Mercoledì, 12 13th

Last updateSab, 09 Dic 2017 1pm

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

Diane, Chunzhen, Maria Carla, Lucrezia e un'asta

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Sulle pagine del sito dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" (vedere qui) qualcuno ha raccontato la festa dell'Atletica Felice Baldini di Agazzano, un bel borgo collinare a circa una ventina di chilometri dal capoluogo. Nell'occasione è stato consegnato il Premio Fratelli Baldini (Felice e Claudio Enrico, due persone che ho sempre nel cuore, e che mi hanno privato della loro schietta amicizia troppo presto) ad una giovane piacentina, Lucrezia Lavelli, che nel corso del 2017 ha fatto bei progressi nel salto con l'asta, fino a raggiungere l'altezza di 3 metri e 80 centimetri, che significa il primato della provincia che diede i natali al mai dimenticato Pino Dordoni. Non sto parlando di Elena Isinbaeva, ma di Lucrezia Lavelli, che, forse non arriverà sull'Everest delle misure della russa ma, ci dicono quelli che la conoscono, ha margini di miglioramento. E poi è piacentina, e tanto mi basta.

Pizzicato da curiosità strettamente personale mi sono chiesto quando questa misura, 3.80, venne superata per la prima volta da una donna. Ricerchina elementare, quelle difficili le lascio a quelli molto più bravi di me. Mi sono detto: magari ci sono altri che non lo sanno, o non lo ricordano, come me. Ho investito allora poche decine di minuti per cercare qualche libro e qualche rivista sugli affollati scaffali della mia biblioteca, ed ecco quello che ne è venuto fuori. Mi limito a leggere e a ricopiare. 

Anzitutto non pensiate che il salto con l'asta per le donne sia invenzione moderna. I primi risultati conosciuti risalgono al 1910 - 1911, anche se la forma del salto non era propriamente quella cui siamo abituati oggi. Fu sempre un esercizio praticato nei Colleges americani, con qualche digressione tedesca e sovietica, ma poca cosa. Una noterella carina: nel 1952 una signorinetta superò la barra a 2.59. Quella ragazza si chiamava Diane Bragg, ed era la sorella più giovane di Don "Tarzan" Bragg, l'atleta che per primo al mondo superò 4.80 (regolare, omologato come primato del mondo) con l'asta rigida di acciaio, ultimo prima dell'avvento delle aste in sintetico, che peraltro erano in circolazione fin dal 1952 e furono usate da Bob Richards ai Giochi di Helsinki e dal greco Roubanis a quelli di Melbourne 1956. Don vinse il titolo olimpico a Roma 1960 con 4.70 (nuovo primato dei Giochi), sbagliò solo una prova a 4.40, e fece tutte le altre alla prima (cinque misure). Vinto l'oro fece mettere l'asticella a 4.82, ma senza successo (per vedere alcuni salti di Roma). Il suo connazionale Ron Morris fu secondo con 4.60, dopo avere fallito la qualificazione diretta (misura da superare 4.40) e fu uno dei tre "ripescati". Bragg nell'inverno aveva saltato anche 4.81 in un impianto al coperto, ma a quei tempi non venivano riconosciuti record mondiali per le gare indoor.

Donne, mondo. Il primo 3.80 registrato fu quello di una cinesina (dal 1988 e per 7 - 8 anni il dominio fu loro) Zhang Chunzhen che saltò questa altezza nel settembre del 1989 a Guangzhou, l'antica Canton, capitale della Provincia di Guangdong. Zhang fu anche la prima a superare quattro metri, sempre nella stessa città, un paio di anni dopo. Misure che non hanno avuto l'onore di essere etichettate "primato del mondo" in quanto la Federazione internazionale ha riconosciuto questo status con effetto dal 31 dicembre 1994.

Donne, Italia. Il primo 3.80 porta la data del 1996, 12 giugno, Campo Giuriati di Milano, finale dei Campionati nazionali di società. Primato, per così dire, di passaggio, durato pochi minuti, perchè l'atleta, Maria Carla Bresciani, dopo il 3.80, si migliorò con 3.90. Come andò lo racconto con le parole che Daniele Perboni scrisse sulla rivista "Atletica Leggera". "Il secondo record è venuto dalla ventitreenne gardesana Maria Carla Bresciani. Da quando la napoletana Chiara Romano le aveva tolto la leadership agli Assoluti di Bologna con 3.75 l'allieva di Renato Dionisi sognava momenti di rivincita. L'occasione propizia le è stata offerta su un piatto d'argento. Vinta la gara a 3.50 ha subito chiesto i 3.80, superati al terzo tentativo, quindi ha fatto porre l'asticella a 3.90 quando già sulla pista si festeggiava...Incurante della confusione la Bresciani ha superato così anche i 3.90, al secondo assalto. Quindi ha chiesto i 4 metri. Primo tentativo fallito. Su suggerimento dei giudici ha provato quindi  i 4.02. «Sono stati loro a dirmi di tentare quella misura - confessa la studentessa di psicologia all'Università di Padova - dicendomi che rappresentava il record europeo. Sapevo che il primato continentale è di 4.20, ma non ho voluto insistere più di tanto». Purtroppo l'ex ostacolista (vanta un 14.98 sulla distanza che ha abbandonato nel '94  per dedicarsi alla nuova specialità) non è riuscita nell'intento". Morale: mai credere ai giudici. Ancora: ci sarà bisogno di dire chi è stato Renato Dionisi? Spero di no ma non sono tanto sicuro. Maria Carla (di Riva del Garda, come Renato) migliorò ancora quell'anno, due volte in settembre: prima 3.95, poi 4.06, prima italiana oltre i 4 metri. Ha finito la carriera con un massimo di 4.20 (Pergine Valsugana, nel 2000), che al tempo fu primato nazionale.

