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Last updateLun, 14 Giu 2021 9am

Tutto è in bilico, un monito per ciascuno di noi

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Sì, Mastro Martino, quando si è trattato di scegliere, per il calendario che avevo deciso di realizzare in tuo onore, una tua opera per il mese di gennaio 2021, non ho avuto dubbi: «doveva» essere questa. Per molte ragioni: la bellezza, l'immaginifico che ci sta dentro, i colori di cui tu sei stato artista sopraffino, ma soprattutto per il titolo, quel «Tutto è in bilico» che è il più appropriato motivo di riflessione per il momento drammatico che stiamo vivendo. Non desidero aggiungere nulla al momento, per non rovinare il piacere sia di osservare l'opera sia di leggere le eleganti righe scritte da Fausto Lorenzi, uno dei migliori colleghi che ho avuto nella mia permanenza nella redazione del «Giornale di Brescia», era tanto tempo fa...Solo un breve annesso: nei primi giorni di ogni mese questo spazio pubblicherà il quadro di Martino Gerevini che appare sul calendario. Un modo per ricordarlo lungo questo 2021 che abbiamo davanti in equilibrio precario.

La nostra opera - Titolo: Tutto è in bilico 2 - Anno: 1986 - Acrilico su tela - Formato: cm 100x100 - Collezione privata

 

Tra tipografia e arte visuale un percorso di misure e scatti

di Fausto Lorenzi

Martino Gerevini amava definirsi operatore visuale. Metteva sullo stesso piano la manualità del tipografo e la ricerca attenta ai linguaggi della modernità essenziali, puliti, privi di ogni orpello e ridondanza. Era passato dai caratteri a mano disposti nei telai sui banconi della vecchia stamperia e dall’uso di forbici e colla al mouse ed alla grafica digitale, muovendosi, in parallelo con la sapiente attività professionale, nell’ambito dell’arte visuale. Non ha conosciuto la frattura fra arti e mestieri che ha segnato tanta parte del Moderno, anzi, proprio l’aggancio a problemi tecnici, formali e linguistici specifici dell’attività tipografica è stata per lui una griglia attraverso cui filtrare l’esplorazione di una soggettività più lirica e misteriosa, irriducibile a una fredda meccanica formale, pronta sempre al trasalimento, allo stupore.

Si è basato su una organizzazione di modelli da rovesciare e trasformare in piccole ma mirabolanti avventure, trepide e stupefatte, in territori sconosciuti, in spazi vibratili e metrici, in strutture di luce-movimento, fino a piccole galassie di forma-colore. Si capisce allora come per lui l’arte astratta o concreta – alla quale è imputato di segnare un limite, un “grado zero” oltre il quale è vano procedere – si proponesse come occasione per cambiare continuamente il punto di vista, affidandosi alla mutazione come costante della realtà.

L’arte concreta è quella basata sull’organizzazione degli elementi linguistici della pittura e della scultura. Le strutture primarie alla base dei lavori di Martino – specie il quadrato, il rombo, l’esagono, i numeri, le lettere – erano ricondotte ai dati elementari della superficie, della linea e del colore, nel ritmo misurato delle variazioni e combinazioni di tali elementi. La ricerca di forme e colori puri mirava a definire anche gli aspetti psicologici, di necessità interiore e carica energetica delle sue realizzazioni. Geometria e colore a dare un ritmo ai sondaggi nel mare delle emozioni.

Pochi giorni prima di morire, nel 2010, alla vernice di una mostra a quattro mani con don Renato Laffranchi sul Cantico delle Creature, Martino Gerevini aveva proclamato: “Io sono felice”. Parlava di felicità delle creazioni grafiche e pittoriche che nascevano da una mano che è stata davvero innamorata, a partire proprio dall’etica del lavoro ben fatto, a regola d’arte, e altrettanto dell’inno alla vita, di semplicità francescana, che andava cantando. Le opere che palesavano il modo stesso in cui erano costruite rivelavano infatti la tensione a trasformarsi in una sorta di diaframma trasparente, per fondare relazioni chiare e pure tra le cose e gli uomini. Fino a campi di forza costruiti quasi di nulla, di elementi minimi di simmetria e asimmetria o di modulazione della superficie per generare sorprese continue, anche solo limitandosi sulla soglia di senso.

