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Martino Gerevini, creatività non ripetitiva

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A mio giudizio è il miglior complimento che si possa fare a Martino Gerevini, oltre a tanti altri, come l'essere sempre misurato, umano, generoso. La sua opera complessiva - purtroppo lasciata colpevolmente cadere nell'oblio - ha l'impronta della originalità, della sperimentazione, della esplorazione artistica di materiali diversi, con un punto di partenza preciso: la grafica, che era il suo «mestiere» vero. Martino era un artigiano, componeva il legno - ricordare le sue bellissime opere con i vecchi caratteri di stampa recuperati alla Tipografia Apollonio, la sua casa per tutta la vita -, ridava linfa vitale alla carta di scarto, i colori erano il suo regno indiscutibile. Non è stato un banale ricopiatore di se stesso, come altri, pur bravi, per carità, che che una volta inventato un «giochino» sono andati avanti a riperterlo per tutta la loro vita artistica. Andare a una nuova mostra di Martino Gerevini era come avventurarsi alla scoperta di un pianeta sconosciuto. Poteva piacerti oppure no, ma era nuovo, aveva un suo fascino, una sua ragione d'essere nata da una riflessione. Per questo, Martino può essere accostato - lui ne sarebbe imbarazzato - a Bruno Munari che elesse la fantasia come anima di tutta la sua immensa e straordinaria opera. Non è per caso che i due, Bruno e Martino, erano amici e si stimavano. E adesso godiamoci questa opera di una serie del 1987.

La nostra opera - Percorso misto n.8 - Anno: 1987 - acrilico su tela - Formato: cm 80x80 - Collezione privata

42,195, quella strana cifra significa maratona

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Maratona, Marathónas, villaggio dell'Attica (riferimento geografico per coloro che hanno un cicinin di cultura), allora solo sabbia e forse qualche capanna di pescatori, oggi cittadona di circa 25 mila abitanti, resa famosa da una battaglia combattuta nel 490 a.C.... a.C., ecche vor dì, che ne so io che sono nata nel 2003, direbbe l'ochetta millenias che non sapeva rispondere alla domanda su cosa era successo l'11 settembre 2001, ma rideva, rideva come un'oca ma faccio torto alle oche. Maratona, lettera iniziale minuscola, sostantivo, indica una corsa pedestre (a piedi, ci siamo?) che vuole ricordare quella che (dicunt, narrant, me la cüntan) fece un soldato, tal Fidippide (non Filippide, in greco la translitterazione è con la «d» non con la «elle») spedito dal suo comandante Milziade ad Atene per annunciare la vittoria sui persiani. "Obbedisco", tipica risposta del militare oppresso da superiori ottusi, disse il malcapitato che tra i denti tirava giù dei moccoli all'idea della scarpinata che doveva farsi. E neppure era ben allenato il disgraziato, tanto è vero che arrivato, in qualche modo, in città, fece appena in tempo a mormorare un "abbiamo vinto" che tirò le cuoia. Il racconto mitologico non dice, ma ci sono i testimoni che ho intervistato, che abbia aggiunto "affanculo Milziade". Poi gli dedicarono statue, dipinti, odi (componimenti poetici), ma a lui che gliene poteva fregare? Stecchito era e stecchito restava.

A distanza di qualche secolo a incasinare le cose ci si mise uno scribacchino, tal Luciano di Samosata, che fece una confusione tremenda, che non sto a raccontarvi perchè sarebbe troppo lunga. È questo Luciano che s'è inventato la storiella di Fidippide. Ma la styoria vera, raccontata da uno storico vero, Erodoto, è un'altra. Fatto sta che è rimasta questa filastrocca mitologica del generoso corridore che va da Maratona ad Atene di corsa e, per lo sforzo, ci lascia le penne.

