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Last updateMer, 24 Apr 2019 11am

Polvere. I libri ne accumulano tanta, i giornali poi...non ne parliamo. Accumulo libri, giornali e polvere da più di sessant'anni, prima i fumetti, Topolino, Corrierino dei Piccoli, Jim Toro, Tex Willer, Sport Illustrato, tanto del dirne alcuni. Li tenevo ordinati, religiosamente. Poi, nel 1959, la mia mamma Gisa e io cambiammo casa, da via Vincenzo Capra, poeta dialettale vissuto nel Risorgimento, a Piazzale Torino, niente di poetico, solo una normale direzione geografica, come era nell’antichità con le Porte nelle mura, e anche Piacenza aveva una bella cinta di Mura voluta dai Farnese nel Secolo XVI. Trasloco uguale tragedia, per me. Mio zio Gino, di sua capoccia, chiamò uno straccivendolo - così si chiamavano allora - e gli fece portar via tutto, neppure Tex Willer, sfoderando le sue Colt, riuscì a fermarlo. Addio letture dell’infanzia.

Poi caddi malato, vittima di un morbo che chiamavano Giochi Olimpici, con una evoluzione patologica detta “atletica”. Altro che epatite, ‘sto morbo me lo sono tirato dietro tutta la vita, quella vissuta e quella che mi resta da vivere. Per fortuna ho trovato un antidoto potentissimo: lavorare all’interno delle organizzazioni sportive ufficiali, magari non guarisci del tutto, ma aiuta molto.

Adesso, ho maturato (anche se ormai è tardissimo) un sostanziale distacco. Durerà? Non lo so. So però che, d’ora in poi, mi occuperò solo ed esclusivamente di quello che mi piace, senza doverne rendere conto a nessuno. Scriverò, pubblicherò a ruota libera, senza un ordine preciso, e, soprattutto, senza la presunzione di “fare storia” o di scoprire chissà quali novità. Voglio tenere vivo questo mio spazio personale che ho troppo a lungo trascurato. Sono arrivato alla conclusione che non ne valeva la pena. Cercherò di togliere la polvere dal mio archivio.

Dichiaro aperti i Giochi della Polvere d’archivio.

Prolegomeni ad una storiellina di hop, step e jump

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A qualcuno interessa aprire un piccolo spiraglio sulla storia di quello che genericamente in atletica si chiama salto triplo? Se avete questo interesse e anche 20 Euro da investire potete scrivermi e richiedermi copia di questo lavoro che vi spedirò all'istante. Se volete anche il mio autografo, beh, quello è in omaggio. Ironizzo perchè conosco fin troppo bene il limitato interesse che circonda le pubblicazioni, soprattutto se c'è da sborsare qualche centesimo. Se dicessi che invio gratuitamente il bel volumetto (alla Foto Grafica di Piacenza mi hanno aiutato a fare davvero un gioiellino di impaginazione e di eleganza) esaurirei le copie oggi pomeriggio stesso. È l'onda lunga della dissennata politica delle istituzioni sportive italiane che, da sempre, hanno dilapidato soldi (quando c'erano in abbondanza) per pubblicazioni che facevano stampare in migliaia di copie e poi regalavano senza nessun criterio, oppure facevano ammuffire nei magazzeni, destinate ai contenitori della carta da riciclo. Idem per le riviste. Visto con i miei occhi, non per sentito dire. Adesso ci raccontano (io fermamente non ci credo) che ci sono pochi soldi, e allora non ci sono più libri, le riviste sono in via di estinzione come il picchio dal becco d'avorio. E, per trovare una foglia di fico alla loro vergogna, si aggrappano alle versioni digitali. In compenso per feste, pranzi, cene, premiazioni, viaggi-vacanze per presentare l'impresentabile, la palanchina non manca mai. Perchè non fare virtuali anche queste? Ma non me ne frega assolutamente nulla. Ho deciso, in un momento di autoesaltazione, di fare questo lavoretto, che mi ha dato tanta intima soddisfazione. E mi fermo lì. Se insistessi nell'aspettarmi un apprezzamento dagli altri (e qualcuno dovrebbe avvertire un dovere morale, ma è troppo ottuso per avvertirlo), vabbuó, allora sarei da psichiatrico.

