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Last updateMar, 20 Apr 2021 3pm

La pruderie dei cantanti omosessuali

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Argomento poco frequentato quello che ci propone stavolta Daniele Poto, per la serie dei suoi «commenti velenosi» o «politicamente scorretti» come li chiama lui. Argomento che ancor oggi suscita reazioni scomposte e battutacce da caserma di infima cultura. Di che si tratta? Della omosessualità. Daniele ci porta nel mondo della canzone italiana, e vi lascio leggere, se volete. Da parte mia un solo commento: non sopporto assolutamente che la omosessualità sbattuta in faccia come se fosse un elemento distintivo di una persona. Al pari del uno è alto o basso, biondo o castano, bianco o nero. Quando leggo che «tizio/tizia ha fatto outing...», oppure «tizio/tizia omossesuale/lesbica dichiarato/dichiarata...», mi chiedo «machissenefrega». L'essere omosessuali - tra l'altro condizione intrinseca dell'essere umano dalla sua apparizione sulla terra - fa parte di una radice profonda dell'essere di ciascuno. Non c'è, secondo me, nessun bisogno di dichiararlo, ma libero, comunque, ciascuno di comportarsi come vuole, lo vuol far sapere, lo faccia. Quello che mi inquieta è che sia un pirla di giornalista a entrare in questa sfera privatissima con una sottolineatura totalmente superflua. Ho avuto amici e conoscenti che hanno fatto del sesso etero la bandiera della loro vita, gloriandosi di una continuità e di una frequenza di rapporti sessuali da libro Guinness, settantenni e ottantenni che si sono imbottiti di Viagra per poter annunciare agli altri più che a se stessi che «ne avevano fatta una...». Oppure signore pari età che frequentano speciali club per donne ancora assatanate. Allora di costoro cosa si dovrebbe scrivere? «Scopatore/Scopatrice incallito/a»? Lasciamo che ognuno dentro le lenzuola faccia quel che più gli piace. E, soprattutto, non riduciamo tutto al sesso. Esiste anche altro.

E adesso Daniele Poto.

Sono numerosi, assecondanti una vocazione artistica comprovata dalla storia della canzone, gli interpreti di tendenze omosessuali: Lucio Dalla, Umberto Bindi, Tiziano Ferro, Mahmood, Gianna Nannini, Marco Carta, Giuni Russo. Perché questa preferenza sessuale viene sempre tradita dalla poetica delle loro canzoni, ricondotta immancabilmente alla dialettica uomo-donna con le sue infinite sfumature? Sessuofobi od omofobi, possibile proprio loro?  Non si scappa dal rassicurante, dal trend tradizionale anche se i soggetti in questione sono cantautori e dovrebbero obbedire a pulsioni e ispirazioni personali.

Invece le esigenze commerciali rendono tutti schizofrenici. Un Gino Paoli (che beninteso è tutt’altro che gay) fa fatica a confermare che “Il cielo in una stanza” è nato dall’incontro con una prostituta e che “Sapore di sale” fu ispirata dal desiderio per l’allora splendida minorenne (quindicenne) Stefania Sandrelli (ora nelle interviste ha virato su Ursula Andress). C’è chi ha fatto outing e chi no, chi vive in clandestinità e per questo ha pagato un enorme pegno al pregiudizio sociale (vedi Bindi, messo all’indice a un certo punto della propria parabola, i tempi non erano maturi). Tra loro c’è chi si sposa civilmente e chi ci tiene alla propria vita privata. Ma in comune hanno questo oscuramento della personalità. Perché i testi delle canzoni sono piattamente di tematica eterosessuale come se non ci si potesse sottrarre ai gusti correnti.

Eppure qualcuno sostiene che i gay fanno tendenza e persino lobby, neanche fossero massoni o ebrei. Come se il mondo della musica fosse omologabile a quello della moda. Dunque i cantanti sono bacchettoni, ortodossamente tradizionali né più né meno di chi ha gusti maggioritari. Conservatori o timidi? Ha ragione Fulvio Abbate quando con un doppio salto mortale si dichiara contrario al divorzio tra gay, scavalcando quel dibattito sul matrimonio che ormai è merce banalmente comune, logorata dai tempi. I cantanti gay non si sentono ancora abbastanza forti per ripercorre il cammino di Fassbinder nel cinema, di Lindsay Kemp nella danza, di Luxuria o Platinette nella vita di tutti i giorni o perlomeno velare i propri pezzi di ambiguità come qualche coraggiosa anticipatrice dei tempi come Patty Pravo (legami multipli, anche a tre, vedi “Pensiero Stupendo”) o Ornella Vanoni, cantore di una diffusa ninfomania.