Nella foto, ripresa dalla rivista "Atletica Leggera", Renato Dionisi e Maria Carla Bresciani

 

Torino 1934, fiondata mondiale di Matti Järvinen

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Raccontando di atleti svedesi che nel 1952 furono ospiti per qualche giorno a Brescia e dintorni per partecipare a un paio di gare, sono scivolato indietro fino ai Campionati d'Europa, i primi, a Torino nel settembre del 1934. Il filo che univa due eventi distanti fra loro diciotto anni era il lancio del giavellotto, una delle più affascinanti (per me) discipline dell'atletica leggera, un misto di forza, tecnica, leggerezza, danza. Qual era stato il primo lancio oltre i 70 metri registrato sul suolo italico? Fin troppo semplice la risposta, ma qualcuno nella città della Leonessa fece confusione. Dimenticando che il primo "+70" concideva addirittura con un primato del mondo. Tutto noto e registrato: metri 76.66, misura ottenuta al secondo lancio da Matti Järvinen, di Tampere, rampollo di una famiglia di grandi atleti, di cui lui è stato il più noto. Già al primo lancio l'occhialuto finnico aveva tirato a una distanza valutata 77 - 78 metri ma la fiondata non era valida, "nullo" nel gergo del campo. Questa la serie di Järvinen: nullo - 76.66 - nullo - 68 - nullo - 69 e mezzo. Non stupisca il fatto che si conosca una sola cifra esatta, in metri e centimetri: all'epoca si misurava il miglior tiro-lancio-getto, gli altri erano...a occhio, venivano chiamati "estimated"! I giudici usavano i famosi picchetti che spostavano se l'atleta superava la distanza precedente. Il primato mondiale anteriore era stato stabilito dallo stesso atleta nel giugno dell'anno prima a Helsinki, 76.10, al terzo lancio. Quattro anni dopo, nel 1938, allo Stadio di Colombes, Parigi, nella seconda edizione del Campionato d'Europa, il miglior lancio di Järvinen (il sesto) fu misurato 76.67, un centimetro in più di Torino...buono per segnare nei libri il record della rassegna continentale!

A corredo delle chiacchiere offro a chi ne ha interesse due documenti originali del Campionato d'Europa 1934, carte che fanno parte della mia Collezione. Il primo è la foto (ripresa della Rivista Mensile Illustrata della Federazione Italiana di Atletica leggera, n. 8-9, settembre 1934) del sorridente Matti Järvinen sul prato dello Stadio Mussolini di Torino, presumibilmente dopo il tiro record e la vittoria continentale. Il secondo, palliduccio (ma se ci cliccate sopra si ingrandisce e diventa più leggibile), è la riproduzione della pagina dei risultati ufficiali contenuti nel bollettino finale. Elenca solo i primi sei, vale a dire i finalisti che all'epoca erano appunto sei: due finnici, un estone, un lettore, ai primi quattro posti (a riprova che il giavellotto era il giochino prediletto dei nordici), un ungherese e un tedesco; erano iscritti altri sei atleti ma furono depennati dai loro Paesi (fra i quali il tedesco Gerhard Stöck che due anni dopo sarebbe diventato campione olimpico) . Fu così annullato il turno di qualificazione previsto dal Regolamento in caso il numero degli atleti confermati fosse superiore a 12; la misura di qualificazione era stata fissata in 58 metri. 

Completavano la finale (iniziata alle 16.30 del 7 settembre, primo giorno di competizioni) due italiani: Mario Agosti, di Udine, settimo con 58.41, e Gino Ricci, di Alessandria, ottavo con 56.63. Questo nella maggior parte dei testi che ho consultato. C'è una eccezione: Marco Martini, nella sua eccezionale "Storia dell'atletica italiana maschile", a pagina 534 scrive:"Agli Europei vanno, in base a un criterio di scelta assai discutibile Testa e Ricci...". Dunque non Agosti ma Bruno Testa, di Zara, diciannovenne, campione italiano. Approfondiremo. Certo che i nostri era lontanucci dal livello europeo della specialità: il sesto classificato a Torino, il tedesco Gottfried Weimann, tirò a 65.69, sette metri in più del miglior italiano, chiunque fosse.