Giasone è stato (nel film «Medea») Giuseppe Gentile, il bronzo è il metallo della medaglia da lui ricevuta sul podio dei Giochi Olimpici México '68, il Giasone mitologico andava alla ricerca del vello d'oro, e anche Beppe aveva avuto questo sogno aureo. Dentro le 122 pagine (vestite da una bella copertina disegnata appositamente per me da Ennio Buttò, ed è la seconda volta, la prima fu qualche anno fa per un altro libretto, quello dedicato alle staffette) ci sono documenti, ritengo una bella selezione di foto, spigolature mie, una compilazione statistica corposa opera di due amici, Enzo Rivis e Enzo Sabbadin, una ricca bibliografia. Vedete un po' voi.

Sport nella scuola, sapevate che è esistito?

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Nel rimettere ordine - meglio, tentare di rimettere ordine - in una montagna di materiale storico-documentale che ho avuto la sorte di ereditare, ho messo le zampe su alcune pubblicazioni che hanno monopolizzato la mia attenzione, come tutte le altre del resto. Sono tre fascicoli che recano l'intestazione Ministero della Pubblica Istruzione, Ufficio speciale di Educazione Fisico-Sportiva. Titolo: Elenco nominativo degli Studenti - Atleti vincitori delle gare provinciali negli anni 1951 e 1952. Così il primo, gli altri due sono esattamente uguali: uno per gli anni 1953 - 54 - 55 e 56, il successivo copre il quadriennio dal 1957 al 1960.

Una prima sommaria scorsa ai nomi delle varie province a me più vicine per motivi di famiglia o di lavoro (Piacenza e Brescia, per dire) mi ha innescato la curiosità di una lettura più meticolosa. Ho fatto scorrere il nostro allungato e tremolante stivale dalla lettera A (Agrigento) alla V (Viterbo), sedici pagine, scoprendo che erano state pubblicate a cura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Dentro tutti quei nomi di ragazzi studenti ho fermato l'attenzione su quelli che mi ricordavano qualcuno o qualcosa, riminiscenze della lunga militanza in atletica, dentro, al lato, troppo dentro, fuori. Che sia ben chiaro: nomi che dicono qualcosa a me. Sicuramente ce ne saranno altri che hanno fatto poi nella vita meglio e di più, ma a me non dicono nulla. Lo dico perchè ho scoperto a mie spese quanti rompicoglioni ci sono disseminati ovunque. Codicillo finale: a quel tempo un quotidiano che usava carta rosa (ne uscivano ogni giorno camionate dalla Cartiera di Toscolano Maderno, sul lago di Garda) aveva la sensibilità sportiva di pubblicare gli stessi elenchi di nomi dei ragazzi-studenti, provincia per provincia. Oggi invece lo stesso «foglio», sempre rosa, preferisce fare inserti con chiappe e tette in bellavista. I tempi sono questi...ma a me non piacciono.

E infine, faccio una dedica: a tutti quei puffi buffi che dopo circa settant'anni stanno ancora a blaterare, di tanto in tanto quando non sanno che altro dire, di sport nella scuola. Vacui fiati.

Ecco quanto succedeva nel 1951 e 1952, ma non mi fermerò qui.

BOLOGNA - Guido De Murtas vinse gli 80 metri in entrambi gli anni. Nel 1956 sarà il miglior «centista» italiano con 10.6 e farà parte in alcune occasioni della staffetta azzurra 4 x 100.

CUNEO - Attilio Bravi, il miglior lunghista dai tempi di Arturo Maffei, vinse sia nel '51 che nel '52 gli «studenteschi», ma già il secondo anno conquistò addirittura il titolo italiano assoluto, cinque giorni dopo aver compiuto i 16 anni.

MILANO - Uno studentone, un pesista, Pierino Monguzzi, che in pochi anni si inserirà stabilmente fra i migliori italiani alle spalle di Silvano Meconi; una delle «colonne» della Atletica Riccardi nel Campionato di società. Nel 1952, un nome che sta in molte pagine della storia del mezzofondo italiano inizia il suo cammino: Alfredo Rizzo, studente campione sia nel cross che sui 1000 metri.

