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Last updateLun, 14 Giu 2021 9am

Avvistato Pellegrini a cavallo di un Delfino

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Sandro Pellegrini. Se non avessi timore di offenderlo, magari mi toglie seduta stante il saluto, scriverei «Sandro Pellegrini...basta la parola!». Accostamento un po' ardito fra il primo spot pubblicitario del neonato «Carosello», parto ingegnoso della fantasia di Marcello Marchesi reso universale dalla gag di Tino Scotti. Il prodotto reclamizzato era il Confetto Falqui, ma, a quei tempi, in televisione, non si poteva dire chiaramente a cosa serviva, le funzioni corporali erano disdicevoli. Da lì, l'invenzione che fece marameo agli occhiuti censori: «Falqui, basta la parola». Vabbé, detta l'ho detta, vediamo come reagisce l'interessato. Ma, lasciando da parte i prodotti purganti, rimango sulla mia. Tu dici Sandro Pellegrini nei Circoli Vela del Garda, del Sebino, meglio dici Sandro Pellegrini nel mondo internazionale (oh, esagerat...io dico di no) della vela, e «basta la parola», san tutti chi è, cosa ha fatto, cosa fa. Di lui mi ha sempre catturato la cultura specifica che ha del suo sport, forse sarà perchè io di vela ne so meno che di geotermia. Grande affabulatore, narratore brillante, spessissimo ironico e sarcastico (per questo mi sono avventurato in terreno minato...farmaceutico) al punto che, talvolta, anche gli amici fanno fatica ad interpretarlo, come uomo di sport ha due enormi qualità, secondo me: ha entusiasmo per la sua disciplina e la trasmette attraverso una serie ininterrotta di iniziative. Vuoi con i bambini ammalati degli Spedali Civili di Brescia, o con gli studenti universitari delle facoltà d'ingegneria, vuoi forzando i chiavistelli degli opulenti portafogli spesso molto chiusi. E poi il giornale, quel «GiodiBre» vittima della sua produzione di articoli, comunicati, notizie, a getto continuo, tanto che non mancano i detrattori che lo considerano - come dice lui - un badilografo dello scrivere. Ricordi di tempi andati, lontani, tanto lontani: quando appariva dalla porta d'entrata della redazione dove anche io tiravo un non disprezzabile stipendio, volava il commento:«Oh madona, le amó che co la vela...». E lo odiavamo tutti, e qualcuno anche non benevolmente, odiavamo lui, il controfiocco e il vento Pelér, di riflesso. E i pezzi finivano sotto ad altri, giuro di dire la verità, tutta la verità,... Eppure ce ne fossero che lottano così per il loro sport, disposti a incassare anche commenti poco amichevoli, qualche dispettuccio, e a tirar innanzi.

L'occasione di parlare bene ma non troppo bene di Sandro Pellegrini nasce dal regalo che mi ha fatto, che ha fatto alla mia Biblioteca-Collezione-Museo: un libro, tutto dedicato alla barca che gli uomini dell'acqua e del vento chiamano Dolphin81. È la seconda pubblicazione di Sandro che entra nel mio Index Librorum di Navazzo, il primo fu quello che celebrava i sessant'anni della mitica «Centomiglia del Garda», innalzata agli onori come la più importante regata velica in acque interne.  Il nuovo gioca sulla bellezze delle immagini - la vela si presta mirabilmente - e accorpa pareri di velisti che celebrano il trionfo di questa barca parto di un grande progettista come Ettore Santarelli. sandro coordina il tutto. Non mi addentro oltre, rovinerei la bellezza del libro, che va sfogliato con lentezza, per arrivare alla conclusione di quel tale che disse:«Dio doveva essere un velista se ha creato il lago di Garda». E a diffondere il verbo ci ha messo Sandro Pellegrini. Pare non se ne sia mai pentito.

