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Last updateVen, 15 Gen 2021 10am

Garrisce la bandiera della retorica calcistica

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Sono sicuro che qualche mio amico che ha ancora tempo da perdere per leggere le fregnacce che scrivo in questo spazio, rimarrà sbalordito: ti sei messo a parlare di calcio anche tu??? No, al tempo. Intanto non io ma io mio amico Daniele Poto, tranquillo Daniele non è uno scaricabarile. Mi spiego. Ho aderito alla sua proposta per questo articolo in quanto fotografia di un mondo - non solo calcistico - in disfacimento, se non in putrefazione. In questa occasione lo spunto è il calcio e i suoi contorcimenti. Un mondo senza più valori di cui il calcio può essere preso a paradigma. Un mondo nel quale il valore del denaro...è senza valore; dove quello che si dice al mattino non vale più al pomeriggio; dove individui che hanno sempre vissuto non sul filo ma ben oltre il filo della legge vengono santificati quando il corpo è ancora tiepido; individui che hanno rubato allo Stato italiano ma sono stati riaccolti con gli onori riservati...ai Re di Roma, ho detto di Roma non della Roma. E i club che fanno da catalizzatori per tutta questa bella somma di virtù? Bilanci che sono dei buchi neri, ma, stranamente, nessuno ci affonda le mani, anzi il bisturi impietoso. Adesso siamo arrivati a sporcare di escrementi anche docenti universitari (che santi non sono) con esami farlocchi per coprire bassi interessi di bottega. Le società di calcio sono la cartina di tornasole della pochezza di parte dell'imprenditoria italiana, ci avete fatto caso? Sono arrivati i cinesi, poi i cowboy americani, arraffano il meglio e lasciano macerie, mentre i nostri intascano e spariscono. E tutti zitti, sigillati. E la gente, quello che ora chiamano indistintamente «il popolo», che fa? Davanti al suo ennesimo calice di ombreta disguisisce di Milan, Juve, Inter, al massimo Brescia, ma sicuramente non della Roma. Ma checcefrega de la Roma? E giù con qualche antiquato e patetico «Roma ladrona», che ormai non va più di moda da quando gli ascari di alcuni partiti hanno fatto la valigia di cartone con tanto di spago per Stazione Termini, e da lì non li mandi più via. Ma cosa faremmo senza il calcio? "Venderemmo 1500 copie al giorno", mi ha malinconicamente confessato un amico che tira la busta paga in un quotidiano sportivo. 

Vai Daniele, sicuramente ti farai degli amici a Trigoria e dintorni.

Senza rimpianti

 Si scatena il flagello della retorica quando la Roma Calcio decide di non rinnovare il contratto a “Capitan Futuro” De Rossi, ormai elettivamente eletto a forza di circostanze come “Capitan Passato”. Trattasi di scandalo del politicamente corretto perché De Rossi è romano, e romanista dentro, e presunto simbolo della squadra.

Ma dove sta lo scandalo se la società che aveva un presidente (Pallotta) che non metteva un piede a Trigoria da più di due anni, trattava il suo giocatore esattamente allo stesso modo con cui aveva mandato in pensione dai campi di gioco il ben più prestigioso Francesco Totti tre anni prima? Riguardo per la romanità, dimenticando che il presidente è americano e che il suo unico scopo, da quando ha acquistato il pacchetto di maggioranza della società, era di approdare al faticoso quanto improbabile traguardo della costruzione del nuovo stadio della società?

De Rossi è una delle “mosche bianche” su una rosa che contava su due giocatori romani su 22 (l’altro è Florenzi, poi ripudiato), dunque una multinazionale del pallone, campanilisticamente non etichettabile. De Rossi ha 37 anni, si faceva male facilmente, non era in grado di giocare più di 15 partite all’anno. Di più, era fumantino (un vero romano?) e spesso si faceva ammonire o espellere, contribuendo a diminuire il senso di continuità di squadra. Nelle sue stagioni d’oro è stato il giocatore più pagato in Italia per il rapporto qualità-prezzo, dato che il suo contratto pesava per 6,5 milioni all’anno. Considerato il suo apporto, i tre milioni attuali sembravano a tutti sovrastimati, vista anche l’età.

