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Last updateGio, 15 Nov 2018 4pm

Il gianduiotto ha sapore di cioccolato amaro

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Sarà capitato anche a voi di sentire mamme e papà , nonni e zie, con aria aggressiva, sentenziare «Questi bastardi dei barconi portano via il lavoro ai nostri figli, ai nostri nipoti». Lo sentono ripetere ossessivamente dagli attuali padroni del vapore e loro, con il figlio o la nipote senza lavoro, lo ripetono per sentirsi in pace con la coscienza: non è colpa loro, i noster fiulet, poverini, ma di quelli che dovrebbero «stare a casa loro, e invece ci stanno invadendo».

Proviamo, insieme, a vederla da un'altra ottica? Per esempio, nessuno che dica mai che negli ultimi X (mettete voi un numero) anni, parte - consistente - della nostra industria è stata venduta pezzo dopo pezzo agli stranieri, ma non quelli dei barconi, no, a quelli dei soldoni, ai Paperon de' Paperoni dei fondi non di bottiglia ma di investimento, dei fondi pensione a stelle e strisce, ai cinesi, agli indiani, ai francesi, ai petrodollaroni, e via elencando, fino ai turchi. Che? dice: sono sbarcati i pirati del feroce Saladino n'altra volta? A Novi Ligure non c'è il Mediterraneo, non c'è neppure a Caltanisetta, ma sicuramente è più vicino. Ma non si tratta di una storia di pirati ma di capitani, non di velieri ma d'industria. Novi Ligure, dal 1860 sinonimo di Pernigotti, cioccolato, gianduiotti. Caltanisetta dal 1802 sinonimo di Averna, amaro, liquori. Amaro Averna, uscito dalle sapienti mescolanze di erbe di Girolamo, frate cappuccino dell'Abbazia di Santo Spirito a Caltanissetta. Di Pernigotti e Averna, due famiglie, con nomi e cognome, si sa chi ebbe le idee iniziali, chi le sviluppò, chi ebbe gusto, fantasia, quattrini, per conquistare il mondo.

Oggi invece è il mondo che conquista e colonizza noi. Le famiglie se ne sono andate, hanno venduto ai Paperoni. Per dire: nel 2014 gli Averna mollarono tutto e vendettero al Gruppo Campari, 103,75 milioni di Euro si lesse allora. Ma molti anni prima, 1995, Stefano Pernigotti vendette il gianduiotto agli Averna. Era restato tutto in famglia, cioè in Italia. Dura minga trop: nel 2013 i siculi vendono il 100% di Pernigotti alla famiglia Toksöz, eredi di Saladino. Leggete un brano di un giornale dell'epoca:«Pernigotti facendo leva sul notevole know-how acquisito e sulla complementarietà con Sanset, continuerà il processo di crescita intrapreso in Italia, in Turchia e negli altri mercati internazionali”. Trionfo della maledetta globalizzazione. In quel momento si calcolava che  oltre 10 miliardi il valore dei marchi storici dell’agroalimentare italiano erano già passati in mani straniere. Cui va aggiunto il settore moda, quello del lusso, l'Italia svenduta come Nazione, venduta con beneficio di quelli che i quattrini se li sono messi in tasca e ne fanno quel che vogliono. Una delle ultime che hanno cambiato bandiera, Versace, con la biondona: poche settimane fa, l'azienda è stata acquisita interamente (l'80% della famiglia Versace e il 20% di Blackstone, fondo di investimento) dallo stilista e imprenditore americano Michael Kors per 1,83 miliardi di euro. Allegria! 

È di qualche giorno fa la notizia e oggi la conferma: i turchi Toksöz, due fratelli, si son stancati di perdere 50 milioni (negli ultimi quattro anni, dato fornito dai nostri sindacati) e chiudono, e lasciano senza lavoro i lavoratori della fabbrica italiana. Però tranquilli: è arrivata subito la perentoria dichiarazione del «crociato» di turno:«Mi recherò personalmente al consolato italiano di Istanbul e nella sede dell'azienda per fare chiarezza su questa triste vicenda». Te capì? Va lui a Istanbul, andrà a cena in qualche lussuoso ristorante sul Corno d'Oro, e intanto affilerà la scimitarra per affrontare il feroce Saldino. Ridicolo.

Dunque, papà, mamma, nonni e zie: lasciate perdere i barconi e gli sventurati che ci stanno sopra, e occupatevi dei Paperoni. Da qualsiasi parte vengano, e di quelli che il lavoro lo distruggono mentre dovrebbero crearlo. E dei pagliacci che vi fanno vedere lucciole per lanterne.

