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Le leggi fondamentali della stupidità umana (3)

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La terza legge fondamentale della stupidità umana

Una persona stupida è una persona che causa danno ad un'altra persona o gruppo di persone

senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita

"La nostra vita è anche punteggiata da vicende in cui noi si incorre in perdite di denaro, tempo, energia, appetito, tranquillità e buonumore a causa delle improbabili azioni di qualche assurda creatura che capita nei momenti più impensabili e sconvenienti a provocarci danni, frustazioni e difficoltà, senza aver assolutamente nulla da guadagnare da quello che compie. Nessuno sa, capisce o può spiegare perchè quella assurda creatura fa quello che fa. Infatti non c'è spiegazione - o meglio - c'è una sola spiegazione: la persona in questione è stupida".

Questo scrive Carlo M. Cipolla a pagina 48 del libro sulla stupidità umana (edizioni il Mulino).

Un grand'uomo sotto quei due bei baffoni

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"Que dire de Jean-Pierre? Tout d'abord, que c'était un ami. Un vrai. Fidèle. Nous avons tous deux fait maintes campagnes depuis près de 40 ans, et sa mort est cruelle. Nous avons partagé tant de bons moments. Vibré ensemble aux performances de Jean Galfione (l'athlète qu'il préférait et qui le lui rendait bien). Refait souvent le monde autour d'une table. 
Nous nous chambrions régulièrement pour prétendre au titre de "plus belles moustaches de l'athlétisme français". Il défendait la sienne, moi la mienne. Je ne l'ai jamais reconnu, mais je trouvais ses bacchantes plus impressionnantes que les miennes.
J'étais admiratif du travail de Jean-Pierre. Photographe d'athlétisme est un dur métier, fatigant physiquement, usant. Il l'est d'autant plus quand on est un journaliste indépendant. Je ne sais combien il a dû faire de déplacements en voiture pour aller couvrir des meetings en Allemagne ou ailleurs, ajoutant la fatigue des kilomètres à celle de son travail. Il envisageait non sans déplaisir la retraite dans sa chère Dordogne où il passait de plus en plus de temps, retrouvant ses racines et veillant sur sa mère. Qu'il n'ait pas pu en profiter après toutes ces années de labeur rend sa mort encore plus rageante.   
Jean-Pierre était un homme assez secret. Même au cours des nombreux repas ou verres que nous avons partagés, il se livrait peu sur lui-même. Je connaissais cependant sa passion pour les Leica et pour l'histoire de la seconde guerre mondiale. Nous échangions régulièrement sur la période 39-45 et sur les livres que nous avons pu lire sur le sujet.
Je ne sais vraiment que dire sur lui. Tous ses collègues et amis que j'ai eu au téléphone depuis l'annonce de la triste nouvelle sont unanimes pour dire à quel point ils l'appréciaient.
Si je devais terminer par une anecdote à son sujet, elle te concernerait mon cher Ottavio. C'était à Götzis en 2001, évidemment pour un décathlon. A deux épreuves de la fin, Jean-Pierre était venu te voir pour savoir si Roman Sebrle avait des chances de battre le record du monde. Si tel n'était pas le cas, il partirait avant la fin de l'épreuve. Tu avais regardé la table de cotations, les performances de Sebrle et tu lui avais dit qu'il pouvait partir tranquille, le record ne risquait rien. Mais deux heures plus tard, Sebrle battait le record du monde...sans Jean-Pierre. Vingt ans après, il en riait encore".
 
Oui, mon cher Marc, c'est vrai. Andò proprio così. Mi assumo tutta le responsabilità di aver fatto mancare a Jean-Pierre le foto di quel record del mondo, che era anche il primo più 9000 punti nella storia del decathlon, evento eccezionale. Il cecoslovacco Sebrle la combinò grossa. Mancavano alla conclusione giavellotto e 1500 metri, Roman doveva fare più di 70 metri col dardo e correre in 4:20.0 o giù di lì. Non aveva mai, ma dico mai, ottenuto risultati così in tutta la sua carriera. Vai tranquillo Jean-Pierre, il ceco farà un gran risultato ma niente record. «Moustache» raccoglie le sue cose e parte, destinazione Hengelo, in Olanda, il giorno dopo, non proprio dietro l'angolo...E Sebrle che fa? Spara il giavellotto a 70.16 e corre, mirabilmente guidato dal magiaro Attila Zsivoczky che fa il passo, in 4:21.98, un tempo che non farà mai più! Mia disperazione, ho chiamato J-P, mi rispose solo più tardi durante una sosta. Giuro: non mi ha preso a male parole, e ne aveva il diritto. Ci bevemmo qualche calice di Lugana qui da me, sul Lago di Garda, quando venne a trovarmi...il en riait encore, oui Marc.

