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Martino, i tuoi colori illuminano la nostra vita

Era un mercoledì, era il 15 dicembre 2010. Quella mattina, Martino Gerevini si stava preparando per andare dal dentista, prima di raggiungere il suo ufficio, meglio il suo "regno", alla Tipografia Apollonio, al Villaggio Sereno.  Un malore, la necessità di sedersi, adesso passa. No, non è più passata, quella fitta maledetta che lo ha portato via, per sempre. Era dieci anni fa.

Dieci anni che alcuni di noi hanno attraversato spesso ricordandosi di lui, del suo sapersi porgere agli altri con la leggerezza dell'essere, che in lui era sostenibilissima, contraddicendo il titolo del famoso libro dello scrittore di Brno. Lontano da ogni vanagloria, dedito al lavoro, affiliato alla rarissima corporazione dell'artista-non artista, non si considereva artista ma tipografo. Un manovale, che fra le arti e i mestrieri, aveva scelto di far parte dei secondi. Eppure era un artista, un maestro del colore, del rigore, della costruzione mutuata nella quotidiana esercitazione del disegno grafico, e, prima ancora, sui banconi della composizione tipografica. Una espressione artistica in continua evoluzione, un'arte dinamica mai uguale a se stessa. Ne sia prova che Martino non ha mai rifatto due volte la stessa mostra con le stesse opere. Ha sperimentato tutti i materiali, dal piombo della tipografia alla composizione al video. Una lunghissima traversata animata dalla voglia di dar forma alla carta, al legno, di far rivivere i vecchi caratteri tipografici, di utilizzare la carta di scarto della lavorazione tipografica, a ribadire questo profondo legame con il suo lavoro quotidiano. E al centro di tutto, il colore. A cui lui dava luce con la sensibilità che aveva dentro e si rifletteva fuori.

Il Martino Gerevini artista è stato avvolto da un oblio che mi ferisce. Il Martino Gerevini uomo invece è sempre vivo nel ricordo delle persone che lo hanno amato, e che lui ha amato.

Si sono consumati dieci anni da quel mercoledì 15 dicembre 2010, non potevo farli passare senza un segno, un ricordo, una testimonianza. Ho fatto una piccola cosa, Martino, per rompere il silenzio su di te come artista. Pensa, un misero calendario, ma elegante come mi hai insegnato tu. E questo grazie ad alcuni dei tuoi ragazzi della Apollonio che ti portano sempre nel cuore, e parlano spesso di te. Un calendario che ci accompagnerà per un anno intero, così ti sentirò ancora vicino, mi siederò nel tuo ufficio per parlare della prossima copertina di qualche mio inutile libretto. Ti rivedrò ancora, come quel pomeriggio di lunedì 13 dicembre, nelle sale del Museo Diocesano ad attaccare le etichette alle varie opere che rendevano preziosa la mostra che avevi inaugurato, con don Laffranchi, solo il sabato precedente. Eri felice quel giorno, e lo andavi ripetendo ai tuoi amici che erano presenti in tanti, quella sera. "Oggi sono felice", e non lo nascondevi, raro per un uomo che aveva sempre fatto del pudore dei sentimenti un modo di essere. Una felicità durata poco, dal sabato sera al mercoledì mattina.

Il titolo di quella mostra era, francescanamente, «Il Cantico delle creature». Un inno alla felicità, alla armonia.

Ovunque tu sia, son certo che avrei inondato tutto di colore. 

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