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Quando i bianchi si travestono da neri (2)

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Questa è la seconda parte dell'articolo di Daniele Poto sul tema del razzismo e delle sue manifestazioni e implicazioni. Un argomento sui cui si ringhia molto con cattiveria spropositata e si riflette poco, anzi pochissimo. Daniele ce ne offre la possibilità. Come sempre lo ringrazio.

A volte i bianchi si travestono da neri e passano per razzisti. Mascherature yankee da Carnevale con la Blackface, la maschera di un negro, passando dall’altra parte della barricata in un Paese di feroce razzismo. Non viene perdonato il travestimento che sembra una canzonatura di un tipo subumano. Più di un politico americano ha visto stroncata la carriera per questa grottesca diversione cromatica. Qui il politicamente corretto è spietato, non sappiamo giudicare quanto sia giusto perché in ogni caso specifico conta l’intenzione di partenza. In Italia non sarebbe successo, non siamo così ipocriti e manichei di fronte a un’intenzione ludica più che spregiativa. L’America razzista in questo caso si fa moralista con un’overdose di perbenismo. Ma anche il Canada ci offre un’overdose di politicamente corretto quando vengono ripescate delle foto giovanile del premier Trudeau con la faccia nera da Aladino. E il politico rischia il posto per questo ripescato moralismo di risulta da quattro soldi. Il caso è rimbalzato in Italia con l’involontario Blackface a mezzo social network del Ministro Di Maio. Anche l’abbronzatura può diventare la scorciatoia di una censura ideologica. E quando la Boschi esibisce le proprie grazie in costume da bagno è politica o vanità femminile? 

Che ci sia la falsa coscienza dell’europeo ricco e capitalista dietro questa diversione? La definizione scappatoia di afro-americano sembra un’appiccicatura semantica posticcia. Afro-americano? Se vive in America dobbiamo riportarci alle sue lontane origini. Funziona per Obama, non funziona per un ghanese che si è trasferito da qualche mese a Los Angeles. E chi vive in Africa, il continente del nero, che cosa ha a che vedere con gli americani? Come se per definire gli italiani ci richiamassimo a lontanissime discendenze longobarde e normanne che peraltro, più di ogni altra analisi antropologica, ribadiscono il carattere meticciato del nostro popolo. Sicuramente nel DNA ci sono più desinenze comuni tra un trentino e un austriaco che tra un friulano e un siciliano. Ammirevole Tito che era riuscito a fondere nella Jugoslavia croati, serbi, bosniaci, kosovari, montenegrini, sloveni, macedoni, scavallando anche l’ostacolo di tre religioni differenti, prima dell’irrituale decomposizione. Come si intuirà il politicamente corretto, il nostro non volerci sporcare le mani con i termini non corrisponde alla trasparenza di un pensiero correttamente anzi-razzista.

Riesumando l’antico refrain “Non temo Berlusconi ma temo il Berlusconi che è dentro di me” applicato al razzismo, potremo dedicarci a un salutare esame di coscienza sui nostri pregiudizi applicati alla quotidianità. L’africano è un uomo di colore? Non è un colore il bianco, il giallo, il rosso? E non sono colori tutte le infinite sfumature cromatiche dovute alla provenienza dei genitori? Chi mette più di tutti in difficoltà è il musicista maliano Salif Keita che è albino: dunque come definirlo? Mi consolo pensando che i cani incrociati (meticci, bastardi, mulatti comunque non purosangue) hanno una longevità privilegiata rispetto ai loro omologhi puri e proiettano spesso l’aspettativa di vita oltre i venti anni, protetti da anticorpi atavici ancorché privi di microchip, di tagliandi sulla salute, di cure maniacali, spesso sommersi, come sono, da pulci e zecche. Una sorta di contrappasso per quello che la vita ha riservato loro.