MACERATA e MODENA - Stesso anno, stesso mezzofondo, stesse discipline, cross e 1000 metri: due nomi che per tutta la vita (la loro) sono stati nel panorama tecnico italiano: Luciano "Lucio" Gigliotti e Romano Tordelli. Al primo sono stabilmente associati i nomi di Gelindo Bordin e Stefano Baldini, campioni olimpici di maratona. 

P.S. - Fra i tre citati chi andò più forte? Eccoli in fila: Rizzo 2:45.9, Gigliotti 2:48.7, Tordelli 2:54.4.

NOVARA - Doppietta nei due anni presi in considerazione di Giovanni Ghiselli sugli 80 metri, in ottobre del secondo anno, a Bologna, sarà già quarto sui 100 agli «assoluti». Nel 1956, fece parte del quartetto (con Gnocchi, Galbiati e Lombardo, lui era in terza frazione) che migliorò il primato nazionale della staffetta che durava dal 1939.

LIVORNO - Il 1952 segnò l'inizio della carriera di Luigi Ulivelli, lunghista che rimarrà nelle liste italiane fino alla fine degli anni '60. Si trovò la strada sbarrata da Attilio Bravi, riuscendo però a conquistare il titolo di campione ai Giochi del Mediterraneo, a Barcellona nel 1955.

SAVONA - Un nome che ha fatto storia nel salto in alto italiano: Gianmario Roveraro. Primo da studente nel 1952 con 1.65, campione nazionale assoluto nel 1954 con 1.90. Stile Horine, è stato il primo a superare i due metri: Lugano, 9 settembre 1956, 2.01, l'anno dopo supererà anche i 2.02. Quel 1957 fu caratterizzato dalla furbata della scarpetta con suola spessa, poi la IAAF si svegliò e la dichiarò fuorilegge, come doveva essere. Nella vita Roveraro si imporrà nel mondo dell'alta finanza, con grande successo, il suo nome ricorreva spesso nelle pagine economiche dei giornali, associato a quello della potentissima organizzazione cattolica Opus Dei, di cui faceva parte. Purtroppo, tramontato il suo fulgido momento finanziario, forse abbandonato dalle potenti gerarchie che stavano dietro di lui, lo aspettava una fine tremenda: rapito e poi ammazzato, anzi macellato con un machete, i suoi poveri resti furono trovati in un casolare nella pianura parmense. Nel 2016, la investigazione giornalistica internazione che va sotto il nome di «Panama Papers» ha portato alla luce il fitto intreccio di operazioni illegali.

AQUILA e CREMONA - Due nomi che partono a scuola con il salto in alto e approdano a carriere diverse. Bernardino "Dino" Morsani, una vita spesa poi a Rieti, vince tutti e due gli anni, ma credo che sia ben più noto come scultore, in particolare per opere d'arte legate allo sport. Ne cito due: il monumento ad Adolfo Consolini nel cimitero di Costermano e la statua a Dorando Pietri, a Carpi, realizzata nel 2008 in occasione del centenario della maratona olimpica di Londra. Cremonese invece Daniele Parolini, primo nel 1952, a quindici anni, giocatore di calcio, terzino nella Cremonese, e poi una lunga carriera giornalistica al "Corriere della Sera", inviato a tutti i grandi eventi di tennis. A lui è rimasta attaccata una etichetta piacevole: quella di essere stato, in anni giovanili, il primo fidanzato di Mina, «la Tigre di Cremona» sì, lei, la più bella voce della canzone italiana. Parolini, morto a 76 anni, nel 2013, si dedicò al volontariato in Africa.

BRESCIA - Successo di Giancarlo Sichirollo - siamo nel 1952 - sugli 80 metri. Gareggerà con i colori dell'Atletica Brescia 1950, frequenterà l'ISEF e continuerà a collaborare nel club bresciano con i coniugi Gabre e Sandro Calvesi. Era nello staff tecnico quando mi devetti occupare per qualche tempo della squadra di atletica per conto della Associazione Industriale Bresciana per la quale lavoravo: a quel tempo, metà anni '70, il club sportivo era infatti targato Assindustria Atletica Brescia 1950.

