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Ci siamo imbarcati anche noi su «Luna Rossa»

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Adesso è finita. Gli italiani, fedeli al roboante motto mussoliniano "Italiani, popolo di...e navigatori" (ho lasciato perdere le altre categorie che sono in via di estinzione), possono finalmente andare a dormire dopo Carosello, si diceva una volta, e presentarsi al mattino davanti al computer in salotto o in cucina (si chiama adesso lavoro da casa) senza profonde occhiaie da notti quasi in bianco. È finita la Coppa America, America's Cup, che suscita sempre repentine, e secondo me, effimere, ondate di passione per lo sport della vela, non semplice e non a buonmercato. Adesso l'italico entusiasmo non fa più nemmeno notizia, è un fenomeno ciclico, ricorrente e consolidato ogni tre-quattro anni, soprattutto quando in gara c'è una barca (e chiamala barca 'sta opera di fantasiosa ingegneria) che difende l'orgoglio sportivo del nostro Paese. L'hanno sempre difeso bene le due che, in anni che sembrano un secolo fa, sono state ammesse alla sfida finale, ma non sono mai riuscite nell'impresa di alzare la Coppa. Nel 1992 l'Italia presentò «Il Moro di Venezia», nel 2000 «Luna Rossa». Nella recente sfida 2021 appena conclusa gli armatori (tutti povera gente...) hanno puntato ancora sullo stesso colore che la luna assume, come effetto ottico, durante le eclissi: «Luna Rossa».

Nacque, la Coppa, dico, nel 1851 in Inghilterra, e nelle acque dell'Isola di Wight (proprio quella della canzone dei DICK DICK, era il 1970, "Sai cos'è l'isola di Wight..."), fu una sfida America - Inghilterra, vinse la prima. La Coppa si aggiudica sempre con una serie di regate fra due barche: lo sfidante (challanger) e il detentore (defender). C'è un aneddoto (leggenda? verità? propendo per la prima, comunque carino da raccontare) legato al motto di questa competizione, che recita «There is no second», non c'è il secondo. Tradunt, dicunt, che dopo la regata del 1851 la Regina Vittoria, saputo che la regata era stata vinta dall'imbarcazione America chiese chi fosse giunto secondo. Mal gliene incolse, e il suo orgoglio British dovette subire un duro affronto, quando gli fu risposto:"Purtroppo, Vostra Maestà, non c'è secondo". Non avrei voluto essere nei panni del malcapitato portatore di così ferale notizia alla burbera sovrana.

Noticine di un somaro di vela che faranno venir da ridere al mio amico Sandro Pellegrini che è tutta la vita che va pellegrinando sul cammino della conoscenza di questo sport. Lui ne sa una più del diavolo. Ed è proprio il Sandro del Circolo Vela Gargnano che mi ha fatto avere un attrattivo video da lui commentato sulla barca che nel cuor sta a Patrizio Bertelli, che, insieme ad altri, ha messo i dané dell'azienda Prada, che poi è la moglie, in questa dispendiosa avventura. Si rifarà vendendo qualche milione di borse, scarpe, accessori di lusso, alle adoranti nipotine dell'attuale occupante del Trono del Crisantemo: roba da pochi spiccioli, una felpa stampata con cappuccio 1400 euro, una borsa a mano in pelle spazzolata 2800, è la spazzolatura che costa.

Basta scherzare, vediamoci (cliccate nello spazio qui sotto e abbiate un po' di pazienza, il video è un po' «pesante» e potrebbe richiedere un po' di tempo per scaricarsi) il bel lavoro che Sandro ci propone. E, per chi ancora non lo sapesse, pochi credo, tanto di cappello ai progettisti e alle aziende bresciane e bergamasche e alle loro maestranze, nelle cui officine è spuntata la «Luna Rossa» versione 2020 - 2021, frutto di una lunga tradizione di cultura velica. In barba al COVID-19.