A conclusione di questa "giavellottata", trascrivo, copiandola dal fondamentale "Track & Field Performances Through the years - 1929/1936" edito dalla Associazione degli statistici, la superlativa stagione di Matti Järvinen, il quale, a fine stagione 1934, era titolare delle prime tredici prestazioni mondiali. Eccole: 76.66 - 75.83 - 75.72 - 75.62 - 75.03 - 74.59 - 74.47 - 73.04 - 72.63 - 72.47 - 72.20 - 71.83 - 71.70, tutte ottenute fra il 21 maggio e il 15 settembre. Secondo nella lista mondiale era l'estone Gustav Sule, nativo di Tartu, eccellente atleta in varie discipline. Ancor oggi viene ricordato nella sua patria (morì nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale) con un meeting internazionale, il "Gustav Sule Memorial", al Tamme Stadion di Tartu. Quest'anno, il 4 giugno, è stata celebrata la 53esima edizione.

A quel tempo gli spjut nordici volavano lontano

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Ho cercato di raccontarvi qualche giorno fa la storiellina di una piccola, amichevole riunione di atletica nella cittadona di Breno, in Valcamonica, presente un manipolo di atleti finlandesi che viaggiavano per l'Europa, e fecero tappa, dopo la Jugoslavia, anche a Brescia, promotore il deus ex machina Sandro Calvesi. Era l'ottobre del 1952, i Giochi Olimpici a Helsinki avevano richiuso il sipario, tutti in libertà. Desidero far notare che, a quei tempi, erano frequenti gli incontri fra club, sia fra italiani che fra italo-stranieri. Sfogliando preziose raccolte di ritagli di giornali dell'autunno 1952, mi sono imbattuto in un Polizia Trieste - Polizia Graz, Trionfo Genovese - Rappresentativa Catalana (allo Stadio di Montjuic di Barcellona, lo stadione inaugurato nel maggio 1929 con una partita di rugby Spagna - Italia, nove a zero per loro), Tridentum Trento - Voralberg (la regione austriaca da più di trenta anni famosa per il meeting di prove multiple a Götzis), ATA Battisti Trento - Dinamo Zagabria, Venezia - Innsbruck. Invece di andare a cercare tanti ghirigori organizzativi per far finta di essere originali, o continuare con 'sti meeting e mitinghini insipidi e ripetitivi, sarebbe tanto semplice e divertente ripristinare questi confronti intersocietari.

Brescia, all'epoca, assisteva al passaggio di tanti importanti atleti stranieri grazie alle conoscenze di "Professor Ostacolo". Dopo Breno la transumanza degli svedesi toccò il capoluogo e il suo Stadio Mario Rigamonti, che aveva pista e pedane per l'atletica ed era stato testimone di belle imprese agonistiche. La pagina sportiva del "Giornale di Brescia", nella quale i redattori che masticavano di pelota e dintorni si contavano su un dito di una mano, si fece prendere dall'entusiasmo e sparò un titolo lontanuccio dalla verità:"Per la prima volta in Italia 70 metri di giavellotto". Giurerei che al redattore questa bufala - mi auguro involontaria - fu soffiata da esperti non proprio informati, o perlomeno di scarsa memoria. Titolo erratissimo, ma anche nel testo gli strafalcioni sono parecchi. Cominciamo dal primo. I sette decametri nel tiro del dardo erano stati superati sull'italico suolo ben 18 anni prima e, in quella occasione, si era trattato addirittura di primato del mondo. La scena ebbe come sfondo lo Stadio Comunale di Torino, la data il 7 settembre (settembre, Wikipedia, settembre non giugno), l'anno il 1934, etichetta il primo Campionato d'Europa del nostro sport. Il protagonista di quel tiro? Immenso: il finnico che portava sempre gli occhialini tondi, Matti Henrikki Järvinen,  classe 1909, di Tampere, undici volte primatista mondiale (una non riconosciuta, dio sa perchè, forse il dardo pesava...otto grammi in più dei codificati 800, non ci sarebbe da stupirsi per queste idiozie dei regolamenti nel nostro sport), campione olimpico, due volte campione europeo. Dopo un primo tiro, nullo, stimato fra i 77 e i 78 metri, al secondo Järvinen infilò il prato dello Stadio Mussolini a 76,66, nuovo primato del mondo. Fine della gara, Sippala, suo connazionale, secondo, ce la mise tutta ma si fermò a 69.97. Primo e secondo come ai Giochi Olimpici 1932.

