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Incontri ravvicinati con dislivelli emotivi

 

 

«Ottavio». Un bel signore che ha conosciuto una robusta gioventù nutrita dalle castagne raccolte in Maddalena, la montagna di casa dei bresciani di città, ancora dritto come i cocuzzoli delle tante montagne che ha scalato in tutto il mondo ("Mi manca l'Australia", ha fatto sapere con un sorriso), mi ha apostrofato così affacciandosi da un porta laterale del gazebo del Boutique Hotel Villa Sostaga, che ospitava un incontro a mezzo fra una presentazione e una premiazione. L'esclamazione era ricambiata:«Franco». L'abbraccio sembrava programmato in favore di telecamere, ma non c'erano le telecamere, c'è stato invece un allacciarsi di braccia, dentro al quale si sono stemperati affetto, amicizia, sorpresa. Un incontro fra due persone che avevano frequentato, lo stesso ambiente, e da oltre trent'anni si erano perduti per le strade del mondo, come cantava Sergio Endrigo, in una bellissima canzone del 1962. Parlo di Franco Solina, scalatore, fotografo, innamorato della montagna, ha detto stamane "La montagna non è bella o brutta, è la montagna". Scalatore, ma mai arrampicatore sociale, questa sua passione l'ha vissuta intimamente, religiosamente, senza sfoggio, senza esibizioni. Libri, soprattutto fotografici, articoli, serate per parlare delle montagne, insegnante, questo sì, divulgatore, solitario camminatore. La sua figura mi ha ricordato alcune pagine di «Camminare» scritto da Henry David Thoreau, punto di riferimento del pensiero anarchico non violento. Ci incontravamo al «Giornale di Brescia», con Franco Solina, io redattore sportivo con il morbo pernicioso - ma non contagioso, pochi gli ammalati - dell'atletica leggera, lui apprezzato collaboratore, amico fraterno del direttore della tipografia, un altro galantuomo, Franco Maestrini, pure affetto da vertigine da alte quote. Mi vergognerei a guardarmi nello specchio (già avviene normalmente) se mi avventurassi a dirvi cosa significa Franco Solina nel mondo urbi et orbi dell'alpinismo. Non avete che da aprire le 24.300 pagine che Google gli dedica.

Pochi attimi per scambiare un po' di parole, dopo tanto tempo. Franco era, perfetta la scelta, ospite d'onore di questo incontro, testimonial lo hanno definito, e gli è scappato un sorriso benevolo, come nella sua natura. Incontro per parlare di queste corse che adesso coinvolgono folle di arditi, lo chiamano «Trail», cammino, ridotto con semplicità. Qui, dove ho messo forse le radici definitive, alcuni amici (Franco Ghitti capocordata) se ne sono inventato uno che hanno chiamato «BVG», Bassa Via del Garda. Roba da 70 chilometri con quasi 5000 metri di dislivello nelle prime edizioni, ma gli sembravano pochi e allora, da quest'anno (segnare con pennarello rigorosamente rosso: 4 aprile) ne hanno aggiunta una ancora più lunga, 85 chilometri. Intendiamoci, ragazzi, niente di nuovo sotto il sole: 40 - 50 anni fa esisteva già questo tipo di gare, ma era un mondo ristretto. Ricordo la «Cinque Quattromila» in Svizzera, me ne parlava e ne scriveva Noël Tamini, giornalista, scrittore, giramondo. Me par, ma so mia sicur, che l'abbia fatta anche il mio amico Giulio Salamina. Oggi sembra che il mondo si sia allargato, come il mio stomaco: folle sempre più numerose di aspiranti a toccare il cielo con un dito.

Discorsi, premiazioni, applausi. È stata anche l'occasione per premiare i più bravi e le più brave nella classifica finale combinata su tre gare, lo hanno etichettato «Trittico dei Laghi», una questa BVG gardesana, poi una in Trentino e una nelle Dolomiti, tris confermato anche nel 2020. Lo dico sbrigativamente per non rubare il pane a chi presenterà compiutamente la parte organizzativa - agonistico - sportiva sul sito del GS Montegargnano o sul quello diretto della BVG. Intanto, se volete, andatevi a guardare qualche decina di foto su questo link (Elio Forti ve le offre gratis, meglio approfittarne).

Le mie vetuste coronarie sono state messe a dura prova da un secondo inatteso incontro. Luigi Mombelli, dirigente della Fabarm Bovezzo, club fra i più antichi e fattivi dell'atletica bresciana, componente instancabile del Gruppo Giudici Gare, mi si è parato davanti mostrandomi, quasi con pudore, la copertina di un mio libercolo del 1987, tema, che allora mi entusiasmava, la maratona. Turbine di ricordi, cui mi sono lasciato andare, anzi ci siamo. Caro vecio Mombell, toccato profondamente da recente doloroso lutto, facciamo squadra, fin che possiamo. Ma si sa, i vecchi parlano solo di se stessi e del loro passato. Provate voi a fermarli. E provate a fermare me, se ci riuscite.

Selezione di foto scattate da Elio Forti: da sinistra, in senso orario: Franco Solina durante il suo apprezzato intervento; sempre Franco alla consegna di premi a due gentili atlete; incontro fra Luigi Mombelli e Ottavio Castellini; e infine foto di gruppo per i premiati del «Trittico dei Tre Laghi»

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