Venerdì, 04 23rd

Last updateMar, 20 Apr 2021 3pm

Garrisce la bandiera della retorica calcistica

Sono sicuro che qualche mio amico che ha ancora tempo da perdere per leggere le fregnacce che scrivo in questo spazio, rimarrà sbalordito: ti sei messo a parlare di calcio anche tu??? No, al tempo. Intanto non io ma io mio amico Daniele Poto, tranquillo Daniele non è uno scaricabarile. Mi spiego. Ho aderito alla sua proposta per questo articolo in quanto fotografia di un mondo - non solo calcistico - in disfacimento, se non in putrefazione. In questa occasione lo spunto è il calcio e i suoi contorcimenti. Un mondo senza più valori di cui il calcio può essere preso a paradigma. Un mondo nel quale il valore del denaro...è senza valore; dove quello che si dice al mattino non vale più al pomeriggio; dove individui che hanno sempre vissuto non sul filo ma ben oltre il filo della legge vengono santificati quando il corpo è ancora tiepido; individui che hanno rubato allo Stato italiano ma sono stati riaccolti con gli onori riservati...ai Re di Roma, ho detto di Roma non della Roma. E i club che fanno da catalizzatori per tutta questa bella somma di virtù? Bilanci che sono dei buchi neri, ma, stranamente, nessuno ci affonda le mani, anzi il bisturi impietoso. Adesso siamo arrivati a sporcare di escrementi anche docenti universitari (che santi non sono) con esami farlocchi per coprire bassi interessi di bottega. Le società di calcio sono la cartina di tornasole della pochezza di parte dell'imprenditoria italiana, ci avete fatto caso? Sono arrivati i cinesi, poi i cowboy americani, arraffano il meglio e lasciano macerie, mentre i nostri intascano e spariscono. E tutti zitti, sigillati. E la gente, quello che ora chiamano indistintamente «il popolo», che fa? Davanti al suo ennesimo calice di ombreta disguisisce di Milan, Juve, Inter, al massimo Brescia, ma sicuramente non della Roma. Ma checcefrega de la Roma? E giù con qualche antiquato e patetico «Roma ladrona», che ormai non va più di moda da quando gli ascari di alcuni partiti hanno fatto la valigia di cartone con tanto di spago per Stazione Termini, e da lì non li mandi più via. Ma cosa faremmo senza il calcio? "Venderemmo 1500 copie al giorno", mi ha malinconicamente confessato un amico che tira la busta paga in un quotidiano sportivo. 

Vai Daniele, sicuramente ti farai degli amici a Trigoria e dintorni.

Senza rimpianti

 Si scatena il flagello della retorica quando la Roma Calcio decide di non rinnovare il contratto a “Capitan Futuro” De Rossi, ormai elettivamente eletto a forza di circostanze come “Capitan Passato”. Trattasi di scandalo del politicamente corretto perché De Rossi è romano, e romanista dentro, e presunto simbolo della squadra.

Ma dove sta lo scandalo se la società che aveva un presidente (Pallotta) che non metteva un piede a Trigoria da più di due anni, trattava il suo giocatore esattamente allo stesso modo con cui aveva mandato in pensione dai campi di gioco il ben più prestigioso Francesco Totti tre anni prima? Riguardo per la romanità, dimenticando che il presidente è americano e che il suo unico scopo, da quando ha acquistato il pacchetto di maggioranza della società, era di approdare al faticoso quanto improbabile traguardo della costruzione del nuovo stadio della società?

De Rossi è una delle “mosche bianche” su una rosa che contava su due giocatori romani su 22 (l’altro è Florenzi, poi ripudiato), dunque una multinazionale del pallone, campanilisticamente non etichettabile. De Rossi ha 37 anni, si faceva male facilmente, non era in grado di giocare più di 15 partite all’anno. Di più, era fumantino (un vero romano?) e spesso si faceva ammonire o espellere, contribuendo a diminuire il senso di continuità di squadra. Nelle sue stagioni d’oro è stato il giocatore più pagato in Italia per il rapporto qualità-prezzo, dato che il suo contratto pesava per 6,5 milioni all’anno. Considerato il suo apporto, i tre milioni attuali sembravano a tutti sovrastimati, vista anche l’età.

Che avrebbe dovuto fare la Roma? Piegarsi alla demagogia corrente? Tra l’altro in dirittura d’arrivo gli ha fatto un’offerta “usa e getta”: 100.000 di provvigione per ogni partita giocata. Rifiutata! Quando i tifosi protestano è pronto anche un contratto da dirigente: rifiutato! Allora sai che ti dico, gran privilegiato De Rossi: il contratto fattelo da solo, un bel contratto politicamente corretto in cui la cifra la scrivi proprio tu. Così nessuno potrà lamentarsi. Neanche il barbaro e superficiale popolo del calcio.  Ed allora che De Rossi vada pure a giocare nell’Ostia Mare senza che si offrano martiri in pasto all’ipocrisia.

