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I vaccini nello spensierato paese dei salta-file

Sapete perchè vogliono accelerare (a parole, nelle conferenze stampe, ne avete di tutti i tipi, c'è solo l'imbarazzo della scelta) la vaccinazione, quella che teoricamente, molto teoricamente (ma è la sola speranza cui possiamo aggrapparci) dovrebbe metterci al sicuro dal COVID-19? Ma, benedetti ragazzi e ragazze (parità di genere, per carità) è lapalissiamo! Per consentire agli italiani/e di andare a giocare a calcetto, italiani/e che smaniano dalla libido di una partita a cinque! Una statistica compilata dalla famosa agenzia di ricerche marketing e indagini di mercato Minchiateagogo S.p.a. ha rilevato senza nessun dubbio che la mancanza della partita settimanale di calcetto è la causa dello stato d'ansia dell'82 per cento degli italiani/e. Da qui la rincorsa non a tirare un rigore, ma a saltare una fila per ricevere la magica pozione dei Druidi angloamericanisvedesirussicinesi. Di questo ci parla Daniele Poto nella sua «cattiveria» di oggi. Siamo sempre stati un Paese di saltatori di file: la coda all'Ufficio Postale, in banca, dal fruttivendolo, al casello dell'autostrada. Così sono prosperate le piccole aziende (oggi si chiamano start up, altra minchiata) che producono quelle macchinette che distribuiscono i numeretti che stabiliscono un ordine che gente civilizzata dovrebbe avere nella sua testa come il DNA. Io sono arrivato a sognare una unica enorme gigantesca macchina distributrice di numeroni per ciascuno di noi per stabilire l'ordine di vaccinazione. Abbiamo abbondantemente superato il limite del ridicolo. Come, purtroppo, ormai capita troppo spesso.

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Di cosa si parla in giro se non di vaccini? Se al momento un italiano su venti è stato toccato dal Covid 19, uno su cinque può ritenersi vaccinato o vaccinando (tra la prima e la seconda dose) mentre quattro/quinti (la maggioranza) sono in lista d’attesa. Ecco l’argomento che accomuna tutti e per tutto e su tutto fa discutere (i ritardi, le conseguenze, le aspettative). Il vaccino non è la panacea scaccia-virus. Lette le percentuali di positività per combattere la pandemia alza le soglie di difesa della società, promuove l’utopia dell’immunità di gregge, si propone come socialmente necessario e moralmente auspicabile in una selva di contraddizioni, di censure su AstraZeneca, di ritardi nelle consegne. L’Unione Europea si mostra (una volta di più) inadeguata nell’emergenza, prendendo una severa lezione dal Regno più che mai Unito che dopo le iniziali difficoltà ha messo a regime una strategia che ha reso sicuro un bel pezzo di continente geografico.

Se l’Italia è il Paese della diseguaglianza economica, omologamente si rivela fortemente discriminante sul versante sanitario. Un malinteso federalismo ha reso precario nel momento di difficoltà istituzionale il rapporto tra Governo e Regioni. Che legiferano e gestiscono la crisi in ordine sparso, con vulnus assortiti. I due estremi, la Lombardia e la Calabria, gli esempi più negativi in una forbice di giudizi e comportamenti variabili. Draghi se l’è presa con chi ha saltato la fila. Non parliamo di poche unità ma di un ordine numerico pari a centinaia di migliaia di persone. Non c’interessa il caso del collega Scanzi ma quello di categorie che sotto l’insegna della protezione hanno scavalcato persino gli ottantenni, sul piano generazionale e sanitario certo i più bisognosi di un pronto vaccino. Si è scatenata l’Italietta del ”Lei non sa chi sono io”, quella che non sarebbe in grado di autogestirsi in una fila ragionata alla fermata dell’autobus, abituale in mezz’Europa, quella delle raccomandazioni.

Un privilegio? Relativo se poi si registrano recrudescenze. Vaccinati che si ammalano o, addirittura, si riammalano. E che effetto protrarrà nel tempo il vaccino, per quanti mesi potremo godere di una relativa tranquillità? La sentenza è ancora da scrivere. Più che scienza nell’orda dei virologi regna l’empirismo. Tra chi si è vaccinato annoveriamo anche gli sportivi militari che evidentemente valgono di più degli sportivi civili e si sono avvalsi della corsia privilegiata di un servizio che nella realtà non viene svolto in una caserma. Legittimo? Tutto da discutere. Non perché sia ingiusto, ma perché vorremo che ci fosse parità di trattamento con gli atleti civili. Sul piano logico non si può pretendere di spedire a Tokyo una squadra azzurra che non sia totalmente vaccinata. Una sterilizzazione da virus è indispensabile per garantire prima di tutto la salute e poi la partecipazione. Non dimentichiamo che la Corea del Nord, non proprio l’ultima del consesso mondiale, si è già chiamata fuori dalla partecipazione olimpica.

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