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Last updateMer, 16 Ott 2019 3pm

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

25 maggio 1935, quel giorno...e chi si ricorda?

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Ann Arbor, Michigan, una cittadina di non grandi dimensioni, circa 115 mila abitanti secondo il censimento più recente. Dice la storia americana che i due speculatori edilizi che iniziarono, nel 1824, l’edificazione della città sulla base di due villaggi indiani preesistenti, vollero mettere il primo nome Ann in onore delle loro due mogli che, appunto, si chiamavano Ann. La città è sede della University of Michigan (1837), e sulla sua pista di atletica è ambientata la storia che segue.

Ve la racconto con le parole di Roberto L. Quercetani, storico dell’atletica mondiale che ci ha lasciato pochi giorni fa, il quale in occasione del cinquantesimo anniversario dell’evento – perché tale fu e resta –, scrisse un articolo per la rivista “Atletica” della Federazione italiana (numero 5, maggio 1985, pagg. 10 – 13).

A corredo, pubblico la copertina del DVD del film «Race» uscito, con gran battage pubblicitario, nel 2016, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Il film fu diretto da Stephen Hopkins, la figura di Jesse Owens è interpretata da Stephan James. Il focus dell’opera filmica sono soprattutto le vicende dei Giochi Olimpici di Berlino 1936, il nazismo, la figura, aleggiante ma opaca, di Hitler, certe furbate dei dirigenti del tempo (ma faranno carriera...), i prezzi che vengono pagati alla loro poca chiarezza di fronte alla rettitudine degli atleti (le figure del saltatore in lungo tedesco Luz Long, oppure i due sprinter ebrei-americani esclusi all’ultimo momento pagando così il prezzo al nazismo). Un film, un’opera lasciata alla fantasia di regista e attori. Una libera interpretazione, e come tale va guardata. Altrimenti si guardino i documentari storici. Ma stiamo parlando di un’altra cosa.

In atletica il tempo è un agente corrosivo di enorme efficacia: visti a distanza di anni, pochi o punti risultati conservano il loro nitore d’origine, perché l’evoluzione dei metodi di allenamento e delle stesse condizioni di gara è tale che tutto ricomincia invariabilmente da una piattaforma più elevata rispetto al passato. Fra le rarissime «performances» del passato che incutono ancora rispetto…anche ai profani sono da mettere in primissima linea quelle di Jesse Owens nel suo «Day of Days», il 25 maggio 1935 ad Ann Arbor (Michigan).

Quel giorno era un sabato e sul Ferry Field si disputavano le finali della Western Conference, cioè i campionati universitari delle dieci maggiori università del Middle West, tanto che in gergo la riunione s’identificava nella sigla BIG TEN. Owens, un negro di 21 anni e 7 mesi, 1,78 per 71 chili, gareggiava per la Ohio State University di Columbus e aveva come allenatore Larry Snyder. Nelle settimane precedenti si era visto un Owens migliore di sempre: alle Drake Relays in aprile, per esempio, aveva saltato in lungo 7.97 regalando preziosi centimetri alla battuta, e gliene sarebbero bastati due soli in più per succedere al giapponese Chuhei Nambu (7.98 nel 1931) come primatista mondiale…Owens, sempre generoso e quindi incline a sacrificarsi pur di portare più punti possibili nel carniere dei «Buckeyes» (nome di battaglia degli studenti della Ohio State University), si era qualificato fin dalla vigilia per quattro finali. Questo sebbene fosse afflitto da un dolore alla schiena, «ricordo» di una partitella di football giocata pochi giorni prima con i suoi compagni di squadra. In quel venerdì 24 maggio 1935 Jesse superò i turni eliminatori senza forzare: 9.7 sulle 100 yards, 21.4 sulle 220, 24.9 sugli ostacoli bassi e 7.65 nel lungo. Giova però osservare che questi risultati erano allora accessibili e un numero assai ristretto di atleti.

All’alba del fatidico 25 maggio Jesse accusava ancora dolori alla schiena, tanto che il suo «coach» gli consigliò di rinunciare alle gare. Lui però non volle saperne, ma essendo per natura mite cercò di convincere Larry con le buone: «Fatemi correre almeno la prima finale, le 100 yards. Poi vedremo se sarà il caso di rinunciare al resto». In fondo i punti-squadra premevano anche a Larry, se non soprattutto a lui, e così accondiscese al desiderio del suo allievo. Tante volte i grandi eventi della storia sono legati ad un filo, dal quale dipende che vadano in un modo oppure in un altro…Ma eccoci alla cronaca di quella giornata.