Quando dunque herra Daleflod tirò a 70.40 non si trattò di nessuna primizia. Era comunque un buon lancio che consentì all'oplita svedese di occupare il 16esimo posto nella 1952 World List, compilata da Roberto L. Quercetani e dal suo amico Don H. Potts, professore di fisica e matematica negli States. Ho cercato di ricostruire la lunga carriera di Dalaflod e in questo mi ha aiutato my Swedish friend Peter Larsson, who sent me some interesting information. First of all about the surname (il cognome, in italiano):

"Regarding Sven Daleflod, he was born Sven Eriksson, but as many people in Sweden during the 30’s and 40’s changed their family name from the usual …sson-name to another taken one. I have him as Eriksson in '45 and as Daleflod in '48, so sometime there is in between he changed his family-name to Daleflod. So the correct name is Sven Daleflod but also Sven Eriksson. I’m not sure in which year he changed it. If you have results from 1952 the correct surname is Daleflod. The  tradition to take both mother and father family-name is not common in Sweden at that time. It’s more common these days if the father and mother are not married".

Peter gave me a complete biography of the athlete in his second message and he clarified the story of the surname also (see the last line):

Born Sep 5 1919 in Dala-Floda

Dead April 10 2009

Club – Dala-Floda IF

Swedish Champion in 1942-1945, 2nd in 1941,1946,1948,1951, 3rd in 1949

International merits: EC  1946 5th, dns OG 1948 (got chickenpox, was favourite pre-London), 17 Internationals

PB 73.93

He took the surname Daleflod in 1946.

Italian Post Scriptum - Please, note: Sven was born in Dala-Floda, he changed his surname in Daleflod, it sounds quite similar. Is it a strange assonance or there is some relation?

Per parte mia aggiungo solo la sequenza dei suoi migliori risultati annuali, manca qualcosa, ma non ho trovato riscontri per due anni, (tra parentesi il piazzamento nelle liste mondiali): 1939 - 66.70 (30esimo); 1940 - ?; 1941 - 71.99 (terzo); 1942 - 68.42 (settimo); 1943 - 72.15 (primo); 1944 - 73.80 (primo); 1945 - 73.93 (secondo); 1946 - 71.15 (terzo); 1947 - ?; 1948 - 72.24 (secondo); 1949 - 72.68 (terzo); 1950 - 71.32 (settimo); 1951 - 67.19 (29esimo); 1952 - 70.40 (sedicesimo); 1953 - 65.78 (49esimo).

Lunga carriera quasi sempre al vertice mondiale quanto a risultati, nessuna medaglia importante, solamente un quinto posto ai primi Campionati d'Europa del dopoguerra, vinti dal suo connazionale Lennart Atterwall su due finnici, Yrjö Nikkanen (che fu proprietario del primato mondiale dal 1938 al 1953, e secondo ai Giochi di Berlino '36) e Tapio Rautavaara (campione olimpico a Londra '48). A Oslo, Daleflod tirò a 62.93 in qualificazione e a 64.79 in finale. Nel 1948 fu messo fuori gioco prima di Londra da una varicella, e, pur essendosi guadagnata la partecipazione olimpica, non fu in condizione di partecipare; il suo nome figura solamente nel daily programme (stampato parecchio prima, ovvio, ho copia nella mia Collezione) di mercoledì 4 agosto: era stato inserito nel primo gruppo di qualificazione e avrebbe dovuto avere sul petto il numero 508, avrebbe...

Da Wembley a Mompiano per tornare ad occuparmi della...ecco, di che cosa? Gara, esibizione, allenamento? Il GiodiBre si esprime in maniera che suscita confusione, scrive testualmente:"Negli intervalli dell'allenamento del Brescia (calcio, ça va sans dire, n.d.r.) alcuni atleti svedesi si sono esibiti in salti e lanci...". Poi una serie di "bufale". Si ripete la storia del "per la prima volta in Italia sono stati superati i 70 metri col giavellotto" che finisce poi nel titolo, forse si voleva dire "Italia Repubblicana" visto che nel 1934 proprio repubblicani non eravamo...Poi si fa passare il bravo Daleflod "come primatista mondiale nel 1949", forse si intendeva dire che era il migliore della stagione '49, ma anche questo è sbagliato, perchè nelle liste mondiali di quell'anno fu terzo. Ancora: che era quarto al mondo nel 1952...mai stato. E, da ultimo, lo si classifica come "olimpionico", e abbiamo visto che non fu neppure partecipante. Tipica cultura - meglio incultura - delle redazioni sportive in genere.

Tre gare in tutto: giavellotto, con ancora Arturo Benevenia secondo ma con misura inferiore a quella di Breno; salto in alto con la presenza di Antonio Siddi, velocista dai 100 ai 400 metri, secondo con 1.75;  lancio del peso che offre una prestazione che avrebbe meritato, sul giornale bresciano, miglior considerazione: Luciano Turcato, "l'atletico Turcato", scrive il redattore, getta la palla di ferro a 13.62, che significa il primato della vasta provincia bresciana, alla fine dell'anno sesta prestazione nazionale assoluta. Ma che pensi? Adesso dobbiamo conoscere anche i primati provinciali?