Nel mondo dello spettacolo gli ossimori si sprecano. Eva Grimaldi, immaginario erotico di un’intera generazione di uomini oggi cinquantenni, ha coronato il proprio sogno d’amore, sposando una donna. A dimostrazione della potenza smisurata di un immaginario capace sempre di travalicare il reale, deformandolo. Era immaginaria l’omosessualità di Renato Zero, una necessità scenica? La sentenza - poco ardua in verità - la lasciamo ai posteri. L’omosessualità di Malgioglio (“Gelato al cioccolato”, regalata a Pupo) e di Ivan Cattaneo è invece sotto gli occhi di tutti.  Onore al merito dunque di una giovane cantante come Giordana Angi che non teme di essere divisiva e proclama la sua omosessualità e la manifesta nei testi delle proprie canzoni. Quando parla di “fare l’amore” si riferisce a una “lei” che ha quasi nome e cognome e che è la sua compagna. Un’eccezione in un mondo di cantanti omosessuali di raro conformismo.

Cosa ci aspetta? Saranno più luci o più ombre?

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Questa l'opera di Martino Gerevini che ci accompagnerà lungo i 28 giorni di questo mese di febbraio che, giusto un anno fa, segnò l'inizio e la crescita di un inatteso e subdolo attacco infettivo che ci ha duramente puniti - tutti - nei mesi passati. E, purtroppo, grazie anche alla stupidità e irresponsabilità di tanti, troppi, ci punirà ancora per parecchio tempo: e il virus, purtroppo, è più forte degli stupidi e delle happy hours. Questa opera, che fa parte del calendario ideato e realizzato in memoria del grafico e artista che fu mio insostituibile amico, ha un titolo evocativo dei dubbi che stringono la nostra esistenza in questa situazione e, talvolta, ci fanno mancare il respiro: luci e ombre. E allora, banalmente, vien fatto di chiedersi: saranno più ombre o più luci? Mah...e in più Martino aggiunse per completare il titolo il numerale 13, che normalmente, nei superstiziosi, è abbinato alla sfortuna, contrariamente all'opinione di quanti, erroneamente, pensano l'esatto contrario. Non pecchiamo di pessimismo ma non indulgiamo in facili ottimismi. Armiamoci di pazienza e facciamo nostra la filosofia di Edoardo De Filippo nella piece teatrale «Napoli milionaria», era il 1945: «Ha da passà 'a nuttata». E nella notte cerchiamo di cogliere le luci ispirate ai colori di Martino.

La nostra opera - Titolo: Luci e ombre n.13 - Anno: 1995 - Acrilico su tela - Formato: cm 100x100 - Collezione privata


 

COVID-19, c'è molto lavoro per i veterinari

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Credo che anche coloro che non hanno fatto corsi di lingua spagnola, sono in grado di capire il contenuto della tagliente vignetta che ha per protagonista quel capolavoro di personaggio che è Mafalda. Me l'ha girata una amica spagnola. Per puro scrupolo, faccio la traduzione. In questo momento nel Paese iberico non vige il confinamento in casa, ma il martellante messaggio delle autorità, dei medici, degli infermieri, dei barellieri, perfino dei politici che ignominiosamente tirano sempre la tovaglia per i loro interessi e non per quelli della gente, dei mezzi di informazione che fanno da cassa di risonanza a tutti, non lascia dubbi: autoconfinatevi, state in casa, uscite per lo stretto indispensabile, usate solo mascaretas (questo è in catalano) chirurgiche. A Madrid, a Barcellona, a Pont de Molins, in Andalusia e in Castiglia e León, lo chiamano «autoconfinamiento», e non usano quell'irritante «lockdown» che da noi è gergo comune anche per quelli - la stragrande maggioranza - che a Londra non saprebbero chiedere dove ci sono i servizi igienici per far la pipì. A me vien voglia di dire che invece di quella minchiata fascio-autarchica del «prima gli italiani», dovremmo far uso di un più efficace «prima la lingua italiana».

La traduzione del Mafalda Pensiero:«I medici hanno convinto metà della popolazione a rimanere in casa. Adesso serve che i veterinari convincano l'altra metà». 

E chi vuol capire...

I premi letterari, eterno specchio delle vanità

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Bagutta, Viareggio, Strega, Bancarella, Campiello, Nonino, Grinzane Cavour, ecc ecc ecc. Sono tutti nomi dei più strombazzati Premi Letterari, ma ce ne sono altre centinaia fino a quelli parrocchiali, condominiali, di pianerottolo, oppure di ringhiera, come si chiamavano una volta certi edifici popolari di Milano. Oggi vi propongo uno dei «contributi velenosi», come li chiama lui, di Daniele Poto, un nome che dovrebbe essere ormai familiare a chi investe qualche minuto del suo tempo a leggerci. Vi suggerisco di leggere la dose di veleno di oggi.