Ore 14.45, 100 yards – Owens deve vedersela con velocisti di buon valore nazionale (quindi anche internazionale). Parte bene come al solito e non tarda ad avvantaggiarsi. Poi corre nel suo stile sempre decontratto e vince di un metro. Poco dopo viene annunciato il tempo: 9.4, «mondiale» eguagliato. Secondo è Robert Grieve (Illinois) 9.5, terzo è Sam Stoller (Michigan) 9.6. Sebbene le regole internazionali non parlino ancora di vento (l’attuale regola dei 2 m/s sarà introdotta nell’agosto 1936), gli organizzatori hanno pensato bene di servirsi di un anemometro, il quale indica che il vento spirava in senso favorevole alla velocità di 1.55 m/s – come dire che il risultato sarebbe stato valido anche…nell’ottica del futuro. I tre cronometristi ufficiali sono concordi sul 9.4. A corsa finita, Jesse dice di non avvertire più il dolore alla schiena. Lo dice a Larry Snyder ed ottiene da questi il permesso di continuare.

Ore 15.18, salto in lungo – Il direttore della riunione, Ken Doherty (già decathleta di ottima quotazione, più tardi autore di un celebre trattato di tecnica) ha avuto cura di approntare, proprio di fronte alla tribuna, una pedana nuova di zecca, però erbosa. Ed ha il coraggio di annunciare che Owens tenterà di battere il «mondiale» di Nambu. Detto e fatto: Jesse prende il volo dopo una rincorsa breve e veloce e atterra bene al di là di un fazzoletto che lui stesso aveva collocato a 26 piedi (m. 7.92). Poco dopo viene annunciata la «storica» misura: 26 piedi, 8 pollici e un quarto, ovvero m. 8.13. Nambu è superato di 15 centimetri! Il vento è di 1.48 m/s. Owens, atteso da altri impegni, non ha il tempo di fare altri tentativi. Alla fine vincerà la prova con netto vantaggio sul versatile Willis Ward (Michigan), 7.66. Terzo Harry Hollis (Purdue) 7.36, quarto Sam Stoller (Michigan) 7.08.

Ore 15.30, 220 yards in rettilineo – Reso euforico dai successi già ottenuti, Owens è incontenibile. Domina anche questa gara da cima a fondo e chiude in 20.3, battendo di due decimi il «mondiale» tabilito nel ’26 dallo sprinter bianco Roland Locke. Qui il vento è di 0.82 m/s. Nella sua scia finiscono Andrew Dooley (Iowa) 20.7, Robert Grieve (Illinois) 20.9 e Robert Collier (Indiana) 21.2. A questo punto Snyder non ha più obiezioni, lascia che Jesse «rulli» fino in fondo.

Ore 15.30, 220 yards ostacoli in rettilineo – Anche qui gli avversari sono di buona levatura, ma Owens appartiene ad un altro pianeta. Gli ostacoli (cm 76) non lo preoccupano più di tanto, ma è chiaro che venendo come ultima fatica della giornata non gli sono nemmeno di aiuto…Sul finire Owens appare meno decontratto del solito: è anche lui un essere umano, dopo tutto. Vince comunque da signore in 22.6, migliorando di 0.4 il «mondiale». Secondo Phil Doherty (Northwestern) 23.2, terzo Francis Cretzmeyer (Iowa) 23.4. E il vento è calato a 0.46 m/s.

Unico neo della giornata: malgrado il prodigarsi di Owens, alla fine Ohio State deve soccombere al Michigan, 43.5 punti contro 48. È un dettaglio che quel giorno sarà parso importante a molti, sul posto – ma per la storia non ha alcuna importanza. I posteri ricorderanno solo che un uomo ha battuto tre «mondiali» e ne uguagliato un quarto nel giro di 75 minuti. Qualcuno ama ricordare che i primati delle 220 yards valevano anche per i 200 metri, distanza più corta di oltre un metro rispetto a quella inglese. E così accreditano Owens di cinque primati battuti ed uno eguagliato. Formalmente ha ragione, ma a noi piace pensare che Owens non si sarebbe mai vantato di due primati su distanze così vicine tra loro come i 200 m e le 220 y…

È vero che nei … anni trascorsi dal «Day of Days» di Owens tutti i suoi primati sono stati battuti e ribattuti un’infinità di volte, ma è anche vero che al di là del loro valore storico inalienabile conservano pure un valore facciale tutt’altro che disprezzabile. Anche se molti, fra quanti li leggono, non penseranno a «dettagli d’epoca» come la qualità della pista e delle scarpette, o come le buchette che allora avevano il posto degli attuali «starting blocks». D’altronde un 8.13 nel lungo è capace ancor oggi di aprire molte porte in gare internazionali di alto livello.