(segue)


Quando a Brescia esisteva l'atletica, quella vera

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Il mio amico Giovanni Baldini mi ha fatto dono (insomma, dono, mi ha dato una bella rogna, che comunque ho accettato senza pensarci sù troppo) di settanta faldoni di risultati originali di gare di atletica fatte in Lombardia negli anni '70 e '80. Materiale cartaceo raccolto da suo zio Claudio Enrico, maestro dello sport, responsabile tecnico della Federlongobarda per molti anni, il quale portava a casa tutte queste carte prima che finissero regolarmente al macero. Poi sono venuti i computer, i programmi di database, e la carta, almeno in questo caso, è quasi del tutto sparita. Prima di liberarmi di questa montagna di polvere, ragnatele, carte mangiate dai topi (che finirà a Castelfranco di Sotto, in un ambiente messo a disposizione dell'amico Gabriele Manfredini, noi non buttiamo nulla) le faccio passare una ad una. Un esercizio di memoria, molto utile, a me almeno. Proprio stamane, mi sono imbattuto nel «verbale» di una garetta regionale disputata sulla pista bresciana del Campo Scuole di via Morosini (così veniva identificato all'epoca, l'anno dopo qualcuno propose di intitolarlo a Sandro Calvesi) il 21 aprile 1979, quindi inizio stagione. Trent'anni fa, poco manca.

Pagina 4, metri 5000 junior / senior, prima serie, 16 arrivati, seconda serie, 18 arrivati, terza serie, 16 arrivati. Embè, che c'è di strano? Quasi nulla, ho detto quasi...infatti diamo una occhiata ai risultati, e solo a quelli degli atleti di società bresciane. Tre sotto i 15 minuti (Salvatore Freni, Sergio Gandaglia, Giancarlo Dusi), dieci sotto i 16, tredici sotto i 17. In aggiunta due serie di allievi impegnati sui tremila metri, 32 ragazzi. Mi son chiesto: ma oggi, anno del Signore 2018, quanti corridori bresciani coprono i 5000 metri su una pista e con un cronometro che li aspetta all'arrivo, in meno di 17 minuti? Non ho la risposta, magari sono decine e decine, io non frequento più e me ne occupo ancor meno. Ascolto però, osservo da lontano, un fenomeno che mi intristisce: la progressiva distruzione dei valori veri di questo sport, nobile sport, chiamato atletica leggera. A fronte di una confusa, sfuggente, orgia di gare, passeggiate, giri attorno al campanile, quattro passi lungo le sponde di qualche ruscello, scarpinate in onore del radicchio, su e giù per valli e monti con dislivelli da capogiro, le gare, vere, sulle piste stanno sparendo, le gare invernali di corsa campestre, cavallo di battaglia del mio maestro Bruno Bonomelli, sono ridotte a poche unità.

In quei lontani giorni i vari Gandaglia, Faustini, Freni, Poli, Febbrari, Gabossi, Serina, Rodelli, Amati, Vecchi, Vergine, e chi vuole metta tutti i nomi che gli vengono in mente, parlavano in termini di minuti, secondi, primati personali da migliorare, o che avevano sfiorato. Penso ai risulati degli 800, 1500, 3000, 10 mila metri di quegli anni. Penso a Franco Volpi che portò a Brescia, negli anni '50, i primati italiani dei 5 e 10 mila metri. Penso a Riccardo Azzani, ad Albertino Bargnani, a Giulio Salamina, a Gianbattista Paini, tutti «prodotti» di Bonomelli e delle sue società Corebo, Fomapla, e le altre. E oggi? Tempi? Cronometro? Non sanno neppure cosa sono. Le discussioni vertono, al massimo, sulla qualità del tessuto del feticcio moderno: «la maglietta tecnica». Mi vengono in mente i maratoneti degli anni '60 e '70 con magliette di cotone, al massimo bucherellate, tagliuzzate con la forbice! Ron Hill, britannico, fu forse il primo a correre con una maglietta traforata, credo da lui. Però vinceva la maratona di Boston in 2 ore e 10, conquistava il titolo di campione d'Europa nel 1969 sulla strada dal villaggio di Maratona ad Atene con un calore devastante. Mi pare di sentire: vecchio retrogrado, contro il progresso. Ma non dite fesserie! È avanzata solo la qualità dei tessuti, è sprofondata quella dell'atletica. Segno generale della società nella quale siamo immersi come un liquido appiccicoso: conta solo l'apparenza, non la sostanza. 