Gira e rigira, tutto il mondo è malpaese

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Sembrano banalità questi vecchi motti, ma contengono sempre una verità popolare, spicciola ma sensata. Potrei cambiare il titolo e metterci un bel «l'erba del vicino è sempre più verde», avrebbe la stessa valenza. Quello che vorrei essere capace di esprimere è che noi italiani, pur con tutti i nostri difettacci, non siamo né peggio né meglio degli altri che popolano 'sto globo. Lo spunto me lo ha dato la vignetta che una amica di Barcellona mi ha inviato. Non credo che serva nessun tipo di traduzione, è intuitiva. Il nesso è con le lamentazioni che ho dovuto sorbire da qualche mio compaesano/a, al mio rientro nel mio buen retiro di Navazzo, Comune di Gargnano, Lago di Garda. Uno dei temi di lamentazione a scatto fisso è quello della vaccinazione. La vignetta mi offre l'appiglio per confermare: tutto il mondo è paese. Quello che mi avvilisce, e dovrebbe avvilire tutti, è lo sfacelo, la caduta libera, della classe politica e dirigenziale che partorisce solo confusione. Prendete la Lombardia: hanno sostituito il "famoso" Gallera con la altrettanto famosa signora Letizia Moratti, hanno ripescato tal Bertolaso (ve lo ricordate no? Protezione Civile, Civile?) per sostituire qualcun altro in ossequio al mutato vento politico, avanti le destre!!!. La logica è sempre quella: fatti più in là che al tuo posto mi ci metto io. Bene, cosa è successo? Esattamente niente, anzi no è successo qualcosa: la Lombardia viaggia oggi su dati nettamente peggiori di un anno fa. Ricordate la data? Domenica 8 marzo 2020, tutti confinati in casa per settimane, mesi. Son passati più di dodici mesi e da lunedì 15 marzo 2021 siamo ancora chiusi in casa. Facciamo sacrifici adesso per salvare il turismo la prossima estate, vi chiudiamo in casa adesso per salvare le feste di natale e Capodanno. Stavolta, per lo meno, non hanno neppure fatto finta di "salvare" Pasqua e Pasquetta: reclusi, punto e basta. Sapete che vi dico? A' ridatece Gallera!!!

Intanto siamo sbarcati su Marte, ci hanno fatto vedere di che colore è il suolo, mentre non riusciamo a vedere la faccia dei nostri cari che muoiono negli ospedali. Fra poco, casualmente, incontreranno gli immunologi che vagano per trovare lassù un vaccino che metta tutti d'accordo, visto che qui non ci riescono, e la gente intanto se la fa sotto. Stavolta, signori pseudo scienziati ne avete davvero combinate di tutti i colori. Ma non siete mai stati zitti. Il virus della apparizione televisiva è molto più forte del COVID-19. E anche su questo, Italia-Spagna 1 a 1.

Gira il mondo gira, nello spazio senza fine...cantava Jimmy Fontana...

Oh mondo
Soltanto adesso io ti guardo
Nel tuo silenzio io mi perdo
E sono niente accanto a te
Il mondo
Non si è fermato mai un momento
La notte insegue sempre il giorno
Ed il giorno verrà
 
Intanto la nostra tartaruga, iberica o italiana che sia, va al suo passo. Lento.

Ciclismo eroico? No, ciclismo disumano

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Se il ciclismo è uno sport che stimola il vostro interesse, la vostra passione, allora fate un salto alla libreria più vicina (quando apriranno i catenacci delle nostre attuali prigioni) e chiedete il libro di Albert Londres «Tour de France, Tour de Souffrance». Non è una novità editoriale, fu pubblicato, per la prima volta in Italia, nel 2008 dalla casa editrice milanese Excelsior 1881. Lo potete trovare, a prezzo scontato, anche su qualche piattaforma di vendite online. Ve ne consiglio la lettura per alcuni buoni motivi. In ordine sparso: è scritto in maniera limpida, facile, leggera (lettura consigliata ai tanti imbrattacarte fantasiosi dei giorni nostri), ha fotografie in bianco e nero degne dell'obiettivo di Gianni Berengo Gardin, e infine ci aiuta a vedere questo sport con occhi meno imbambolati. Uno sport che altro non era che sfruttamento di povera gente disposta a qualsiasi sacrificio, privazione, sofferenza, umiliazione, pur di racimolare qualche soldo da riportare a casa, magari pedalando con la stessa bici con cui avevano percorso altre strade di Francia. Oppure nella speranza di riottenere il posto di strillone di giornale, posto lasciato per inseguire una chimera. Se poi voi volete tenerli chiusi, dico gli occhi, e immaginare l'epica dei racconti roboanti, beh, fatti vostri.

