Martedì, 08 14th

Last updateLun, 13 Ago 2018 5pm

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

Quando a Brescia esisteva l'atletica, quella vera

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Il mio amico Giovanni Baldini mi ha fatto dono (insomma, dono, mi ha dato una bella rogna, che comunque ho accettato senza pensarci sù troppo) di settanta faldoni di risultati originali di gare di atletica fatte in Lombardia negli anni '70 e '80. Materiale cartaceo raccolto da suo zio Claudio Enrico, maestro dello sport, responsabile tecnico della Federlongobarda per molti anni, il quale portava a casa tutte queste carte prima che finissero regolarmente al macero. Poi sono venuti i computer, i programmi di database, e la carta, almeno in questo caso, è quasi del tutto sparita. Prima di liberarmi di questa montagna di polvere, ragnatele, carte mangiate dai topi (che finirà a Castelfranco di Sotto, in un ambiente messo a disposizione dell'amico Gabriele Manfredini, noi non buttiamo nulla) le faccio passare una ad una. Un esercizio di memoria, molto utile, a me almeno. Proprio stamane, mi sono imbattuto nel «verbale» di una garetta regionale disputata sulla pista bresciana del Campo Scuole di via Morosini (così veniva identificato all'epoca, l'anno dopo qualcuno propose di intitolarlo a Sandro Calvesi) il 21 aprile 1979, quindi inizio stagione. Trent'anni fa, poco manca.

Pagina 4, metri 5000 junior / senior, prima serie, 16 arrivati, seconda serie, 18 arrivati, terza serie, 16 arrivati. Embè, che c'è di strano? Quasi nulla, ho detto quasi...infatti diamo una occhiata ai risultati, e solo a quelli degli atleti di società bresciane. Tre sotto i 15 minuti (Salvatore Freni, Sergio Gandaglia, Giancarlo Dusi), dieci sotto i 16, tredici sotto i 17. In aggiunta due serie di allievi impegnati sui tremila metri, 32 ragazzi. Mi son chiesto: ma oggi, anno del Signore 2018, quanti corridori bresciani coprono i 5000 metri su una pista e con un cronometro che li aspetta all'arrivo, in meno di 17 minuti? Non ho la risposta, magari sono decine e decine, io non frequento più e me ne occupo ancor meno. Ascolto però, osservo da lontano, un fenomeno che mi intristisce: la progressiva distruzione dei valori veri di questo sport, nobile sport, chiamato atletica leggera. A fronte di una confusa, sfuggente, orgia di gare, passeggiate, giri attorno al campanile, quattro passi lungo le sponde di qualche ruscello, scarpinate in onore del radicchio, su e giù per valli e monti con dislivelli da capogiro, le gare, vere, sulle piste stanno sparendo, le gare invernali di corsa campestre, cavallo di battaglia del mio maestro Bruno Bonomelli, sono ridotte a poche unità.

In quei lontani giorni i vari Gandaglia, Faustini, Freni, Poli, Febbrari, Gabossi, Serina, Rodelli, Amati, Vecchi, Vergine, e chi vuole metta tutti i nomi che gli vengono in mente, parlavano in termini di minuti, secondi, primati personali da migliorare, o che avevano sfiorato. Penso ai risulati degli 800, 1500, 3000, 10 mila metri di quegli anni. Penso a Franco Volpi che portò a Brescia, negli anni '50, i primati italiani dei 5 e 10 mila metri. Penso a Riccardo Azzani, ad Albertino Bargnani, a Giulio Salamina, a Gianbattista Paini, tutti «prodotti» di Bonomelli e delle sue società Corebo, Fomapla, e le altre. E oggi? Tempi? Cronometro? Non sanno neppure cosa sono. Le discussioni vertono, al massimo, sulla qualità del tessuto del feticcio moderno: «la maglietta tecnica». Mi vengono in mente i maratoneti degli anni '60 e '70 con magliette di cotone, al massimo bucherellate, tagliuzzate con la forbice! Ron Hill, britannico, fu forse il primo a correre con una maglietta traforata, credo da lui. Però vinceva la maratona di Boston in 2 ore e 10, conquistava il titolo di campione d'Europa nel 1969 sulla strada dal villaggio di Maratona ad Atene con un calore devastante. Mi pare di sentire: vecchio retrogrado, contro il progresso. Ma non dite fesserie! È avanzata solo la qualità dei tessuti, è sprofondata quella dell'atletica. Segno generale della società nella quale siamo immersi come un liquido appiccicoso: conta solo l'apparenza, non la sostanza. 