Che avrebbe dovuto fare la Roma? Piegarsi alla demagogia corrente? Tra l’altro in dirittura d’arrivo gli ha fatto un’offerta “usa e getta”: 100.000 di provvigione per ogni partita giocata. Rifiutata! Quando i tifosi protestano è pronto anche un contratto da dirigente: rifiutato! Allora sai che ti dico, gran privilegiato De Rossi: il contratto fattelo da solo, un bel contratto politicamente corretto in cui la cifra la scrivi proprio tu. Così nessuno potrà lamentarsi. Neanche il barbaro e superficiale popolo del calcio.  Ed allora che De Rossi vada pure a giocare nell’Ostia Mare senza che si offrano martiri in pasto all’ipocrisia.

La fine della storia è nota: De Rossi va a giocare in Argentina, raccatta gli ultimi soldi di carriera senza che nessuno nell’altro continente lo rimpianga, vista la qualità delle sue esibizioni. Una seconda e ben più vasta overdose di retorica si spande sull’Urbe per il “drammatico” divorzio di Francesco Totti dalla Roma, questa volta come dirigente, un incarico-fantasma. La venerata divinità che chiedeva un ulteriore contratto da giocatore a 41 anni senza che il suo allenatore ne raccomandasse la riconferma, appesi giocoforza gli scarpini al chiodo, si è visto prolungare il rapporto con la società per un ulteriore biennio con 600.000 euro di prebende annue. Cosa abbia fatto Totti e come abbia inciso nel lavoro quotidiano e nelle scelte della società rappresenta un autentico mistero. Perché non ha scoperto un giocatore, non ha contribuito a mandare via l’allenatore in carica (Di Francesco) né a scegliere il nuovo. Il club ha investito su di lui fornendogli un insegnante privato di inglese ma Totti non ha fatto progresso alcuno quando si sa che la lingua internazionale è un elemento fondamentale quanto meno per fare la bella statuina rappresentativa della Roma nel mondo. O per parlare con il tuo presidente Pallotta oltreoceano. In definitiva Totti da dirigente è rimasto un rebus. E dunque perché meravigliarsi che la società (orfana della residua gratitudine) non gli abbia offerto niente di meno che la promozione a direttore tecnico. Totti si indigna e lascia la Roma. Badate, i particolari sono importanti. La conferenza stampa di addio viene ospitata dal Coni del suo amico presidente Malagò e il chairman è Paolo Condò, il giornalista che ne ha scritto la biografia (l’occasione è venuta buona per venderne un ulteriore fracco di copie). 250 giornalisti accreditati per vivere uno psicodramma che non ci tocca e anzi ci indigna. Diretta globale a reti unificate. Neanche una conferenza del Premier Conte è stata mai trasmessa in diretta con questo rilievo. E sì che gli argomenti potrebbero essere vagamente più importanti. 

Quello che doveva dire Totti lo esprime in 45”, il tempo di una telefonata breve. Poi una raffica di domande che dimostrano la sua incapacità di uscire dai panni del Pupone. Fuori i tifosi strepitano e il titolo della Borsa fa le bizze, ci vuol poco a turbare la volubilità dei mercati.  Una cosa è il grande giocatore che era, un’altra lo sprovveduto dirigente messo lì in forza del prestigio accumulato sul campo. Ci ha messo due anni per capire che i panni che gli avevano cucito addosso non erano i suoi. Un grande giocatore non diventerà per forza un grande dirigente (Baggio, Del Piero), né un grande allenatore (Maradona). Del resto si immagina che il campione abbia risorse per cui vivere. Totti in questi anni ha incassato denaro sonante anche per aver fatto pubblicità all’azzardo, in particolare al poker online.

