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Avvistato Pellegrini a cavallo di un Delfino

 

Sandro Pellegrini. Se non avessi timore di offenderlo, magari mi toglie seduta stante il saluto, scriverei «Sandro Pellegrini...basta la parola!». Accostamento un po' ardito fra il primo spot pubblicitario del neonato «Carosello», parto ingegnoso della fantasia di Marcello Marchesi reso universale dalla gag di Tino Scotti. Il prodotto reclamizzato era il Confetto Falqui, ma, a quei tempi, in televisione, non si poteva dire chiaramente a cosa serviva, le funzioni corporali erano disdicevoli. Da lì, l'invenzione che fece marameo agli occhiuti censori: «Falqui, basta la parola». Vabbé, detta l'ho detta, vediamo come reagisce l'interessato. Ma, lasciando da parte i prodotti purganti, rimango sulla mia. Tu dici Sandro Pellegrini nei Circoli Vela del Garda, del Sebino, meglio dici Sandro Pellegrini nel mondo internazionale (oh, esagerat...io dico di no) della vela, e «basta la parola», san tutti chi è, cosa ha fatto, cosa fa. Di lui mi ha sempre catturato la cultura specifica che ha del suo sport, forse sarà perchè io di vela ne so meno che di geotermia. Grande affabulatore, narratore brillante, spessissimo ironico e sarcastico (per questo mi sono avventurato in terreno minato...farmaceutico) al punto che, talvolta, anche gli amici fanno fatica ad interpretarlo, come uomo di sport ha due enormi qualità, secondo me: ha entusiasmo per la sua disciplina e la trasmette attraverso una serie ininterrotta di iniziative. Vuoi con i bambini ammalati degli Spedali Civili di Brescia, o con gli studenti universitari delle facoltà d'ingegneria, vuoi forzando i chiavistelli degli opulenti portafogli spesso molto chiusi. E poi il giornale, quel «GiodiBre» vittima della sua produzione di articoli, comunicati, notizie, a getto continuo, tanto che non mancano i detrattori che lo considerano - come dice lui - un badilografo dello scrivere. Ricordi di tempi andati, lontani, tanto lontani: quando appariva dalla porta d'entrata della redazione dove anche io tiravo un non disprezzabile stipendio, volava il commento:«Oh madona, le amó che co la vela...». E lo odiavamo tutti, e qualcuno anche non benevolmente, odiavamo lui, il controfiocco e il vento Pelér, di riflesso. E i pezzi finivano sotto ad altri, giuro di dire la verità, tutta la verità,... Eppure ce ne fossero che lottano così per il loro sport, disposti a incassare anche commenti poco amichevoli, qualche dispettuccio, e a tirar innanzi.

L'occasione di parlare bene ma non troppo bene di Sandro Pellegrini nasce dal regalo che mi ha fatto, che ha fatto alla mia Biblioteca-Collezione-Museo: un libro, tutto dedicato alla barca che gli uomini dell'acqua e del vento chiamano Dolphin81. È la seconda pubblicazione di Sandro che entra nel mio Index Librorum di Navazzo, il primo fu quello che celebrava i sessant'anni della mitica «Centomiglia del Garda», innalzata agli onori come la più importante regata velica in acque interne.  Il nuovo gioca sulla bellezze delle immagini - la vela si presta mirabilmente - e accorpa pareri di velisti che celebrano il trionfo di questa barca parto di un grande progettista come Ettore Santarelli. sandro coordina il tutto. Non mi addentro oltre, rovinerei la bellezza del libro, che va sfogliato con lentezza, per arrivare alla conclusione di quel tale che disse:«Dio doveva essere un velista se ha creato il lago di Garda». E a diffondere il verbo ci ha messo Sandro Pellegrini. Pare non se ne sia mai pentito.

Un breve recensione del libro è disponibile su questo sito alla voce Cartastorie. Nelle foto: la consegna «ufficiale» della pubblicazione fra Sandro e me (il click è di Enzo Gallotta) e la copertina del libro incriminato

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