I peripatetici dello sport, razza inestinguibile

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Dovendo assolvere oneroso incarico di sostituire una persona non sostituibile, sto mettendo a dura prova la già malmessa cervice sfogliando, leggendo e annotando consunte pagine di quotidiano sportivo nazionale, la cui carta rosina, negli anni trionfali, usciva a camionate dalla Cartiera di Toscolano Maderno, per essere precisi di Toscolano. Qui argomento dell’anno 1946. Il 4 febbraio l’«apertura» del giornale aveva un titolo così articolato «Per l’unificazione dello sport italiano – La “crisi” sarà risolta a Milano entro la settimana in corso». Notizietta, poi un commento in corsivo siglato b.r., al secolo Bruno Roghi, che del foglio (proprio un foglio in quei complicati giorni, due facciate) era il direttore. Titolino: «Siano Rose». Una frase del commento (vi si auspica la riunificazione di tutto lo sport nazionale, che, lo dico per coloro che ignorano, era diviso fra Alta Italia e C.O.N.I. romano) mi ha fatto fermare, sorridere, e collegare ai tempi nostri. «Si viaggia molto, forse troppo e in troppi: i viaggi costano un occhio e i soldi sportivi sono pochi…». Mi son fermato e ho riavvolto in back la pellicola del film che ho visto in tanti anni di frequentazioni inevitabili. Lo sport non ha mai smesso il malvezzo di viaggiare, tanto e in tanti. Non ho tenuto la statistica e ho fatto male – anche perché il mio contratto di lavoro in una Federazione sportiva recitava «Documentation and Statistics Manager», roboante – di tutte le volte, tante, in cui mi imbattevo in delegazioni nelle quali il numero dei «viaggiatori» era superiore a quello degli atleti. Un caso, non l’unico, ma sicuramente eclatante: sono arrivato a contare, de visu, una federazione che, in un certo campionato, presentò otto atleti e diciotto accompagnatori. Giuro. In una ipotetica classifica di agenzia turistico-sportiva gli italioti avrebbero sempre occupato un piazzamento fra i finalisti. E vogliamo parlare delle delegazioni che vanno a «studiare» gli aspetti organizzativi di un campionato in vista di presentare la candidatura per il prossimo? Si aggirano come tante ochette nel pantano. E ancora: le gite premio per i grandi eventi, Giochi Olimpici, il massimo delle aspirazioni, e della vergogna, con il cartellino VVIP appeso al collo dei bambini. Vere e proprie spedizioni che paiono l’Africa Korps. Con dispendio di cicaleggio, pranzi, cene, merende, e da qualche anno anche breakfast. E tutto a spese di pantalone. Mai cambiato nulla, e non cambierà mai nulla. Per questo certi furbastri di oggi (ma ci son sempre stati) vogliono mettere le mani sullo sport, perché è un palmizio dove sostare rilassati, massaggiati, mangiati e bevuti. Fatti più in là…che adesso in braccio alla mamma ci sto io.

Tra profumi di Marzemino Gentile e Nosiòla

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Mi ha sempre fatto effetto guardare un manifesto o un programma di una competizione sportiva e leggere: 42esima edizione, 53esima, 46esima, ecc ecc. È come se mi presentassero una persona e mi dicessero: questo signore, questa signora, ha 95 anni, 101…La longevità delle manifestazioni sportive è, per me, una delle cose più belle dello sport. Penso ad alcuni amici che ho conosciuto nel mio lungo e inutile girovagare per il mondo sportivo: penso a Sandro Giovannelli, a Carlo Giordani, a Elio Forti, agli amici del Giro di Castelbuono, nato addirittura nel 1912, a quelli asburgici di Götzis, prove multiple. Penso a certe corsette, sia detto senza offesa, modeste ma con grande dignità, che qui dalle mie parti si avvicinano ai cinquanta anni di vita. Penso a Erminio Rozzini, che quest’anno alzerà un calice alla salute dei cinquanta anni della Atletica Virtus Castenedolo e dei suoi passati sulla pista ad allenare. Penso soprattutto a realtà nelle quali i componenti son tutti monchi: hanno solo la mano per dare, ma mai quella per incassare, non c’è trippa per gatti.