Gerevini aveva imparato da Bruno Munari, che l’accompagnò in più mostre e cataloghi, come le invenzioni più ardite nascano da processi di semplificazione, dall’impiego di materiali quotidiani semplici (lui usava anche bande per le prove di colore, smarginature e ritagli dei menabò tipografici, per collage ilari e giocosi) pronti sempre a suggerire la metamorfosi degli opposti. Aveva imparato a vedere che le forme si trasformano l’una nell’altra, generando infiniti punti di vista, e sapeva che fra contare e raccontare c’è forte affinità, sicché usava numeri, cifre, simboli geometrici come viatici ai sogni ed alla meditazione. Mirava soprattutto a trasporre cose e immagini “sottratte” alla banalità e funzionalità quotidiana (e perciò rubate alla serie, all’usura consumistica) e ad affidare loro una delega d’ironia e d’effrazione, di rivolta minima, di inafferrabilità e leggerezza. Un gusto di sortilegio che creava un mondo parallelo, associando una componente di rigore, di calcolo, ad una di alea, di gioco, rispetto alla normalità d’uso delle strutture ordinate.

Gerevini, maturato nel clima di arte programmata, ottico-cinetica e visuale, ha sperimentato anche opere basate su ritmi combinatori che le rendessero ogni volta “aperte”, cioè diverse nella percezione dello spettatore. Per Gerevini, operatore visuale nel mondo dell’arte applicata, diventava quasi un obbligo d’etica professionale ricondursi ai dati basilari di superficie, linea e colore “oggettivizzati” nel linguaggio della grande comunicazione. Ne ha fatto un abito di progettazione di cose “giuste in se stesse”, nell’organizzazione degli elementi linguistici della pittura e della pagina tipografica.

C’è una millenaria tradizione di intarsi e incastri di strutture elementari che ha fondato la nostra percezione del senso dell’ordine, sicché anche ogni colore è portatore di una sua geometria interna, da cui scaturisce una certa struttura. Quadrati, rettangoli, triangoli, esagoni, rombi, cerchi, losanghe si iscrivono in una trama accertata, che pare declinarli in un linguaggio corale, una memoria collettiva. Ma le strutture primordiali, proprio perché replicabili nel tempo, sono idee e si possono tradurre in materie e dimensioni differenti: il senso dell’ordine s’instaura dunque entro una dimensione sfuggente, che si carica anche d’accenti fiabeschi, stupefatti, come generata da una matrice d’eventi latenti. Perciò le forme, le figure della geometria nei lavori di Gerevini non chiudono lo spazio, ma stanno dentro lo spazio, come se vi galleggiassero.

Negli anni più recenti Martino, da semplici forme geometriche combinate in modo da creare l’illusione della profondità e del movimento, era venuto inseguendo anche movenze biomorfiche, ma soprattutto sempre più s’era orientato verso una sorta di scenografia di libere forme geometriche, addentellate l’una sull’altra su vari piani di colore, come una musica di energie vibrate.

Insomma, le geometrie in Gerevini si sono ribellate alla piattezza, cercando di vivere oltre le due dimensioni. E non ha avuto paura di ritornare a richiami figurali, per quanto decantati, ridotti a profili, anche nel ricorso crescente al collage ed al computer rispetto alla pittura.