Gli italiani hanno una grande aspettativa di vita per la ricchezza un po’ bastarda del proprio DNA. Per altri esseri umani purtroppo non è così. Un africano mediamente vive la metà degli anni di un europeo. E volete che non sogni di venire in Europa per un’esistenza più lunga e felice? La sedimentazione di questi desideri provoca la migrazione in Europa. E in Italia nel corso degli anni, senza una serie e mirata politica che fosse di integrazione o contenimento, si sono insediati nella penisola 600.000 soggetti di altro continente e di non esatta definizione nell’arcipelago delle tante possibili (rifugiati aventi diritto ad asilo, clandestini, extra-comunitari che hanno fatto domanda per uno status stabile e attendono risposta nei vari gradi di giudizio). Il numero è alto e la possibilità di cancellarlo con un provvedimento legislativo tout court inconsistente. Statisticamente sono solo 18 quelli che riprendono la strada di casa ogni mese. Con questo ritmo occorrerebbero 90 anni per sbarazzarsi (il verbo, lo so, è brutto) di 600.000 persone.

L’allergia per il migrante ruota tutta lì? Non sono quelli il punto caldo della polemica che invece riguarda cinque milioni di stranieri in regola, comunitari e non. Sui 600.000 “imbarazzanti” tutti gli italiani potrebbero essere pacificamente d’accordo per una restituzione al Paese d’origine. Convenire su questo smusserebbe tante roventi polemiche sul razzismo. Altro è riconoscere le responsabilità di chi ha permesso che un universo di umanità tanto ingente si stabilisse nel nostro paese, senza arte né parte, a volte espressamente per delinquere. Mancano gli accordi internazionali con i Paesi d’origine che certo non sono propensi a riprendersi quelli che non sono fini intellettuali. Chi delinque in Romania va incontro a pene severe, se viene in Italia la fa franca. E parliamo di comunitari. I 600.000 di cui parliamo non sono certo quegli stranieri virtuosi che contribuiscono a pagare le pensioni agli italiani e si cimentano in quei lavori scomodi (edilizia, collaborazioni domestiche) che gli italiani e le italiane non praticano più. Ma i 600.000 sono numericamente il problema principale di una nazione che conta 61 milioni di abitanti? Di certo no. L’emergenza non è tale ma la Lega la cavalca perché elettoralmente le fa gioco. Trascina nel dibattito pubblico gli italiani in questo contesto fintamente emergenziale e vince, battendo la falsa coscienza di chi non ha risolto il problema ma ha contribuito a crearlo con un falso irrisolto buonismo. I casi di cronaca amplificati sono “legna” per la propaganda vincente. Il problema non sono i piccoli numeri degli extra-comunitari lasciati in mezzo al mare nelle navi respinte (47 o 117 che siano) ma i numeri pregressi non disciplinati da una politica coerente anche a livello europeo.

Ora se c’è un dato emotivo che accomuna tutti gli italiani e, dunque, quelli pro-Salvini e quelli ferocemente contro, è il senso di fastidio e di inutilità che provocano gli stranieri fuori dai negozi non necessariamente di lusso con il cappello in mano, apparentemente parcheggiati lì dall’eternità e apparentemente non distinguibili da un mendicante. Li vorremo tutti riconvertiti in lavori socialmente utili ma la legge mette molte limitazioni a questo utilizzo. Dunque nella gestione di questi nostri ospiti ci monta un senso di irritazione per le gabbie troppo strette. La colpa alla fine è della nostra neghittosa e paludata burocrazia. Che a volte non provvede a eseguire ordini di carcerazione per pregiudicati stranieri che, lasciati colpevolmente in libertà, uccidono.

Ma prospera una inveterata tendenza al razzismo del popolo italiano? Come spiegare altrimenti la vertiginosa ascesa nel gradimento della Lega di Salvini che dal marzo 2018 (esito 17 e rotti per cento) si issava a un 36% di gradimento undici mesi dopo e, smaccatamente, per un chiaro giudizio favorevole nella realizzazione della politica sui migranti: il fermo divieto di sbarco, a costi di provocare crisi internazionali e molti cadaveri in più nel Mediterraneo. Più di un italiano su tre sposava il punto fondamentale della sua politica e dunque il giudizio è inequivocabile. Il fascino dell’uomo forte, sempre presente nel nostro subliminale. Mussolini, Berlusconi e Salvini? Per forza bisogna adottare il pensiero del secondo quando dice: “Al popolo italiano bisogna parlare come a un alunno di terza elementare e neanche dei più intelligenti”. Vellicare gli istinti peggiori o abbandonarsi a roboanti proclami? (“Un milione in più di posti di lavoro?”).