Saluto gli amici svedesi, grazie / thank to my friend Peter Larsson, e chi avrà avuto la pazienza di leggere 'sta roba. Dubito. Dimenticavo: spjut, che sembra uno sputo, non è niente di maleducato, significa giavellotto in svedese. Nelle foto: il ritaglio del "Giornale di Brescia"  che riferisce delle prove allo Stadio Rigamonti e un lancio di Sven Eriksson Daleflod.

1952, dalla tundra svedese alla Valle di Camunia

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Breno, Al Camònega, in dialetto, strada che sale verso il Passo del Tonale, dopo aver fatto tappa nella bella Ponte di Legno. Breno ha sempre fatto rima con siderurgia, fin da quando, erano i primi anni Venti del secolo scorso, Carlo Tassara salì al centro della valle e diede vita a uno stabilimento di leghe metalliche, che, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si chiamò Carlo Tassara Stabilimenti Elettrosiderurgici. Annotazioni per dire all'audace che si azzarda a leggermi che il cognome della famiglia Tassara (originaria di Voltri, dove produceva ferro e chiodi fin da metà dell'Ottocento) a Breno ha un peso specifico molto elevato. Consequenziale dunque che lo stadio brenese si chiamasse, all'epoca di cui voglio trattare, "Carlo Tassara". Si chiamava così nel 1952, oggi hanno aggiunto a Carlo anche Filippo, quindi il nome completo sarebbe "Stadio Comunale Carlo e Filippo Tassara", ma per tutti è "il Tassara". Campo di calcio, pista di atletica, nuove tribune inaugurate nell'aprile del 2014. Come va a rovescio il mondo...una volta cittadini liguri risalivano la Valle della Camunia per dare lavoro e creare ricchezza, per costruire infrastrutture, oggi cittadini lumbard vogliono chiudersi nel loro egoistico orticello. Vabbuó...Un ricordo personale legato alla famiglia Tassara: quando nel gennaio del 1973 fui assunto all'Ufficio Stampa della Associazione Industriale Bresciana presidente era Giuseppe Tassara, il quale mi diede il benvenuto accompagnato dal direttore avv. Dino Solaini, nobile casato di Volterra.

Sono stato trascinato in questa girandola di citazioni, ricordi, da una foto e da una richiesta, provenienti dal dott. Alberto Zanetti Lorenzetti. Foto pubblicata sulla pagina dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli", soggetto otto praticanti le discipline atletiche calati su Breno, provenienti dalla Svezia passando per la Jugoslavia, secondo dizione geopolitica del tempo. Il cerusico di Gambara mi chiedeva di investigare qualcosa di più su questi baldi nordici. Ci ho provato e...thank to a Swedish friend I am able today to give some information more. The friend is Peter Larsson, from Trollhättan, a manager of the GKN Aerospace , who has a great interest for athletics. In one of mine previous professional experiences as a statistics and documentation manager and compiler of world lists in athletics I had e mail contacts with Peter for many years, we never met each other but we had a friendly relation. Peter was the best reference in Swedish athletics I had, his collaboration was always positive, on time, clear, he gave much to my job and he was asking for nothing. I considered Peter more than a presumptuous statistician, he was a gentleman. Also in this case I sent him the photo from 1952 asking to investigate. I was sure in receiving some replays from him. Here it is:

Hi Ottavio,

I found a little about the picture. I posted a question who they are on a Facebook group and got one answer (so far). It was a daughter of one of the men in the picture who replied to my inquiry. Bottom row to the far left is Jan Gabrielsson (the father) and second from right in the second row is Stig Wändelsjö. 

Jab Gabrielsson (born June 24 1923) was a sprinter and run 10.8 in the 100m in 1945, 22.7 in the 200m from 1945, 51.0 in the 400m in 1950 and 6.70 in long jump in 1945.

Stig Wändelsjö (Nov 10 1922) was a shot putter and had a best of 14.59 in 1954 and also 44.59 in discus throw from 1949.

The Track & Field Club they competed for was IK Orient from Uddevalla. I found an all-time list online for the region (Bohuslän-Dal) where both of them are listed at this address

Very likely the other six on the picture is also in the all-time list, but I haven’t been able to identify them. Hope this is to some help.

Thank you very much, Peter! 

