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Quercia, mai simbolo fu più azzeccato

 

Cinquantacinque anni. Una età che spesso segna l'inizio del concerto delle giunture che scricchiolano, delle articolazioni che danno segni di insofferenza. C'è chi reagisce facendo il galletto scapestrato, ma molte volte sono pose, che spesso finiscono in figure barbine. Questo per gli umani (o umanoidi?). Per una organizzazione sportiva siamo quasi al miracolo. Sarebbe davvero interessante uno studio approfondito per conoscere quale tipo di Gerovital tiene in piedi questi organizzatori. La cavia perfetta potrebbe essere il Palio della Quercia, o meglio il suo gruppo operativo. Cinquantacinque anni, il complesso di gare, s'usa chiamarlo meeting, ormai più duraturo in questo nostro Paese. I cui paesani scoprono di essere sportivi di tanto in tanto: le regate di Coppa America, di cui nessuno sa un beata fava, ma c'è «Azzurra», vuoi mettere, e allora fa molto figo tifare fino a notte fonda fra un pezzo di pizza quattro stagioni e un bicchiere di Lambrusco; oppure sfoderare le bandiere di un orgoglio nazionale, che è finito da tempo sotto i tacchi, per i Mondiali di calcio, solo però se si vince la finale, sennò pomodori Marzemino maturi all'aeroporto per accogliere chei lazarù chi roba el stipendi (che si misura in milioni di Euro); oppure citare (normalmente per meno di 24 ore) un ragazzo o una ragazza che si sono fatti un mazzo elevato al cubo per vincere una medaglia olimpica, quando non si conosce nulla della scherma, o della ginnastica, o del concorso completo in equitazione. E che sia d'oro 'sta patacca, perchè un argento e un bronzo non se li fila nessuno. Non si sa neppure cosa siano i Giochi Olimpici, ne so qualcosa.

Se tutto questo manda il morale sotto i tacchi, ci resta da aggrapparci a Rovereto, al suo club di atletica, U.S. Quercia, al suo cinquantacinquenne meeting. Che anche lui scricchiola come le nostre giunture. Quel gran galantuomo che è Carlo Giordani (e non è l'unico della categoria, da quelle parti si annoverano tante altre brave persone) fa miracoli di «finanza creativa» per reggere il cartellone. L'atletica è in grande affanno, nonostante i giullari del regime girino per le borgate a declamare editti che dicono che Sua Signoria è contentissima. Tuto va ben, Madama la Marchesa. E sia. Tanto serve a niente.

Volle fatalità che negli ultimi giorni ho dovuto togliere la polvere ad una lontana annata di una pubblicazione che dava conto di corse, lanci e zompi. Del 1984 si raccontava, e io ero alla ricerca di rinfrescarmi i residui di memoria su altri avvenimenti. Curiosità mi spinse a sfogliarne altre pagine e, guarda guarda, ecco un titolo che annuncia «La prima di Andonova», Rovereto, ventesimo Palio Città della Quercia, 29 agosto. Dunque si era due settimane dopo la fine dei Giochi Olimpici di Los Angeles. Ed allora, come martedì prossimo, si tenne a battesimo qualcosa di nuovo: la pedana del salto in lungo, stavolta tutta la pista con quell'azzurro sgargiante che adesso va di moda (vedasi foto allegata, insieme al manifesto).

Il soffio caldo olimpico-californiano arrivò fino alle rive dell'Adige. Poteva mancare Gabriella Dorio? No. La neocampionessa olimpica ha sempre avuto un palpito cardiaco speciale per questa terra. Vinse gli 800 metri in meno di 2 minuti, con un tempo analogo al suo quarto posto al Coliseum. Fiacchino Giovanni Evangelisti, terzo; terzo anche il mio amico Dario Badinelli, che ancora si mordeva le unghie per l'occasione perduta nel lontano West, un posto in finale l'avrebbe meritato. Nei 100, al secondo posto, scopro il nome del ghanese Ernest Obeng, poi diventerà britannico, con cui ho condiviso diciannove anni di lavoro - settori diversi - alla Federazione mondiale. Stando alla cronaca gli organizzatori si trovarono al cancello dello stadio la bulgara Liudmila Andonova, primatista mondiale del salto in alto, inattesa e graditissima (salvo esborso numismatico): brava, con un bel due metri, e tentativi affaticati a 2.03. Lei Los Angeles non l'aveva vista per la nota stupidità dei reggitori del mondo.

Fra le novità di quella edizione la disputa del primo campionato nazionale ufficiale dei diecimila metri per le donne: vinse la portoghese Aurora Cunha, che al momento era di altra caratura, il titolo onorò la signora piemontese Rita Marchisio, mamma di due figlie; subito dopo Laura Fogli, reduce dal nono posto della maratona olimpica, e poi i nomi di Scaunich, Curatolo, le nostre donnine che han fatto scrivere tante cronache della italica maratona. Tremila metri siepi: nostalgie bresciane, terzo Angelo Vecchi, società Villaggio Sereno, idea di un prete costruttore, Ottorino Marcolini; Vecchi, poi vigile urbano al Comune di Brescia, oggi padre di un giovanotto, mi dicono, molto bravo. Onore ai nostri marciatori, i due quinti delle caldissime strade californiane: Carlo Mattioli sui 20 chilometri, Raffalello Ducceshi sulla 50; passerella: primo e secondo. 

A scavare, si scoprirebbe di più, ma non è questo il mio intento. Che resta quello di far capire a chi, forse, leggerà che allora era la ventesima edizione, e martedì prossimo sarà la cinquantacinquesima. Secondo voi è un caso che il meeting si chiami «Quercia»? A me interessa parlare di «ieri», per quelli a cui piace «l'oggi», questo è il posto giusto http://www.usquercia.it/palio/index.html

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