La minoranza, abbastanza ripiegata su stessa, auto-referenziale e poco dialogante persino sul reddito di cittadinanza, ha chiesto invece, tra quei flutti razzisti, il Nobel per la Pace per Mimmo Lucano, sindaco poi commissariato di Riace. Investito di molte ipotesi di reato ma paradossalmente invitato in tutta Italia come anti-Salvini, dunque deponendo quella fascia di sindaco che avrebbe dovuto consigliargli il rispetto istituzionale delle regole.  Ma non sarà che il suo avventurismo, il suo voler sfidare le leggi, abbiano finito col provocare una robusta marcia indietro delle istanze più progressiste, provocando quel contraccolpo che ha portato gradatamente la chiusura ex abrupto dei centri per richiedenti asilo più affollati come quelli di Mineo e di Castelnuovo di Porto? Le ipotesi di reato connesse alla sua celebrata esperienza calabrese sono state un comodo assist per Salvini e per la sua rude politica degli sgombri. Come, in reazione, la forzatura del blocco da parte della Sea Watch per ordine del suo osannato capitano Rackete, eletta a Giovanna D’Arco pro-migranti. Anche in questo caso non c’è un piano per il futuro, se non annunci e un marketing elettorale a cui gli italiani sembrano voler aderire con un certo entusiasmo. Oggi Riace (l’ho visitata nel luglio del 2020) è un deserto con poche tracce di solidarietà sotto il nuovo sindaco. C’è di buono che, smussata l’arma della demagogia anti-migranti, i simpatizzanti di Salvini siano calati dal 36% al 24%. Senza quell’argomento battente il Leghista è depotenziato.

Quando il bianco ha paura del nero (1)

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Un nuovo contributo di Daniele Poto su un tema col quale dobbiamo - purtroppo - fare i conti tutti i giorni: il razzismo, che è entrato con prepotenza e inciviltà, grazie a risorgenti ideologie che speravamo definitivamente sepolte (errore grave, e ancor più grave averle sdoganate in nome di un Governo minestrone di una improbabile unità nazionale), favorite da una disinformazione sempre più subdola e rabbiosa. Di seguito la prima parte della lunga disamina di Daniele, nei prossimi giorni il seguito.

Qui sotto una foto fra le più famose della storia dei Giochi Olimpici: il podio dei 200 metri dopo la consegna delle medaglie da parte del presidente della Federazione mondiale di atletica, il britannico Lord Burghley, campione olimpico sui 400 metri ad ostacoli ai Giochi del 1928. Vincitore il grande Tommie Smith, a mio giudizio il più grande duecentista che si ricordi; secondo, a sorpresa, l'australiano Peter Norman, terzo John Carlos. I due americani calzavano un guanto nero (Tommie nella mano destra, John nella sinistra) che alzarono a pugno chiuso, e sul petto avevano un badge della organizzazione OPHR, Olympic Project for Human Rights. Anche Norman aveva identico badge in solidarietà con i suoi compagni di podio, e nelle interviste del dopo gara si disse in sintonia con la loro protesta