Marc Ventouillac, che è stato responsabile della redazione atletica e inviato speciale del quotidiano sportivo francese «L'Équipe», uno dei migliori giornalisti del nostro sport che ho incontrato nella mia carriera, mi ha fatto l'onore di scrivere un suo ricordo di Jean-Pierre Durand, a pochi giorni dalla tragica scomparsa. Merci, Marc.

Come devo ringraziare il mio amico spagnolo Carlos Fernández Canet che, dal suo vastissimo e ordinato archivio, ha riportato alla luce le fotografie da lui scattate durante il viaggio in Kenya che lui, il qui presente, Jean-Pierre e l'amico bresciano Gianni Gianluppi, giornalista pure lui, compimmo nel 2006. Dieci-dodici giorni di una esperienza unica: quattro amici veri insieme, legati da rispetto, comuni interessi, desiderio di confrontarsi. Ho deciso di chiedere a Carlos, che fotografo non è, le foto con uno scopo preciso: mettere J-P davanti all'obiettivo e non dietro. Ne pubblico oggi una selezione, che ha subito innescato una serie di ricordi e di emozioni. La foto di apertura, quella grande: J.P. con la bambina di Victor, il giovanotto che fu il nostro driver del grosso 4x4 messoci a disposizione da Tegla Loroupe. I bambini: J-P aveva un feeling speciale con loro, e loro con lui. Guardate le foto che Carlos scattò mentre era contornato dai ragazzini di una scuola. Con il suo inglese francesissato riuscì a inchiodarli, attenti e in silenzio, un miracolo, con le sue domande. Dapprima un po' guardinghi, poi hanno capito che potevano fidarsi di lui e facevano a gara a rispondere. E poi diventarno loro gli intervistatori e lo bombardavano disordinatamente di domande, e lui cercava di mettere ordine. Indimenticabile.

Un altro momento di grande intensità fu la cena, chiamamola di gala, che il grande corridore Moses Tanui organizzò per noi quattro e per sua moglie Leah, che una malattia gli strappò due anni dopo. Ristorante? Macché! Il suo ufficio che era nell'edificio, di sua proprietà, che aveva bar, ristorante e palestra. Nessuno poteva entrare, solo le donne con le portate, le pietanze, e chi voleva salutarci doveva farsi annunciare, vennero parecchi campioni amici suoi e che conoscevano me per via di atletica. Gianni, spesso negli anni seguenti, mi ricordava quella serata e il teatrino fra Moses e me, a colpi di punzecchiature. Ho sempre voluto molto bene a Moses, che ritengo uno dei migliori atleti-uomini/uomini-atleti che ho conosciuto. "Ahi, ahi, ahi, Castellini, let me tell you..." e Gianni rideva di gusto.
 
Le giornate cominciavano prestissimo, viaggiavamo molto, andavano a visitare atleti, scuole, ascoltavamo insegnanti, e spesso mettevamo mano al portafoglio per un piccolo aiuto, e poi montagne, laghi, fenicotteri rosa, bufali, qualche bestia feroce, ma meno feroce di quelle che incontriamo ogni giorno nelle nostre strade. Il patrimonio della selvaggia bellezza della Rift Valley. Incontrammo, con Tegla, in mezzo a solitarie foreste che già da sole qualche timore incutevano, guerrieri dalle facce per nulla rassicuranti, ma silenti davanti alla fragilità della donnina che avevano davanti e parlava loro di pace con la voce che pareva un sussurro. Poi, la sera, rientravamo al Golf Club Hotel di Kitale, una cittadone fra Eldoret e Kapenguria, in mezzo al Monte Elgon, ricoperto di piantagioni di caffè, e le austere Cherangany Hills. Ci mettevamo sulla terrazza davanti ai campi di golf con la nostra Tusker (birra keniana) e lasciavamo briglie sciolte ai commenti, impressioni, emorzioni.
 