Libri di atletica, ma non solo, di tanti altri sport

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Se qualcuno che legge queste pagine ha interesse per i libri di sport, sappia che alla voce «CARTASTORIE», in questo stesso spazio, mi diletto di parlare e sparlare di pubblicazioni sull'argomento. Tratto di quello che leggo, non scrivo di quel che non leggo, non uso i «soffietti» sui risvolti delle copertine. E parlo dei libri di cui mi va di parlare. Non ho obblighi con nessuno. Questo detto, sappia l'isolato lettore che oggi ho riempito lo spazio previsto nel suddetto «CARTASTORIE» con un nuovo libricino che tratta di atletica leggera, nello specifico di quel salto che chiamano triplo. Gioco in casa stavolta: il libro me lo sono fatto (e pagato). Quindi, come si dice, me la suono e me la canto. Potete ignorare, non perderete niente, la autopromozione che sicuramente mi farà vendere zero copie, ma se scorrete le altre 36 pagine di presentazioni, magari trovate qualcosa che vi piacerebbe leggere.

Sergio Parisse , il rugby da prendere a esempio

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Qualche giorno fa ho letto un' intelligente intervista a Sergio Parisse, giocatore di rugby di origine argentina, italiano da molti anni, uomo importante per la nostra Nazionale di palla ovale, vive a Parigi, gioca attualmente per lo Stade Français, antico club creato nel 1883. Parisse non ha potuto schierarsi (per un risentimento muscolare) con la squadra azzurra che sabato, a Firenze, ha affrontato la tosta Georgia, che vuole soffiare il posto all'Italia nel tempio rugbistico del torneo «Sei Nazioni». Sabato gli azzurri hanno strappato il successo: 28 a 17, come già sanno gli appassionati. Così come sanno che era la seconda volta che i due «15» si affrontavano: la prima fu il 6 settembre 2003, ad Asti, e anche allora vinse l'Italia 31 a 22, gli azzurri erano allenati dal neozelandese  Sir John Kirwan, uno dei giocatori determinanti nel successo degli All Black (29 a 9 alla Francia) nella prima Coppa del mondo, nel 1987, che si disputò parte in Nuova Zelanda, parte in Australia. 

L'intervista cui mi riferisco è apparsa sulle pagine sportive di «la Repubblica», intervistatore Massimo Calandri. Mi sono piaciute alcune risposte che riprendo qui. 

«...in questo momento, il rugby può - anzi: il rugby deve - essere un esempio. Soprattutto in Italia. Vivo a Parigi però mi tengo informato e so quel che sta accadendo nel mio Paese. Non voglio entrare in questioni politiche, ma è chiaro che ci sono pochi punti di riferimento. Nessun rispetto per i ruoli, per le regole. Per la parola data. Oggi uno dice una cosa e il giorno dopo fa l'esatto contrario. È l'ultimo arrivato? Fa lo stesso: contesta le cariche più importanti. Non ha carisma, esperienza, competenza, coerenza: ma parla, dà lezione a tutti. Sbaglia, si contraddice come se nulla fosse: senza preoccuparsi di aumentare la confusione, di perdere credibilità».

«In tutte le grandi nazioni ovali ci sono ragazzi che vengono da altri Paesi, culture. Parigi è una città multietnica: è questo il futuro. Non voglio abbassarmi al livello di chi dice "un nero non può essere italiano". O peggio ancora, di chi strumentalizza politicamente i pregiudizi. Non si alzano muri nel rugby, non c'è esclusione: chi arriva, la subito parte della squadra. E non importa il suo peso, l'altezza o il colore della pelle: se giochi con me, sei uguale a me. E so che da quel momento ti difenderò alla morte, perchè tu farai lo stesso. Nel nostro sport il rapporto umano - e il gruppo - vengono prima dell'allenamento o della partita. La prima parola è: accoglienza. Dovrebbe essere così anche nella vita di tutti i giorni. Il problema dell'immigrazione? Credo che per un bambino straniero la cosa migliore sia farlo entrare in una squadra di rugby: sarà accolto, si sentirà parte di qualcosa. Diventerà subito un valore aggiunto».

«Tornare in Italia? Ma solo se sarà come vorrei io. Un paesi di rugbisti».

Nella sequenza fotografica scattata da Pietro Delpero, Sergio Parisse impegnato in una touche durante l'incontro Italia - Fiji, il 16 novembre 2013, allo Stadio Zini di Cremona. La partita si concluse sul punteggio di 37 a 31 per gli azzurri.


Quando la scienza si discute al bar, col «Pirlo»

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Ho appena finito di leggere (L'Espresso, numero 45, 4 novembre 2018) una bella intervista del giornalista Gigi Riva a Silvio Garattini, fondatore (nel 1963) dell'Istituto di Ricerche farmacologiche «Mario Negri» di Milano. Ne propongo alcuni passaggi e li dedico al mio amico Elio Forti, grande teorizzatore della «scienza da bar», della «politica da bar», tutto passa attraverso il bar, dove si discutono i massimi sistemi dell'universo. Per chi non è indigeno dell'area gardesana e quindi non lo sapesse, chiarisco che con il nome «Pirlo» si indica quello che altrove viene chiamato «Spritz». 