Incorporati nella nostra zona confort di relativo benessere occidentale, avviluppati e credenti nei sacri confini di un’Europa che ha scommesso il proprio futuro sull’economia (finendo ovviamente col perdere la scommessa) siamo perfino in difficoltà con l’etimo per definire i nostri fratelli di colore. Ci trinceriamo dietro il consueto adagio anti-razzista (“Non ci sono razze umane, ne esiste una sola”) con il sigillo adiuvante della Costituzione Italiana, pensando di difendere senza complessi il nostro eurocentrismo. La realtà è invece centrifuga. Se non ci occuperemo dell’Africa, sarà l’Africa ad occuparsi di noi. Come dimostrano le migrazioni di popoli sconvolti dalla fame, dalle diaspore, dal terrorismo, dalle guerre di religione, più semplicemente dalla ricerca di un mondo più felice e meno inquieto. L’Europa ospita 500 milioni di anime più o meno consapevoli e l’italiano dovrebbe essere orgoglioso con i propri 61 milioni di abitanti certificati dall’ultima anagrafe di corrispondere a una percentuale di popolazione pari a più del 12% dell’universo complessivo del vecchio continente. In altre parole un europeo su otto è italiano.  Con la riserva però di contare molto meno nelle decisioni importanti di economia e di politica rispetto a questa percentuale significativa e tutt’altro che minoritaria. Sembra che tutto si sia deciso tra il 2001 e 2002. Il frettoloso ingresso in Europa per salvarci. Con la conseguenza di un valore dell’euro realmente ridotto a 1.000 lire e non alle 1936,27 pattuite.  

Ma l’italiano non può fare a meno di riconoscere il nero come un diverso.

Volete che alla fine siano esseri umani come noi?”- questo è il non detto, l’inesplicato. Non è un caso che il Governo giallo-verde - che sul versante Lega spinge per questa tesi sottotraccia- sia arrivato a reclutare un 60% di pingui consensi nei sondaggi. E i consensi sono il lasciapassare per una ficcante e consistente politica dei respingimenti con un melting pot antropologico di diffidenza, pregiudizio e con un sottotesto spesso non espresso di razzismo. Rimane il quesito: come definire l’altro, il diversamente colorato?

Altro che Black Lives Matter! Sarà sfuggito ai Millenials o alla generazione successiva degli iperconnessi che nei romanzi del secolo scorso il nero era “negro”? Ci sono negri nei romanzi di Moravia degli anni ’60 e ’70 ma anche negri nei romanzi del ben più contemporaneo e progressista Daniele Del Giudice negli anni ’80. Esempi di cultura popolare che sbandieravano il termine senza complessi e vergogne: nella musica “Angeli negri” di Fausto Leali o “Siamo i watussi” di Edoardo Vianello. Nella prima canzone risuona l’espressione “Povero negro” che ci rimanda ad atmosfere tipo “La capanna dello zio Tom”, ma non ci dimentichiamo che nel ‘900 c’era un romanzo di Ugo Ojetti che fruiva proprio di questo titolo. Il giornalista-scrittore Ugo Ojetti era razzista? Trattasi di domanda rivisitativa che non interessa a nessuno.  Ci ricorda Wikipedia: “Sebbene la sua etimologia e il suo significato originale e tecnico non siano né dispregiativi né volgari, sotto l'influenza di simili termini, dal tedesco e soprattutto dall’inglese la parola ha assunto col tempo connotazioni negative anche nella lingua italiana”.  Si presume che il passaggio da termine neutro a negativo sia avvenuto nel corso degli anni settanta. Dato che ci sono inglesi e tedeschi di mezzo ci viene il fondato sospetto che lingue e poteri dominanti abbiamo attuato la distorsione, uno slittamento di senso da cui non ci siamo più ripresi. Certo non costituisce uno choc per Vittorio Feltri che continua a citare “i negri”. Peraltro Leali incapperà in una seconda censura perché in un popolare programma televisivo si troverà a difendere “quello che di buono ha fatto Mussolini”, replicando con un “negro” all’indirizzo di Enock Barwuah, il fratello di Balotelli.

Ma a volte i bianchi si travestono da neri e passano per razzisti. Mascherature yankee da Carnevale con la Blackface, la maschera di un negro, passando dall’altra parte della barricata in un Paese di feroce razzismo. Non viene perdonato il travestimento che sembra una canzonatura di un tipo subumano. Più di un politico americano ha visto stroncata la carriera per questa grottesca diversione cromatica. Qui il politicamente corretto è spietato, non sappiamo giudicare quanto sia giusto perché in ogni caso specifico conta l’intenzione di partenza. In Italia non sarebbe successo, non siamo così ipocriti e manichei di fronte a un’intenzione ludica più che spregiativa. L’America razzista in questo caso si fa moralista con un’overdose di perbenismo. Ma anche il Canada ci offre un’overdose di politicamente corretto quando vengono ripescate delle foto giovanili del premier Trudeau con la faccia nera da Aladino. E il politico rischia il posto per questo ripescato moralismo di risulta da quattro soldi. Il caso è rimbalzato in Italia con l’involontario Blackface a mezzo social network del Ministro Di Maio. Anche l’abbronzatura può diventare la scorciatoia di una censura ideologica. E quando la Boschi esibisce le proprie grazie in costume da bagno è politica o vanità femminile?