Il libro racchiude un tesoretto di scritti di questo giornalista, nato a Vichy, datati 1924. Cronache del Tour de France. Tutta una scoperta. Io mi son preso licenza (e non ne avrei diritto...) di riprodurre un capitolo, una tappa, corredandolo con un paio di foto da premio fotografico. È l'articolo finale che Londres scrisse per «Le Petit Parisien», pubblicato il 20 luglio 1924, alla partenza dell'ultima tappa (la quindicesima), che aveva preso l'abbrivio a Dunquerque per entrare al Parc des Princes di Parigi: 343 chilometri, alla media di 23,245.

Vinse (primo italiano) Ottavio Bottecchia, Botescià alla maniera francese: maglia gialla sempre, dal primo all'ultimo giorno, quattro successi di tappa. Fu un trionfo la sua seconda Grande Boucle (già nel 1923 era stato secondo dietro all'idolo francese Henri Pélissier): 226 ore 18 minuti e 21 secondi passate su una bici che pesava circa dieci chili, se non di più! Trentacinque minuti e mezzo di vantaggio sul lussemburghese Nicolas Frantz, uno dei grandi protagonisti del ciclismo di quegli anni. Due volte secondo dietro a Bottecchia (1924-25) vinse poi le edizioni del 1927 e 1928. Finita la carriera agonistica, divenne direttore sportivo; negli anni '50 ebbe nella sua squadra uno dei migliori scalatori di ogni tempo, «l'Angelo della Montagna» Charly Gaul (vinse il Giro del 1956 rimasto famoso per la drammatica scalata del Monte Bondone, perse quello del 1957 per una altrettanto famosa pisciata, e poi vinse anche il Tour del 1958).

Non c'era solo l'Ottavio quell'anno 1924 sulle strade francesi del diciottesimo Tour. Trascrivo i nomi degli altri italiani, di quelli che figurarono nella classifica finale: Bartolomeo Aimo (quarto), Ermanno Vallazza (13esimo), Ottavio Pratesi (19esimo), Giovanni Rossignoli (31esimo), Giuseppe Ruffoni (32esimo), Enrico Sala (34esimo), Luigi Vertemati (36esimo), Angelo Erba (41esimo), Vincenzo Bianco (46esimo), Emanuele Luigi (47esimo), Augusto Rho (52esimo), Felice Di Gaetano (53esimo).

 

Erano partiti in centocinquanta, ne tornarono sessanta!

di Albert Londres

Ne arriveranno sessanta. Potete vederli, non sono certo dei fannulloni.

Per un mese hanno lottato con la strada. Le battaglie avevano luogo in piena notte, all'alba, sotto i colpi del mezzogiorno, a tastoni, nella nebbia che provoca le coliche, contro il vento impetuoso che li piega di lato, sotto il sole che, come nella Crau, voleva fonderli con il loro manubrio. Hanno preso in pugno i Pirenei e le Alpi. Montavano in sella alla sera, alle dieci, e ne scendevano solo la sera dopo, alle sei, come è successo dalle Sables-d'Olonne a Bayonne, per esempio.

Andavano su strade che non erano le loro. Gli si sbarrava il cammino. Davanti ai loro nasi si chiudevano i passaggi a livello. Vacche, oche, cani, uomini finivanotra le loro gambe. Non era quella la tortura. La tortura li ha presi in consegna alla partenza e li accompagnerà fino a Parigi. La tortura sono le automobili. Per trenta giorni, queste vetture hanno piallato la strada a fianco dei corridori. L'hanno piallata in salita, l'hanno piallata in discesa. Sollevando nuvole enormi di polvere. Gli occhi che bruciavano, le bocche secche, loro hanno sopportato la polvere senza dire nulla.