Rimettiamo l'atletica in pista, per favore. Valutiamo l'effettivo valore di questa massa informe di gente che corre, passeggia, saltella, bene, per carità, meglio così che scaldare poltrone e sofà, o affollare irose tribune calcistiche. Ma io sono rimasto fermo ad una frase di una delle persone che ho ammirato di più nel mio lungo circumnavigare attorno al «pianeta atletica»: il professor Carlo Vittori, il quale sempre affermava, con vigore, "l'atletica si fa in pista". Si specano soldi, e per di più pubblici, per fare piste un po' ovunque, e poi lasciarle semideserte. Chissà, magari verrei smentito clamorosamente da moltitudini di corridori con tempi strabilianti. Sarei il primo ad esserne felice. E pensare che fra le discipline che ho amato e studiato di più posso elencare la corsa campestre e la maratona, entrambe fuori dalla pista. Contraddizioni dell'uomo!

Quando Pino Dordoni correva invece di marciare

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 "Andare a piedi, di passo voglio dire, andare in fretta, per lunghi chilometri: questa è la marcia. Non esistono alternative all'ossessionante incedere, si va avanti a ginocchia rigide, passo dopo passo, con la desolante sensazione, per chi è teso nello sforzo, di andare piano...La marcia è una prova di coraggio, ed in questo concetto è tutta la  sua nobiltà, la stessa che empie di luce la figura di Giuseppe Dordoni, maestro di stile ed eleganza, campione di Olimpia. Nessun marciatore, in Italia e all'estero, ha avuto una personalità tecnica tanto autorevole e spiccata, per questo, prima ancora di presentarvi le tappe della sua carriera, credo sia opportuno parlare di quel suo stile che tutti al mondo hanno ammirato e cercato per quanto possibile di imitare".

Questo è l'incipit del ritratto di Pino Dordoni scritto da Claudio Enrico Baldini  nel libro "Storia dell'atletica piacentina", edito nel maggio 1969, una delle migliori e più documentate ricostruzioni di "storie" atletiche locali. Il "Baffo" - come molti lo apostrofavano per quei suoi mustache da ottocentesco ufficiale di cavalleria piemontese - è stato uno di quelli che si è consumato la pelle del deretano nelle biblioteche, romane, milanesi, piacentine, non era certo un amanuense ricopiatore. È stato il primo a ricostruire in maniera puntigliosa ed esatta la carriera di Pino, che per lui era un idolo, i due erano legati da profonda stima e affetto. Nel libro citato, da pagina 369 a 384, troviamo elencate tutte le sue gare sotto il titolo "La carriera di Pino Dordoni, nascita, maturazione, apoteosi, declino, di un campione d'Olimpia".  A questa lista, credo, si siano abbeverati tutti coloro che hanno scritto sull'olimpionico di Helsinki 1952.

Recentemente sono stato destinatario di un "lascito" da parte di Giovanni "Baldo" Baldini, nipote di Claudio Enrico. Consiste nelle copie dei verbali delle gare fatte a Piacenza e provincia fra il 1941 e il 1958. E sulle quelle carte talvolta poco leggibili ha trovato la documentazione che aveva usato Baldini per il suo lavoro sulla carriera di Dordoni. Queste pallide fotocopie mi hanno suggerito una domanda: e se invece della marcia il "Cavaliere" - come tutti rispettosamente lo chiamavano - avesse scelto di dedicarsi alla corsa invece che alla marcia? Infatti il giovane Giuseppe, nato nel quartiere Sant'Anna a Piacenza, si avvicinò al mondo pedestre con una corsa su strada e una su pista nell'anno 1941.