Un breve recensione del libro è disponibile su questo sito alla voce Cartastorie. Nelle foto: la consegna «ufficiale» della pubblicazione fra Sandro e me (il click è di Enzo Gallotta) e la copertina del libro incriminato

Omaggio all'immaginifico Bruno Munari

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Ci fu un cartellone, striscione, o una scritta sui muri di Nanterre, del Maggio francese che non ho mai dimenticato. Siamo nel 1968, il mitico anno della rivolta studentesca, dico mitico perchè per me tale è rimasto nonostante i tentativi revisionisti da parte di voltagabbana che poi si sono accoccolati nelle tiepide, accoglienti poltrone del potere. Oggi i me fa veder de rider i giovani che vogliono il cambiamento della società, una società in più ben peggiore di quella del '68, che come orizzonte hanno il confronto con Letta, Renzi, Calenda, e molte volte con personaggi ben peggiori. Quella scritta recitava «l’imagination au pouvoir », l'immaginazione al potere. Lo disse Jean-Paul Sartre a Daniel Cohn-Bendit, rimasto nella vulgata popolare come «Dani il Rosso», gli disse:"«Ce qu’il y a d’intéressant dans votre action, c’est qu’elle met l’imagination au pouvoir».

Giocando sulle parole. direi che per Bruno Munari (finita l'ora di storia e politica passiamo a quella dell'arte) si potrebbe dire non l'immaginazione al potere - che pure resta valida - ma «il potere dell'immaginazione». Munari viene unanimemente considerato "uno dei massimi protagonisti dell'arte, del design e della grafica del XX Secolo», come scrive l'Enciclopedia Treccani. Un gigante d'inventiva, originalità in ogni campo artistico: grafica, pittura, cinematografia, disegno industriale, linguaggio, movimento, luce, didattica per i bambini. Inadeguato tutto ciò che potrei dire. Che bellezza le sue macchine aeree, i concavo-convesso, le macchine inutili, l'arte cinetica, i libri illeggibili. Ma perchè continuo ad elencare? Quello che ha lasciato Munari è un corpus artistico senza confini.

Questo gigante stimava senza riserve Martino Gerevini, si scambiavano opinioni, discutevano di arte, di colore, di immaginazione, si frequentavano in occasione di mostre a Brescia (Galleria Sincron) o altrove. Si stimavano. Due anni dopo la morte di Munari (1907-1998) Gerevini gli dedicò un'opera di una sua nuova serie. Anche per Martino l'immaginazione è sempre stata la componente propulsiva del suo lavoro di artista. Prova ne sia che non ha mai fatto due mostre con la stessa tematica, ha affrontato materiali diversi, ha cambiato le sue modalità espressive.

Omaggio a Bruno Munari, il titolo semplice lineare dell'opera che potete ammirare qui sotto. Chi conosce, almeno un po' l'opera del Maestro milanese vi ritroverà tanti elementi della sua opera in questa singolare composizione di Martino. L'opera, che fa parte del calendario 2021 che ho voluto per onorare la memoria di Martino Gerevini a dieci anni dalla scomparsa, ci accompagnerà per tutto questo mese di aprile fatto di limitazioni, restrizioni, solitudini e paure.

Aggiunta postdatata - Un amico che, bontà sua, ha letto queste righe, mi ha chiesto di saperne di più su Munari e la sua opera. Secondo me, la fonte migliore è questo sito a lui interamente dedicato: munart.org. Ma anche domusweb.it (in inglese), e per chi volesse investire qualche decina di euro nei suoi libri e nei suoi poster questo può essere l'indirizzo giusto corraini.com Chi ama la fantasia, il bello, l'immaginazione, si perderà in questi percorsi.

La nostra opera - Titolo: Omaggio a Bruno Munari - Anno: 2000 - Tecnica mista - Formato: cm 40x40 - Collezione privata

Uomini e donne, società e sport

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Il mio amico Daniele Poto mi ha preceduto in fotofinish, visto che l'argomento che ci propone oggi entra anche nelle stanze dello sport. E per non togliergli spazio non aggiungo altro. Prendo a prestito lo slogan che va tanto di moda, Non una di meno”, per modificarlo in un Non una di più”, intendo riga di commento a quanto dice Daniele. C'è dentro tutto, o quasi tutto, quello che avrei voluto dire io. Ma non posso fare a meno, è più forte dei buoni propositi, non dire che chiamare sindaca, direttora, ministra, mi fa venire l'orticaria, lo trovo di un brutto repellente. Chiamare Delia Castellini (non siamo parenti) brava e appassionata prima cittadina di Toscolano Maderno (confermata per il secondo mandato) "sindaca", beh, proprio non mi riesce. Trovo molto più rispettoso ed elegante rivolgermi a lei come "signora Sindaco". Se poi mi denuncerà (ho letto che in Parlamento perdono tempo prezioso per queste minchiate scambiandosi furibondi battibecchi polemici), pazienza Delia, affronterò la pesante condanna!