Hanno pedalato sui sassi. Hanno divorato il pavé sconnesso del Nord. La notte, quando faceva troppo freddo, si proteggevano la pancia con vecchi giornali. Di giorno, si versavano brocche d'acqua sui corpi troppo coperti. E così innaffiavano la strada fino a che il sole non asciugava le loro maglie. Quando cadevano e si ferivano braccia o gambe, rimontavano in sella. Al primo villaggio, andavano in cerca del farmacista. A volte era domenica e, come a Pézenas, il farmacista rispose:«Non sono in servizio». Allora il corridore non l'ha preso per la collottola, ma gli ha detto:«Capisco, signore» e ha ripreso la sua lunga strada.

Vedrete arrivare Bottecchia, ex muratore friulano. Bottecchia non vi guarderà con i suoi occhi, ma solo con la punta de naso e la punta del suo naso è tagliente come la lama di un coltello.

Vedrete arrivare Mottiat. Mottiat vestito di blu. Vi rivolgerà un sorriso divino e vi guarderà con occhi riconoscenti,come se foste stati voi a fornirgli la corsa e il piacere di averla fatta.

Vedrete arrivare Tiberghien. Gli ho proposto di cucirsi sulla maglia le lettere d'amore che trovava nella borsa ai punti di ristoro, tra una coscia di pollo e una fetta di salame di Vire. Ma Tiberghien mi ha risposto:«Mi servirebbero due maglie».

Vedrete arrivare Frantz, questo ragazzo che è stato oggetto dell'ammirazione degli sportivi e che ha portato a termine il Tour de France come se bevesse un bicchier d'acqua. Aveva l'aria di andarsene in bicicletta comew se tenesse un libro in mano e leggesse un romanzo d'avventure per bambini. Sono quasi certo che non si sia accorto di essere arrivato a Parigi e che continuerà a pedalare per ancora sette o otto mesi.

Vedrete arrivare Cuvelier e Alancourt. Terribili come botoli ringhiosi. Mordono alle gambe tutti quelli che si trovano davanti, fossero anche enormi sanbernardo sportivi come Brunero, Aymo e Lucien Buysse de Loothernhulle.

Vedrete arrivare Alavoine, detto Jean XIII, il re della scalogna.Il vero posto di Alavoine non è sulla strada, ma all'Académie Française. L'Académie è una istituzione che dovrebbe non solo salvaguardare la lingua, ma rinvigorirla anche. E a tale scopo, Alavoine è l'uomo che fa per lei.Andate a trovarmi uno scrittore, un maresciallo, un duca, un avvocato, un poeta che, durante la salita dei Pirenei, distrutto dal mal di mare, invece di dirvi:«È ben triste provare una infelicità così grande nel corso della tappa più scabrosa», possa gridare:«Mi fa impallidire, in una tappa così maligna, essere messo a terra da un incidente così superficiale!».

Vedrete arrivare Rho. Guardatelo bene. Porta il numero 268. È la copia di D'Annunzio. Vedrete Garby, di Nevers, che piangeva sui Pirenei. Vertemati, che ogni giorno non mangiava meno di tre polli, dodici uova e due cosciotti d'agnello. E Vertemati non è grasso.

E vedrete Kamm, che, sin dall'inizio e sempre pedalando, mi confidava i suoi progetti per il futuro. In passato era un venditore al Petit Parisien.

Un bel destino.

«Ehi, signore!», mi gridò all'inizio, tra Brest e le Sables. «Credete che mi riprenderanno al lavoro?».

Tra Perpignan e Tolone si avvicinò alla mia automobile.

«Per quel posto di venditore...se potessi essere mandato nell'Orne, visto che la mia famiglia è lì, mi fareste un piacere».

Tra Nizza e Briançon:

«Farei richiesta per il dipartimento dell'Orne, se fosse possibile. Altrimenti prenderò quello che mi daranno».

Ieri a Dunkerque, alle undici di sera, uno stradista del Tour pedalava a tutta velocità in una via oscura. Vide l'ombra di un uomo.

«Il controllo!», gridò. «Dov'è il controllo?» Quello stradista temeva che Bazin avesse chiuso bottega. Bazin è il cronometrista che possiede un orologio con una lancetta meravigliosa chiamata «sdoppiatore-compattatore» e che è la ghigliottina dei corridori.

Era Kamm e mi riconobbe.

«Ricordatevi del mio posto al Petit Parisien !», gridava nel deserto della città, filando a trentacinque all'ora!