Dunque? Non piangeremo per la “bandiera ammainata”. E cosa sono oggi le bandiere se non una spruzzata di demagogia per confondere i tifosi?  Il segno più significativo della propria esistenza in vita nell’ultimo biennio di Totti è stata l’introduzione (ben pagata) di una pasticca sui panni di una lavatrice, sponsorizzando un detersivo. Non appena ha lasciato la Roma le offerte per aggiudicarsene le prestazioni (sic!) sono state innumerevoli. E poi qualcuno dice che il mercato del lavoro è in crisi in Italia! La miglior prova sull’ipocrisia delle bandiere fatte sventolare demagogicamente sta nell’atteggiamento di De Rossi e Totti dopo la rottura con la società. Si sono guardati attorno per cercare la soluzione migliore per dare un senso (e un contratto) alla propria alienata esistenza, drogata da ingaggi milionari. De Rossi è finito addirittura in Argentina al Boca Juniors, a mendicare un ultimo contratto, immemore del passato alla Roma, cancellato con un colpo di spugna, alla faccia di tanto penare dei tifosi. Romanista per sempre? Macché! De Rossi commentò così il passaggio alla nuova squadra: “Avrei desiderato giocare nel Boca a 20, a 30, a 35 anni. Insomma, è sempre stato uno dei miei desideri. Quando vedo quello stadio- la Bombonera- mi leva la vita”. Eloquente, no? E pardon per l’italiano claudicante. Ora dato che la demagogia imperante deve trionfare, il nuovo presidente della Roma, Friedkin, formula un’offerta a Totti per rientrare in società. Così tifosi e ultrà sono contenti…

Desèmbèr 2020: le ombre scure delle Tre Punte

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Abbiamo iniziato a sfogliare gli ultimi 31 giorni di questo anno bisesto che più funesto non poteva essere. E anche i giorni che rimangono pare non ci riservino grandi entusiasmi, cenoni, baldorie e nottate spensierate. Quello che non riesco a sopportare è 'sto avvilente richiamo ai regali di Natale, come se tutto si riducesse allo scambio di pacchetti ben infiocchettati, fatti recapitare da quei pochi grandi furbi che sfruttano la situazione per arricchirsi. L'altra è quella dello sci. Pare incredibile! Almeno a me. Siamo tutti con la cacca al naso, e forse anche sopra, e c'è chi sbraita e s'incazza perchè non può andare a sciare. Ma non siamo tutti in miseria? Tutti ormai hanno bisogno dei bonus, dei sussidi, dei ristori, miliardi, miliardi, miliardi, una girandola di miliardi, che, prima o poi, più prima che poi, pagheremo ancora noi cittadini. Come adesso paghiamo luce e gas che hanno fatto un balzo del 10 e più per cento. Plaudo al tempismo delle aziende per aver scelto il momento perfetto, bravi: si dice che le famiglie sono in difficoltà e voi gli sbattete sul muso degli aumenti spropositati. Ma dovete fare utili e distribuire i dividendi a quelli che se ne strafottono se la bolletta è aumentata del dieci o dodici per cento.

E quella roba ridotta a ectoplasma che hanno ancora il coraggio di chiamare Governo, dove sta? Aiutare la gente dal basso, troppo difficile? Bloccare i prezzi e alleviare (difficle eliminare) le pene della gente? L'avrete già capito da soli: in questo marasma c'è chi si sguazza e fa soldi. E al povero tapino non resta che pagare. Questo è il capitalismo, bellezza! Un capitalismo di rapina, disumano, ladrone. Prima vengono i dividendi, e  poi gli esseri umani. E quella blanda forma di opposizione che si chiamava «riformismo»?  Dissolta nel nulla.

E cosa ci riserverà il giorno 1 gennaio 2021? Non voglio neppure pensarci. Fatevelo dire da quelli che prevedono per febbraio la terza ondata di COVID-19 con decine di migliaia di morti in Europa. Speriamo che non ci azzecchino...Ma tanto checcefrega: noi andiamo a sciare. Sono molto scure le tre montagne che vedo dalla mia finestra: le «Tre Punte», o «Cima Castello», o «La Selva», come la chiamano i vecchi di qui, quelli, non molti, rimasti. Selva oscura, molto oscura, ci sembra di guardarla da lontano, ma ci siamo dentro.

Prima di chiudere, devo un sentito ringraziamento a Chantal, Pietro a Marco, che mi misero a disposizione la loro sensibilità per scattare le tredici fotografie di questo calendario, cui Roberto Scolari diede forma grafica elegantissima, e infine la Tipografia Apollonio che, quando si tratta di stampa, è sempre una sicurezza. Grazie a tutti.