I migliori tipografi hanno sempre insegnato che è nella pulizia della pagina che si fa grande un libro, una locandina, un manifesto, un logotipo, un marchio. Il carattere tipografico è il corpo che hanno le parole per rendersi visibili: le idee, i messaggi, sono già nella forma stessa delle parole, e se il corpo non è coerente con le parole, si genera un disturbo percettivo. E la funzione è anche nel farsi guardare. Gerevini anche nei lavori di annuncio di eventi e di pubblicazione di annuari e repertori di dati e performances sportive ha ripassato tutta un’avventura novecentesca, tesa a fondere nell’identico processo formativo il disegno industriale e le arti visuali. Saggiava le virtualità iconiche dei caratteri tipografici in composizioni di poesia visiva: l’antica legge artigiana dell’opera “a regola d’arte” si accompagnava al bisogno di restituire all’alfabeto - alle parole ed alle immagini del nostro tempo - una forza estetica di rigore, severità e chiarezza comunicativa, sia quando ha usato una forma statica che diventava scansione ritmico-energetica, sia quando ha inscenato un’aritmia sincopata, a indicare con la fusione jazzistica di linee e colori la strada del movimento sul piano.

Un’arte - applicata e no - che si è mossa contro l’immagine gridata, contro il fragore, l’inquinamento visivo, la falsificazione. Ha usato un vocabolario per un immaginario collettivo fatto di eticità e rigore, dove la geometria, la misura corrispondesse a quella dello sforzo atletico, dei risultati sul campo di gara, della sfida - senza barare -  ai propri limiti. Anche in questi lavori legati a precise committenze, ma diventati una lunga consuetudine per più decenni, Martino Gerevini ci ha mostrato come i gesti quotidiani di ciascuno debbano essere rigorosi, limpidi, essenziali. Attraverso l’attività tipografica ed editoriale e la ricerca d’artista visuale sapeva bene come dall’incontro con forme e colori venisse qualcosa di più d’una semplice comunicazione, ma uno scatto in avanti, un’energia come quella dell’atleta che tende al traguardo, mirando alla precisa cadenza dei passi ed alla precisione del percorso.

Martino, i tuoi colori illuminano la nostra vita

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Era un mercoledì, era il 15 dicembre 2010. Quella mattina, Martino Gerevini si stava preparando per andare dal dentista, prima di raggiungere il suo ufficio, meglio il suo "regno", alla Tipografia Apollonio, al Villaggio Sereno.  Un malore, la necessità di sedersi, adesso passa. No, non è più passata, quella fitta maledetta che lo ha portato via, per sempre. Era dieci anni fa.

Dieci anni che alcuni di noi hanno attraversato spesso ricordandosi di lui, del suo sapersi porgere agli altri con la leggerezza dell'essere, che in lui era sostenibilissima, contraddicendo il titolo del famoso libro dello scrittore di Brno. Lontano da ogni vanagloria, dedito al lavoro, affiliato alla rarissima corporazione dell'artista-non artista, non si considereva artista ma tipografo. Un manovale, che fra le arti e i mestrieri, aveva scelto di far parte dei secondi. Eppure era un artista, un maestro del colore, del rigore, della costruzione mutuata nella quotidiana esercitazione del disegno grafico, e, prima ancora, sui banconi della composizione tipografica. Una espressione artistica in continua evoluzione, un'arte dinamica mai uguale a se stessa. Ne sia prova che Martino non ha mai rifatto due volte la stessa mostra con le stesse opere. Ha sperimentato tutti i materiali, dal piombo della tipografia alla composizione al video. Una lunghissima traversata animata dalla voglia di dar forma alla carta, al legno, di far rivivere i vecchi caratteri tipografici, di utilizzare la carta di scarto della lavorazione tipografica, a ribadire questo profondo legame con il suo lavoro quotidiano. E al centro di tutto, il colore. A cui lui dava luce con la sensibilità che aveva dentro e si rifletteva fuori.

Il Martino Gerevini artista è stato avvolto da un oblio che mi ferisce. Il Martino Gerevini uomo invece è sempre vivo nel ricordo delle persone che lo hanno amato, e che lui ha amato.

