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Jean-Pierre, un galantuomo dietro all'obiettivo

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Jean-Pierre, di cognome Durand, francese originario di una regione meravigliosa, la Dordogna, famiglia di contadini, da cui gli veniva il grande amore per la terra e per i suoi prodotti. E pare che proprio uno dei più gustosi prodotti della terra - i funghi - hanno tradito lui e poche ore dopo la sua mamma. Sarà l'autopsia a dire la verità. In Dordogna, in un piccolo villaggio, da anni aveva lavorato a rimettere in sesto una parte della originaria casa di famiglia, per stare vicino alla madre dopo la morte di suo padre. Amava le sue radici, e appena poteva si rifugiava là, dopo le lunghe peregrinazioni dettate dal calendario internazionale dello sport che amava : l'atletica leggera. Instancabile: per due giorni stava in campo al Mösle Stadium di Götzis in Austria, il pomeriggio dopo era in Olanda per il meeting di Hengelo. Con quella sua vetturetta rattoppata viaggiava, quasi sempre da solo o con qualche occasionale collega, tutta notte, mangiava quel che capitava ma il giorno dopo era «sul pezzo». Ho sempre considerato Jean-Pierre uno dei più bravi fotografi di atletica, per me il migliore unendo l'aspetto professionale e quello umano.

Sono onorato di poter dire che mi ha dato incondizionatamente la sua amicizia. Credo che ne abbiamo fatto buon uso. Durante i quasi venti anni in cui ho prestato la mia manovalanza alla Federazione internazionale di atletica, spesso, nei Campionati vari o nei meeting, ci riunivamo con pochi (credetemi, davvero pochi...) altri per mangiare qualcosa insieme. Occasione per commentare quello che avevamo visto allo stadio, magari anche per spettegolare un po', poi, chiuso il capitolo atletica e lavoro, si poteva parlare di tutto con lui. Uomo di solida cultura, di molte letture (base per essere colti), curioso, attento all'attualità, osservatore intelligente delle vicende politiche del mondo, grande affabulatore quando tirava fuori dal suo cilindro aneddoti e personaggi. Sapeva «fiutare» l'animale bipede, difficilmente si accompagnava agli stupidi. Poteva sembrare un solitario, era un solitario, ma voleva scegliere lui la sua compagnia non farsela imporre.

Uomo di poche pretese, non rincorreva le mode, da buon contadino stava attento a come spendeva i soldi, non spilorcio ma una mezza bottiglietta d'acqua minerale a 2 euro e 50 la rifiutava. Aveva scelto la strada della professione indipendente, quello che gli anglofoni chiamano freelance, sapeva quanto sa di sale lo pane altrui. Era un buongustaio, e sapeva valorare le pietanze vere e i calici genuini. Si stava bene con lui a tavola condividendo cibo per lo stamaco e alimento per il cervello.

Indimenticabile l'esperienza che facemmo in Kenya nel 2006: Jean-Pierre, Carlos Fernández Canet, Gianni Gianluppi, un altro che se ne è andato troppo presto, e il qui presente. Tegla Loroupe, grande atleta di quel Paese, mi incaricò di mettere insieme un gruppetto per far conoscere il progetto della sua Fondazione a favore della pace fra le litigiose tribù della sua terra e per l'integrazione delle diverse etnie. Scelsi loro, furono giorni di arricchimento umano, esperienze uniche, non da turisti da selfie. Non vado oltre, nei prossimi giorni ne parlerò più diffusamente.

Venne a trovarmi nel mio eremo, su a Navazzo, era fine maggio 2017, veniva da Götzis dove aveva sgobbato due giorni nel meeting di prove multiple, il più bello del mondo. La foto che accompagna queste righe è stata scattata sulla terrazza ristorante dell'Hotel Sostaga, da lì si viene ammaliati dall'incanto del lago di Garda. La serata a tutto invitava, a passare da un bicchiere di bianco al racconto di cose vissute, o ancora da vivere, Jean-Pierre aveva colto che l'atletica stava progressivamente uscendo dalla mia vita, che pensavo di coltivare altri interessi. Come lui che era un uomo poliedrico non monoblocco. Ci ripromettemmo di scambiarci le visite: io da lui in Dordogna, lui ancora a Navazzo. Non se ne è fatto nulla, ci scrivevamo, volevo sapere del suo lavoro nei grandi eventi di atletica, ci sentivamo per scambiarci auguri, mi parlava dei vasi di salse, verdure, funghi che preparava con la sua anziana madre. Quei funghi che, maledetti loro, mi han portato via Jean-Pierre. E adesso cosa ti dico? Un sempice banale "riposa in pace"? Je t'embrasse, Jean-Pierre.