Cerco di immaginarmi cosa c’è dietro quei numeri: 42, 53, 46, 50. Non una, ma tante vite. Quella tal gara viene organizzata da ics anni, fantastico. Segno di serietà e di impegno. Ma io penso anche a tutti coloro che in questo lungo scorrere del tempo di sono prodigati, impegnati, sbattuti, per tener vivo questo sodalizio di volontà comuni. Oppure, alternati. Quelli che hanno dovuto cedere al ritmo ineluttabile della esistenza, alla aggressione di una malattia. E altri han preso il loro posto, purtroppo non sempre; il problema del ricambio all’interno dei sodalizi sportivi talvolta è complicato, molto complicato. E spesso, sempre più spesso, si osservano gruppi di diversamente giovani che, da soli, continuano a tirare la carretta. Alla faccia del tanto sbandierato giovanilismo, «largo ai giovani», ma ando’ stanno!?

Queste farneticazioni mi sono cresciute dentro osservando il numero 42 sul manifesto del Cross della Vallagarina, che si correrà domani (sarà domenica 20 gennaio 2019, tanto per ricordacene) nel bel borgo non privo di un fascino nobil rurale di Villa Lagarina, appena fuori, a Nord, di Rovereto. Terra di vitigni importanti, come il Marzemino Nobile, la Nosiòla, un profumatissimo Moscato. Proprio fra i vigneti nacque questa corsa attraverso i campi, idea di allora baldanzosi giovanotti della robusta Quercia Rovereto. Adesso leggete qualche riga dal libro della Genesi di questa gara, come riportato a pagina 96 di «50 anni una vita», edito nel 1995, rivisitazione di cinque decenni di attività del club.

Un’idea nata nel 1976, mentre Carlo Giordani e Adriano Galvagni stavano preparando a forza di braccia, sotto la neve che cadeva fitta, il percorso per il campionato italiano femminile di cross: perché non dare continuità a quella iniziativa, con un cross da ripetere ogni anno? Era quello che mancava per completare i programmi organizzativi della Quercia. Quei prati della Baldresca, alla periferia sud di Rovereto, teatro della gara tricolore, non si prestavano ad una soluzione duratura.

Scrisse Attilio Monetti sulla rivista federale «Atletica» (numero 3, marzo 1976, pagina 22):” A Rovereto Gabriella Dorio ha conquistato il suo primo titolo italiano di cross. Lo ha conquistato sui 4.500 metri di un percorso reso duro dalla nevicata del giorno prima e che offriva oltretutto passaggi e tratti impegnativi. Un percorso che quelli della Quercia Rovereto, società organizzatrice nel quadro dei festeggiamenti del trentesimo compleanno, avevano attentamente studiato e curato con una organizzazione complessiva molto buona”. Dorio, poi Gargano, poi Basso; Cristina Tomasini prima delle junior, la biondina Paolo Zappoli la più brava delle allieve. La fidanzatina dell’atletica, Gabriellina, poi terza nel Mondiale, a Chepstow,…, dopo la bella catalana Carmen Valero e la sovietica Tatiana Kazankina. Italia seconda nella classifica per nazioni, grazie a Dorio, Gargano, Cruciata, Tomasini. Serve sempre fare un po’ di ripasso per esercitare la memoria, soprattutto ad una certa età.

Torniamo fra i vigneti e i frutteti.

“Ecco dunque l’idea di Villa Lagarina…Il campo di calcio da poco costruito era il punto di riferimento per un percorso vario e spettacolare che si snoda fra vigneti e frutteti. Dopo un primo collaudo con una gara regionale nel 1977, l’anno dopo nasceva il «Cross della Vallagarina»: obbiettivo di partenza era la valorizzazione del settore femminile, prendendo spunto dal momento d’oro di Cristina Tomasini, atleta di punta della Quercia e reduce dal titolo italiano di cross e dal quinto posto ai Mondiali di Düsseldorf.