Si sono consumati dieci anni da quel mercoledì 15 dicembre 2010, non potevo farli passare senza un segno, un ricordo, una testimonianza. Ho fatto una piccola cosa, Martino, per rompere il silenzio su di te come artista. Pensa, un misero calendario, ma elegante come mi hai insegnato tu. E questo grazie ad alcuni dei tuoi ragazzi della Apollonio che ti portano sempre nel cuore, e parlano spesso di te. Un calendario che ci accompagnerà per un anno intero, così ti sentirò ancora vicino, mi siederò nel tuo ufficio per parlare della prossima copertina di qualche mio inutile libretto. Ti rivedrò ancora, come quel pomeriggio di lunedì 13 dicembre, nelle sale del Museo Diocesano ad attaccare le etichette alle varie opere che rendevano preziosa la mostra che avevi inaugurato, con don Laffranchi, solo il sabato precedente. Eri felice quel giorno, e lo andavi ripetendo ai tuoi amici che erano presenti in tanti, quella sera. "Oggi sono felice", e non lo nascondevi, raro per un uomo che aveva sempre fatto del pudore dei sentimenti un modo di essere. Una felicità durata poco, dal sabato sera al mercoledì mattina.

Il titolo di quella mostra era, francescanamente, «Il Cantico delle creature». Un inno alla felicità, alla armonia.

Ovunque tu sia, son certo che avrei inondato tutto di colore. 

Lo sport tradito non tradisce Daniele Poto

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E bravo il mio amico Daniele Poto! Proprio ieri avevo deciso - finalmente, il pezzo giaceva da qualche giorno - di pubblicare una delle pungenti analisi di Daniele, stavolta di calcio trattavasi e di personaggi da milioni di euro, come al solito peraltro. Ed ecco una notizia, sempre in arrivo da Roma, dal Salone d'onore del C.O.N.I. al Foro Italico, che lo riguarda, il Daniele, dico. Nel corso della consegna dei Premi C.O.N.I. ai vincitori dei Concorsi Letterari e Giornalistici (giunti alla 54esima edizione), l'amico mio ha ricevuto una segnalazione particolare per il libro «Lo sport tradito - 37 storie in cui non ha vinto il migliore», nella sezione Saggistica. Ne detti già conto (dopo averlo letto per intero, non scrivo di cose che non leggo, regola ferrea) lo scorso anno (25 luglio 2019) nella rubrica «Cartastorie» (questo il collegamento a quella recensione). Oggi non mi rimane che fare i complimenti a Daniele per questo riconoscimento. E per i lettori nostri che volessero avere motivi di riflessione sullo sport dei nostri tempi, un suggerimento: vale la pena leggerlo, 'sto libro. Trentasette storie diverse, che mettono a dura prova la nostra fede nella bellezza - che pur esiste - dello sport.

Complimenti Daniele! 

