
Alto / HJ (b)
1. Eugenio Mares 60 I 2.07
2. Alessandro Brogini 58 I 2.07
3. Ireneusz Madej 58 P 2.04
4. Piotr Radlewski 61 P 2.04
Asta / PV (a)
1. Wojciech Nowacki 59 P 4.70
2. Mirosław Korbal 60 P 4.60
3. Aldo Diomedes 58 I 4.60
4. Gianni Stecchi 58 I 4.60
Lungo / LJ (a)
1. Stanisław Jaskułka 58 P 7.67
2. Jacek Jaśczak 61 P 7.18
3. Claudio Saurin 58 I 6.83
4. Paolo Scaramuzza 59 I 6.72
Triplo / TJ (b)
1. Zdzisław Hoffmann 59 P 15.23
2. Roberto Pericoli 58 I 15.12
3. Ryszard Śmiekowski 58 P 14.93
4. Sandro Ussi 59 I 14.33
Peso / SP (b)
1. Janusz Gassowski 58 P 17.10
2. Edward Sarul 58 P 16.23
3. Alessandro Andrei 59 I 16.16
4. Andrea Meneghin 58 I 15.59
Disco / DT (b)
1. Domenico Cannobbio 58 I 50.04
2. Luciano Zerbini 60 I 47.38
3. Piotr Wierzbicki 59 P 46.38
4. Franciszek Karpiński 58 P 45.24
Martello / HT (a)
1. Eugenio Maiorini 58 I 61.38
2. Leszek Woderski 58 P 57.20
3. Tomasz Rawiński 60 P 55.07
4. Diego Vecchiato 58 I 53.42
Giavellotto / JT (a)
1. Roman Zwierzchowski 58 P 81.14
2. Agostino Ghesini 58 I 71.28
3. Franco Michielon 58 I 71.02
4. Marek Szulc 58 P 68.74
Marcia / W 10.000 m (a)
1. Antonio Lopetuso 58 I 44:02.0
2. Giancarlo Gandossi 59 I 44:14.6
3. Mirosław Stasiewicz 58 P 45:46.2
4. Krzysztof Drajski 58 P 47:10.0
Staffetta / Relay 4x100 m (a)
1. Polska       40.81
  (Mirosław Stępień 59, Krzysztof Zwoliński 59, Eugeniusz Krawsz 58, Marek Radtke 60)
2. Italy       42.26
  (Antonio Mosconi 60, Franco Zucchini 59, Paolo Scaramuzza 59, Massimo Clementoni 59)
Staffetta / Relay 4x400 m (b)
1. Polska       3:14.6
  (Piotr Rogalewski 59, Czesław Prądzyński 60, Waldemar Krzysztofiak 58, Kazimierz Gębuś 58)
2. Italy       3:15.7
  (Salvatore De Martino 59, Mauro Meneghin 59, Aandrea Bassignana 59, Giuseppe Sciaraffa 59)
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