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Paul Tergat al vertice dello sport olimpico keniano

 

Intravvedete quel fantasmino nero, allampanato, in questa infelicissima foto nerosunero scattata all'arrivo della "Diecimiglia del Garda" del 1993? Siamo sul rettilineo di via Valvestino, ormai quasi all'uscita dell'abitato di Navazzo in direzione della diga. Era il 12 settembre, la "Diecimiglia" era una delle cinque tappe della "50 Miglia in Franciacorta e dintorni", anche se Navazzo dista parecchio dalla spumantizzata Franzacurta, ma ha titolo sufficiente per dire la sua quando si parlava allora / si parla oggi di corsa, di podismo, di running, chiamatelo come vi pare, a me piace quell'ottocentesco "sport pedestre", poetico . E la prova è che dopo 44 anni (filati) lei, la signora "Diecimiglia" è ancora lì, pur con i suoi problemini, a offrire organizzazione, premi fin troppo generosi che certi bifolchi non meritano, ospitalità perfino a coloro che mi ricordano la bella canzone di Paolo Conte, "Bartali", quando ironizza su quelli (parla dei francesi) che a vedere Ginettaccio "s'incazzano e le palle ancora gli girano", anche fra il blu del lago di Garda e il green del Montegargnano non mancano i biliosi a cui la gara sul Münt fa girare le palle, da sempre...

Torniamo alla nostra figurina nera. Ha un nome: Paul Tergat, un giovanotto del Kenya, nato in uno schizzo di colore della tavolozza africana, Riwo, non lontano da una "location" (così faccio divertire il mio amico Enzo)  che potrebbe essere confusa con il nome di un vino, Kabarnet, invece sta sulle coste della Kerio Valley (elefanti, coccodrilli) in pieno splendore della Great Rift; scavalcato l'abitato, sull'altro versante, si scende su due bei laghi eletti a dimora dai fenicotteri rosa, il Bogoria e il Baringo. Siamo nella terra abitata dai Tugen, una delle tante tribù di etnia Kalenjin, come i Nandi, i Marakwet, i Keiyo, ecc ecc. La lezione su etnie e tribù del Kenya la rimandiamo alla prossima volta (42? 53? tante comunque). E non è neppure la storia di Paul. Dico solo che il ragazzo arrivò alle nostre latitudini al seguito di Moses Tanui, un grande guerriero che ho stimato e stimo fra i migliori consumatori di scarpe da corsa, e del dott. Gabriele Rosa, iseano, esperto di caccia grossa atletica. I ricordi si intersecano, si sommano, si sottraggono, si dividono (con le persone cui si vuole bene).

Mi resi conto che esisteva un atleta di nome Paul Tergat su una rivista di track & field britannica, alcuni suoi piazzamenti prataioli in gare "locali" che valevano un mondiale. Poi viaggiai a Boston, marzo 1992, per il paludato Campionato del mondo di corsa campestre, partenza e arrivo al "Franklin Field", oggi conosciuto come Harambee Park, un posto dove i Bostonians potevano fare sport; un freddo boia, una stufetta che a turno ci mettevamo fra le gambe e anche qualcosina più sù, il mio amico spagnolo Pedro Molero, scriba al quotidiano sportivo madrileno "Marca", ed io, "inviato a mie spese" - era una nuova figura nel contratto nazionale dei giornalisti introdotta appositamente per me - del "Giornale di Brescia". In un albergone che faceva da riferimento generale per il Festival del fango gelato vidi anche la faccia da abbinare a quel nome. E non era allegra, anzi.... Non avrebbe potuto correre...andava come un treno, era arrivato terzo alle selezioni di Nairobi - un vero campionato del mondo anticipato - poi un genio di allenatore indigeno ebbe la bella pensata di spedire a correre gli atleti nel freddo gelido del Massachusetts appena sbarcati da un viaggio interminabile chiusi in un aereo. Eppure questo santone del cross keniano era il più corteggiato dagli imbrattacarte di mezzo mondo, avidi di conoscere i segreti di una preparazione che in realtà era il segreto di Pulcinella: correre, correre, correre, chi sopravviveva andava ai Mondiali. Risultato della genialata? Le delicate fibre del giovanotto di Riwo scricchiolarono e qualcosa si ruppe. Niente mondiale. Decisione in un corridoio dell'albergo bostoniano, lui mogio mogio, il dott. Rosa nel ruolo di Madonna della Consolazione.

Ci vollero mesi di paziente lavoro e recupero. In estate lo rivedemmo, proprio a Navazzo. Il Gran Khan delle orde dei bipedi kenioti era, a quel tempo, Moses Tanui, forte del suo titolo mondiale sui 10 mila metri l'anno prima a Tokyo. Gerarchia riconosciuta e rispettata all'interno del clan. Talvolta prevalevano i giochetti del tipo: "oggi vinco io, domani toccherà a te". Vedansi ordini d'arrivo della "Dieci": nel 1991 primo Andrew Masai, secondo Tanui; 1992: Tanui, poi Paul Tergat. L' anno dopo Paul "passeggia", lontanuccio il carioca Arturo Castro, che ho incontrato a Rio alcuni anni fa, proprietario di un importante negozio di bici e di sport outdoor.

Non vado oltre, la storia della "Diecimiglia" ve la potete rispolverare comodamente o leggendo il libro pubblicato nel 2004 per celebrare la 30esima edizione, oppure andando sul sito dedicato: questo qui, per chi non lo sapesse. Per quale motivo parlo - a me stesso - di Paul Tergat, della corsa di Navazzo, di ricordi personali? Qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha fatto felice: Paul è stato eletto presidente del Comitato Olimpico del Kenya, rilevando l'incarico da un mito sportivo del Kenya, della corsa, dei Giochi Olimpici, dell'atletica, Kip Keino, Mexico 1968, quando il mondo, esterefatto, scoprì i corridori della Rift Valley. E anche Kip mi onorò sempre del suo affetto. Paul era già stato cooptato nell'esclusivo sancta sanctorum dei Membri del Comitato Olimpico Internazionale. Quest'uomo, che mi ha regalato una delle due più grandi emozioni della mia vita di randagio dell'atletica (la finale dei 10 mila metri ai Giochi di Sydney 2000), e a cui voglio bene come a un fratello, potrebbe andare molto, molto più sù. Ufficiale di alto grado della Forza Aerea del suo Paese, sollecitazioni politiche ne ha avute tante, ma, per ora, ha dato la precedenza allo sport. Non mi stupirei affatto di vederlo fra qualche anno presidente della Republic of Kenya. Esagerato? No, sono convinto di quello che dico. Un presidente della sua stessa tribù, Tugen, c'è già stato: Daniel arap Moi. Lui potrebbe essere il secondo, magari mettendo d'accordo Kykuyo e Kalenjin che da sempre usano il machete invece della matita per votare.

Futuribile, parliamo del presente: Congratulations, Mr President, gli amici di Navazzo non ti hanno mai dimenticato e oggi sono fieri di poter dire che hai bagnato le nostre strade con il tuo sudore. Torna a trovarci, se puoi, quando vuoi.

Se qualcuno che mastica un po' di linguaggio Brexit vuole leggere qualcosa di più serio di 'ste righe miserelle, può andare su questo indirizzo.

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