Ma ce ne sono alcuni che non vedrete.

Una sessantina di "lanterne rosse" si sono prse per strada in giro per la Francia. Non si sa cosa sia successo a questi uomini. Hanno rotto le ruote, soprattutto di notte. Per chiedere aiuto non avevano che le stelle, ammesso che ci fossero le stelle. Sono partiti, ma non arriveranno. Dove mai saranno?

Altri hanno lasciato, sfiniti, come quell'Archelais. Per sei tappe ha marciato, ostinato. Deluso dal fatto che gli assi non indossassero giacche alle cui falde attaccarsi. Poi, un giorno in cui voleva ancora continuare, sui Pirenei, mi sembra, Archelais non ce l'ha fatta più. Cadde, rimontò in sella. Ma invano. Non c'era più olio nella lampada. Allora, accecato dall'ira, sollevò la sua bicicletta e la scagliò contro il bordo della strada.

Qualcuno arrivò alla fine della tappa, ma quando ormai il controllo era chiuso. Erano fuori corsa. Così, a Perpignan, verso l'una del mattino:

«È qui il controllo?», chiese uno stradista, scendendo dalla sua bicicletta.

«Sì, ma è chiuso».

Allora il ragazzo iniziò a piangere ad alta voce.

«Non serve piangere, piccolo mio!», disse un bevitore di birra seduto in un caffè. «Sei stato bravo come gli altri. Hai fatto ciò che hai potuto».

Ci sono stati anche quelli che hanno mollato, come Curtel. Curtel, dopo ottocento chilometri, non avendo guadagnato che sei franchi e cinquanta, dichiarò nel suo dialetto che sarebbe stato meglio a casa sua.

Non vedrete Ugaglia, né Huot; alcune automobili li hanno "rettificati".

Ma vedrete il grande dolore di Thys e di Alavoine.

È stato il loro ultimo Tour. Erano pronti per vincerlo. Volevano finire in bellezza. La sorte e Bottecchia non hanno voluto così.

«Che tristezza!», mi disse ieri Thys, pedalando al mio fianco.

Allora Alavoine, che seguiva, lasciò cadere queste parole, senza sollevare il capo:«Sì, è davvero triste dopo quindici anni di corse fatte con coscienza, staccare i cavalli come un vecchio calesse nella polvere del vincitore».

*****

N.d.r. - Philippe Thys, belga, chiuse all'undicesimo posto; Jean Alavoine al quattordicesimo. Thys aveva trionfato in tre edizioni: 1913, 1914 e 1920, primo ciclista capace di tanto. Alavoine, francese di Roubaix, partecipò alla Grande Boucle undici volte: fu terzo nel 1909 e nel 1914, secondo nel 1919 e nel 1922. Corse l'ultimo Tour nel 1925, quindi non staccò del tutto i cavalli come racconta Londres: fu ancora tredicesimo.

Il lockdown e il contributo baby-sitting

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L'avete sentita questa? Ascoltate: https://video.repubblica.it/dossier/governo-draghi/covid-la-battuta-di-draghi-sullo-smart-working-ma-perche-tutte-queste-parole-inglesi/377842/378451?ref=RHTP-BS-I270682269-P4-S2-T1.

Almeno in questo sono d'accordo con l'Uomo della Provvidenza, al secolo prof. Mario Draghi. Detesto il suo Governo, suo? o imposto? Ma noi, noi dico italioti, abbiamo sempre bisogno dell'Uomo della Provvidenza cui affidare i nostri guai. Rimaniamo in tema, per il momento. Leggendo il solito polpettone preparato da altri - normale - il Professore, dopo aver dato lettura di alcuni termini mutuati dalla lingua inglese, ha voluto fare una battuta - questa finalmente a braccio - per dire:"Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi...". A' Profe, che famo? I simpatici? Uno: se lei questo proclama lo avesse letto prima, avrebbe avuto tutto il tempo di farlo cambiare dai suoi scriba. Due: basta dare disposizioni precise agli scriba: dovete usare la lingua italiana. Tre: può cambiare lei direttamente i termini esterovestiti intanto che li legge. Quattro: se è davvero convinto di quello che ha detto, da domani in poi staremo ad ascoltarla con attenzione. Forse, con qualche parola italiana in più, capirà anche Mr Ombreta Dux Venetiarum Provinciae.