Martino Gerevini, creatività non ripetitiva

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A mio giudizio è il miglior complimento che si possa fare a Martino Gerevini, oltre a tanti altri, come l'essere sempre misurato, umano, generoso. La sua opera complessiva - purtroppo lasciata colpevolmente cadere nell'oblio - ha l'impronta della originalità, della sperimentazione, della esplorazione artistica di materiali diversi, con un punto di partenza preciso: la grafica, che era il suo «mestiere» vero. Martino era un artigiano, componeva il legno - ricordare le sue bellissime opere con i vecchi caratteri di stampa recuperati alla Tipografia Apollonio, la sua casa per tutta la vita -, ridava linfa vitale alla carta di scarto, i colori erano il suo regno indiscutibile. Non è stato un banale ricopiatore di se stesso, come altri, pur bravi, per carità, che che una volta inventato un «giochino» sono andati avanti a riperterlo per tutta la loro vita artistica. Andare a una nuova mostra di Martino Gerevini era come avventurarsi alla scoperta di un pianeta sconosciuto. Poteva piacerti oppure no, ma era nuovo, aveva un suo fascino, una sua ragione d'essere nata da una riflessione. Per questo, Martino può essere accostato - lui ne sarebbe imbarazzato - a Bruno Munari che elesse la fantasia come anima di tutta la sua immensa e straordinaria opera. Non è per caso che i due, Bruno e Martino, erano amici e si stimavano. E adesso godiamoci questa opera di una serie del 1987.

La nostra opera - Percorso misto n.8 - Anno: 1987 - acrilico su tela - Formato: cm 80x80 - Collezione privata

42,195, quella strana cifra significa maratona

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Maratona, Marathónas, villaggio dell'Attica (riferimento geografico per coloro che hanno un cicinin di cultura), allora solo sabbia e forse qualche capanna di pescatori, oggi cittadona di circa 25 mila abitanti, resa famosa da una battaglia combattuta nel 490 a.C.... a.C., ecche vor dì, che ne so io che sono nata nel 2003, direbbe l'ochetta millenias che non sapeva rispondere alla domanda su cosa era successo l'11 settembre 2001, ma rideva, rideva come un'oca ma faccio torto alle oche. Maratona, lettera iniziale minuscola, sostantivo, indica una corsa pedestre (a piedi, ci siamo?) che vuole ricordare quella che (dicunt, narrant, me la cüntan) fece un soldato, tal Fidippide (non Filippide, in greco la translitterazione è con la «d» non con la «elle») spedito dal suo comandante Milziade ad Atene per annunciare la vittoria sui persiani. "Obbedisco", tipica risposta del militare oppresso da superiori ottusi, disse il malcapitato che tra i denti tirava giù dei moccoli all'idea della scarpinata che doveva farsi. E neppure era ben allenato il disgraziato, tanto è vero che arrivato, in qualche modo, in città, fece appena in tempo a mormorare un "abbiamo vinto" che tirò le cuoia. Il racconto mitologico non dice, ma ci sono i testimoni che ho intervistato, che abbia aggiunto "affanculo Milziade". Poi gli dedicarono statue, dipinti, odi (componimenti poetici), ma a lui che gliene poteva fregare? Stecchito era e stecchito restava.

A distanza di qualche secolo a incasinare le cose ci si mise uno scribacchino, tal Luciano di Samosata, che fece una confusione tremenda, che non sto a raccontarvi perchè sarebbe troppo lunga. È questo Luciano che s'è inventato la storiella di Fidippide. Ma la styoria vera, raccontata da uno storico vero, Erodoto, è un'altra. Fatto sta che è rimasta questa filastrocca mitologica del generoso corridore che va da Maratona ad Atene di corsa e, per lo sforzo, ci lascia le penne.