Garrisce la bandiera della retorica calcistica

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Sono sicuro che qualche mio amico che ha ancora tempo da perdere per leggere le fregnacce che scrivo in questo spazio, rimarrà sbalordito: ti sei messo a parlare di calcio anche tu??? No, al tempo. Intanto non io ma io mio amico Daniele Poto, tranquillo Daniele non è uno scaricabarile. Mi spiego. Ho aderito alla sua proposta per questo articolo in quanto fotografia di un mondo - non solo calcistico - in disfacimento, se non in putrefazione. In questa occasione lo spunto è il calcio e i suoi contorcimenti. Un mondo senza più valori di cui il calcio può essere preso a paradigma. Un mondo nel quale il valore del denaro...è senza valore; dove quello che si dice al mattino non vale più al pomeriggio; dove individui che hanno sempre vissuto non sul filo ma ben oltre il filo della legge vengono santificati quando il corpo è ancora tiepido; individui che hanno rubato allo Stato italiano ma sono stati riaccolti con gli onori riservati...ai Re di Roma, ho detto di Roma non della Roma. E i club che fanno da catalizzatori per tutta questa bella somma di virtù? Bilanci che sono dei buchi neri, ma, stranamente, nessuno ci affonda le mani, anzi il bisturi impietoso. Adesso siamo arrivati a sporcare di escrementi anche docenti universitari (che santi non sono) con esami farlocchi per coprire bassi interessi di bottega. Le società di calcio sono la cartina di tornasole della pochezza di parte dell'imprenditoria italiana, ci avete fatto caso? Sono arrivati i cinesi, poi i cowboy americani, arraffano il meglio e lasciano macerie, mentre i nostri intascano e spariscono. E tutti zitti, sigillati. E la gente, quello che ora chiamano indistintamente «il popolo», che fa? Davanti al suo ennesimo calice di ombreta disguisisce di Milan, Juve, Inter, al massimo Brescia, ma sicuramente non della Roma. Ma checcefrega de la Roma? E giù con qualche antiquato e patetico «Roma ladrona», che ormai non va più di moda da quando gli ascari di alcuni partiti hanno fatto la valigia di cartone con tanto di spago per Stazione Termini, e da lì non li mandi più via. Ma cosa faremmo senza il calcio? "Venderemmo 1500 copie al giorno", mi ha malinconicamente confessato un amico che tira la busta paga in un quotidiano sportivo. 

Vai Daniele, sicuramente ti farai degli amici a Trigoria e dintorni.

Senza rimpianti

 Si scatena il flagello della retorica quando la Roma Calcio decide di non rinnovare il contratto a “Capitan Futuro” De Rossi, ormai elettivamente eletto a forza di circostanze come “Capitan Passato”. Trattasi di scandalo del politicamente corretto perché De Rossi è romano, e romanista dentro, e presunto simbolo della squadra.

Ma dove sta lo scandalo se la società che aveva un presidente (Pallotta) che non metteva un piede a Trigoria da più di due anni, trattava il suo giocatore esattamente allo stesso modo con cui aveva mandato in pensione dai campi di gioco il ben più prestigioso Francesco Totti tre anni prima? Riguardo per la romanità, dimenticando che il presidente è americano e che il suo unico scopo, da quando ha acquistato il pacchetto di maggioranza della società, era di approdare al faticoso quanto improbabile traguardo della costruzione del nuovo stadio della società?

De Rossi è una delle “mosche bianche” su una rosa che contava su due giocatori romani su 22 (l’altro è Florenzi, poi ripudiato), dunque una multinazionale del pallone, campanilisticamente non etichettabile. De Rossi ha 37 anni, si faceva male facilmente, non era in grado di giocare più di 15 partite all’anno. Di più, era fumantino (un vero romano?) e spesso si faceva ammonire o espellere, contribuendo a diminuire il senso di continuità di squadra. Nelle sue stagioni d’oro è stato il giocatore più pagato in Italia per il rapporto qualità-prezzo, dato che il suo contratto pesava per 6,5 milioni all’anno. Considerato il suo apporto, i tre milioni attuali sembravano a tutti sovrastimati, vista anche l’età.

Che avrebbe dovuto fare la Roma? Piegarsi alla demagogia corrente? Tra l’altro in dirittura d’arrivo gli ha fatto un’offerta “usa e getta”: 100.000 di provvigione per ogni partita giocata. Rifiutata! Quando i tifosi protestano è pronto anche un contratto da dirigente: rifiutato! Allora sai che ti dico, gran privilegiato De Rossi: il contratto fattelo da solo, un bel contratto politicamente corretto in cui la cifra la scrivi proprio tu. Così nessuno potrà lamentarsi. Neanche il barbaro e superficiale popolo del calcio.  Ed allora che De Rossi vada pure a giocare nell’Ostia Mare senza che si offrano martiri in pasto all’ipocrisia.