Non gran cosa ma meglio di niente. Adesso, se vi va, leggiamo insieme il pezzullo, su carta rosa, del 16 ottobre 1952, vergato sicuramente dalla "ditta" Calvesi (propendo per la signora Gabre) che forniva notizie alla "Gazzetta dello Sport" dalla piazza bresciana e non solo (e allora sulla "rosea" c'era veramente tanto per gli appassionati di atletica, ho detto allora...):

"BRENO, 15 - Allo stadio Carlo Tassara, davanti ad un numeroso pubblico convenuto anche dai vicini paesi della Valcamonica, si è svolta oggi la riunione cui partecipavano alcuni atleti svedesi capeggiati da Eriksson e Daleflod. In complesso, un'ottima giornata per l'atletica leggera, anche se non sono stati realizzati risultati di rilievo. Il tempo bello, ma freddo, ha avuto la sua influenza specie sulle gare disputate nel tardo pomeriggio. I biondi svedesi naturalmente hanno fatto la parte del leone aggiudicandosi sette delle gare in programma. La stanchezza della tournée in Jugoslavia, da dove venivano, ha influito sul loro rendimento, anche se l'impegno non è mai venuto meno. Daleflod nel giavellotto con metri 64.70 ha ottenuto la miglior prestazione. Atleti svedesi ed italiani sono stati ospiti del comm. Filippo Tassara, presidente dell'U.S.Breno. Domani riunione allo stadio Rigamonti di Brescia con una più larga partecipazione di atleti milanesi e bresciani".

Più elaborato, il resoconto casalingo che apparve sul "Giornale di Brescia", siglato "esse", come si firmava talvolta Elio Sangiorgi, responsabile delle pagine sportive, giornalista amabile e gentiluomo. Faceva parte dell'affollato Consiglio dell'Atletica Brescia. Scrisse, con qualche tono entusiastico un po' eccessivo ma comprensibile, il signor "esse":

"La propaganda per l'atletica leggera in Val Camonica ha ricevuto oggi un incremento che non mancherà di dare buoni frutti, considerate le giovani forze messe in campo dalla U.S.Breno e la numerosa folla che si è radunata, nonostante il giorno feriale, nella tribuna dello Stadio Carlo Tassara, destinato a divenire uno dei più attrezzati complessi sportivi non solo della nostra provincia. Una riunione internazionale non è cosa che possa avvenire con una certa frequenza; è per questo che alcune industrie  e ditte locali hanno osservato l'orario unico per dar modo ai loro dipendenti di assistere alla manifestazione, per la quale l'ingresso al campo sportivo era gratuito. Se due anni fa Breno ospitò altri atleti di chiara fama, fu in occasione della visita diei belgi Reiff e Braekman, e dei francesi Bally e Marie, gli sportivi locali si dovettero limitare ad osservarli in veste di semplici visitatori, questa volta la squadra degli svedesi, capeggiati dagli olimpionici Eriksson e Daleflod, è scesa sulla bella pista dello Stadio Tassara, in aperto confronto con gli atleti della Riccardi e del CUS Milano, dell'Atletica Rovetese, dell'Atletica Brescia e dell'U.S.Breno. E l'interesse, i battimani e gli incitamenti del pubblico, se hanno dimostrato la partecipazione simpatica degli sportivi brenesi e della Val Camonica, gli atleti dal canto loro hanno fatto il possibile per ottenere dei buoni risultati, impegnandosi con ottima vena. La stanchezza della tournée in Jugoslavia, da dove gli svedesi provenivano, e del lungo viaggio hanno però influito sul loro rendimento, mentre il tempo bello ma freddo ha avuto il suo peso, specie sulle gare disputate verso il tardo pomeriggio.

Gli atleti svedesi, milanesi e bresciani, prima di raggiungere Breno sono stati ospiti del comm. Filippo Tassara, che era accompagnato dal sindaco di Breno dott. Beppe Tassaro, per una colazione all'albergo Salus di Boario Terme. Erano presenti anche l'ing. Franco Marzoli, presidente dell'Atletica Brescia, e numerosi consiglieri della società. Da Boario Terme i partecipanti alla riunione si sono portati direttamente allo stadio brenese, dove il prof. Calvesi, che è stato coadiuvato dal prof. Frassa, dal dott. Bonomelli, dalla signora Gabre Gabric, da Italo Bardi, Dario Piccinelli e Piero Pellati, alle 15,30 ha dato il «via» alla riunione, con la prima batteria dei 100 metri. Il programma si è svolto con una certa sveltezza, nonostante qualche contrattempo di carattere logistico, e le gare, come abbiamo detto, hanno destato il vivo interessamento del pubblico"

