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È ora di dare dignità allo sport, una riflessione

"Mai come in questo momento di euforia post Tokyo l’atletica ha l’occasione di attirare giovani. Dobbiamo quindi preparare per fine agosto-inizio settembre una grande operazione di promozione, alla quale sono chiamati in primo luogo i tecnici del settore giovanile. Dobbiamo essere protagonisti, non semplici spettatori che aspettano sempre che siano gli altri a prendere iniziative. So che non sarà facile far fronte a numeri di giovani auspicabilmente superiori a quelli soliti, ma rinunciare prima di provarci  non ha nulla da spartire con l’entusiasmo e la passione che deve animare chi vive l’atletica con il cuore".

Sono le parole con le quali Carlo Giordani ha accompagnato la diffusione di un articolo da lui scritto per il quotidiano «l'Adige» di Trento. In questo giornale (fondato nel 1945 e diventato quotidiano nel 1946 con la direzione di Flaminio Piccoli, una delle figure preminenti nella storia della Democrazia Cristiana) Carlo ha esercitato la professione di giornalista per circa quarant'anni, fino a ricoprire la posizione di vicedirettore, dopo aver governato la redazione sportiva. Ottimo atleta in gioventù, ostacolista bravo sugli «alti» come sui «bassi», è stato, e continua ad essere, ancor più apprezzabile, secondo me, come dirigente, soprattutto in tutti i ruoli che ha ricoperto all'interno della U.S. Quercia Rovereto (altra nata nel 1945...), attuale presidente superconfermato. 

Carlo Giordani è affiliato alla non foltissima congregazione de «los hombres verticales» direbbero i miei amici spagnoli, noi traduciamo con la schiena diritta. Uomo che conosce l'atletica, in tutti i suoi aspetti, come pochi altri nel nostro Paese, persona riflessiva, impegnata non solo nello sport, portato alla analisi attenta dei fatti, rispettoso delle opinioni, mi verrebbe anche da dire, onesto, non guasta visti i malatempora. Carlo ha scritto una riflessione per il suo ex-giornale: oggetto, l'atletica leggera italiana da oggi in poi, quell'atletica che ha nel cuore. Sono onorato che mi abbia dato l'autorizzazione a pubblicare il suo scritto in questo mio modesto spazio.

Ebbene sì, questa la devo dire visto che parlo del quotidiano trentino e dell'amico Carlo: sono anche molto orgoglioso di aver scritto le cronache dei Giochi Olimpici di Seoul 1988 (i miei secondi Giochi, dei dieci nei quali ho avuto parte) per un paio di settimane sul quotidiano «l'Adige» proprio su invito di Carlo. Così come di quella Olimpiade ho un ricordo  incancellabile di un'altro giornalista galantuomo, Gianni Raineri, di «Stampa Sera», con la quale collaborai grazie alla proposta avanzata al giornale dall'amico Giorgio Barberis.

Spazio alla accorata "orazione" di Carlo Giordani.

La politica deve occuparsi di sport, non occuparlo nei giorni dei trionfi

Dopo l’euforia e le emozioni per gli straordinari risultati dello sport italiano alle Olimpiadi di Tokyo dai sogni bellissimi dobbiamo tornare alla realtà. Una realtà fatta di migliaia e migliaia di società sportive basate sul volontariato, tenute in vita dalla passione sconfinata di dirigenti e di allenatori. Questa è la base sulla quale sono stati costruite le medaglie azzurre, anche se il perfezionamento agonistico è avvenuto sotto l’egida delle Federazioni sportive, del CONI e spesso dei gruppi sportivi militari.

In questo quadro i successi azzurri sono ancora più sorprendenti in quanto nati in un contesto di allarmante assenza di politica sportiva nel nostro Paese, che confonde la cultura dello sport con le stucchevoli notizie dei calciomercato, che appena un giorno dopo Tokyo hanno nuovamente inondato i giornali sportivi.

Lo sport è quasi totalmente assente nella scuola elementare, fatta salva qualche lodevole sperimentazione locale, è ridotto a misere due orette settimanali nelle scuole superiori, spesso in palestre ( quando ci sono) poco attrezzate e con i piccoli impianti all’aperto (pochi) trasformati in parcheggi per gli insegnanti.

L’apprezzabile impegno di qualche insegnante di scienze motorie non riesce a colmare il vuoto programmatico e strutturale. Spariti i Giochi della Gioventù, ridotti a ben poca cosa i Campionati Studenteschi, che con l’iniziativa del visionario dirigente Bruno Zauli erano diventati una fucina di atleti per tutti gli sport, in particolare per l’atletica.

In quasi tutti i Paesi del mondo (anche in quelli più in difficoltà) lo sport ha un ruolo e una presenza fondamentale nel percorso scolastico e ne diventa parte integrante. Basti pensare agli Stati Uniti, dove non esiste il modello associazionistico italiano, dove tutta l’attività sportiva è concentrata nelle scuole, da quelle primarie per arrivare fino all’università. Il tutto nel segno del confronto, dell’agonismo, che è la filosofia portante di tutto : cercare di migliorare sé stessi nel confronto leale con gli altri.

Chi non conosce la realtà dello sport scolastico americano è invitato visitare qualche sito di college o di università: rimarrà strabiliato da strutture e impianti all’aperto e al coperto che l’Italia neppure lontanamente si sogna.

Per restare in casa nostra, l’Università di Trento, una delle migliori d’Italia, quali strutture proprie ha per l’attività sportiva, in particolare per l’alto livello? I campioni che hanno frequentato l’ateneo hanno maturato altrove il loro talento agonistico, in qualche caso supportati dall’apprezzabile progetto Unisport.

In tema di impiantistica sportiva l’Italia è da terzo mondo. La grande e ricca Milano ha una pista di atletica, la gloriosa Arena, costruita da Napoleone Bonaparte durante la Repubblica Cisalpina ( sono passati oltre due secoli). Le piste di atletica di grandi città cancellate sull’altare delle esigenze del calcio (Torino, Bologna, Firenze, Verona, Udine, Padova, Cagliari). Impianti indoor completi solo due: uno ad Ancona e uno a Padova). Il Trentino Alto Adige è a zero : a Trento è nato male e non è ancora partito, si spera in Rovereto, fra qualche anno).

Le società sportive di base soffrono tutte : pochi fondi, scarsi aiuti pubblici, sponsor proiettati in gran parte sulle squadre professionistiche. I tecnici dell’atletica, quelli che hanno fatto sbocciare e germogliare Jacobs, Tamberi, Tortu, Patta, Desalu, Palmisano, Stano) sono quasi tutti dei volontari. Se va bene portano a casa un rimborso spese annuale di 2000 o 3000 euro (avete capito bene : all’anno).

La politica deve occuparsi di sport, non occupare lo sport, come ha fatto con la maldestra istituzione di Sport e Salute, che ha quasi distrutto il CONI, che con tutti i suoi errori e difetti ha saputo tenere dignitosamente in vita lo sport italiano.

Dopo i trionfi di Tokyo non basta celebrare feste . Servono provvedimenti, servono risorse, servono strutture, servono semplificazioni burocratiche per le società sportive. Devono rispondere tutti : lo Stato , la Provincia, le amministrazioni comunali, gli imprenditori (tranne pochi) che non dimostrano sensibilità per il territorio in cui operano. Questa è l’ora della svolta, dei fatti concreti. Per cercare di far diventare realtà attraverso lo sport i sogni di tanti giovani. Anche se non saranno campioni olimpici saranno uomini e cittadini migliori.

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