Un giorno fummo invitati a visitare la famiglia e la casa del nostro autista Victor. Il giorno avanti aveva diluviato, e da quelle parti quando piove diluvia; avevano dovuto lasciare il 4x4 lontano dall'abitazione, neppure lui ce la faceva ad avanzare. Calpestammo montagne di fango di terra rossa tipica di quella regione, appiccicoso, traditore, e con non poca fatica arrivammo all'uscio di casa. Eravamo imbarazzati per quelle quintalate di fango che avevamo ai piedi, sui calzoni, volevamo toglierci le scarpe, ci consultammo, facemmo il gesto. La moglie di Victor ci fermò:"Don't worry, go inside, we have brushes, floor clothes and water enough to clean". Titubanti, ma entrammo, c'era tutta la famiglia, giovani, vecchi, bambini, fummo avvolti da un affetto spontaneo, sincero. E J-P attivò subito la lunghezza d'onda che lo mise in sintonia con i bambini. La piccola di Victor si appollaiò sulle sue ginocchia e non lo lasciò più.
 
La sera, sulla veranda del Golf Club, il consueto soul storm. J-P pareva ascoltare più che parlare. Poi ruppe il silenzio, e nella sua lingua disse poche parole:"Avez-vous écouté Madame ce matin? Elle a dit:" Nous avons eau sufficient pour nettoyer...". Une grande leçon pour nous...L'hospitalité c'est plus important qu' un sol tout propre. Cette gens n'a pas beaucoup d'argent mais il est riche d'une richesse que notre monde a perdu: la dignité".
 
Et nous, mon cher ami, on a perdu ta sagesse et toi. Mais la leçon reste.

Jean-Pierre, un galantuomo dietro all'obiettivo

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Jean-Pierre, di cognome Durand, francese originario di una regione meravigliosa, la Dordogna, famiglia di contadini, da cui gli veniva il grande amore per la terra e per i suoi prodotti. E pare che proprio uno dei più gustosi prodotti della terra - i funghi - hanno tradito lui e poche ore dopo la sua mamma. Sarà l'autopsia a dire la verità. In Dordogna, in un piccolo villaggio, da anni aveva lavorato a rimettere in sesto una parte della originaria casa di famiglia, per stare vicino alla madre dopo la morte di suo padre. Amava le sue radici, e appena poteva si rifugiava là, dopo le lunghe peregrinazioni dettate dal calendario internazionale dello sport che amava : l'atletica leggera. Instancabile: per due giorni stava in campo al Mösle Stadium di Götzis in Austria, il pomeriggio dopo era in Olanda per il meeting di Hengelo. Con quella sua vetturetta rattoppata viaggiava, quasi sempre da solo o con qualche occasionale collega, tutta notte, mangiava quel che capitava ma il giorno dopo era «sul pezzo». Ho sempre considerato Jean-Pierre uno dei più bravi fotografi di atletica, per me il migliore unendo l'aspetto professionale e quello umano.

Sono onorato di poter dire che mi ha dato incondizionatamente la sua amicizia. Credo che ne abbiamo fatto buon uso. Durante i quasi venti anni in cui ho prestato la mia manovalanza alla Federazione internazionale di atletica, spesso, nei Campionati vari o nei meeting, ci riunivamo con pochi (credetemi, davvero pochi...) altri per mangiare qualcosa insieme. Occasione per commentare quello che avevamo visto allo stadio, magari anche per spettegolare un po', poi, chiuso il capitolo atletica e lavoro, si poteva parlare di tutto con lui. Uomo di solida cultura, di molte letture (base per essere colti), curioso, attento all'attualità, osservatore intelligente delle vicende politiche del mondo, grande affabulatore quando tirava fuori dal suo cilindro aneddoti e personaggi. Sapeva «fiutare» l'animale bipede, difficilmente si accompagnava agli stupidi. Poteva sembrare un solitario, era un solitario, ma voleva scegliere lui la sua compagnia non farsela imporre.