E sono proprio i cosiddetti verbali di quelle due gare che vi presento oggi. La prima, denominata seconda gara podistica su strada, si disputò a Piacenza il 16 marzo, un appunto a margine di Baldini ci rivela che la distanza fu di 4800 metri; vinse Livio Brigati (o Brigatti? non l'ho mai capito, una volta era con la doppia, una volta con la semplice, neppure i "vecchi" dell'atletica piacentina, da me interpellati anni fa, sono riusciti a chiarire l'incertezza), che era di un buon palmo superiore a tutti. Giuseppe Dardani - scritto proprio così - occupò il nono posto (tempo 19 minuti e 10 secondi); tutti i partecipanti, leggo nel foglio: 20 iscritti, 15 partenti, l'ordine d'arrivo ne riporta 11, erano iscritti come G.I.L., Gioventù Italiana del Littorio. Pino per quella di Piacenza, il vincitore per quella di S. Nazzaro, un borgo che si affaccia sulla riva destra del Po, in direzione di Cremona.

La seconda gara del futuro marciatore avvenne in pista, il 12 (o 22?) giugno, sempre a Piacenza. Si trattava della fase provinciale del Gran Premio dei Giovani, organizzato dal Comando Federale del Partito Nazionale Fascista. Distanza 3000 metri, vincitore tale Erasmo Gregori, di Cadeo; Dordoni - stavolta scritto correttamente - si classifica terzo in 11 minuti e 15 secondi.

Piacenza aveva ospitato qualche settimana prima, l' 1 giugno, una gara nazionale, cui avevano preso parte alcuni buoni atleti nazionali...ma questa è un'altra storia, la lascio per una prossima eventuale puntata di "Polvere d'archivio".

Erio Rurini, quando la corsa ce l'hai nel sangue

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Qualche giorno fa nella Sezione "L'Eco del Pizzocolo" ho pubblicato un ricordo del gargnanese Cesare Bernardini scritto da tre amici "indigeni". Ed è saltato fuori il nome di un podista, non bresciano, che ho visto correre nei miei trascorsi giovanili piacentini, quando facevo finta di fare l'atleta. Questo corridore, di cui voglio brevemente parlarvi, condivide con il Cesare l'aver corso la seconda edizione del "Girolago", parliamo di Garda, nel 1975; in effetti non fu un giro del lago ma una andata da Limone a Desenzano e ritorno per un totale di 145 chilometri, colpa di una frana che aveva ostruito un tratto di strada sulla sponda veronese. C'è poi la curiosità dei nomi. Mi spiego: il Cesare all'anagrafe era Francesco ma lo sapevano in pochi, l'altro si chiamava Erio ma 99 volte su 100 lo chiamavano Ezio, Erio non entrava nella crapa di chi scriveva risultati o articoli. 

Erio Rurini, di lui parlo, non ha vinto Campionati importanti o segnato tempi da record, ma è stato un "mito" dell'atletica reggiana. Era nato a Cadelbosco di Sopra, quasi alle porte di Reggio Emilia, il 19 settembre 1935. Da atleta indossò la maglia della gloriosa Polisportiva Cooperatori, fondata nel 1953. Era indistruttibile, lo si trovava in tutte le competizioni emiliane, Reggio, Parma, Modena, Piacenza, Fidenza, Bologna, 5 e 10 mila metri il suo pane consueto, ma anche cross, soprattutto strada. Suo tradizionale antagonista Enzo Boiardi, piacentino, un altro che ha corso tutta la vita, e continua ancor oggi ultraottantenne; si dedicò alle lunghissime distanze, e fu uno dei primi titolari del primato nazionale delle "24 ore" in pista, con oltre 211 chilometri nel settembre del 1971. Ricordo, con affetto e una tanticchia di malinconia, la presenza, in quella occasione, di alcuni amici che non son più tra noi e a cui sono stato molto affezionato: Bruno Bonomelli che rimase nello stadio piacentino tutte le 24 ore, Pino Dordoni, Felice Baldini, Valter Sichel, il mio allenatore che tentava disperatamente di insegnarmi come si lancia il giavellotto. Tempo perso, con uno zuccone come me.