Poi c'è un'altra pantomima, quella di 'sta cifra, 42 chilometri e 195 metri. Da dove vien fuori? Se ne son dette e scritte di tutti i colori, quella che è restata racconta che, in occasione dei Giochi Olimpici di Londra del 1908, i britannici fecero partire la corsa dal Castello di Windsor, dove stavano spaparazzate in vacanza le teste coronate, e non volevano sudare. In loro omaggio - e te pareva... - fecero retrocedere la linea di partenza della corsa di maratona fin davanti al palco reale. Quando rimisurarono la distanza, venne fuori che era di 26 miglia, convertito nei nostri metrucci 42 chilometri e 195 metri. Più lunga delle precedenti edizioni. E che gli vai a dire agli inglesi? Cambiate? Tanto, coerentemente con la loro ben nota spocchia, avrebbero fatto comunque quello che volevano. Da lì dunque questo bizzarro 42,195. Post scriptum: come si vede lo sport è sempre stato indipendente dai potenti, dai governi, dai politici, ecc. ecc. Altra barzelletta.

Eppure, eppure...io a 'sto numero mi ci sono affezionato fin da piccolo. Colpa di una notte romana, di un tale che veniva da una terra che un Crapone che ci aveva sottomessi si era invaghito di conquistare all'insegna di un improbabile Impero fatto di ridicoli cappellucci con pompon pendente, di spade di cartapesta, di aerei, pochi, riverniciati, di scarpe di cartone (che le facesse la ditta di un cognato, come i grembiuli e le mascherine del COVID?). E là, in quel Paese lontano che la cosa migliore che aveva erano delle splendide donne che fecero perdere la testa a tanti, tutti?, i nostri militi mai indifferenti alle grazie muliebri, regnava un omarino secco secco, lo chiamavano il Negus, e le sue origini dinastiche affondavano le radici nel mito di Re Salomone e della Regina di Saba. L'omarino, per non piegarsi davanti al Testone, se ne andò in esilio, ma poi sarebbe tornato sul trono dei Re dei Re e del Leone di Giuda, mentre il nostro è tornato a Predappio, Romagna mia...

Il Negus ebbe tutto il tempo di vedere un suo milite (come Fidippide, ricordate?) vincere la prima medaglia d'oro olimpica per la sua Nazione. Pensate gli scherzi della storia: Abebe Bikila, il corridore, vinse la maratona olimpica sulle strade di Roma, Roma caput mundi, Roma centro di quell'Impero vagheggiato dal romagnolo. Ve le immaginate le risate dell'omino con la barbetta a punta mentre Abebe fendeva le ombre della notte romana nell'abbraccio dell'Arco di Costantino? Una storia nella quale il nostro Dante fiorentin avrebbe intinto la piuma d'oca (legge del contrappasso, reminiscenze scolastiche?).

Vidi quelle immagini in televisione, in casa di un vicino che possedeva lo scatolotto magico, mi impressionarono tanto che mi sono rimaste dentro per sempre. Roma '60 ha segnato l'inizio di una storia personale lunga, molto lunga, perfino troppo. Abebe Bikila e Livio Berruti, loro due nel mio cuore per sempre. Altri sono venuti ma son anche passati. Loro no.

E arrivo all'opera di Martino Gerevini, che gli chiesi espressamente di realizzare per me, pezzo unico. E gli chiesi pure di usare quei numeri: 42195. La cattiveria della vita volle che dopo qualche settimana dalla realizzazione di quell'opera, il cuore di Martino decise di fermarsi, per sempre. Quando, nel silenzio della mia biblioteca, mi siedo e guardo le due opere ispirate alla maratona, 42,195 e Dorando, penso alla fortuna che ho avuto nella mia esistenza: quella di aver avuto un amico di nome Martino Gerevini. 