Codicillo - Ascoltate bene questo monologo della signora Valentina Vezzali: povertà di linguaggio, esercizio di piaggeria senza pudore, battuta finale davvero di pessimo gusto. Poi, ottenuto quel che voleva in politica, ha cambiato bandiera, si è fatta «toccare», schermisticamente parlando, da qualcun altro. Adesso la (s)toccata tocca a Malagò e al prof. Mario Draghi, che ha messo un piedi un governo (lettera minuscola voluta) che sembra il Wild West Show, il Circo di inizio Novecento messo in piedi da William Cody, per tutti Buffalo Bill. Li aveva tirati dentro tutti, bianchi e pellerossa, pistoleri e avventurieri, da Calamity Jane a Toro Seduto, da Wild Bill Hickok a Alce Nero. Avanti c'è posto!

Vezzali e Granata, non è una svolta

di Daniele Poto

Si parte da una gaffe veniale del presidente del C.O.N.I. Giovanni Malagò (l’aver ignorato in pubblico convivio i meriti del rugby femminile) per approdare a un discorso più generale. Ci si può meravigliare che le argomentazioni che seguono vengano da un uomo, ma concedendo che ogni speculazione non è perfettamente oggettiva perché spesa da un angolo visuale soggettivo, la volontà dell’autore è di creare un dibattito, non necessariamente divisivo nell’eterna querelle uomo-donna.

Non c’è dubbio che la cronica arretratezza della nostra civiltà registri il ritardo storico nei pari diritti dei due sessi. Basti ricordare che il suffragio universale paritario è scattato solo nel 1946 tagliando fuori dalla storia decine di generazioni di italiane per fotografare una colpa evidente. Ma dalla colpa non può nascere un complesso rimontabile con la demagogica concessione di diritti “finti”. Le pari opportunità, le quota rosa, il parcheggio dedicato alla donne (più che mai giustificabile per quelle incinta) sono palliativi che spostano poco la questione, anzi la ribaltano su un piano di concessioni demagogiche. E mettiamo sullo stesso livello la manomissione delle parole, il revisionismo semantico. Il ministro che diventa ministra, l’assessore che diventa assessora, il direttore d’orchestra che diventa la direttora, come il direttore di un giornale. Lo stesso programma word si ribella a questa coatta manipolazione. Cacofonie che sono forzature rispetto a una logica evoluzione.

In tempi di post femminismo e di “Non una di meno”, sotto l’influsso del "Mee too" e della recrudescenza dei femminicidi, nella vita sociale c’è l’esasperata tendenza a far largo a spintoni ai soggetti femminili. E non per merito ma per le famigerate quote. Vi ricordate quando si cercava a tutti i costi un Presidente della Repubblica donna e si avanzavano le candidature di Emma Bonino e di Anna Finocchiaro? Con tutto il rispetto, a nostro giudizio, inadatte al ruolo. E non perché donne ma in quanto a meriti politici tout court. Lo stesso dibattito si è riaffacciato all’interno del Pd il cui attuale presidente è Valentina Cuppi. Alzi la mano chi sa qualcosa in più su Valentina Cuppi rispetto a nome e cognome. Polemiche per i mancati riconoscimenti a ministri donne. Non è solo una battuta se suggerisco di evitare nel Governo altri soggetti femminili se gli esempi preclari sono quelli di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, emanazioni del Capo, e sappiamo a chi ci riferiamo, anche se la seconda si è progressivamente dissociata da Berlusconi.