La nostra foto - Dove: da Navazzo guardando le Tre Punte - Apparecchio: NIKON D850 - Lunghezza focale: 70.0 mm - Ottica: 24.0 - 70.0 mm f/2.8 - Tempo esposizione: 1/50 - Diaframma: f/63.0

GdB: stop al virus dell'odio e dell'insulto

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Per chi non è di queste parti, «GdB» sicuramente non dice nulla. Sta per «Giornale di Brescia», uno dei due quotidiani della vasta provincia bresciana. Quello che vide la luce la prima volta il 27 aprile 1945, appena liberata la città dai nazifascisti. I bresciani lo hanno sempre acquistato, pur facendone talvolta oggetto di facile ironia. Oggi soffre, come tutti i giornali cartacei, di cui qualcuno, molti, troppi, vaticinano la morte definitiva in pochi decenni. Io ci ho lavorato: tre anni da collaboratore esterno, dodici da redattore, allo sport. Lo dico - e a nessuno, giustamente, gliene frega niente, ma non fa nulla - per esprimere un sentimento di appartenza, seppur sfumata nel tempo, una appartenza che mi inorgoglise. Dopo che ho letto, con tutta l'attenzione di cui son capace, l'editoriale del direttore (oggi va di moda direttrice, ma a me non piace), la signora Nunzia Vallini. La quale, con un atto risoluto, ha deciso di rinunciare a un certo strumento di comunicazione che oggi va di moda, troppo di moda, ed è diventato una cloaca. E non è il solo. Leggetevi, se volete, lo scritto di Nunzia Vallini, e vi troverete tutte le motivazioni. Superfluo che le ripeta io, scritte peggio. 

Aggiungo solo una speranza che vuol essere una proposta: non lasciamo solo il «GdB», disattiviamo questi strumenti di odio, razzismo, insulto, manipolazione. Chi  sta dietro a questi a-social che navigano nel profondo delle schifezze umane? Non lo sappiamo, non ne conosciamo i nomi, i volti, che cosa vogliono ottenere da noi. E non è solo il problema di milioni di imbecilli che sfogano le loro frustazioni trincerandosi dietro l'anonimato, la paura è ben altra: la manipolazione della mente umana. Fate, facciamo a meno di questi strumenti di terrorismo psicologico; terrorismo non è solamente tagliare teste in chiesa o mettere bombe nelle discoteche. Chi fomenta, al coperto di paraventi informatici sempre più sofisticati e anonimi, è pure un terrorista.

Due - tre anni fa, il mio amico Simone, che vive e lavora a Roma, mi scrisse che, non potendone più della monnezza che vedeva circolare sullo stesso strumento di cui parliamo oggi, si cancellò dalla liste degli utenti. Qualcuno mi ha già detto che sono un reperto archeologico, che il progresso non si può fermare, eccetera eccetera. Sì, sono, da molto tempo, ferocemente contrario all'uso indiscriminato di questi strumenti che mi hanno sempre inquietato. A chi cerca di spiegarmi che non è lo strumento in sé ma l'uso che se ne fa, dico che capisco come uno grande. Ma purtroppo è ampiamente dimostrato che non basta. Certo, anche il fuoco serve, a scaldare per esempio, ma non si danno in mano i fiammiferi al bambino solo in casa che me la brucia. Se migliaia, milioni di persone assennate decidessero di spegnere tutti, contemporaneamente, anche solo per un periodo, questi propagatori di odio, forse servirebbe a qualcosa. Magari a ridurre un pochino i 500 miliardi di dollari del proprietario che se la ride alla faccia della nostra prigionia forzata, dei morti, del COVID-19.

Complimenti a Nunzia Vallini e al «Giornale di Brescia». Sta a noi non lasciarli soli.

L'editoriale

Ci siamo tirati fuori, in controtendenza e con convinzione. Troppe parole in libertà, troppi insulti, troppo astio. E troppi profili fake (falsi) che se non generano notizie altrettanto false, si dilettano in manipolazioni neppure tanto dissimulate. Si dirà: ciascuno è responsabile di ciò che scrive e commenta. Ed è vero. Ma in gioco c’è la nostra identità che abbiamo il dovere, oltre che il diritto, di difendere. E con l’identità, anche il nostro modo di fare giornale: informazione di servizio - anche di denuncia se necessario - ma sempre nel rispetto delle persone.