Leggendo il nome di Rurini, sono andato subito a cercare in biblioteca il librone del mio amico Gianni Galeotti (che teneva dimora a Cadelbosco di Sopra), altro partito in anticipo, che qualche anno fa diede alle stampe "Atletica a Reggio Emilia 100 anni di storia". Una compilazione fatta soprattutto di schede per ciascun atleta che ha lasciato traccia nell'atletica della patria di Dorando Pietri, nato reggiano nonostante tutti dicano e scrivano carpigiano. Scrisse Luciano Serra, dotto reggiano che ha lasciato il segno nella storia dell'atletica con le sue ricerche e i suoi libri:"Se l'Ariosto fu reggiano di nascita e ferrarese di vita e attività, Pietri fu reggiano di natali e carpigiano nello sport".

Alle pagine 81 e 82 la breve biografia di Erio Rurini, ne ricopio qualche brano.

"Protagonista delle gare di fondo in campo regionale, ottiene il primato personale nei 10000 metri (32'32"6) nel 1960 e nel 1961 nei 5000 (15'55"4); sempre nel 1960 esordisce nella maratona con un ottimo quarto posto a Busto Arsizio (2h29'03"). La sua scarsa disponibilità ad alimentarsi in gara, e quindi lento nel finale, gli preclude l'accesso ai Campionati Europei del 1962". La maratona di Busto Arsizio, che doveva assegnare la maglia di campione d'Italia, si corse il 16 ottobre. Rurini chiuse al quarto posto dopo il bergamasco Rino Lavelli (al terzo titolo), il romano Clemente Bisegna e il barese Vito Di Terlizzi, che aveva corso ai Giochi Olimpici (ritirato); gli altri due azzurri a Roma erano stati Francesco Perrone, pure originario della Puglia, e Silvio "Sisso" De Florentis (o De Florentiis, secondo altra grafia), genovese, figlio d'arte, il padre Umberto, parrucchiere, era stato uno dei migliori fondisti nazionali, ottavo nella maratona dei Campionati d'Europa a Parigi nel 1938. Distanza corta, quella di Busto, stimata in 41 km e 600 metri. Fu destino del bravo Rurini: dopo una incolore prestazione ai campionati del 1961 (tempo sulle 2 ore e 47) corse ancora un Campionato italiano, nel 1964 a Genova: quinto in 2 ore 23 minuti 53 secondi ma...il percorso era un chilometro meno!

La sua biografia dice ancora:"Sulle distanze maggiori dà il meglio di sè: protagonista e beniamino nella mitica "100 chilometri del Passatore" con una decina di partecipazioni, un secondo posto assoluto nel 1975, tre quarti posti consecutivi dal '76 al '78. Nel 1975 vince il Giro del lago di Garda in meno di 13 ore. Nello stesso anno fallisce il tentativo di battere il record delle 24 ore in pista: si arrende dopo 179 km. Tra i vari titoli italiani Master di rilievo quello sui 100 km su pista (250 giri) nel 1982, tempo 7h51'27". Su questa stessa distanza nel 1983, a 48 anni, a Pisa, stabilisce il primato personale: 7h06'".

Al "Passatore" del 1975 Erio chiuse con 11 minuti di ritardo sul "tetesco" Helmut Urbach, maratoneta da 2 ore 23, uno dei primi grandi specialisti delle ultramaratone, famoso anche per gli immensi baffi prussiani che sfoggiava. Fu tre volte quarto negli anni della "dittatura" Vito Melito - Elvino Gennari, sempre primo e secondo. Nell'83 fu nono, nell'84 decimo, nell'85 ottavo. Quanto al Giro del lago di Garda, le incertezze sono tante: non esiste una vera e propria classifica per quella edizione del '75 e i pochi tempi conosciuti sono affidati alla memoria di qualche "antiquario" del nostro sport, in questo caso Elio Forti.

Questo era "Rurèn", alla reggiana, il quale, per il suo impegno, era tra i prediletti dell'allenatore di casa, il "mitico" Renato Mussini, che tutti chiamavano "Sceriffo". Era nato nel 1906, atleta del mezzofondo, Galeotti lo etichetta come "l'uomo che fece nascere a Reggio Emilia l'atletica leggera". Erio Rurini aveva fatto molti mestieri anche pesanti, poi ne trovò uno come controllore del latte nelle stalle, quindi sveglia tutti i giorni alle 5; a metà mattina il primo allenamento, alla sera, dopo il lavoro pomeridiano, altra razione sulla pista del Campo Scuola. La pagnotta si guadagnava con le stalle, non con le stelle (medaglie) di latta...