Rimettiamo l'atletica in pista, per favore. Valutiamo l'effettivo valore di questa massa informe di gente che corre, passeggia, saltella, bene, per carità, meglio così che scaldare poltrone e sofà, o affollare irose tribune calcistiche. Ma io sono rimasto fermo ad una frase di una delle persone che ho ammirato di più nel mio lungo circumnavigare attorno al «pianeta atletica»: il professor Carlo Vittori, il quale sempre affermava, con vigore, "l'atletica si fa in pista". Si specano soldi, e per di più pubblici, per fare piste un po' ovunque, e poi lasciarle semideserte. Chissà, magari verrei smentito clamorosamente da moltitudini di corridori con tempi strabilianti. Sarei il primo ad esserne felice. E pensare che fra le discipline che ho amato e studiato di più posso elencare la corsa campestre e la maratona, entrambe fuori dalla pista. Contraddizioni dell'uomo!

Quando Pino Dordoni correva invece di marciare

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 "Andare a piedi, di passo voglio dire, andare in fretta, per lunghi chilometri: questa è la marcia. Non esistono alternative all'ossessionante incedere, si va avanti a ginocchia rigide, passo dopo passo, con la desolante sensazione, per chi è teso nello sforzo, di andare piano...La marcia è una prova di coraggio, ed in questo concetto è tutta la  sua nobiltà, la stessa che empie di luce la figura di Giuseppe Dordoni, maestro di stile ed eleganza, campione di Olimpia. Nessun marciatore, in Italia e all'estero, ha avuto una personalità tecnica tanto autorevole e spiccata, per questo, prima ancora di presentarvi le tappe della sua carriera, credo sia opportuno parlare di quel suo stile che tutti al mondo hanno ammirato e cercato per quanto possibile di imitare".

Questo è l'incipit del ritratto di Pino Dordoni scritto da Claudio Enrico Baldini  nel libro "Storia dell'atletica piacentina", edito nel maggio 1969, una delle migliori e più documentate ricostruzioni di "storie" atletiche locali. Il "Baffo" - come molti lo apostrofavano per quei suoi mustache da ottocentesco ufficiale di cavalleria piemontese - è stato uno di quelli che si è consumato la pelle del deretano nelle biblioteche, romane, milanesi, piacentine, non era certo un amanuense ricopiatore. È stato il primo a ricostruire in maniera puntigliosa ed esatta la carriera di Pino, che per lui era un idolo, i due erano legati da profonda stima e affetto. Nel libro citato, da pagina 369 a 384, troviamo elencate tutte le sue gare sotto il titolo "La carriera di Pino Dordoni, nascita, maturazione, apoteosi, declino, di un campione d'Olimpia".  A questa lista, credo, si siano abbeverati tutti coloro che hanno scritto sull'olimpionico di Helsinki 1952.

Recentemente sono stato destinatario di un "lascito" da parte di Giovanni "Baldo" Baldini, nipote di Claudio Enrico. Consiste nelle copie dei verbali delle gare fatte a Piacenza e provincia fra il 1941 e il 1958. E sulle quelle carte talvolta poco leggibili ha trovato la documentazione che aveva usato Baldini per il suo lavoro sulla carriera di Dordoni. Queste pallide fotocopie mi hanno suggerito una domanda: e se invece della marcia il "Cavaliere" - come tutti rispettosamente lo chiamavano - avesse scelto di dedicarsi alla corsa invece che alla marcia? Infatti il giovane Giuseppe, nato nel quartiere Sant'Anna a Piacenza, si avvicinò al mondo pedestre con una corsa su strada e una su pista nell'anno 1941.

E sono proprio i cosiddetti verbali di quelle due gare che vi presento oggi. La prima, denominata seconda gara podistica su strada, si disputò a Piacenza il 16 marzo, un appunto a margine di Baldini ci rivela che la distanza fu di 4800 metri; vinse Livio Brigati (o Brigatti? non l'ho mai capito, una volta era con la doppia, una volta con la semplice, neppure i "vecchi" dell'atletica piacentina, da me interpellati anni fa, sono riusciti a chiarire l'incertezza), che era di un buon palmo superiore a tutti. Giuseppe Dardani - scritto proprio così - occupò il nono posto (tempo 19 minuti e 10 secondi); tutti i partecipanti, leggo nel foglio: 20 iscritti, 15 partenti, l'ordine d'arrivo ne riporta 11, erano iscritti come G.I.L., Gioventù Italiana del Littorio. Pino per quella di Piacenza, il vincitore per quella di S. Nazzaro, un borgo che si affaccia sulla riva destra del Po, in direzione di Cremona.