«Siamo tutti dei perdenti quando le impressioni e le opinioni dominano sui fatti».

«Stabilire se qualcosa fa bene o male non tocca alla letteratura o alla filosofia, tanto meno all'arte. Lo dice la scienza, pur con tutti i suoi limiti, è pur sempre una attività umana. Dunque può sbagliare, però ha capacità di autocorreggersi. Nell'arte la ripetitibilità è un plagio, nella scienza è fondamentale. La scienza non conosce la verità ma viaggia nella direzione per scoprirla».

«In Francia le vaccinazioni obbligatorie sono undici ma là il Parlamento non se ne occupa né i partiti ne fanno oggetto di campagne elettorali».

«Per stabilire un rapporto di causa - effetto ci vuole un metodo, un sistema che non è un'opinione. Faccio un esempio. Molti ricordano l'anno delle mucillaggini nell'Adriatico. Si disse: è il Po che trascina al mare un mucchio di porcherie. L'anno dopo non c'erano più mucillaggini e il Po portava forse qualcosa di ancora più tossico. Un professore di Trieste ebbe l'ardire di citare Ovidio che già parlava del fenomeno. E fu insultato».

«Preferisco pensare sia un momento di transizione in cui regna la confusione perchè non siamo ancora in grado di maneggiare i grandi progressi della scienza. Prendiamo internet. È un grande bene il poter trovare in pochi secondi le informazioni. Però la giurisprudenza non ha considerato il pericolo derivante dalla possibilità di mettere in circolazione le idee più stupide e strampalate. Da qui l'idea che chi ha più "like" è il più bravo».

Parlando del suo Istituto. «...tutti i ricercatori hanno creduto nell'idea di fondo: fare il bene del prossimo senza speculare, restando indipendenti dalla politica, dalla religione, dalla finanza, dall'industria. Pronti a collaborare con chiunque ma mantenendo la nostra caratteristica».

Parlando di politica e potere. «Il potere vero non esiste. Esiste solo il potere condizionato. Anche chi vuole fare le cose migliori del mondo si trova a dover scendere a compromessi».

L'obiettivo di Pietro Delpero ci racconta...

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Dopo le parole, poche? tante? troppe? le immagini, belle e mai troppe. Stavolta tutte di Pietro Delpero, che si è dovuto sfangare tutti i momenti della iniziativa - promossa da questo sito con l'adesione del progetto «Sognando Olympia», con la collaborazione locale dell'Atletica Baldini Agazzano. Solitamente Pietro fa squadra con la moglie Chantal e con il cognato Marco, ma stavolta Marco era il «regista» della mattinata dietro la macchina da presa, avendo montato le immagini (uniche, mai viste) di quella finale olimpica del salto triplo a Messico 1968. Lo stesso Gentile, complici Franco Bragagna e Guido Alessandrini, aizzati da Fabrizio Donato e Paolo Camossi - un futuro come cabarettisti - hanno visto e rivisto quelle immagini, il particolare quel quinto salto di Pippuzzo (lo chiamava sua madre, ci ha raccontato con affetto palese) mai visto prima, tesoro gelosamente conservato da quel grande inarrivato appassionato che era Luciano Fracchia, messo a disposizione dei due promotori di questa giornata dal figlio Giorgio, per il quale ogni ringraziamento è inadeguato alla disponibilità dimostrata.

A tutti gli amici che hanno partecipato a questo affettuoso e corale omaggio al protagonista Giuseppe Gentile, agli atleti che ne sono stati attori primari, al pubblico, attento e commosso in certi momenti, ai due conduttori Franco Bragagna e Guido Alessandrini, a tutti gli amici silenziosi che tanto hanno fatto senza mai apparire, ai giornalisti che ci hanno dedicato la loro attenzione, perfino superiore alle nostre aspettative, la Collezione Ottavio Castellini - Biblioteca internazionale dell'atletica e il Progetto Sognando Olympia, rivolgono l'invito ad aprire questo link e a ritrovarsi e ritrovare le emozioni di quella mattinata. Grazie a tutti coloro che ci hanno raggiunto con il loro pensiero e il loro affetto, facendoci superare anche qualche difficoltà. Per non dimenticare. E noi non dimenticheremo. Queste immagini sono a disposizione di tutti, per espresso desiderio di Pietro Delpero. Un «Grazie» è il soldo minimo con cui ripagarlo.

Questa foto dice più di tante parole: esprime l'interesse che hanno suscitato le immagini offerte in visione per la prima volta, dopo cinquanta anni. Beppe Gentile commenta i suoi salti seduto in mezzo agli atleti e al pubblico. Accanto a lui, a sinistra, Fabrizio Donato; dietro Walter Brambilla, Roberto Costaldi e il baffuto Giuliano Fornasari; difronte, Daniele Greco, Guido Alessandrini e  Gian Luigi Canata (lo scatto è di Pietro Delpero)

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