Poi c'è un'altra pantomima, quella di 'sta cifra, 42 chilometri e 195 metri. Da dove vien fuori? Se ne son dette e scritte di tutti i colori, quella che è restata racconta che, in occasione dei Giochi Olimpici di Londra del 1908, i britannici fecero partire la corsa dal Castello di Windsor, dove stavano spaparazzate in vacanza le teste coronate, e non volevano sudare. In loro omaggio - e te pareva... - fecero retrocedere la linea di partenza della corsa di maratona fin davanti al palco reale. Quando rimisurarono la distanza, venne fuori che era di 26 miglia, convertito nei nostri metrucci 42 chilometri e 195 metri. Più lunga delle precedenti edizioni. E che gli vai a dire agli inglesi? Cambiate? Tanto, coerentemente con la loro ben nota spocchia, avrebbero fatto comunque quello che volevano. Da lì dunque questo bizzarro 42,195. Post scriptum: come si vede lo sport è sempre stato indipendente dai potenti, dai governi, dai politici, ecc. ecc. Altra barzelletta.

Eppure, eppure...io a 'sto numero mi ci sono affezionato fin da piccolo. Colpa di una notte romana, di un tale che veniva da una terra che un Crapone che ci aveva sottomessi si era invaghito di conquistare all'insegna di un improbabile Impero fatto di ridicoli cappellucci con pompon pendente, di spade di cartapesta, di aerei, pochi, riverniciati, di scarpe di cartone (che le facesse la ditta di un cognato, come i grembiuli e le mascherine del COVID?). E là, in quel Paese lontano che la cosa migliore che aveva erano delle splendide donne che fecero perdere la testa a tanti, tutti?, i nostri militi mai indifferenti alle grazie muliebri, regnava un omarino secco secco, lo chiamavano il Negus, e le sue origini dinastiche affondavano le radici nel mito di Re Salomone e della Regina di Saba. L'omarino, per non piegarsi davanti al Testone, se ne andò in esilio, ma poi sarebbe tornato sul trono dei Re dei Re e del Leone di Giuda, mentre il nostro è tornato a Predappio, Romagna mia...

Il Negus ebbe tutto il tempo di vedere un suo milite (come Fidippide, ricordate?) vincere la prima medaglia d'oro olimpica per la sua Nazione. Pensate gli scherzi della storia: Abebe Bikila, il corridore, vinse la maratona olimpica sulle strade di Roma, Roma caput mundi, Roma centro di quell'Impero vagheggiato dal romagnolo. Ve le immaginate le risate dell'omino con la barbetta a punta mentre Abebe fendeva le ombre della notte romana nell'abbraccio dell'Arco di Costantino? Una storia nella quale il nostro Dante fiorentin avrebbe intinto la piuma d'oca (legge del contrappasso, reminiscenze scolastiche?).

Vidi quelle immagini in televisione, in casa di un vicino che possedeva lo scatolotto magico, mi impressionarono tanto che mi sono rimaste dentro per sempre. Roma '60 ha segnato l'inizio di una storia personale lunga, molto lunga, perfino troppo. Abebe Bikila e Livio Berruti, loro due nel mio cuore per sempre. Altri sono venuti ma son anche passati. Loro no.

E arrivo all'opera di Martino Gerevini, che gli chiesi espressamente di realizzare per me, pezzo unico. E gli chiesi pure di usare quei numeri: 42195. La cattiveria della vita volle che dopo qualche settimana dalla realizzazione di quell'opera, il cuore di Martino decise di fermarsi, per sempre. Quando, nel silenzio della mia biblioteca, mi siedo e guardo le due opere ispirate alla maratona, 42,195 e Dorando, penso alla fortuna che ho avuto nella mia esistenza: quella di aver avuto un amico di nome Martino Gerevini. 

La nostra opera - 42,195 Omaggio alla maratona - Anno: 2010 - Elaborazione e stampa digitale - Formato: cm 100x100 - Collezione privata

Le leggi fondamentali della stupidità umana (2)

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La seconda legge fondamentale della stupidità umana

La probabilità che una certa persona sia stupida 

è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona

"Pur essendo convinto che una frazione (quota di persone stupide, nel testo originale viene indicato con un simbolo, n.d.r.) di esseri umani sia stupida e che lo sia per volere della Provvidenza, io non sono un reazionario che cerca di reintrodurre furtivamente discriminazioni di classe o di razza. Credo fermamente che la stupidità sia una prerogativa indiscriminata di ogni e qualsiasi gruppo umano e che tale prerogativa sia uniformemente distribuita seconda una proporzione costante".

Questo scrive Carlo M. Cipolla a pagina 26 del libro sulla stupidità umana. Traduco terra terra: uno è stupido a prescindere dalla sua posizione sociale, dal colore della sua pelle, dallo sport che pratica, che abbia una laurea oppure no, ecc. Spinto all'estremo: una persona può anche aver vinto il Nobel ma è stupido. E questo afferma la seconda legge fondamentale della stupidità umana.

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