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I premi letterari, eterno specchio delle vanità

Bagutta, Viareggio, Strega, Bancarella, Campiello, Nonino, Grinzane Cavour, ecc ecc ecc. Sono tutti nomi dei più strombazzati Premi Letterari, ma ce ne sono altre centinaia fino a quelli parrocchiali, condominiali, di pianerottolo, oppure di ringhiera, come si chiamavano una volta certi edifici popolari di Milano. Oggi vi propongo uno dei «contributi velenosi», come li chiama lui, di Daniele Poto, un nome che dovrebbe essere ormai familiare a chi investe qualche minuto del suo tempo a leggerci. Vi suggerisco di leggere la dose di veleno di oggi.

Niente di più vanaglorioso dei Premi Letterari. Quando leggi di una tassa d’iscrizione elevata comprendi all’istante che l’amore per la cultura e la promozione editoriale vengono infinitamente dopo la sopravvivenza e il benessere dell’associazione culturale (?) che promuove l’iniziativa. Versare venti euro per farsi leggere (e giudicare) un racconto sembra uno standard industriale leggermente sopra norma. Una buona percentuale di editori si aggancia ai premi letterari per sopravvivere editando almanacchi, agende, raccolte in cui figurano tutti i partecipanti (non solo i vincenti) ben lieti di arraffare le copie in vendita e distribuirle ai parenti per auto-magnificare le proprie doti letterarie. Aspirazioni che vengono puntualmente frustrate. Perché oltre la pubblicazione a pagamento e l’acquisto delle antologie non si va. In un recinto auto-referenziale del “pubblichiamo tutto” che davvero non fa bene al mondo dell’editoria composto da una pletora infinita di scrittori e una ridottissima legione di lettori.

Saremmo già contenti di un rapporto uno a uno. Cioè scrivi un libro ma almeno uno lo leggi. Non saremmo sicuri che questo può valere per un autore di best seller come Francesco Totti. Avrà letto il suo libro, naturalmente scritto da un altro? Il mondo dell’editoria è infatti pieno di ghost writer a disposizione dei cosiddetti VIP, meglio se illetterati, ma bisognosi di questo biglietto da visita per un’ospitata da visitor del mondo dei libri, per un completamento del curriculum. Tra tanti scompensi e squilibri il Premio Dea Planeta scodella un montepremi da 150.000 euro per l’opera vincitrice. Si è affermata tra gli altri Simona Sparaco, ma il dato più significativo è che hanno partecipato scrittori famosi celandosi dietro uno pseudonimo. Perché, potresti chiedervi? Non certo per mascherare la propria fama o per evitare imbarazzi alla giuria quanto per dissimulare l’eventuale e probabile sconfitta, non intaccando così il proprio prestigio.

Nel mondo delle lettere domina il familismo. E a un critico letterario quotato come Walter Pedullà succede il figlio Gabriele. Paese di figli imitatori: notai dopo notai, critici letterari dopo critici letterari.  E barcolli vieppiù quando ti capita di leggere che Emmanuele Francesco Maria Emanuele è il vincitore del Premio Montale Fuori di Casa 2019 per la Poesia; comprendi immediatamente quanto sia risibile il giudizio e il merito visto che il mecenate dai quattro nomi il Premio se lo potrebbe comprare viste la propria disponibilità finanziaria. Il Presidente onorario della Fondazione Roma, presidente della Fondazione Terzo Pilastro internazionale, secondo la motivazione “ha saputo esprimere in una lingua poetica, cui si riconoscono caratteristiche di chiarezza e genuinità, il lungo viaggio della sua vita, ricca di molteplici esperienze, amori, impegno sociale, tante e diverse passioni”. Il Poeta che non si conosceva pubblica per editori minori come Pagine e Lieto Colle, ma sfreccia su tutti gli altri concorrenti che hanno osato sfidarlo, i tapini. E si merita una pagina speciale su “Il Tempo”, il giornale che pubblica persino i suoi sospiri. Il titolo è significativo: “Poesia e creatività, le passioni di una vita”, con sommario “La poesia mi ha salvato, è il mio giardino segreto, il mio rifugio”.Siamo dalle parti dell’assegnazione del Premio “Lecchino dell’anno” con un indice di concentrazione della piaggeria davvero difficilmente battibile. Chissà perché tanto spreco di ruffianeria neanche fossimo dalle parti di Neruda o di Ungaretti.

