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Essere se stessi, pur ammirando gli altri


Non so se ha fatto lo stesso effetto anche a voi, ma a me questa opera di Martino Gerevini ha rallegrato molte giornate di 'sto mese di novembre che se ne sta andando, trascinandoci ancora nel pantano di una situazione sanitaria che non preoccupa solo gli imbecilli. I colori vivaci, l'anarchia delle forme volatili che ti conducono dove vogliono loro, basta seguirle, farsi portare in un mondo di fantasia, di leggerezza. Già di suo Joan Miró i Ferrá quanto a fantasia non aveva nulla da invidiare a nessuno. L'artista catalano, di Barcellona, non fu l'unico ad entrare in questa serie di opere che Gerevini realizzò in stampa digitale, fedele alla sua concezione di un'arte che era legata al suo «mestiere», operaio, tipografo, disegnatore. Sempre ha lavorato le varie materie - tela, legno, carta - proprio come un artigiano, come un liutaio plasma un violino. Questa serie, se ricordo bene l'ultima prima della chiamata finale, comprendeva Mirò, ma anche Henri Matisse, Pablo Picasso, Piet Mondrian, Bruno Munari, il suo ispiratore. L'accostamento non paia blasfemo, Martino come Munari fece della fantasia la sua arma artistica migliore. Mi verrebbe voglia di scrivere che questa collezione di Gerevini - datata 2006 - si potrebbe ribaltare e invece di «Non è Mirò» leggere «Non è Martino Gerevini, è Mirò». E, a ben guardare, anche l'ultima mostra, nel dicembre 2010 pochi giorni prima che il cuore si fermasse, era l'interpretazione personale del lavoro di don Renato Laffranchi. Renato e Martino, entrambi di origine mantovana, due mondi diversi, due professioni diverse, riuniti dal legame artistico.

La nostra opera - Non è Mirò - Anno: 2006 - elaborazione e stampa digitale - Formato: cm 60x60 - Collezione privata

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