La seconda gara del futuro marciatore avvenne in pista, il 12 (o 22?) giugno, sempre a Piacenza. Si trattava della fase provinciale del Gran Premio dei Giovani, organizzato dal Comando Federale del Partito Nazionale Fascista. Distanza 3000 metri, vincitore tale Erasmo Gregori, di Cadeo; Dordoni - stavolta scritto correttamente - si classifica terzo in 11 minuti e 15 secondi.

Piacenza aveva ospitato qualche settimana prima, l' 1 giugno, una gara nazionale, cui avevano preso parte alcuni buoni atleti nazionali...ma questa è un'altra storia, la lascio per una prossima eventuale puntata di "Polvere d'archivio".

Erio Rurini, quando la corsa ce l'hai nel sangue

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Qualche giorno fa nella Sezione "L'Eco del Pizzocolo" ho pubblicato un ricordo del gargnanese Cesare Bernardini scritto da tre amici "indigeni". Ed è saltato fuori il nome di un podista, non bresciano, che ho visto correre nei miei trascorsi giovanili piacentini, quando facevo finta di fare l'atleta. Questo corridore, di cui voglio brevemente parlarvi, condivide con il Cesare l'aver corso la seconda edizione del "Girolago", parliamo di Garda, nel 1975; in effetti non fu un giro del lago ma una andata da Limone a Desenzano e ritorno per un totale di 145 chilometri, colpa di una frana che aveva ostruito un tratto di strada sulla sponda veronese. C'è poi la curiosità dei nomi. Mi spiego: il Cesare all'anagrafe era Francesco ma lo sapevano in pochi, l'altro si chiamava Erio ma 99 volte su 100 lo chiamavano Ezio, Erio non entrava nella crapa di chi scriveva risultati o articoli. 

Erio Rurini, di lui parlo, non ha vinto Campionati importanti o segnato tempi da record, ma è stato un "mito" dell'atletica reggiana. Era nato a Cadelbosco di Sopra, quasi alle porte di Reggio Emilia, il 19 settembre 1935. Da atleta indossò la maglia della gloriosa Polisportiva Cooperatori, fondata nel 1953. Era indistruttibile, lo si trovava in tutte le competizioni emiliane, Reggio, Parma, Modena, Piacenza, Fidenza, Bologna, 5 e 10 mila metri il suo pane consueto, ma anche cross, soprattutto strada. Suo tradizionale antagonista Enzo Boiardi, piacentino, un altro che ha corso tutta la vita, e continua ancor oggi ultraottantenne; si dedicò alle lunghissime distanze, e fu uno dei primi titolari del primato nazionale delle "24 ore" in pista, con oltre 211 chilometri nel settembre del 1971. Ricordo, con affetto e una tanticchia di malinconia, la presenza, in quella occasione, di alcuni amici che non son più tra noi e a cui sono stato molto affezionato: Bruno Bonomelli che rimase nello stadio piacentino tutte le 24 ore, Pino Dordoni, Felice Baldini, Valter Sichel, il mio allenatore che tentava disperatamente di insegnarmi come si lancia il giavellotto. Tempo perso, con uno zuccone come me.

Leggendo il nome di Rurini, sono andato subito a cercare in biblioteca il librone del mio amico Gianni Galeotti (che teneva dimora a Cadelbosco di Sopra), altro partito in anticipo, che qualche anno fa diede alle stampe "Atletica a Reggio Emilia 100 anni di storia". Una compilazione fatta soprattutto di schede per ciascun atleta che ha lasciato traccia nell'atletica della patria di Dorando Pietri, nato reggiano nonostante tutti dicano e scrivano carpigiano. Scrisse Luciano Serra, dotto reggiano che ha lasciato il segno nella storia dell'atletica con le sue ricerche e i suoi libri:"Se l'Ariosto fu reggiano di nascita e ferrarese di vita e attività, Pietri fu reggiano di natali e carpigiano nello sport".