L’effervescenza è viva anche nello sport. La protegé di Malagò, Diana Bianchedi, era incandidabile al ruolo di sottosegretaria per lo sport a causa di un evidente conflitto d’interessi (prende proventi dall’ente). Dal cilindro dell’improvvisazione è spuntata fuori Valentina Vezzali, conosciuta in politica per aver toccato altissimi livelli di assenteismo oltre che per aver cambiato schieramento incurante di un vincolo di mandato che in Italia è applicazione solo teorica. Adatta al ruolo o unfit? Noi sospettiamo che in quanto a politica sportiva la Vezzali maneggi meno conoscenze del precedente Ministro Spadafora che in quanto a competenza certo non brillava. Però la Vezzali (quella che da Berlusconi si sarebbe fatta piacevolmente “toccare”) ha ori olimpici, prestigio, è un personaggio popolare e tanto basta. Si è applaudita la svolta storica con Antonella Granata, primo presidente donna (o presidenta?) di una Federazione sportiva. Siamo proprio all’ultimo stadio nella nomenclatura del C.O.N.I. con lo squash, ma tanto basta per far parlare di muri che cadono, di cambio della guardia.

Gli uomini non devono concedere nulla e per non incorrere in un ossimoro non possono essere femministi. Non concessioni ma riconoscimento di diritti. La rivoluzione si fa, non s’implora né si chiede.  Parleremo di svolta storica se Antonella Bellutti si imponesse come presidente del C.O.N.I. battendo Malagò. Ma non succederà. E Malagò stesso si fa interprete demagogico per l’episodio di cui riferivamo in avvio di intervento. “Avrei voluto un figlio maschio per vederlo giocare a rugby”. E le sue figlie femmine? Come vedete il pensiero concessivo, e un po’ ipocrita, è dietro l’angolo.   

Ci siamo imbarcati anche noi su «Luna Rossa»

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Adesso è finita. Gli italiani, fedeli al roboante motto mussoliniano "Italiani, popolo di...e navigatori" (ho lasciato perdere le altre categorie che sono in via di estinzione), possono finalmente andare a dormire dopo Carosello, si diceva una volta, e presentarsi al mattino davanti al computer in salotto o in cucina (si chiama adesso lavoro da casa) senza profonde occhiaie da notti quasi in bianco. È finita la Coppa America, America's Cup, che suscita sempre repentine, e secondo me, effimere, ondate di passione per lo sport della vela, non semplice e non a buonmercato. Adesso l'italico entusiasmo non fa più nemmeno notizia, è un fenomeno ciclico, ricorrente e consolidato ogni tre-quattro anni, soprattutto quando in gara c'è una barca (e chiamala barca 'sta opera di fantasiosa ingegneria) che difende l'orgoglio sportivo del nostro Paese. L'hanno sempre difeso bene le due che, in anni che sembrano un secolo fa, sono state ammesse alla sfida finale, ma non sono mai riuscite nell'impresa di alzare la Coppa. Nel 1992 l'Italia presentò «Il Moro di Venezia», nel 2000 «Luna Rossa». Nella recente sfida 2021 appena conclusa gli armatori (tutti povera gente...) hanno puntato ancora sullo stesso colore che la luna assume, come effetto ottico, durante le eclissi: «Luna Rossa».

Nacque, la Coppa, dico, nel 1851 in Inghilterra, e nelle acque dell'Isola di Wight (proprio quella della canzone dei DICK DICK, era il 1970, "Sai cos'è l'isola di Wight..."), fu una sfida America - Inghilterra, vinse la prima. La Coppa si aggiudica sempre con una serie di regate fra due barche: lo sfidante (challanger) e il detentore (defender). C'è un aneddoto (leggenda? verità? propendo per la prima, comunque carino da raccontare) legato al motto di questa competizione, che recita «There is no second», non c'è il secondo. Tradunt, dicunt, che dopo la regata del 1851 la Regina Vittoria, saputo che la regata era stata vinta dall'imbarcazione America chiese chi fosse giunto secondo. Mal gliene incolse, e il suo orgoglio British dovette subire un duro affronto, quando gli fu risposto:"Purtroppo, Vostra Maestà, non c'è secondo". Non avrei voluto essere nei panni del malcapitato portatore di così ferale notizia alla burbera sovrana.

Noticine di un somaro di vela che faranno venir da ridere al mio amico Sandro Pellegrini che è tutta la vita che va pellegrinando sul cammino della conoscenza di questo sport. Lui ne sa una più del diavolo. Ed è proprio il Sandro del Circolo Vela Gargnano che mi ha fatto avere un attrattivo video da lui commentato sulla barca che nel cuor sta a Patrizio Bertelli, che, insieme ad altri, ha messo i dané dell'azienda Prada, che poi è la moglie, in questa dispendiosa avventura. Si rifarà vendendo qualche milione di borse, scarpe, accessori di lusso, alle adoranti nipotine dell'attuale occupante del Trono del Crisantemo: roba da pochi spiccioli, una felpa stampata con cappuccio 1400 euro, una borsa a mano in pelle spazzolata 2800, è la spazzolatura che costa.