Niente di più vanaglorioso dei Premi Letterari. Quando leggi di una tassa d’iscrizione elevata comprendi all’istante che l’amore per la cultura e la promozione editoriale vengono infinitamente dopo la sopravvivenza e il benessere dell’associazione culturale (?) che promuove l’iniziativa. Versare venti euro per farsi leggere (e giudicare) un racconto sembra uno standard industriale leggermente sopra norma. Una buona percentuale di editori si aggancia ai premi letterari per sopravvivere editando almanacchi, agende, raccolte in cui figurano tutti i partecipanti (non solo i vincenti) ben lieti di arraffare le copie in vendita e distribuirle ai parenti per auto-magnificare le proprie doti letterarie. Aspirazioni che vengono puntualmente frustrate. Perché oltre la pubblicazione a pagamento e l’acquisto delle antologie non si va. In un recinto auto-referenziale del “pubblichiamo tutto” che davvero non fa bene al mondo dell’editoria composto da una pletora infinita di scrittori e una ridottissima legione di lettori.

Saremmo già contenti di un rapporto uno a uno. Cioè scrivi un libro ma almeno uno lo leggi. Non saremmo sicuri che questo può valere per un autore di best seller come Francesco Totti. Avrà letto il suo libro, naturalmente scritto da un altro? Il mondo dell’editoria è infatti pieno di ghost writer a disposizione dei cosiddetti VIP, meglio se illetterati, ma bisognosi di questo biglietto da visita per un’ospitata da visitor del mondo dei libri, per un completamento del curriculum. Tra tanti scompensi e squilibri il Premio Dea Planeta scodella un montepremi da 150.000 euro per l’opera vincitrice. Si è affermata tra gli altri Simona Sparaco, ma il dato più significativo è che hanno partecipato scrittori famosi celandosi dietro uno pseudonimo. Perché, potresti chiedervi? Non certo per mascherare la propria fama o per evitare imbarazzi alla giuria quanto per dissimulare l’eventuale e probabile sconfitta, non intaccando così il proprio prestigio.

Nel mondo delle lettere domina il familismo. E a un critico letterario quotato come Walter Pedullà succede il figlio Gabriele. Paese di figli imitatori: notai dopo notai, critici letterari dopo critici letterari.  E barcolli vieppiù quando ti capita di leggere che Emmanuele Francesco Maria Emanuele è il vincitore del Premio Montale Fuori di Casa 2019 per la Poesia; comprendi immediatamente quanto sia risibile il giudizio e il merito visto che il mecenate dai quattro nomi il Premio se lo potrebbe comprare viste la propria disponibilità finanziaria. Il Presidente onorario della Fondazione Roma, presidente della Fondazione Terzo Pilastro internazionale, secondo la motivazione “ha saputo esprimere in una lingua poetica, cui si riconoscono caratteristiche di chiarezza e genuinità, il lungo viaggio della sua vita, ricca di molteplici esperienze, amori, impegno sociale, tante e diverse passioni”. Il Poeta che non si conosceva pubblica per editori minori come Pagine e Lieto Colle, ma sfreccia su tutti gli altri concorrenti che hanno osato sfidarlo, i tapini. E si merita una pagina speciale su “Il Tempo”, il giornale che pubblica persino i suoi sospiri. Il titolo è significativo: “Poesia e creatività, le passioni di una vita”, con sommario “La poesia mi ha salvato, è il mio giardino segreto, il mio rifugio”.Siamo dalle parti dell’assegnazione del Premio “Lecchino dell’anno” con un indice di concentrazione della piaggeria davvero difficilmente battibile. Chissà perché tanto spreco di ruffianeria neanche fossimo dalle parti di Neruda o di Ungaretti.