Prenda me. Quando i miei ghostwriters mi scrivono gli speeches per le mie communications to the board of directors in conference call...O Dio, quel pirla del mio personal assistant ha sbagliato cartella...usa quella in italiano, fucking stupiddelete, delete, delete. Eppure, mi creda Profraccomando loro di usare termini nostrani, terra terra, italianissimi. Sono un convinto sostenitore del «prima gli italiani», e un acceso nemico di «ultima la lingua italiana».

Se poi Lei, che adesso ha pieni poteri (me ve de rider), riuscisse anche ad estirpare quel ridicolo, assurdo, irritante, abusato, lockdown, le sarei davvero grato. Ho trascorso qualche settimana in Spagna: per loro esiste solo el confinamiento non il lockdown. A nessuno passa por la cabeza di chiamarlo lockdown. Nel nostro dizionario pure esiste confinamento, o ancor meglio isolamento, più elegante. E invece spariamo senza sosta lockdown, location, happy hours, e via cantando. Soprattutto il termine inglese che nobilta la nostra cultura anglofona è OK, che suona Okey. Martedì pomeriggio al supermercato Migross di Toscolano Maderno, al banco del pesce, una pimpante signora ha sparato quattordici Okey di fila per approvare lo spessore delle fette che l'incaricato della pescheria le stava tagliando. Prodotto - la signora, non le fette di salmone - della full immersion during two weeks in the summer in una English School  nello Yorkshire. Okey, Madam, congratulations.

Il saggio è quadrato senz'angoli...

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"...angolo senza punta, dritto ma flessibile, splendente senza abbagliare". La massima è attribuita a Lao-Tze, trascritto anche Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze o Lao Tzi, oppure unito Laozi. Fu un filosofo cinese del VI Secolo a.C., viene unanimemente (quasi) considerato il fondatore del Taoismo, una delle cinque «religioni dottrinali» riconosciute dal Governo cinese. Il nome Laozi ha il significato di vecchio, venerabile, e come tale fu venerato «Supremo Signore» per la sua autorevolezza religiosa. Alcune interpretazioni, non tutti coloro che si sono occupati di lui concordano, narrano che lasciò la Cina e viaggiò a India, dove divenne maestro di Buddha. Una summa della saggezza taoista è contenuta nel «Tao Te Ching», libro di cinquemila parole, fonte ideale per orientare l'esistenza umana. In cinese Tao (o Dao) significa «via, cammino».

Ma non voglio farvi la storia del noun (signore) Laozi, ma brevemente ricordare un altro uomo saggio che, questo sì l'ho conosciuto di persona pirsonalmente (Catarella dixit). Egli fu il mio amico Martino Gerevini che sapeva usare le parole e i sentimenti ma, in più, aveva il dono di plasmare i colori e le forme. Ecco, la forma. Il quadro che oggi offro allo sguardo dei frequentatori di questo spazio fa parte di una delle prime ricerche artistiche di Martino, forse addirittura la prima, eravamo a metà degli anni '70: quella sul quadrato. Forma euclidea perfetta, che in Martino rifletteva all'esterno, verso gli altri, la sua forma interiore. Ha scritto di lui quel grande designer e artista che è stato Bruno Munari:

"Le sue opere non sono una stilizzazione di un mondo esteriore, ma sono la visualizzazione di sensazioni nel proprio mondo plurisensoriale. Non sono quindi “riproduzioni” di qualcosa che già si conosce (per cui, di solito, il pubblico si domanda: che cosa vuol dire?), ma sono da guardare come quando si ascolta una musica. Capire attraverso i sensi invece che con domande e risposte. Nessuno ormai si chiede, dopo aver ascoltato una musica: che cosa voleva dire?".

Non mi stancherò mai di ripetere che sono stato fortunato a conoscere Martino Gerevini, un saggio quadrato senza angoli.

La nostra opera - Titolo: Modulazione spaziale n.16 - Anno: 1976 - Acrilico su tela - Formato: cm 60x60 - Collezione privata


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