Basta scherzare, vediamoci (cliccate nello spazio qui sotto e abbiate un po' di pazienza, il video è un po' «pesante» e potrebbe richiedere un po' di tempo per scaricarsi) il bel lavoro che Sandro ci propone. E, per chi ancora non lo sapesse, pochi credo, tanto di cappello ai progettisti e alle aziende bresciane e bergamasche e alle loro maestranze, nelle cui officine è spuntata la «Luna Rossa» versione 2020 - 2021, frutto di una lunga tradizione di cultura velica. In barba al COVID-19.

Gira e rigira, tutto il mondo è malpaese

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Sembrano banalità questi vecchi motti, ma contengono sempre una verità popolare, spicciola ma sensata. Potrei cambiare il titolo e metterci un bel «l'erba del vicino è sempre più verde», avrebbe la stessa valenza. Quello che vorrei essere capace di esprimere è che noi italiani, pur con tutti i nostri difettacci, non siamo né peggio né meglio degli altri che popolano 'sto globo. Lo spunto me lo ha dato la vignetta che una amica di Barcellona mi ha inviato. Non credo che serva nessun tipo di traduzione, è intuitiva. Il nesso è con le lamentazioni che ho dovuto sorbire da qualche mio compaesano/a, al mio rientro nel mio buen retiro di Navazzo, Comune di Gargnano, Lago di Garda. Uno dei temi di lamentazione a scatto fisso è quello della vaccinazione. La vignetta mi offre l'appiglio per confermare: tutto il mondo è paese. Quello che mi avvilisce, e dovrebbe avvilire tutti, è lo sfacelo, la caduta libera, della classe politica e dirigenziale che partorisce solo confusione. Prendete la Lombardia: hanno sostituito il "famoso" Gallera con la altrettanto famosa signora Letizia Moratti, hanno ripescato tal Bertolaso (ve lo ricordate no? Protezione Civile, Civile?) per sostituire qualcun altro in ossequio al mutato vento politico, avanti le destre!!!. La logica è sempre quella: fatti più in là che al tuo posto mi ci metto io. Bene, cosa è successo? Esattamente niente, anzi no è successo qualcosa: la Lombardia viaggia oggi su dati nettamente peggiori di un anno fa. Ricordate la data? Domenica 8 marzo 2020, tutti confinati in casa per settimane, mesi. Son passati più di dodici mesi e da lunedì 15 marzo 2021 siamo ancora chiusi in casa. Facciamo sacrifici adesso per salvare il turismo la prossima estate, vi chiudiamo in casa adesso per salvare le feste di natale e Capodanno. Stavolta, per lo meno, non hanno neppure fatto finta di "salvare" Pasqua e Pasquetta: reclusi, punto e basta. Sapete che vi dico? A' ridatece Gallera!!!

Intanto siamo sbarcati su Marte, ci hanno fatto vedere di che colore è il suolo, mentre non riusciamo a vedere la faccia dei nostri cari che muoiono negli ospedali. Fra poco, casualmente, incontreranno gli immunologi che vagano per trovare lassù un vaccino che metta tutti d'accordo, visto che qui non ci riescono, e la gente intanto se la fa sotto. Stavolta, signori pseudo scienziati ne avete davvero combinate di tutti i colori. Ma non siete mai stati zitti. Il virus della apparizione televisiva è molto più forte del COVID-19. E anche su questo, Italia-Spagna 1 a 1.

Gira il mondo gira, nello spazio senza fine...cantava Jimmy Fontana...

Oh mondo
Soltanto adesso io ti guardo
Nel tuo silenzio io mi perdo
E sono niente accanto a te
Il mondo
Non si è fermato mai un momento
La notte insegue sempre il giorno
Ed il giorno verrà
 
Intanto la nostra tartaruga, iberica o italiana che sia, va al suo passo. Lento.
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