Alle pagine 81 e 82 la breve biografia di Erio Rurini, ne ricopio qualche brano.

"Protagonista delle gare di fondo in campo regionale, ottiene il primato personale nei 10000 metri (32'32"6) nel 1960 e nel 1961 nei 5000 (15'55"4); sempre nel 1960 esordisce nella maratona con un ottimo quarto posto a Busto Arsizio (2h29'03"). La sua scarsa disponibilità ad alimentarsi in gara, e quindi lento nel finale, gli preclude l'accesso ai Campionati Europei del 1962". La maratona di Busto Arsizio, che doveva assegnare la maglia di campione d'Italia, si corse il 16 ottobre. Rurini chiuse al quarto posto dopo il bergamasco Rino Lavelli (al terzo titolo), il romano Clemente Bisegna e il barese Vito Di Terlizzi, che aveva corso ai Giochi Olimpici (ritirato); gli altri due azzurri a Roma erano stati Francesco Perrone, pure originario della Puglia, e Silvio "Sisso" De Florentis (o De Florentiis, secondo altra grafia), genovese, figlio d'arte, il padre Umberto, parrucchiere, era stato uno dei migliori fondisti nazionali, ottavo nella maratona dei Campionati d'Europa a Parigi nel 1938. Distanza corta, quella di Busto, stimata in 41 km e 600 metri. Fu destino del bravo Rurini: dopo una incolore prestazione ai campionati del 1961 (tempo sulle 2 ore e 47) corse ancora un Campionato italiano, nel 1964 a Genova: quinto in 2 ore 23 minuti 53 secondi ma...il percorso era un chilometro meno!

La sua biografia dice ancora:"Sulle distanze maggiori dà il meglio di sè: protagonista e beniamino nella mitica "100 chilometri del Passatore" con una decina di partecipazioni, un secondo posto assoluto nel 1975, tre quarti posti consecutivi dal '76 al '78. Nel 1975 vince il Giro del lago di Garda in meno di 13 ore. Nello stesso anno fallisce il tentativo di battere il record delle 24 ore in pista: si arrende dopo 179 km. Tra i vari titoli italiani Master di rilievo quello sui 100 km su pista (250 giri) nel 1982, tempo 7h51'27". Su questa stessa distanza nel 1983, a 48 anni, a Pisa, stabilisce il primato personale: 7h06'".

Al "Passatore" del 1975 Erio chiuse con 11 minuti di ritardo sul "tetesco" Helmut Urbach, maratoneta da 2 ore 23, uno dei primi grandi specialisti delle ultramaratone, famoso anche per gli immensi baffi prussiani che sfoggiava. Fu tre volte quarto negli anni della "dittatura" Vito Melito - Elvino Gennari, sempre primo e secondo. Nell'83 fu nono, nell'84 decimo, nell'85 ottavo. Quanto al Giro del lago di Garda, le incertezze sono tante: non esiste una vera e propria classifica per quella edizione del '75 e i pochi tempi conosciuti sono affidati alla memoria di qualche "antiquario" del nostro sport, in questo caso Elio Forti.

Questo era "Rurèn", alla reggiana, il quale, per il suo impegno, era tra i prediletti dell'allenatore di casa, il "mitico" Renato Mussini, che tutti chiamavano "Sceriffo". Era nato nel 1906, atleta del mezzofondo, Galeotti lo etichetta come "l'uomo che fece nascere a Reggio Emilia l'atletica leggera". Erio Rurini aveva fatto molti mestieri anche pesanti, poi ne trovò uno come controllore del latte nelle stalle, quindi sveglia tutti i giorni alle 5; a metà mattina il primo allenamento, alla sera, dopo il lavoro pomeridiano, altra razione sulla pista del Campo Scuola. La pagnotta si guadagnava con le stalle, non con le stelle (medaglie) di latta...

I giorni terreni di Erio Rurini sono finiti il 16 ottobre 2005, quelli dell'amico Gianni Galeotti il 13 novembre 2015.

Le foto sono riprodotte dal libro citato. In quella in alto, sulla sinistra, mentre legge quasi sicuramente la motivazione del premio a Rurini, si riconosce Gianni Galeotti.

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