I giorni terreni di Erio Rurini sono finiti il 16 ottobre 2005, quelli dell'amico Gianni Galeotti il 13 novembre 2015.

Le foto sono riprodotte dal libro citato. In quella in alto, sulla sinistra, mentre legge quasi sicuramente la motivazione del premio a Rurini, si riconosce Gianni Galeotti.

Quando il Cidneo era palcoscenico per bipedi

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Umberto Livotto è una persona che mi ha sempre ispirato stima e simpatia. E adesso ancor più, avendo scoperto che non possiede telefono cellulare e posta elettronica: uno dei pochi che sfugge alla dittatura del Grande Fratello. Pacato, non chiacchierone, attento, educato, quel tipo di persone che piacciono a me. E devo riconoscere che sono stato ripagato con la stessa moneta. Simpatia e antipatia sono come i poli di una batteria: se li attacchi nel posto giusto, il motore si mette in moto, altrimenti non succede niente. Umberto Livotto è uno che ama la corsa, direi l'atletica in generale. Ce ne fossero come lui. Viene da esperienze dirette sia come appassionato podista sia come organizzatore: insieme a suo padre, ha mantenuto in vita per 32 anni la "Dieci km Gardonese", ultima edizione nel giugno del 2013, fra non poche difficoltà e amarezze. È originario di Gardone Riviera, dove pose dimora il Principe di Montenevoso, il "Vate", Gabriele d'Annunzio, che si autocelebrò con la creazione di quell' elaboratissimo complesso di edifici che va sotto il nome di "Vittoriale degli Italiani", museo, archivio, mausoleo, di tutto di più, con eccesso eccessivo.

Umberto Livotto ha un grande rispetto di musei e archivi. Così la mia modesta Collezione - Biblioteca internazionale dell'atletica, una specie di "Vittoriale" personalissimo, nella casa dove vivo, a Navazzo, ha beneficiato della sua passione: riproduzioni di scritti del Poeta, qualche libro di atletica, e da ultimo una foto, scattata da lui, immagine che ha una sua storia. Me ne ha fatto dono recentemente, la sera della "Bicchierata" del GS Montegargnano, all' Hotel "Tre Punte" di Navazzo. Foto che ha acceso il mio led (le lampadine ormai sono roba da antiquariato) dei ricordi.

Ambientiamo la foto. Siamo sul viale alberato che porta al Castello, a Brescia, una domenica del settembre 1981. Il corridore, attorniato dalle immancabili bici, è un bel pezzo d'uomo che viene "dall'altra parte del mondo" (© Francesco che cerca di fare il Papa fra serpenti, iene, alligatori), dall'Australia che sta davvero dall'altra parte del mondo, tanto che viene chiamata "Down Under", più o meno sottosopra. I suoi nonni venivano dalla Svizzera, come quelli di Francesco dal Piemonte, siamo lì, a contatto di gomito. Si chiama Robert de Castella, che dalle sue parti  chiamavano "Deek", per assonanza fra "de" e la lettera "C". Sta correndo verso dove e per che cosa? Deve raggiungere Piazzale degli Spedali Civili, meta finale del Gran Premio San Rocchino, corsa podistica internazionale organizzata dall'omonino Club Sportivo, che parecchi confondevano con la Cecoslovacchia di allora, CSSR. La corsa bresciana era entrata nell'anagrafe atletica nell'ottobre del 1973.

