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Poveretto, gli andò proprio tutto a rovescio

Quelli che masticano ancora un po' di atletica e di Giochi Olimpici avranno sicuramente riconosciuto l'immagine del barcollante Dorando Pietri, da Mandrio di Correggio, provincia di Reggio Emila, sempre indicato come cittadino di Carpi perchè qui è cresciuto, ha cominciato a portare in giro pagnotte e pasticcini come garzone di fornaio, qui - pare - è stato fulminato dalle esibizioni pedestri di alcuni campioni del podismo e volle imitarli. Notissima la sua epopea ai Giochi Olimpici di Londra 1908, quarta Olimpiade partorita dalla fantasia ellenistica di un nobile francese che passava il suo tempo tirando di scherma, andando a cavallo, esercitandosi nella ginnastica, ma anche studiando i testi della classicità dell'Ellade. E lì abbeverò il suo sapere fino ad immaginare la rinascita di quei Giochi antichi cantati da Pindaro, da Pausania, perfino dallo stesso Omero, tanto che nell'Iliade che nella Odissea  ci racconta di Giochi sportivi sotto le mura di Troia e anche nelle isole dei Feaci. Il nobil signore Barone de Coubertin si invaghì di questa idea e tanto fece fino a quando mise insieme un parterre di nobili, teste coronate, professoroni della Sorbona, e, nel 1894, sotto le volte trasudanti cultura dell'Anfiteatro della somma Università di Francia, diede forma concreta alla sua idea: rinascevano i Giochi Olimpici, là dove Pindaro e gli altri li avevano cantati, la Grecia ed Atene. Cadenza quadriennale, e l'intervallo di tempo si chiama Olimpiade, mentre la celebrazione prende nome di Giochi Olimpici. Ma pochi, purtroppo, nella grande approssimazione con cui si trattano tutti gli argomenti oggidí, fanno caso alla distinzione.

1896, ispirati dal Partenone e dai soldoni (la «grana» c'è sempre di mezzo) di un facoltoso uomo d'affari, George Averoff, pur fra mille tribolazioni i primi Giochi dell'Era Moderna si misero in movimento il 6 aprile, se usiamo il calendario gregoriano. Dopo Atene venne Parigi, in onore al Barone, poi si finì, fra tanti rivolgimenti, a St Louis, Stati Uniti d'America. Un avvio non proprio felicissimo, tra quattrini che scarseggiavano, organizzazioni raffazzonate, e delusioni per il povero Monsieur Pierre che lottava con tutte le sue forze, e talvolta con i suoi averi, per sostenere la incerta creatura che talvolta aveva sconfinato in esibizione da baraccone di saltimbanchi. Si fece perfino una celebrazione ateniense nel 1906 per ricordare i dieci anni dalla nascita. Edizione-non edizione, perchè non conta nel computo della numerazione olimpica, ma si trova ancora qualche  ciuccio che si ostina a computarli. E venne Londra, la Londra di Edoardo VII, figlio della Regina Vittoria, al quale toccò il gravoso compito (una quindicina di parole) di dichiarare aperti i Giochi:«I declare open the Games of London celebrating the Fourth Olympiad of the modern era». Identico cerimoniale dovrà rispettare suo nipote, Giorgio VI, che dichiarerà aperti i Giochi del 1948, dopo aver stoicamente resistito alle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale (avete visto il bel film «Il discorso del Re» con i bravissimi Colin Firth e Geoffrey Rush, quattro Premi Oscar nel 2011?).

Fuori tema, mi avrebbe bacchettato la mia maestra Lea Scarpetta. Dovevo parlarvi di un quadro e del suo soggetto. Del secondo ho detto all'inizio, seppur di sfuggita: Dorando Pietri. La sua epopea al termine della maratona, dal Castello di Windsor al White City Stadium, è un reality show ante litteram. C'è dentro di tutto: lo sfinimento, i giudici che lo sorreggono, la momentanea vittoria, la successiva squalifica, l'odore di stricnina, Conan Doyle (quello di Sherlock Holmes), la intenerita Regina Alessandra, la prestigiosa Coppa solo per lui, la gloria imperitura. Siamo sempre stati in tanti ad essere convinti che il panettiere di Carpi è stato molto più famoso grazie alla squalifica di quanto sarebbe stato con la vittoria. Oggi non c'è straccio di libro che scopiazzi qualcosa sui Giochi Olimpici che non abbia la foto del giudice megafonista che sorregge il piccolo emiliano. Ma questo fu, ed è. Dorando il suo bel pezzo di gloria, in fondo, se lo è guadagnato.

Resta famosa anche la frase che da quei tempi in poi è sempre stata ripetuta (copyright non si sa bene di chi):"Io sono colui che ha vinto e che ha perso la vittoria". Il senso di questa frase fu tradotto nel quadro che vedete dalla sensibilità e dall'estro di Martino Gerevini. Per assecondare i capricci di un suo amico che voleva ricordare il centenario della nascita di Dorando (1885) mise mano a quest'opera  che è tutta a rovescio: la figura, le parole, costruite con i vecchi caratteri di stampa che giacevano negli archivi della antica Tipografia Apollonio di Brescia (1840, mica ieri). Un'opera cui sono particolamente affezionato, e che mi ricorda in ogni momento il suo autore.

La nostra opera - Titolo: Dorando - Anno: 1986 - Tecnica mista - Formato: cm 100x100 - Collezione privata

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