“La prima edizione fu un’avventura davvero indimenticabile. Una fitta nevicata alla vigilia sembrava rendere impossibile lo svolgimento della gara. I mezzi meccanici non potevano addentrarsi lungo i passaggi più stretti del percorso. Non rimaneva che affidarsi al mezzo più antico, le braccia dell’uomo. Un rudimentale spazzaneve, trascinato da mani robuste (alimentate anche da sorsate di grappa nei momenti di sosta per riprendere fiato) riusciva in qualche modo a tracciare un percorso fra pareti di neve che stavano diventando sempre più alte. Nella notte un’altra nevicata aveva quasi annullato il lavoro di ore. Ma gli organizzatori, i volontari di varie associazioni di Villa Lagarina, non vollero arrendersi. Dopo una mattinata di duro lavoro, in lotta contro il tempo, tutto era pronto per ospitare le gare e la vittoria di Cristina Tomasini, che ringraziava così nella maniera migliore.

“Era l’inizio di una storia ricca di tante altre pagine importanti…”.

Era il 29 gennaio, prima Tomasini, terza Lauretta Fogli, di là da venire maratoneta.

Le pagine importanti sono tante: dopo la gara per le donne, quella per gli uomini, 1982, nomi come Gelindo Bordin, Mariano Scartezzini, e poi Pesavento, Demadonna, Panetta, un abbonato, quattro vittorie. La prima di uno che veniva da lontano, Steve Nyamu, dal Kenya, 1991. L’ultima di uno dei nostri, Giuliano Battocletti, trentino, 2007, oggi felice genitore di una ragazzetta, Nadia, già campioncina d’Europa poche settimane fa. Facciamo voti che non la trasformino in divetta, è già avvenuto, abbiamo esempi. Papà, tientela stretta la bambina, lontana dalle sirene.

Dal 2007, solamente Wilson, Chame, Haile, Andrew, Kenya, Etiopia, Etiopia e Kenya. Così va il mondo. E va anche in malora, come mi ha ben detto via cavo Carletto (etto tanto tempo fa) Giordani: “Se non fossimo dei seri candidati al manicomio, dovremmo smettere. Oggi abbiamo risorse che son meno della metà di quelle di un po’ d’anni fa. Ci consoliamo dicendoci fra di noi: ci siamo ancora». A me vien da pensare alla famosa invocazione del procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli, «resistere, resistere, resistere». Alegher, alegher che el büs del cul l’è negher! di che vi preoccupate? Adesso abbiamo gli Stati generali dello Sport. Stati Generali? Organo di origine feudale, creato per limitare il potere assoluto del Re. Francia: ultima riunione degli Stati Generali il 5 maggio 1789. Rivoluzione francese, assalto alla Bastiglia: 14 luglio 1789. Sto facendo solo un po’ di ripasso di storia. Ogni riferimento allo sport italiano è fortemente voluto.

México, 17 ottobre 1968: Beppe, Viktor, Nelson

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Questa è la seconda parte dello studio biomeccanico eleborato dall'ing. Giorgio Fracchia sui salti della finale dei Giochi Olimpici di Città del Messico 1968, tutti (ottimista) ricordano la data ormai famosa: 17 ottobre. Tutto questo, ed altro, è stato ricordato in una giornata di omaggio a Beppe Gentile, lo scorso mese di ottobre. Iniziativa, promossa anche da questo sito, e arricchita dalle immagini inedite (leggete pure: mai viste) girate di Luciano Fracchia e messe a disposizione dal figlio Giorgio, a cui rinnovo pubblicamente il mio sentito ringraziamento anche a nome di tutti coloro che hanno dato il loro aiuto per la riuscita.

Qualche tempo fa, in questo stesso spazio, avevo pubblicato le immagini dei due salti di Gentile: quello del primato a 17.22 e quel quinto che fu poi misurato a 16.54, essendosi l'atleta sbilanciato dopo lo «step». L'ing. Fracchia osservava che a questo punto l'atleta era 13 - 15 centimetri avanti rispetto al salto - record (il primo). Adesso possiamo confrontare Gentile e i suoi più diretti avversari: il sovietico Viktor Saneev (di origine georgiana, Sukhumi, sul Mar Nero, facente parte oggi di uno Stato non internazionalmente riconosciuto, la Abkhazia) e il brasiliano Nelson Prûdencio. In quella indimenticabile sequenza di salti il primato del mondo avanzò quattro volte: Gentile 17.22, Saneev 17.23, Prûdencio 17.27, Saneev 17.39. L'interessante documento che ci regala Giorgio Fracchia mette a confronto tre di questi quattro eccezionali (per l'epoca) salti.