Un uomo solo al comando, frase di una originalità unica...La situazione comunque è tale: de Castella corre tutto solo verso il traguardo, che raggiungerà con oltre mezzo minuto di vantaggio. Mica paglia. Non mi sono mai spiegato come abbia fatto a diventare un maratoneta tanto forte con il tipo di corsa che aveva, non certo da gazzella, e con quei piedi tanto fragili: arrivava alla fine delle corse con grumi di sangue al posto delle piote. Leggiamo insieme i nomi dei primi dieci di quel Trofeo Banca Credito Agrario Bresciano del 13 settembre 1981, i chilometri era 12:

1. Robert de Castella (Australia) 35:54.5; 2. Dietmar Millonig (Austria) 36:27.0; 3. Jerry Kiernan (Irlanda) 36:27.4; 4. Claudio Solone (Carabinieri Bologna) 36:36.4; 5. Thomas Wessinghage (Repubblica Federale Tedesca) 37:01.8; 6. Axel Hagelsteens (Belgio) 37:09.4; 7. Stefano Brunetti (Fiamme Oro Padova) 37:18.7; 8. Loris Pimazzoni (GAAC Verona) 37:22.1; 9. Gelli (Fiamme Gialle Ostia) 37:46.5; 10. Paolo Accaputo (Fiamme Gialle Ostia) 37:52.1.

Qualche spigolatura. L'austriaco Millonig, secondo: non alto di statura, baffetti, velocissimo nei finali, era sempre lì, il suo successo più bello il titolo europeo indoor sui 3000 metri, eravamo (sì,eravamo, perchè io c'ero) a Madrid, era il 1986. Volete vedere quella gara? Eccola qui, e guardate bene il suo finale. Ancor oggi herr Millonig è primatista austriaco dei 3000 metri all'aperto e dei 5000 in pista coperta. Ha un paio di figlie bravoline ma non quanto papi, 40 titoli nazionali in carriera. Altro di madre lingua tedesca quel Thomas Wessinghage che è stato uno dei più grandi corridori degli anni '75 - '85, oggi apprezzatissimo Dott. Prof. di Ortopedia e Medicina dello sport. Su di lui tornerò prossimamente in questo spazio.

Quella edizione 1981 del "San Rocchino" fu anche il canto del cigno della bella corsa bresciana, chissà, forse cresciuta troppo in un ambiente ricco di palanche ma non generosissimo nel dispensarle alle attività sportive di alto livello. Mi fermo qui, per oggi, lo scrigno dei ricordi ha ancora nei pezzetti sparpagliati qua e là, cui devo togliere la polvere d'archivio. Adesso vado a festeggiare la Befana, ma prima devo ringraziare il mio amico Umberto Livotto: stai certo che la tua fotografia finirà incorniciata su una parete del mio "Mini-Vittoriale". Grazie.

Diane, Chunzhen, Maria Carla, Lucrezia e un'asta

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Sulle pagine del sito dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" (vedere qui) qualcuno ha raccontato la festa dell'Atletica Felice Baldini di Agazzano, un bel borgo collinare a circa una ventina di chilometri dal capoluogo. Nell'occasione è stato consegnato il Premio Fratelli Baldini (Felice e Claudio Enrico, due persone che ho sempre nel cuore, e che mi hanno privato della loro schietta amicizia troppo presto) ad una giovane piacentina, Lucrezia Lavelli, che nel corso del 2017 ha fatto bei progressi nel salto con l'asta, fino a raggiungere l'altezza di 3 metri e 80 centimetri, che significa il primato della provincia che diede i natali al mai dimenticato Pino Dordoni. Non sto parlando di Elena Isinbaeva, ma di Lucrezia Lavelli, che, forse non arriverà sull'Everest delle misure della russa ma, ci dicono quelli che la conoscono, ha margini di miglioramento. E poi è piacentina, e tanto mi basta.

Pizzicato da curiosità strettamente personale mi sono chiesto quando questa misura, 3.80, venne superata per la prima volta da una donna. Ricerchina elementare, quelle difficili le lascio a quelli molto più bravi di me. Mi sono detto: magari ci sono altri che non lo sanno, o non lo ricordano, come me. Ho investito allora poche decine di minuti per cercare qualche libro e qualche rivista sugli affollati scaffali della mia biblioteca, ed ecco quello che ne è venuto fuori. Mi limito a leggere e a ricopiare. 