(segue) 

Papa Francesco: l'illusione della comunicazione

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Brani dalla Lettera Enciclica «Fratelli tutti» di Papa Francesco .

"Paradossalmente, mentre crescono atteggiamenti chiusi e intolleranti che ci isolano rispetto agli altri, si riducono o spariscono le distanze fino al punto che viene meno il diritto all'intimità. Tutto diventa una specie di spettacolo che può essere spiato, vigilato, e la vita viene esposta a un controllo costante. Nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto ed ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l'altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all'estremo.

"D'altra parte, i movimenti digitali di odio e distruzione non costituiscono - come qualcuno vorrebbe far credere - un'ottima forma di mutuo aiuto, bensì mere associazioni contro un nemico. Piuttosto, «i media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche». C'è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perchè tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un'amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un'apparenza di socievolezza. Non costruiscono veramente un «noi», ma solamente dissimulano e amplificano lo stesso individualismo che si esprime nella xenofobia e nel disprezzo dei deboli. La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l'umanità".

Ultima ora dalle catacombe romane del potere

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Sono davvero sconvolto alla notizia che tal Alessandro Di Battista, detto Dibba, lascerà quella strana roba che chiamano Movimento, ma non è detto...forse...ma deve riflettere..."non posso andare contro la mia coscienza"...roba grossa, ha tirato in ballo perfino la coscienza. In compenso gira per Roma con un motociclone già addobbato con adesivi, frasi storiche che verranno riprese dai posteri (non so mai se scrivere posteri o posteriori). Dibba Di Battista è sull'orlo della crisi esistenziale, sfoglia la abusatissima margherita (perchè non un altro fiore?) per decidere se lasciare tutte e cinque le stelle delle 5s, che io ho sempre pensato fosse un innalzamento della valutazione della Guida enogastronomica Michelin, la quale ha come massimo riconoscimento 3 stelle. No, loro, i movimentisti immobili (in quanto a poltrone non hanno scherzato e niente da invidiare ai loro predecessori, fatti più in là che mi siedo io) valgono 5, come gli alberghi di lusso. Se davvero Dibba se ne va, cosa mai succederà? Io son molto deluso: son convinto che un grande docente di Sabbaticologia come Alessandro Di Battista nel nuovo Esecutivo sarebbe stato utilissimo. Signor Mario Draghi, visto che nel suo nascente Governo ci stanno quasi tutti, per favore ci ripensi, e offra uno strapuntino anche al Dibba. Sarebbe utile a preparare i viaggi Coast to Coast, come annunciano le fiancate del suo motorone.

I fratelli Damilano, una storia tutta italiana

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Dopo averlo letto per la seconda volta, con attenzione e sottolineature come mia abitudine, ho scritto qualche riga sul libro «I fratelli Damilano - Nati per vincere», scritto dal mio amico Giorgio Barberis ed edito a Saluzzo dall'Editore Fusta. Per questo mio esercizio di scrittura, uso la sezione «CARTASTORIE», una sorta di spazio che raccoglie le mie recensioni di libri, recenti o datati,  che leggo per davvero, questo è il requisito fondamentale: non scrivo di pagine che non leggo. Non serve aggiungere nient'altro, solo che suggerisco questa lettura a coloro che sono appassionati di atletica, è un bel libro, ben scritto, ricco di informazioni. Per chi è interessato questa è la connessione diretta https://www.collezioneottaviocastellini.com/lista-nuove-acquisizioni/715-i-fratelli-damilano.

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