La fine della storia è nota: De Rossi va a giocare in Argentina, raccatta gli ultimi soldi di carriera senza che nessuno nell’altro continente lo rimpianga, vista la qualità delle sue esibizioni. Una seconda e ben più vasta overdose di retorica si spande sull’Urbe per il “drammatico” divorzio di Francesco Totti dalla Roma, questa volta come dirigente, un incarico-fantasma. La venerata divinità che chiedeva un ulteriore contratto da giocatore a 41 anni senza che il suo allenatore ne raccomandasse la riconferma, appesi giocoforza gli scarpini al chiodo, si è visto prolungare il rapporto con la società per un ulteriore biennio con 600.000 euro di prebende annue. Cosa abbia fatto Totti e come abbia inciso nel lavoro quotidiano e nelle scelte della società rappresenta un autentico mistero. Perché non ha scoperto un giocatore, non ha contribuito a mandare via l’allenatore in carica (Di Francesco) né a scegliere il nuovo. Il club ha investito su di lui fornendogli un insegnante privato di inglese ma Totti non ha fatto progresso alcuno quando si sa che la lingua internazionale è un elemento fondamentale quanto meno per fare la bella statuina rappresentativa della Roma nel mondo. O per parlare con il tuo presidente Pallotta oltreoceano. In definitiva Totti da dirigente è rimasto un rebus. E dunque perché meravigliarsi che la società (orfana della residua gratitudine) non gli abbia offerto niente di meno che la promozione a direttore tecnico. Totti si indigna e lascia la Roma. Badate, i particolari sono importanti. La conferenza stampa di addio viene ospitata dal Coni del suo amico presidente Malagò e il chairman è Paolo Condò, il giornalista che ne ha scritto la biografia (l’occasione è venuta buona per venderne un ulteriore fracco di copie). 250 giornalisti accreditati per vivere uno psicodramma che non ci tocca e anzi ci indigna. Diretta globale a reti unificate. Neanche una conferenza del Premier Conte è stata mai trasmessa in diretta con questo rilievo. E sì che gli argomenti potrebbero essere vagamente più importanti. 

Quello che doveva dire Totti lo esprime in 45”, il tempo di una telefonata breve. Poi una raffica di domande che dimostrano la sua incapacità di uscire dai panni del Pupone. Fuori i tifosi strepitano e il titolo della Borsa fa le bizze, ci vuol poco a turbare la volubilità dei mercati.  Una cosa è il grande giocatore che era, un’altra lo sprovveduto dirigente messo lì in forza del prestigio accumulato sul campo. Ci ha messo due anni per capire che i panni che gli avevano cucito addosso non erano i suoi. Un grande giocatore non diventerà per forza un grande dirigente (Baggio, Del Piero), né un grande allenatore (Maradona). Del resto si immagina che il campione abbia risorse per cui vivere. Totti in questi anni ha incassato denaro sonante anche per aver fatto pubblicità all’azzardo, in particolare al poker online.

Dunque? Non piangeremo per la “bandiera ammainata”. E cosa sono oggi le bandiere se non una spruzzata di demagogia per confondere i tifosi?  Il segno più significativo della propria esistenza in vita nell’ultimo biennio di Totti è stata l’introduzione (ben pagata) di una pasticca sui panni di una lavatrice, sponsorizzando un detersivo. Non appena ha lasciato la Roma le offerte per aggiudicarsene le prestazioni (sic!) sono state innumerevoli. E poi qualcuno dice che il mercato del lavoro è in crisi in Italia! La miglior prova sull’ipocrisia delle bandiere fatte sventolare demagogicamente sta nell’atteggiamento di De Rossi e Totti dopo la rottura con la società. Si sono guardati attorno per cercare la soluzione migliore per dare un senso (e un contratto) alla propria alienata esistenza, drogata da ingaggi milionari. De Rossi è finito addirittura in Argentina al Boca Juniors, a mendicare un ultimo contratto, immemore del passato alla Roma, cancellato con un colpo di spugna, alla faccia di tanto penare dei tifosi. Romanista per sempre? Macché! De Rossi commentò così il passaggio alla nuova squadra: “Avrei desiderato giocare nel Boca a 20, a 30, a 35 anni. Insomma, è sempre stato uno dei miei desideri. Quando vedo quello stadio- la Bombonera- mi leva la vita”. Eloquente, no? E pardon per l’italiano claudicante. Ora dato che la demagogia imperante deve trionfare, il nuovo presidente della Roma, Friedkin, formula un’offerta a Totti per rientrare in società. Così tifosi e ultrà sono contenti…