E che dovrebbe dire Montale nel cui nome si celebra il premio? Poesia, poesia, quanti misfatti nel tuo nome! Quante finte attribuzioni dei premi! Quanta miseria umana in chi scrive e soprattutto in chi si sottopone a questi stanchi e obsoleti riti? Una notizia del genere, culminata nella premiazione a Palazzo Altemps, è un tacito invitare a non partecipare più al Premio Montale per i successivi dieci anni. Peraltro l’indefesso Emanuele si meritava una pagina bis appena il giorno dopo su "Il Tempo" con la foto opportunità in cui stringe la mano a Papa Francesco che era venuto a omaggiare il Villaggio Emanuele (non è un omonimo, è ancora una volta lui, lo Zelig della beneficenza), progettato per curare i malati di Alzheimer. Esaurito il saluto Emanuele si recava all’Università europea di Roma per tenere una conferenza, pardon una lectio magistralis, su “L’intelligenza artificiale e la robotica. Il nuovo mondo che ci aspetta”. Come dire, un personaggio dalle mille sfaccettature o, come si diceva in termini obsoleti, un soggetto a tutto tondo. Non finiva lì, la mancanza di pudore (anche giornalistica) non ha limiti se il giorno dopo lo stesso quotidiano di casa, praticamente un house organ, indiziava Emanuele delle maggiori chances di conquistare un seggio come senatore a vita, in concorrenza con Mario Draghi e Giuseppe Guzzetti “in virtù del ruolo di mecenate e di “ponte culturale” verso il Mediterraneo grazie al suo impegno per il dialogo con il continente africano (e non solo)”. Potevano aggiungere che è “pappa con ciccia” con Vittorio Sgarbi, un altro prezzemolino della nostra contemporaneità. Per fortuna che in questa biografia scritta senza ironia, consultabile su Internet dipanando un interminabile curriculum, s’incunea un germe di contestazione leggendo "Dagospia" dove il Nostro è così descritto: “Ecco a voi Emanuele Emanuele, l’ottavo re di Roma- monarchico savoiardo- gran campione dell’aristocrazia papalina, gran elemosiniere della cultura dé noantri, “benefattore” del festival del film di Roma: “omaggio a Leone”. Come presidente della Fondazione Risparmio Roma (bilancio annuo di due milioni) ha una capacità di spendere a pioggia superiore a quella di Alemanno”. Dietro tutte le sigle, un camuffamento, un paludamento, c’è sempre e solo ineluttabilmente lui, l’uomo dai quattro nomi.

Vogliamo trovare un altrettanto megalomane compagno di viaggio di Emanuele, cultore del super-io? Dal mazzo dei vanagloriosi peschiamo allora il novantacinquenne Eugenio Scalfari che distilla la sua poesia senile ne “L’ora del blu”, manco a dirlo raccolta pubblicata da Einaudi. Il fondatore di "Repubblica", ormai in palese dissociazione da un minimo di logica e di senso comune, assembla 96 pagine appoggiandosi a una scelta di autori celebri che ne fanno da sostanziosa stampella e gli permettono di andare in edicola, manco a dirlo con recensioni faraoniche e la distribuzione del quotidiano che ha fondato. Alla vecchiaia di un personaggio famoso si perdona un po’ tutto, anche i clamorosi svarioni politici. Non hanno costretto forse De Crescenzo in fin di vita a firmare libri che probabilmente disconoscerebbe se fosse lucido e non tormentato da una malattia di cui non ti liberi facilmente? Questi premiati, queste manipolazioni e queste pubblicazioni sono un oltraggio al merito e sono una sorta di iscrizione funeraria che esibisce il passato dei protagonisti, validi in altri campi, in tutti gli altri campi. Meno che nella poesia o nella letteratura. Qualcuno dovrà pur scriverlo.

Disunited States, profonde ferite mai rimarginate

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Il mio amico Giorgio Reineri mi ha inviato un paio di frasi che val la pena di leggere e su cui riflettere, oggi specialmente, in attesa della cerimonia che sancirà l'elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. Scrive Giorgio, che divide la vita fra la sua bella magione di Celle Ligure e l'altrettanto invidiabile residenza di San Diego, in California, e per questo molto attento alla stampa americana:

"Tra le mille storie sul «New York Times» ho trovato questa citazione di Michael Carter (uno dei grandi giocatori del basket americano NBA, in forza agli Orlando Magic, ndr): “I didn’t get to choose how God made me. I don’t control the colour of my skin. I can’t control what you think about me because the colour of my skin. You can control how you choose to think and feel about me. You can control the words that come out your mouth. You can control if you change to help or to hurt”. Traduzione a spanne: «Io non ho potuto scegliere come il Signore mi ha fatto. Non ho potuto scegliere il colore della mia pelle. Io non posso controllare che cosa tu pensi di me a causa del colore della mia pelle. Ma tu puoi controllare che cosa pensare e quali sentimenti avere su di me. Tu puoi controllare le parole che escono dalla tua bocca. Tu puoi controllare se scegli di aiutarmi o di ferirmi».

La seconda è del calciatore americano, di madre lettone, nato a Seattle, Deirde Yedlin, difensore, che gioca tuttora nel Newcastle United Football Club, in Inghilterra:"Every American needs to ask themselves is there ‘liberty and justice for all’ and if there answer is yes, then they are part of the problem”. «Ogni americano dovrebbe chiedersi se nel suo Paese c'è libertà e giustizia per tutti e se la sua risposta è «sì», allora anche lui è parte del problema». Per chi non l'avesse chiaro, stiamo parlando dell'enorme problema razziale, che non ha mai estirpato la profonda matrice razzista di gran parte del popolo americano.

E dopo lo scempio operato da orde di selvaggi cui abbiamo dovuto assistere lo scorso 6 gennaio nell'assalto al Campidoglio di Washington, mi pare che il Grande Paese abbia più di un problema. God save the President Joe Biden!

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