La scelta di Breno per questa esibizione si capisce meglio sapendo che Filippo Tassara, a quel tempo, era presidente onorario dell'Atletica Brescia; grande appassionato di sport, morì prematuramente nel 1953. I risultati ve li leggete direttamente sui due ritagli dei giornali che sono appiccicati (un click sopra e si ingrandiscono con lo zoom). Qualche pinzillacchera, ricordando nomi che ho conosciuto nella mia esperienza bresciana, o di cui ho sentito parlare. Uno dei pupilli di Bruno Bonomelli nella Atletica Rovatese (annotazione casearia: Breno e Rovato, patria di Bruno, avevano un legame per via dei formaggi, prodotti in Valcamonica, vera e propria cultura, venivano fatti scendere a Rovato per l'affinamento, e la famiglia Bonomelli faceva questo mestiere) era Riccardo Azzani che corse nello stesso pomeriggio 800 e 1500 metri; sarà in seguito un buon specialista dei 3000 siepi, nel 1955 iscriverà il suo nome come primo detentore del primato italiano sui 30 km di corsa in pista. Dopo Breno parte per Bologna dove si disputano i Campionati italiani: corre i 10 mila metri in 33:32 (tredicesimo), primato personale, e i 5 mila (dodicesimo) in 16:03.8. Da Bologna a Roma per la quarta edizione del Trofeo delle Regioni: ancora un diecimila per la Lombardia, terzo dietro a Clemente Bisegna (Lazio) e a Giovanni Picardi (Campania). Azzani era originario di Caino, che non è il fratello di Abele, ma una località a pochi chilometri da Brescia, nella Valle del Garza.

Un giovane giavellottista, 18 anni, Arturo Benevenia, con il triangolo blu e la Leonessa sul petto, emblema dell'Atletica Brescia imperante Sandro Calvesi, sfiorò, mancò proprio per un pelo, due centimetri, il suo primato personale (48.92) che aveva stabilito in giugno, a Firenze, quando risultò primo nel campionato nazionale dei tesserati E.N.A.L. Ebbe una vita molto breve: morì a quarantanni, nel 1975. Suo fratello Umberto fu tecnico della Assindustria Atletica Brescia e ancor oggi, a 77 anni, gareggia nelle competizioni master con i colori della Atletica ASD Sandro Calvesi di Aosta. Sui 100 metri compare pure il nome di Giancarlo Sichirollo. Anche lui sarà impegnato come tecnico nella società assindustriale. Una noticina che salta fuori dalle due serie dei 400 metri: nella prima al secondo posto troviamo il nome del giovane Gian Piero Massardi, un futuro come ottimo ostacolista (due titoli italiani); nella seconda quello di Piero Casnigo,soprattutto marciatore, ma anche bravo giocatore di tennis tavolo, la cui passione per l'atletica e lo sport si prolungò per i decenni a venire, impiegato all'Assessorato allo sport del Comune di Brescia e giudice di gara fra i più assidui.

Il giorno dopo, 16 ottobre, i nordici si esibirono allo stadio Rigamonti di Brescia. Pasticcerò qualche riga nei prossimi giorni per raccontare cosa successe.

Italia - Francia 1927, madamine l'atletica è questa

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Parte prima

"L'athlétisme féminin s'est implanté tres lentement en France...Les femmes pratiquent l'athlétisme à labri des règlements conçus par des hommes; ces derniers ont appliqué aux femmes sensiblement le même programme de courses que pour les hommes: 100 m, 200 m, 400 m, 800 m, 1500 m, etc... Cet athlétisme est né timidement en 1917 grâce  à Mme Alice Milliat, apôtre du sport féminin, fondatrice de la Féderation des Sociétés Féminines  Sportives. Le 2 novembre 1921, Mme Milliat suscitait la création de la Féderation Sportive Féminine Internationale...Dés 1919, elle avait demandé, sans succès, au Comité Olympique International d'inclure des épreuves féminines d'athlétisme dans les programmes des Jeux...". Dovrà attendere un bel po' perchè il Barone de Coubertin, come vedremo fra poche righe, era fermamente contrario alla inclusione delle donne nei Giochi Olimpici.

Gli spezzoni di frasi che riportiamo sono presi dal capitolo (da pag.242 in poi) "Survol de l'athlétisme féminin" inserito nell'opera di Gaston Meyer "Le grand livre de l'athlétisme français". Il quale scrive anche:" En France, Femina Sport avait organisé dès 1917 les premiers véritables Championnats féminins...A partir de 1918, des championnats de France sont régulièrement disputé...".

Per chi non sapesse chi fu Gaston Meyer, cito solamente questa frase che Robert Parientè, direttore del quotidiano sportivo "L'Équipe", scrisse il giorno del suo decesso (12 febbraio 1985):" Maître à penser pour toute une génération de journalistes, directeur de consiences plus encore que rédacteur en chef, conseiller affectueux et convaincant pour tant d'athlètes, tant d'entraîneurs, tant de dirigeants, Gaston Meyer fut aussi un créateur". Fu veramente un gigante del giornalismo, in particolare per il nostro sport. Meyer fu figlio di una terra bellissima, la Dordogna, culla anche di un mio grande amico, Jean-Pierre Durand, fotografo d'atletica di grande sensibilità, cultura, intelligenza.