Uomo di poche pretese, non rincorreva le mode, da buon contadino stava attento a come spendeva i soldi, non spilorcio ma una mezza bottiglietta d'acqua minerale a 2 euro e 50 la rifiutava. Aveva scelto la strada della professione indipendente, quello che gli anglofoni chiamano freelance, sapeva quanto sa di sale lo pane altrui. Era un buongustaio, e sapeva valorare le pietanze vere e i calici genuini. Si stava bene con lui a tavola condividendo cibo per lo stamaco e alimento per il cervello.

Indimenticabile l'esperienza che facemmo in Kenya nel 2006: Jean-Pierre, Carlos Fernández Canet, Gianni Gianluppi, un altro che se ne è andato troppo presto, e il qui presente. Tegla Loroupe, grande atleta di quel Paese, mi incaricò di mettere insieme un gruppetto per far conoscere il progetto della sua Fondazione a favore della pace fra le litigiose tribù della sua terra e per l'integrazione delle diverse etnie. Scelsi loro, furono giorni di arricchimento umano, esperienze uniche, non da turisti da selfie. Non vado oltre, nei prossimi giorni ne parlerò più diffusamente.

Venne a trovarmi nel mio eremo, su a Navazzo, era fine maggio 2017, veniva da Götzis dove aveva sgobbato due giorni nel meeting di prove multiple, il più bello del mondo. La foto che accompagna queste righe è stata scattata sulla terrazza ristorante dell'Hotel Sostaga, da lì si viene ammaliati dall'incanto del lago di Garda. La serata a tutto invitava, a passare da un bicchiere di bianco al racconto di cose vissute, o ancora da vivere, Jean-Pierre aveva colto che l'atletica stava progressivamente uscendo dalla mia vita, che pensavo di coltivare altri interessi. Come lui che era un uomo poliedrico non monoblocco. Ci ripromettemmo di scambiarci le visite: io da lui in Dordogna, lui ancora a Navazzo. Non se ne è fatto nulla, ci scrivevamo, volevo sapere del suo lavoro nei grandi eventi di atletica, ci sentivamo per scambiarci auguri, mi parlava dei vasi di salse, verdure, funghi che preparava con la sua anziana madre. Quei funghi che, maledetti loro, mi han portato via Jean-Pierre. E adesso cosa ti dico? Un sempice banale "riposa in pace"? Je t'embrasse, Jean-Pierre.


Martino Gerevini, creatività non ripetitiva

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A mio giudizio è il miglior complimento che si possa fare a Martino Gerevini, oltre a tanti altri, come l'essere sempre misurato, umano, generoso. La sua opera complessiva - purtroppo lasciata colpevolmente cadere nell'oblio - ha l'impronta della originalità, della sperimentazione, della esplorazione artistica di materiali diversi, con un punto di partenza preciso: la grafica, che era il suo «mestiere» vero. Martino era un artigiano, componeva il legno - ricordare le sue bellissime opere con i vecchi caratteri di stampa recuperati alla Tipografia Apollonio, la sua casa per tutta la vita -, ridava linfa vitale alla carta di scarto, i colori erano il suo regno indiscutibile. Non è stato un banale ricopiatore di se stesso, come altri, pur bravi, per carità, che che una volta inventato un «giochino» sono andati avanti a riperterlo per tutta la loro vita artistica. Andare a una nuova mostra di Martino Gerevini era come avventurarsi alla scoperta di un pianeta sconosciuto. Poteva piacerti oppure no, ma era nuovo, aveva un suo fascino, una sua ragione d'essere nata da una riflessione. Per questo, Martino può essere accostato - lui ne sarebbe imbarazzato - a Bruno Munari che elesse la fantasia come anima di tutta la sua immensa e straordinaria opera. Non è per caso che i due, Bruno e Martino, erano amici e si stimavano. E adesso godiamoci questa opera di una serie del 1987.

La nostra opera - Percorso misto n.8 - Anno: 1987 - acrilico su tela - Formato: cm 80x80 - Collezione privata

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