Desèmbèr 2020: le ombre scure delle Tre Punte

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Abbiamo iniziato a sfogliare gli ultimi 31 giorni di questo anno bisesto che più funesto non poteva essere. E anche i giorni che rimangono pare non ci riservino grandi entusiasmi, cenoni, baldorie e nottate spensierate. Quello che non riesco a sopportare è 'sto avvilente richiamo ai regali di Natale, come se tutto si riducesse allo scambio di pacchetti ben infiocchettati, fatti recapitare da quei pochi grandi furbi che sfruttano la situazione per arricchirsi. L'altra è quella dello sci. Pare incredibile! Almeno a me. Siamo tutti con la cacca al naso, e forse anche sopra, e c'è chi sbraita e s'incazza perchè non può andare a sciare. Ma non siamo tutti in miseria? Tutti ormai hanno bisogno dei bonus, dei sussidi, dei ristori, miliardi, miliardi, miliardi, una girandola di miliardi, che, prima o poi, più prima che poi, pagheremo ancora noi cittadini. Come adesso paghiamo luce e gas che hanno fatto un balzo del 10 e più per cento. Plaudo al tempismo delle aziende per aver scelto il momento perfetto, bravi: si dice che le famiglie sono in difficoltà e voi gli sbattete sul muso degli aumenti spropositati. Ma dovete fare utili e distribuire i dividendi a quelli che se ne strafottono se la bolletta è aumentata del dieci o dodici per cento.

E quella roba ridotta a ectoplasma che hanno ancora il coraggio di chiamare Governo, dove sta? Aiutare la gente dal basso, troppo difficile? Bloccare i prezzi e alleviare (difficle eliminare) le pene della gente? L'avrete già capito da soli: in questo marasma c'è chi si sguazza e fa soldi. E al povero tapino non resta che pagare. Questo è il capitalismo, bellezza! Un capitalismo di rapina, disumano, ladrone. Prima vengono i dividendi, e  poi gli esseri umani. E quella blanda forma di opposizione che si chiamava «riformismo»?  Dissolta nel nulla.

E cosa ci riserverà il giorno 1 gennaio 2021? Non voglio neppure pensarci. Fatevelo dire da quelli che prevedono per febbraio la terza ondata di COVID-19 con decine di migliaia di morti in Europa. Speriamo che non ci azzecchino...Ma tanto checcefrega: noi andiamo a sciare. Sono molto scure le tre montagne che vedo dalla mia finestra: le «Tre Punte», o «Cima Castello», o «La Selva», come la chiamano i vecchi di qui, quelli, non molti, rimasti. Selva oscura, molto oscura, ci sembra di guardarla da lontano, ma ci siamo dentro.

Prima di chiudere, devo un sentito ringraziamento a Chantal, Pietro a Marco, che mi misero a disposizione la loro sensibilità per scattare le tredici fotografie di questo calendario, cui Roberto Scolari diede forma grafica elegantissima, e infine la Tipografia Apollonio che, quando si tratta di stampa, è sempre una sicurezza. Grazie a tutti.

La nostra foto - Dove: da Navazzo guardando le Tre Punte - Apparecchio: NIKON D850 - Lunghezza focale: 70.0 mm - Ottica: 24.0 - 70.0 mm f/2.8 - Tempo esposizione: 1/50 - Diaframma: f/63.0

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