Sul tema "Les femmes aux Jeux Olympiques" ci viene in aiuto una pubblicazione fondamentale, compilata dallo svizzero Otto Mayer, che ricoprì il posto di Cancelliere del Comitato Olimpico Internazionale dal 1946 al 1964. Nel 1960, per i tipi dell'editore Pierre Cailler di Ginevra, diede alle stampe "A travers les anneaux olympiques", insostituibile raccolta dei documenti delle Sessioni del CIO a partire dalla prima del 1894. Otto Mayer veniva da una illustre famiglia di gioiellieri di Montreux, suo fratello Albert fu a lungo membro del Comitato Olimpico.

Mayer, parlando della 11ª Sessione tenuta a Luxembourg nel giugno 1910, ci informa (pagina 62):"Les femmes, qui avaient déjà été admises à participer aux épreuves de lawn-tennis (1900 e 1908), de yachting et de tir à l'arc (1908) furent en outre admises aux Jeux de Stockholm dans les épreuves de natation. Elles s'y trouvèrent en effet au nombre de quarante-duex pour la natation et de quinze pour le tennis".

La svolta nella 14ª Sessione a Stockholm nel 1912 durante i Giochi della V Olimpiade. Siamo alle pagine 70 - 71. "Les femmes aux Jeux Olympiques - Cette question n'était pas à l'ordre de jour de la session de 1912. Néanmoins Coubertin en profita pour publier ses idèes à la veille de l'ouverture de Jeux de Stockholm. En fin diplomate, il déclara que la question de l'admission des femmes aux Jeux n'était pas encore réglée. Voici ce q'il  écrivit dans la Revue Olympique de juillet 1912:«Cette question ne saurait être réglée dans le sense négatif  par le motif que l'Antiquité l'avait ainsi résolue; elle ne l'est pas davantage dans le sense affirmatif du fait que des concurrentes féminines ont été acceptées pour la natation et le tennis en 1908 et 1912. L'autre jour un engagement est venue, signé d'une néo-amazone, qui prétendit councourir pour le Pentathlon moderne et le Comité suédois laissé libre de se prononcer, en absence d'une législation fixe, a refusé cet engagement. On le voit, la discussion demeure ouvert». Coubertin était résolument opposé à la patecipation féminine aux Jeux. Il pensait que le Congrès de Paris , prévu par 1914, lui donnerait raison. A son avis, les Jeaux devaient être réservés aux hommes seuls.

Et d'abord, avait-il déclaré, en application de l'axiome fameux illustré par Musset: il faut qu'une porte soit ouvert ou fermée. Comme l'accés de toutes les épreuves n'etait pas consenti aux femmes, porquoi leur en permettre quelques-unes et leur interdire les autres? Coubertin pensait que ce serait un spectacle peu édifiant de voir aux Jeux des escrimeuses, des cavalières ou des «coureuses», comme il les appelait. Il pensait qu'il serait logique, au cas où les femmes seraient admises, de les incorporer dans des épreuves mixtes, sans distinction de sexe, puisqu'à cette époque l'égalité hommes et femmes tendait à se répandre. Il reconnaissait cependant qu'en appliquant ce système les épreuves éliminatoires favoriseraient les hommes. Il admettait volontiers qu'en faisant intervenir le principe de l'égalité théorique des sexes, on se livrerait à une manifestation platonique dépourvue de sens et de portée. Il se déclarait opposé à une Olympiade «féminine» (femelle disait-il), la qualifiant d'«impratique, inintéressant, inesthétique et incorrecte». Sa formule était l'exaltation solennelle et périodique de l'athlétisme mâle avec l'internationalisme pour base, la loyauté pour moyen, l'art pour cadre et l'applaudissement féminin pour récompense. «Cette formule, avait-il ajouté, combinée de l'idéal antique et des traditions de la Chevalerie est la seul saine et la seul satisfaisante. Elle simposera d'elle-même à l'opinion». Nous devont reconnaître que Coubertin s'est trompé et qu'il n'a pas compté avec les temps...ni avec les femmes...Si de nos jours la femme est l'égale de l'homme dans presque tous les domaines de la vie sociale, nous reconnaissons - et elles avec nous - que certaines épreuves sportives peuvent leur être ouvertes, à l'exclusion des sports (par exemple boxe, lutte, haltérophilie, football). Le C.I.O. a décidé peu à peu que la femme pourrait prendre part à certaines épreuves qu'elles disputeraient «entre elles».

La Régle 29 admet les femmes dans les disciplines suivantes: athlétisme, escrime, gymnastique, natation, canotagge, patinage artistique et vitesse, ski, yachting (même en bateaux mixte: hommes et femmes) et sports équestres. Il est logique que leurs performances n'atteignent pas celles des hommes. Nous n'interviendrons pas dans ce probléme d'ordre fisique; ajoutons la phrase que Coubertin avait approuvée:«L'important est d'y prendre part»."

Le foto che corredano queste righe furono fornite dal prof. Marco Martini per l'articolo pubblicato sul sito dell'A.S.A.I.

(segue)

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