La nostra opera - 42,195 Omaggio alla maratona - Anno: 2010 - Elaborazione e stampa digitale - Formato: cm 100x100 - Collezione privata

Le leggi fondamentali della stupidità umana (2)

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La seconda legge fondamentale della stupidità umana

La probabilità che una certa persona sia stupida 

è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona

"Pur essendo convinto che una frazione (quota di persone stupide, nel testo originale viene indicato con un simbolo, n.d.r.) di esseri umani sia stupida e che lo sia per volere della Provvidenza, io non sono un reazionario che cerca di reintrodurre furtivamente discriminazioni di classe o di razza. Credo fermamente che la stupidità sia una prerogativa indiscriminata di ogni e qualsiasi gruppo umano e che tale prerogativa sia uniformemente distribuita seconda una proporzione costante".

Questo scrive Carlo M. Cipolla a pagina 26 del libro sulla stupidità umana. Traduco terra terra: uno è stupido a prescindere dalla sua posizione sociale, dal colore della sua pelle, dallo sport che pratica, che abbia una laurea oppure no, ecc. Spinto all'estremo: una persona può anche aver vinto il Nobel ma è stupido. E questo afferma la seconda legge fondamentale della stupidità umana.

Le leggi fondamentali della stupidità umana

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La prima legge fondamentale della stupidità umana

Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di stupidi in circolazione

Pagina 19 di un libro edito dalla Società Editrice Il Mulino, libro la cui lettura mi è stata suggerita dall'amico Giorgio Reineri, uomo di molteplici letture e di arguta intelligenza. L'autore è il professor Carlo M. Cipolla (1922 -2000) che fu storico economico, il quale, tra l'altro, insegnò alla Università di California, che ha sede a Berkeley, e alla Normale di Pisa. Sarebbe corretto scrivere «gli autori» perchè il libro è arricchito dalle illustrazioni di quel genio del disegno satirico che è Altan. Basterebbe la prima tavola disegnata a corroborare il mio ininfluente parere. Disegno; uomo con gallina sottobraccio. Riflessione: l'uomo è superiore alla gallina: non fa l'uovo, fa danni.


Piccoli karateka crescono al Dōjō Shinzo Bushi

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Ho scimmiottato il titolo del romanzo della scrittrice americana (1832 - 1888) Louisa May Alcott «Le piccole donne crescono», trasferendolo sul piano sportivo. Stamane dal mio amico Gino ho ricevuto la foto che correda queste righe. L'orgoglio della famiglia di Fadoua e di Gino: i loro tre figli, la più grandicella Mariam, i due gemelli Adam, a sinistra, e Amir, a destra. Tutti e tre praticanti una delle arti marziali giapponesi, il karate. Ha iniziato Mariam. Che sport ti piacerebbe praticare, le chiesero qualche anno fa? Il karate, rispose la bimba. Hai capito! Il karate, Fadoua e Gino si son guardati in faccia e, essendo due persone intelligenti, hanno risposto: e karate sia. Pattinaggio artistico, ginnastica artistica, magari atletica, Gino ne sarebbe stato felice...macché, karate. Individuata la palestra, Dōjō Shinzo Bushi del maestro Gianpiero Antonucci, a Pianezza, quattro passi fuori da Torino, Mariam inizia il cammino, anzi per rispettare la terminologia giapponese, inizia la «via», Do sta per via, Jo per luogo, quindi Dōjō è il luogo dove si ricerca la via. La bimba cresce e con la statura anche la passione, brucia le tappe, arriva alla cintura marrone, quella che precede il grande traguardo, la cintura nera. Per la quale però serve anche l'età: 14 anni, e quindi Mariam dovrà pazientare tre anni e mezzo. Credo che le arti marziali insegnino anche la pazienza.

Mariam, pur con la sua dolcezza, ha caratteristice da leader, e i due fratellini, vivacissimi, le riconoscono tacitamente questo ruolo. E così anche Adam e Amir hanno indossato il karate-gi, quello che, impropriamente, tutti chiamano kimono. La foto è stata scattata da papà Gino ieri sera in palestra.

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