Non è questa la sede per argomentazioni in punta di diritto, ma riteniamo esista una sorta di corresponsabilità quantomeno morale se gli aggiornamenti di una pagina Facebook diventano - volenti o nolenti - pretesto per veicolare falsità, rabbia e frustrazioni o, peggio ancora, commenti che nulla hanno a che vedere con la pluralità delle idee e loro libera e sacrosanta espressione, e ancor meno con il diritto-dovere di informare ed essere informati. Ecco perché abbiamo deciso di bloccare gli aggiornamenti della pagina Facebook del GdB.

Ai tanti «amici» che ci chiedono ragione della scelta, precisiamo che non è stata presa a cuor leggero. C’è un prezzo da pagare e soprattutto una nuova sfida da affrontaredifendere la nostra storia e il nostro futuro oltre che le nostre notizie, suscettibili di errore, certo, ma di paternità (e responsabilità) acclarata della quale rispondiamo sempre e in ogni sede. Consideriamolo una sorta di lockdown contro il virus delle maleparole che non cercano il dibattito, ma la rissa. Che non informano ma demoliscono. Che non vogliono costruire nulla, tantomeno consapevolezza, e che mirano solo a delegittimare, seminare odio, rancore, razzismo. Che non lasciano spazio alla pluralità né alla decenza. Che scaricano bile e non contribuiscono a trovare soluzioni. Un fenomeno non nuovo, ma che nelle ultime settimane con la seconda ondata Covid si è pericolosamente acutizzato, nelle piazze virtuali come del resto anche in quelle fisiche.

Anche solo un’informazione di servizio come i criteri di chiusura o apertura di bar e ristoranti sono diventati pretesto per insultare questo o quello, con minacce più o meno esplicite. Che informazione è questa? Non certo quella che vogliamo fare noi. Né quella che ci chiedono i nostri lettori. Eravamo arrivati ad evitare di pubblicare le notizie più delicate, proprio perchè diventava impossibile moderare il fiume dei commenti, arrivando a barattare la decenza con l’incompletezza dell’informazione, ma neppure l’autocensura è stata sufficiente. Fino alla goccia che ha fatto traboccare il vaso: ci siamo ritrovati bombardati da commenti ai nostri post con il palese obiettivo di creare flame (fiamma), ovvero infiammare il dibattito, godere dell’algoritmo di Fb che privilegia la visibilità dei contenuti che innescano più reazioni, e approfittare della nostra piazza per diffondere messaggi diametralmente opposti al nostro sentire.

C’è di più: in azione non erano «amici» seppur falsi, bensì bot (robot) capaci di sparare messaggi a raffica con automatismi che hanno reso vano ogni tentativo di moderazione manuale. Ecco perché abbiamo messo in lockdowm la nostra pagina Fb: scendiamo da questa giostra, usciamo da questa piazza malsana che ci fa diventare quello che non siamo, che non siamo mai stati e che non vogliamo diventare, ovvero la piattaforma di lancio di chi sfrutta questo tipo di dinamiche alimentando scontri e tensioni, oltre che una vera e propria campagna di disinformazione spacciata per sedicente controinformazione.

Non intendiamo barattare la nostra visibilità con la connivenza a questo gioco malato. Né la nostra storia e il nostro stile con il «traffico» che di fatto premia chi grida (e insulta) di più, con spesso strafalcioni lessicali compresi. Può suonare fuori moda, ma alla quantità scegliamo la qualità, chiedendo scusa e pazienza ai tanti «amici veri» di Fb con i quali sino ad ora avevamo condiviso quotidianità e informazione con soddisfazioni reciproche, pure loro vittime - come e con noi - di questo virus malsano che cerca nell’insulto e nella delegittimazione la sua forza.

Io sto con il presidente Sergio Mattarella

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Non è certo un pover'uomo come me che deve commentare le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate oggi davanti alla assemblea della Associazione Nazionale dei Comuni d'Italia (A.N.C.I.). Se volete le potete ascoltare, o riascoltare, varrebbe la pena riascoltarle molte volte, qui (selezionate il video e attivatelo). Una lezione di civiltà istituzionale e sociale.