La fine della storia è nota: De Rossi va a giocare in Argentina, raccatta gli ultimi soldi di carriera senza che nessuno nell’altro continente lo rimpianga, vista la qualità delle sue esibizioni. Una seconda e ben più vasta overdose di retorica si spande sull’Urbe per il “drammatico” divorzio di Francesco Totti dalla Roma, questa volta come dirigente, un incarico-fantasma. La venerata divinità che chiedeva un ulteriore contratto da giocatore a 41 anni senza che il suo allenatore ne raccomandasse la riconferma, appesi giocoforza gli scarpini al chiodo, si è visto prolungare il rapporto con la società per un ulteriore biennio con 600.000 euro di prebende annue. Cosa abbia fatto Totti e come abbia inciso nel lavoro quotidiano e nelle scelte della società rappresenta un autentico mistero. Perché non ha scoperto un giocatore, non ha contribuito a mandare via l’allenatore in carica (Di Francesco) né a scegliere il nuovo. Il club ha investito su di lui fornendogli un insegnante privato di inglese ma Totti non ha fatto progresso alcuno quando si sa che la lingua internazionale è un elemento fondamentale quanto meno per fare la bella statuina rappresentativa della Roma nel mondo. O per parlare con il tuo presidente Pallotta oltreoceano. In definitiva Totti da dirigente è rimasto un rebus. E dunque perché meravigliarsi che la società (orfana della residua gratitudine) non gli abbia offerto niente di meno che la promozione a direttore tecnico. Totti si indigna e lascia la Roma. Badate, i particolari sono importanti. La conferenza stampa di addio viene ospitata dal Coni del suo amico presidente Malagò e il chairman è Paolo Condò, il giornalista che ne ha scritto la biografia (l’occasione è venuta buona per venderne un ulteriore fracco di copie). 250 giornalisti accreditati per vivere uno psicodramma che non ci tocca e anzi ci indigna. Diretta globale a reti unificate. Neanche una conferenza del Premier Conte è stata mai trasmessa in diretta con questo rilievo. E sì che gli argomenti potrebbero essere vagamente più importanti. 

Quello che doveva dire Totti lo esprime in 45”, il tempo di una telefonata breve. Poi una raffica di domande che dimostrano la sua incapacità di uscire dai panni del Pupone. Fuori i tifosi strepitano e il titolo della Borsa fa le bizze, ci vuol poco a turbare la volubilità dei mercati.  Una cosa è il grande giocatore che era, un’altra lo sprovveduto dirigente messo lì in forza del prestigio accumulato sul campo. Ci ha messo due anni per capire che i panni che gli avevano cucito addosso non erano i suoi. Un grande giocatore non diventerà per forza un grande dirigente (Baggio, Del Piero), né un grande allenatore (Maradona). Del resto si immagina che il campione abbia risorse per cui vivere. Totti in questi anni ha incassato denaro sonante anche per aver fatto pubblicità all’azzardo, in particolare al poker online.

Dunque? Non piangeremo per la “bandiera ammainata”. E cosa sono oggi le bandiere se non una spruzzata di demagogia per confondere i tifosi?  Il segno più significativo della propria esistenza in vita nell’ultimo biennio di Totti è stata l’introduzione (ben pagata) di una pasticca sui panni di una lavatrice, sponsorizzando un detersivo. Non appena ha lasciato la Roma le offerte per aggiudicarsene le prestazioni (sic!) sono state innumerevoli. E poi qualcuno dice che il mercato del lavoro è in crisi in Italia! La miglior prova sull’ipocrisia delle bandiere fatte sventolare demagogicamente sta nell’atteggiamento di De Rossi e Totti dopo la rottura con la società. Si sono guardati attorno per cercare la soluzione migliore per dare un senso (e un contratto) alla propria alienata esistenza, drogata da ingaggi milionari. De Rossi è finito addirittura in Argentina al Boca Juniors, a mendicare un ultimo contratto, immemore del passato alla Roma, cancellato con un colpo di spugna, alla faccia di tanto penare dei tifosi. Romanista per sempre? Macché! De Rossi commentò così il passaggio alla nuova squadra: “Avrei desiderato giocare nel Boca a 20, a 30, a 35 anni. Insomma, è sempre stato uno dei miei desideri. Quando vedo quello stadio- la Bombonera- mi leva la vita”. Eloquente, no? E pardon per l’italiano claudicante. Ora dato che la demagogia imperante deve trionfare, il nuovo presidente della Roma, Friedkin, formula un’offerta a Totti per rientrare in società. Così tifosi e ultrà sono contenti…

Sei qui: Home Garrisce la bandiera della retorica calcistica