Ancora «Grazie» a Giorgio per il suo paziente lavoro e per l'analisi biomeccanica dei salti, e buona visione a chi vorrà soffermarsi su queste immagini che hanno fatto la storia del salto triplo.

E se Beppe non avesse sbandato sul secondo?

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Son cinquant'anni che la domanda si muove nell'aria come le onde elettromagnetiche che ormai hanno infestato la nostra vita quotidiana. Fin da quel primo giorno, 17 ottobre 1968. E sicuramente il primo che deve averci perso qualche ora di sonno è il protagonista, Giuseppe Gentile. La domanda fu allora, ed è ancor oggi: ma se l'atleta non avesse sbandato dopo quello step del suo quinto turno e poi cappottato sul jump, avrebbe vinto la gara e con essa la medaglia d'oro olimpica? Quesito tornato di amletica attualità qualche mese fa, quando Erminio Rozzini e l' indegno scrivente di queste righe si fecero promotori di una giornata, come dire? del ricordo, ricordo di quel campione, Beppe Gentile, ricordo di quelle due giornate, 16 e 17 ottobre, ricordo dei Giochi Olimpici di México '68, Giochi che non furono Giochi qualunque, ricordo di due primati del mondo dell'atleta italiano e dei tre firmati da altri due eccezionali atleti: cinque nuovi primati del mondo in due giorni nella stessa specialità, evento eccezionale se non addirittura unico.

Ma chi l'aveva visto quel salto dopo d'allora? Nessuno, eh sì, proprio nessuno, neppure l'interessato non si era mai rivisto in quel gesto atletico. Sapeva dentro di sé che ce l'aveva messa davvero tutta, ma non tutto era andato per il verso giusto, in una disciplina, in più, che fa degli equilibrii la sua essenza. Ma c'era un documento, uno solo, unico, ben guardato nella casa dell'uomo che quel giorno dagli spalti dell'Estadio Universitario messicano che fungeva da Stadio Olimpico, filmò quella finale con tutti i salti. Una persona straordinaria: Luciano Fracchia, che nella sua vita ha girato, dice oggi il figlio Giorgio, un patrimonio di almeno 400 chilometri di pellicola che fissano le immagini di momenti straordinari di questo nostro sport che è straordinario di per sé. Quel filmato è uscito dalla Fort Knox astigiana, grazie alla signorilità dell'ing. Giorgio Fracchia, che lo ha messo a disposizione degli organizzatori della giornata «Omaggio a un campione: Giuseppe Gentile», che si è tenuta ad Agazzano, in provincia di Piacenza, domenica 21 ottobre.

Quando chi aveva pensato l'evento fece sapere che si sarebbero viste quelle immagini uniche e sconosciute, il tam tam riprese a suonare. E molti furono punti da curiosità pressante per saperne di più. Il video, ben custodito, come previsto fu proiettato quella domenica mattina, in una atmosfera di attenzione quasi religiosa. Ci sono le foto prese durante la proiezione nelle quali si vedono i volti attenti, immobili, di Gentile, degli altri atleti italiani che hanno scritto i capitoli più importanti del salto triplo (tutti e cinque gli altri diciassettemetristi), attenzione e curiosità per qualcosa che non si era mai visto prima. E poi le varie ripetizioni, i rallenty, i fermi immagine, i commenti.

Esiste una risposta precisa, al di là delle opinioni, delle sensazioni? Me l'ha fornita l'ing. Giorgio Fracchia stesso, il quale, avvertendo il grande interesse, mi ha scritto, a questo riguardo:

«Per quanto riguarda il famoso quinto salto di Gentile ti aggiorno in anteprima in quanto, essendo io molto appassionato di biomeccanica, avevo già fatto uno studio in proposito. In pratica si tratta di vedere se dopo i primi due balzi (hop + step) Giuseppe si trovasse avanti o indietro rispetto al suo record di 17.22.
I risultati sono riassunti nell'allegata fotografia dove si vede che Gentile nel salto (abortito) di 16.54 era avanti di 13-15 cm rispetto a quanto fatto nel salto di 17.22. Ma come vedi dalla foto era troppo inclinato in avanti col busto e questo secondo me ha compromesso il jump finale. In ogni caso non si può prevedere cosa avrebbe fatto nel terzo balzo se non si fosse girato in aria, poi come dici tu è inutile rivangare il passato».

Chi vuol discutere, discuta. Io vi do appuntamento ad una prossima, imminente puntata.

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