Anzitutto non pensiate che il salto con l'asta per le donne sia invenzione moderna. I primi risultati conosciuti risalgono al 1910 - 1911, anche se la forma del salto non era propriamente quella cui siamo abituati oggi. Fu sempre un esercizio praticato nei Colleges americani, con qualche digressione tedesca e sovietica, ma poca cosa. Una noterella carina: nel 1952 una signorinetta superò la barra a 2.59. Quella ragazza si chiamava Diane Bragg, ed era la sorella più giovane di Don "Tarzan" Bragg, l'atleta che per primo al mondo superò 4.80 (regolare, omologato come primato del mondo) con l'asta rigida di acciaio, ultimo prima dell'avvento delle aste in sintetico, che peraltro erano in circolazione fin dal 1952 e furono usate da Bob Richards ai Giochi di Helsinki e dal greco Roubanis a quelli di Melbourne 1956. Don vinse il titolo olimpico a Roma 1960 con 4.70 (nuovo primato dei Giochi), sbagliò solo una prova a 4.40, e fece tutte le altre alla prima (cinque misure). Vinto l'oro fece mettere l'asticella a 4.82, ma senza successo (per vedere alcuni salti di Roma). Il suo connazionale Ron Morris fu secondo con 4.60, dopo avere fallito la qualificazione diretta (misura da superare 4.40) e fu uno dei tre "ripescati". Bragg nell'inverno aveva saltato anche 4.81 in un impianto al coperto, ma a quei tempi non venivano riconosciuti record mondiali per le gare indoor.

Donne, mondo. Il primo 3.80 registrato fu quello di una cinesina (dal 1988 e per 7 - 8 anni il dominio fu loro) Zhang Chunzhen che saltò questa altezza nel settembre del 1989 a Guangzhou, l'antica Canton, capitale della Provincia di Guangdong. Zhang fu anche la prima a superare quattro metri, sempre nella stessa città, un paio di anni dopo. Misure che non hanno avuto l'onore di essere etichettate "primato del mondo" in quanto la Federazione internazionale ha riconosciuto questo status con effetto dal 31 dicembre 1994.

Donne, Italia. Il primo 3.80 porta la data del 1996, 12 giugno, Campo Giuriati di Milano, finale dei Campionati nazionali di società. Primato, per così dire, di passaggio, durato pochi minuti, perchè l'atleta, Maria Carla Bresciani, dopo il 3.80, si migliorò con 3.90. Come andò lo racconto con le parole che Daniele Perboni scrisse sulla rivista "Atletica Leggera". "Il secondo record è venuto dalla ventitreenne gardesana Maria Carla Bresciani. Da quando la napoletana Chiara Romano le aveva tolto la leadership agli Assoluti di Bologna con 3.75 l'allieva di Renato Dionisi sognava momenti di rivincita. L'occasione propizia le è stata offerta su un piatto d'argento. Vinta la gara a 3.50 ha subito chiesto i 3.80, superati al terzo tentativo, quindi ha fatto porre l'asticella a 3.90 quando già sulla pista si festeggiava...Incurante della confusione la Bresciani ha superato così anche i 3.90, al secondo assalto. Quindi ha chiesto i 4 metri. Primo tentativo fallito. Su suggerimento dei giudici ha provato quindi  i 4.02. «Sono stati loro a dirmi di tentare quella misura - confessa la studentessa di psicologia all'Università di Padova - dicendomi che rappresentava il record europeo. Sapevo che il primato continentale è di 4.20, ma non ho voluto insistere più di tanto». Purtroppo l'ex ostacolista (vanta un 14.98 sulla distanza che ha abbandonato nel '94  per dedicarsi alla nuova specialità) non è riuscita nell'intento". Morale: mai credere ai giudici. Ancora: ci sarà bisogno di dire chi è stato Renato Dionisi? Spero di no ma non sono tanto sicuro. Maria Carla (di Riva del Garda, come Renato) migliorò ancora quell'anno, due volte in settembre: prima 3.95, poi 4.06, prima italiana oltre i 4 metri. Ha finito la carriera con un massimo di 4.20 (Pergine Valsugana, nel 2000), che al tempo fu primato nazionale.

Nella foto, ripresa dalla rivista "Atletica Leggera", Renato Dionisi e Maria Carla Bresciani

 

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