Giornalisti come gli animali della famosa fattoria

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Quale famosa fattoria? Quella raccontata nella novella allegorica di George Orwell, «La fattoria degli animali», che lo scrittore inglese scrisse fra il 1943 e il 1944, e fu pubblicata per la prima volta il 17 agosto 1945. In Italia arrivò nel 1947, Arnoldo Mondadori Editore. La frase forse più celebre, e sicuramente più citata, recita «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri». Era la nuova versione del settimo comandamento che dettava le regole del mondo governato dagli animali. Quella originale diceva semplicemente «Tutti gli animali sono uguali». Ma poi presero potere i maiali, che aspiravano ad essere uguali agli uomini e stravolsero i comandamenti. Il maiale Clarinetto, in combutta con Napoleone e Palladineve, riscrisse le regole della convivenza per dar corso al processo di umanizzazione. E alla fine, i maiali camminarono eretti, su due gambe, proprio come gli umani, e ne appresero tutti i difetti e i vizi.

E così la metafora può adattarsi ai giornalisti:«Tutti i giornalisti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri». Ce ne regala un eclatante esempio Daniele Poto, osservatore attento e documentato dei difetti del giornalismo nazionale.

Io invece dimenticavo un piccolo codicillo: quanti maiali purtroppo si sono raddrizzati su due sole gambe e camminano eretti! Riescono a mimetizzarsi bene. Si riconoscono però solo quando aprono la bocca. 

Giornalisti come Mastella e come Siviero

di Daniele Poto

Vi piacerebbe lavorare da giornalista come Clemente Mastella? Forse non sapevate che riscuote una pensione pur avendo ricoperto solo per pochi giorni questa funzione. Con virtuale voto di scambio venne assunto giovanissimo presso la sede RAI di Napoli per ordine di Ciriaco De Mita. L’assunzione destò scandalo, la redazione scioperò per tre giorni per questa imposizione calata dall’alto. Mastella diventò giornalista professionista il 19 maggio 1975 ma non lasciò segni nella categoria. Non si ricorda un suo servizio, una sua inchiesta, niente che fosse giornalisticamente di contrasto alla linea politica della Democrazia Cristiana, allora in pieno fulgore.

Giornalista poco esercitante perché un anno e 32 giorni dopo venne eletto alla Camera dei Deputati. Dove sarebbe rimasto con bell’esempio di continuità e di casta per 33 anni consecutivi. Per passare nel 2009 al Parlamento Europeo di Bruxelles, curando i suoi affari con moglie e famiglia a Ceppaloni (Benevento), un po’ come De Mita a Nusco (Avellino). Vecchi satrapi meridionali, un po’ infeltriti ma sempre bastevoli come dominus locali.  Abbandonando la professione Mastella però ha continuato a vedersi attribuiti i contributi figurativi fino a maturare una pensione dell’Inpgi (Istituto Nazionale Previdenza Giornalisti) dopo aver lavorato come tale per soli 397 giorni. Ci piacerebbe sfogliare la denuncia dei redditi di Mastella per capire come funzioni il cumulo di tante ricche pensioni.

Perché stupirsi quindi se l’Istituto di Previdenza potrebbe vedere esauriti i propri fondi all’altezza del 2028, sopportando casi scandalosi del genere e centinaia di stati di crisi rovesciatigli addosso, più o meno fintamente, da gruppi editoriali che invece navigavano nel benessere e, a un certo punto, respirando aria pesante, si sono cautelati, tagliando servizi, stipendi, licenziando giornalisti, portando il tesoretto residuo all’estero, se necessario.

Poi ci sono altre storie, profondamente diverse. Una sentenza del maggio 2019 ad esempio ha reintegrato nel posto di lavoro al «Mattino» di Napoli il giornalista Massimo Siviero. L’eccezionalità è data dai tempi.  Viene impugnato e rigettato un licenziamento decretato nel 1997. Otto gradi di giudizio in un tempo in cui si sono avvicendati tre Papi e sei direttori del quotidiano in questione. Siviero è da 56 anni giornalista professionista ma soprattutto è nato nel 1942, dunque a 78 anni più che il reintegro si godrà un lauto risarcimento. La giustizia quando ti dà ragione in ritardo è ancora giustizia? Siviero nel frattempo poteva essere morto. Con una sentenza del genere perdono tutti, compresa l’Italia e il giornalismo. Mastella e Siviero, gli estremi di una professione e delle sue profonde contraddizioni.

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