E che dovrebbe dire Montale nel cui nome si celebra il premio? Poesia, poesia, quanti misfatti nel tuo nome! Quante finte attribuzioni dei premi! Quanta miseria umana in chi scrive e soprattutto in chi si sottopone a questi stanchi e obsoleti riti? Una notizia del genere, culminata nella premiazione a Palazzo Altemps, è un tacito invitare a non partecipare più al Premio Montale per i successivi dieci anni. Peraltro l’indefesso Emanuele si meritava una pagina bis appena il giorno dopo su "Il Tempo" con la foto opportunità in cui stringe la mano a Papa Francesco che era venuto a omaggiare il Villaggio Emanuele (non è un omonimo, è ancora una volta lui, lo Zelig della beneficenza), progettato per curare i malati di Alzheimer. Esaurito il saluto Emanuele si recava all’Università europea di Roma per tenere una conferenza, pardon una lectio magistralis, su “L’intelligenza artificiale e la robotica. Il nuovo mondo che ci aspetta”. Come dire, un personaggio dalle mille sfaccettature o, come si diceva in termini obsoleti, un soggetto a tutto tondo. Non finiva lì, la mancanza di pudore (anche giornalistica) non ha limiti se il giorno dopo lo stesso quotidiano di casa, praticamente un house organ, indiziava Emanuele delle maggiori chances di conquistare un seggio come senatore a vita, in concorrenza con Mario Draghi e Giuseppe Guzzetti “in virtù del ruolo di mecenate e di “ponte culturale” verso il Mediterraneo grazie al suo impegno per il dialogo con il continente africano (e non solo)”. Potevano aggiungere che è “pappa con ciccia” con Vittorio Sgarbi, un altro prezzemolino della nostra contemporaneità. Per fortuna che in questa biografia scritta senza ironia, consultabile su Internet dipanando un interminabile curriculum, s’incunea un germe di contestazione leggendo "Dagospia" dove il Nostro è così descritto: “Ecco a voi Emanuele Emanuele, l’ottavo re di Roma- monarchico savoiardo- gran campione dell’aristocrazia papalina, gran elemosiniere della cultura dé noantri, “benefattore” del festival del film di Roma: “omaggio a Leone”. Come presidente della Fondazione Risparmio Roma (bilancio annuo di due milioni) ha una capacità di spendere a pioggia superiore a quella di Alemanno”. Dietro tutte le sigle, un camuffamento, un paludamento, c’è sempre e solo ineluttabilmente lui, l’uomo dai quattro nomi.

Vogliamo trovare un altrettanto megalomane compagno di viaggio di Emanuele, cultore del super-io? Dal mazzo dei vanagloriosi peschiamo allora il novantacinquenne Eugenio Scalfari che distilla la sua poesia senile ne “L’ora del blu”, manco a dirlo raccolta pubblicata da Einaudi. Il fondatore di "Repubblica", ormai in palese dissociazione da un minimo di logica e di senso comune, assembla 96 pagine appoggiandosi a una scelta di autori celebri che ne fanno da sostanziosa stampella e gli permettono di andare in edicola, manco a dirlo con recensioni faraoniche e la distribuzione del quotidiano che ha fondato. Alla vecchiaia di un personaggio famoso si perdona un po’ tutto, anche i clamorosi svarioni politici. Non hanno costretto forse De Crescenzo in fin di vita a firmare libri che probabilmente disconoscerebbe se fosse lucido e non tormentato da una malattia di cui non ti liberi facilmente? Questi premiati, queste manipolazioni e queste pubblicazioni sono un oltraggio al merito e sono una sorta di iscrizione funeraria che esibisce il passato dei protagonisti, validi in altri campi, in tutti gli altri campi. Meno che nella poesia o nella letteratura. Qualcuno dovrà pur scriverlo.

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